meglio non guardare

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C’è chi ha scelto un simbolo che già negli anni 80 sarebbe stato datato, ma c’è il Monviso, è rosso, insomma tutto torna. C’è chi parla di onestà e trasparenza e infatti la foto della candidata in questione è come coperta da un velo, un vedo non vedo che non capisci se sia l’errore di un tipografo distratto o un effetto voluto (in nome della trasparenza di cui sopra). Chi utilizza slogan ad effetto degni dei saldi di un discount ed esplora le varianti cromatiche di un solo colore, come se fosse una mazzetta Pantone. Chi sceglie una foto ispirata, sguardo verso l’orizzonte (che può, a seconda del soggetto fotografato, aprirsi sulla Madonna o sul sol dell’avvenire).
E poi anche chi, nell’incertezza, il simbolo del partito ancora non l’ha messo. Dicono porti male!
Possibile che i manifesti elettorali siano il compito a casa delle peggiori agenzie di comunicazione?

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compagni dai campi e dalle officine

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In questa squallida vicenda lavorativa ho incontrato il sindacato, per la prima volta. Ho deciso di incontrarlo, di affidarmi a loro per farmi tutelare anche se tutti i colleghi hanno scelto strade diverse, perché il sindacato sa di polveroso, di lotta di classe, di anni 80 e di infanzia, soprattutto abitando di fronte alla Fabbrica Italiana Automobili Torino (si, la F.C.A.).

Ho incontrato persone semplici, nel senso migliore del termine, che non si vestono di parole e di sapienza, che mi hanno fatto sentire dalla parte della ragione senza farmi sentire stupida per non essermi accorta di cosa succedeva. Ho incontrato un sindacalista con l’orecchino che mi ha dato subito del tu, perché tra “compagni” ci si da del tu, con i manifesti del Toro attaccati a fianco delle frasi di Di Vittorio, sull’armadio con le porte che si chiudono male. Ho incontrato un’avvocato che sarà stata più giovane di me, che mi ha chiamata signora e ha scherzato sui miei tre figli e sul suo “vivere nel peccato”, che aveva la gonna colorata che avrei messo anche io e che prendeva appunti sul foglio di recupero stampato sul retro, in uno studio che vedevi per intero ruotando la testa di 180 gradi.

Ecco, credo che il sindacato abbia bisogno di entrambe le cose: del metalmeccanico che ha ancora nel dna la lotta di classe e dell’avvocato giovane, che crede che un altro mondo sia possibile, che un altro modo di fare profitto sia realizzabile. E’ unendo queste due anime che possiamo andare avanti e costruirlo a partire da oggi questo mondo possibile, reale, vivo e vitale.