cosa ci chiedono i ragazzi

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Stiamo entrando nella intricata fase dei teenager con Jacopo. Di anni ne ha quasi 12, quindi non siamo ancora propriamente dentro, ma i primi segnali dell’ingresso in questa età d’oro si colgono già. Una mattina ci siamo svegliati e il cambiamento si è parato davanti ai nostri occhi con tutto il suo meraviglioso scompiglio: vis polemica sempre più accentuata, cera opaca sui capelli (“mamma hai comprato quella lucida” “davvero? non me ne sono accorta, al supermercato sono stata tre minuti davanti ai gel e alle cere per capelli” “guarda è scritto qui…” “…mmm… è scritto troppo piccolo, io non lo leggo”), deroghe sull’orario della buona notte, film idioti guardati in tv, pomeriggi solo con gli amici, chiavi e portafoglio. Non è sempre facile, a volte sono estasiata di fronte alla metamorfosi a volte sono imbufalita per il pigiama abbandonato sul divano. Ma l’osservazione di questo teenager e degli altri suoi amici e compagni che gravitano attorno alla nostra famiglia mi fa riflettere su che cosa chiedono questi ragazzi a noi. A noi che siamo “gli adulti”, a noi che abbiamo superato la soglia dei “teen” da mesi o da anni. A noi che siamo l’autorità.

Credo che ci chiedano semplicemente e saldamente di stare: vicino al posto in cui stanno loro, più o meno costretti, più o meno allegri o musoni; sulle nostre posizioni perché loro possano contestarle e provare a ribaltarle per trovarne di migliori, più rivoluzionarie e moderne; sulla loro strada, senza ostacolarla, ma camminando un passo di lato a loro; ad ascoltarli, a guardarli, a vederli vivere e scegliere.

Credo che mio figlio, quando sbuffa per le sgridate e i castighi mi stia dicendo che le mie regole non gli vanno bene, non sempre almeno. Ma penso anche che stia imparando cosa vogliono dire le regole, quale utilità hanno, come cambiarle. Quando mi risponde a mono sillabi al telefono se lo chiamo a metà pomeriggio mentre è da solo a casa per chiedergli come è andata la sua giornata, mi sta dicendo che non ha nulla di particolare da dirmi e quindi sta zitto (che bella la sincerità dei teenager contro la nostra educazione delle chiacchiere di circostanza). Ma sta anche imparando che avere a cuore le persone vuol dire stare loro vicini, offrire occasioni perché possano raccontarti la loro vita, fare delle domande perché possano articolare le risposte.

Non ci chiedono la santità, la pazienza infinita e l’assenza di errori. Ci chiedono di essere quello che siamo, di giocare a carte scoperte con loro, senza nasconderci dietro l’autorità del ruolo e dell’età, ma instaurando un dialogo che non sempre è alla pari, ma è sempre sincero. Ci chiedono di essere radici, perché loro possano essere chioma. Ci chiedono di resistere nell’inverno e di fornirgli nutrimento perché loro possano dar vita alle gemme e poi alle foglie.

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guerrieri

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Questa notte ho fatto un sogno. Ho sognato mio padre e mio suocero, che compravano frutti di bosco per festeggiare i loro compleanni e invitavano tutta la famiglia. Era una festa allegra, confusionaria, chiassosa.

Mi sono svegliata col sorriso, serena e in pace, come in questi giorni non capita spesso. Mi sono svegliata consapevole della fortuna che ho ad avere vicino questi due uomini coraggiosi e battaglieri, due guerrieri. Così simili, tanto che posso litigare con entrambi quasi contemporaneamente. Così vicini l’uno all’altro, in un’affinità che hanno scoperto man mano, trovandosi di fianco per dovere familiare e scegliendosi come compagni di strada. Nella buona sorte, nelle feste di compleanno e nelle gite. Nella cattiva sorte, nelle fatiche della loro età che aumenta, dei loro corpi che non seguono la velocità dei loro progetti, delle prove che hanno affrontato in questo anno e che continueranno ad affrontare. Così simili che mi viene naturale chiedere a uno di aiutare l’altro, fratelli per elezione, con una delle loro telefonate che durano ore in cui forse non conta cosa si dicono, ma il tempo che si dedicano.

Non so dirgli a voce il bene che gli voglio, non so esprimere la riconoscenza che ho per quello che stanno insegnando a me e ai miei ragazzi. Le mie emozioni mi imbarazzano sempre, mi mettono a disagio e loro lo sanno. Ma forse questa notte gliel’ho dette queste cose, forse loro stavano facendo lo stesso mio sogno e ci siamo incontrati, mangiando frutti di bosco.

fatica e competizione

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Le attività dei ragazzi sono iniziate, comprese quelle sportive. Non sono mai stata una  fanatica di sport, posso contare poche gare e competizioni nella mia esperienza da bambina. Ma se c’è qualcosa che i miei figli, con i loro sport, mi hanno insegnato è proprio il valore della fatica e della competizione.

La fatica perché nella vita di tutti i giorni quasi nulla ci riesce facilmente, senza fatica e sforzo. Anche le cose che ci piacciono e ci danno soddisfazione, come giocare a basket, saltare sul trampolino o scrivere qualcosa. Ogni cosa che facciamo implica uscire fuori dallo stato di inattività in cui ci stavamo coccolando.

La competizione perché ambire a mete più coraggiose, lontane, difficili è nella nostra natura umana (o almeno in quella mia e dei miei figli). Sogniamo la tranquillità, ma in fondo stiamo bene quando abbiamo un sogno da inseguire, un progetto da realizzare. Quando non ci bastiamo e dobbiamo alzare un po’ l’asticella del salto, per misurare davvero il nostro limite.

In una realtà che non riesce a trovare la giusta distanza rispetto alla competizione, che la demonizza o la santifica, che non sa identificare il valore sano e di crescita delle sfide e delle prove, iscriversi a una gara di corsa insegna molte cose.

Insegna che il lavoro da fare è sempre fisico e psicologico insieme, che insieme al corpo si allena la volontà e la resistenza.   Insegna che la fatica avvicina, abbatte le barriere, perché ti verrà naturale sorridere a chi vicino a te soffia e sbuffa cercando le energie per fare ancora i chilometri che mancano. Insegna che non serve una sfida esagerata, clamorosa e ben visibile per mettersi alla prova. È nelle gare apparentemente semplici e un po’ defilate che potrai trovare il tuo spazio, che troverai la soddisfazione di aver battuto te stesso, non quella di aver partecipato a un evento (e poterlo dire).

È nelle sfide che si impara la dignità della sconfitta, il coraggio di ripartire dopo aver fallito, la spinta che dà la delusione. Perché non possiamo darci per vinti, non possiamo smettere di sfidarci. Perché ogni caduta è qualcosa che ci deve far ripartire più motivati di prima. Nella vita, come in una gara di corsa.

muro di gomma

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Ci sono volte che nella nostra strada troviamo muri di gomma. E sono i più difficili da affrontare.

Perché non ti ammaccano il naso e i denti, non ti lasciano segni evidenti dello scontro, ferite e tagli su cui puoi riflettere disinfettando e attaccando un cerotto. Non resta su di loro un piccolo, quasi invisibile segno del tuo impeto, della forza con cui ti ci sei lanciata contro, incurante o non pienamente consapevole dell’impatto.

Perché quando decidi di affrontare un muro sei pronto anche a scontrarti. Quando affronti una prova, sei disponibile ad elaborare una sconfitta, ti convinci che anche quella ti insegnerà qualcosa.

E invece a volte trovi un muro di gomma, che ti rimbalza indietro, come se tu non fossi mai arrivato lì contro. E quando ti ritrovi un po’ stordito, confuso e instabile al punto di partenza, ti guardi il naso, i gomiti, le ginocchia e non trovi graffi. Senti qualcosa che non funziona dentro, ma di tracce esteriori non ce n’è nessuna. Allora ti chiedi davvero se sei andato contro il muro o se hai solo pensato di andarci contro, di sfidarlo e invece non l’hai fatto (e allora controlli se davvero quella mail l’hai mandata o se hai solo pensato di farlo).

Sono i muri di gomma che ti lasciano senza parole, senza insegnamento, senza sconfitta e senza vittoria. Senza partita. Ed è la cosa più difficile non aver partita. Perché non serve allenamento, forza, armi. Serve perseveranza, fiducia in se stessi senza aver motivi per averne (o non averne, ma come al solito l’autostima abbonda), testardaggine.

Per tornare contro quel muro e provare a sfondarlo, a tagliarlo visto che più ci si va contro con forza, più lontano dall’obiettivo si viene rimbalzati.

Per cercare un altro muro, meno sordo, meno indifferente.

è lotta dura ma tendi lo spago

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Provo una certa ambivalenza verso le cose nuove: mi spaventano e mi attirano, come quando da piccola guardavo Shining coprendomi con la mano gli occhi, ma lasciando le dita aperte, in modo da poter spiare e cogliere qualche fotogramma.  Ho i piedi di piombo, questo è un dato di fatto, e tendo a soppesare ogni cosa prima di buttarmi, per evitare di cadere troppo e farmi troppo male. Ma poi quando la routine prende il sopravvento inizio a scalpitare, a diventare insofferente: ho bisogno di aria nuova, dell’agitazione che mi fa fare collegamenti mentali non usuali, liberi, creativi, che aguzza il mio ingegno.
In fondo mi piace star nella tempesta, nelle rapide del fiume, dove quello che faccio fa la differenza, dove posso davvero guidare la mia canoa. Mi piace volare in alto, andare controvento, sfidare le correnti.
E mentre questo avviene, fuori sono determinata, sicura, forte. Fuori.
Dentro, la pancia si aggroviglia, le gambe tremano, i criceti che nella ruota fanno girare gli ingranaggi del mio cervello corrono come dannati, instancabili, giorno e notte.
Tante cose nuove si aprono, prospettive da costruire e rendere reali e concrete, banchi di prova cercati e adesso temuti.
Forza criceti, preparatevi alla corsa. È tempo di partire!

tuttadritta tuttinsieme

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Prima c’è l’incoscienza, la promessa fatta a un’amica più per non fare quello che ti propone per domani, per trovare una merce di scambio che non sappia proprio di scusa.

Poi c’è la determinazione a essere costanti con l’allenamento, perché altrimenti sei certa che non ce la farai mai. E nell’allenamento si alternano la fiducia (nelle giornate giuste) e lo sconforto (in quelle pesantemente sbagliate).

Poi c’è la paura del giorno prima, il pensiero “ma chi cavolo me l’ha fatto fare?” e il senso di aver generato un’aspettativa, in te, ma soprattutto negli altri che sanno che tu sarai lì, che ti fa un po’ tremare le gambe.

Infine arriva l’agitazione positiva, sulla navetta che ti porterà alla partenza, l’allegria del vociare sparso, l’occhio che verifica quanto sembrino allenati, forti, tecnici i tuoi occasionali compagni di viaggio. Il senso di “sentirsi dentro un evento” che ha un senso per la città, che coinvolge, disturba, modifica il corso normale della domenica mattina.

E poi c’è la gara: fatica, trucchi per non pensare, compromessi tra la testa e il fisico (“conti fino a 500 e poi guardi l’ora” oppure “è solo un susseguirsi di semafori”), occhi che cercano i tuoi familiari “supporter”, allegri, festanti, motivanti (“mi stanno aspettando loro, non posso fermarmi”), immaginare di vedere a bordo strada tuo nonno che faceva il tifo alle gare di bici, la tua seconda mamma che sta correndo molto sopra di te, ripensare a Lucia che due settimane fa piangeva alla sua prima gara, ma poi gareggiava, asciugando le lacrime e tenendo a freno l’ansia. Pensieri sparsi che per poco meno di un’ora mi hanno spinto, sostenuto, motivato.

E poi sul fondo vedi il traguardo e lì capisci che ce l’hai fatta, che hai raggiunto il tuo risultato, che hai vinto una dietro l’altra le tue sfide: iscriverti, partire, correre senza fermarti, ottenere il tempo sperato.

Bello. Bello avere chi mi ha spronato, sostenuto, punzecchiato perché io ci provassi. E ci sono riuscita.