vado forte

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Da quattro anni sono entrata nel magico mondo della palestra. In versione soft e decisamente poco modaiola, perché le lezioni per strada con musica, movimenti coordinati e sorrisi di plastica non mi si addicono molto. Anche in versione poco chiacchierona, perché in fondo resto sempre una timida e pure un po’ stronza, quindi quei quarti d’ora di assenza in cui sento solo la fatica del mio corpo sono qualcosa che non mi infastidisce per niente.

Ho un’insegnante invidiabile, da tutti i punti di vista: perché è una donna bella, intelligente, capace di fare movimenti armonici, eleganti e al tempo stesso di una potenza incredibile. Porta avanti un gruppo misto di età e capacità con fermezza e rigore, spingendo ciascuna a fare un po’ di più, a credere che possiamo migliorare. E io ci provo a crederlo, ma quando mi trovo ingarbugliata nel tessuto come se fossi un salame anziché riuscire a fare la posizione del giaguaro, penso che in fondo lei mi tiene nel corso come mascotte, esempio di come tutti possano provarci (non riuscirci). E mentre sei lì, in uno sforzo sovraumano per capire cosa devi fare e farlo meno peggio di come ti verrebbe naturale, quando la senti che si avvicina ti dici “ecco, sto sbagliando”.

Ieri eravamo lì, gambe appese al tessuto e culo per terra, a fare addominali e lei ha iniziato a passeggiare tra una e l’altra. Ho imparato, non solo in palestra, che la miglior tattica è ammettere subito le proprie debolezze perché in qualche modo dispone l’altro (e spero sempre anche me stessa) in un atteggiamento comprensivo e accomodante. E così quando si è fermata di fianco a me le ho subito chiesto se sbagliavo a far l’esercizio, perché lei aveva detto di tirare su braccia, testa e spalle e io andavo oltre.

– No va benissimo, stavo appunto notando che con gli addominali vai forte –

Ho finito la mia lezione con somma gioia, un briciolo di autostima in più e pensando che l’indomani mattina avrei pagato l’esuberanza dell’addominale, non riuscendo neanche a piegarmi per allacciare le scarpe. E invece tutto tace intorno all’ombelico e io mi godo quel silenzio.

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è vero

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È vero, mancano tante cose.

Il tempo per decidere se dovresti tagliarti i capelli o lasciare crescere questa giungla che hai sulla testa, incolta e restia a farsi domare.

Il tempo per prenotare l’estetista e farsi estirpare la gramigna che cresce sulle gambe, ma in fondo poi ancora non fa caldo da mettersi le gonne in questo maggio anomalo e piovoso e forse puoi ancora resistere.

Il tempo per andare a comprare la maglietta per le cerimonie imminenti ai figli, che verranno con le scarpe da giardinetti e i vestiti di terza mano. E quando tu hai deciso di trovarlo questo tempo, ecco che si infilano altre esigenze familiari e devi accorciare il tuo programma.

Il tempo per girare con calma e solitudine un Salone del Libro che quest’anno avresti proprio voluto celebrare, perché è quello della rinascita, della più piena torinesità che è fatta di sostanza, impegno, caparbietà e concretezza. Perché ci sono tanti amici che praticamente saranno lì sempre e tu avresti fatto volentieri due chiacchiere con loro.

Il tempo per leggere, per correre, per andare in palestra, per scrivere. Tutte cose che mi svuotano dei pensieri e mi riempiono di altri mondi.

È vero, mancano tante cose e soprattutto il tempo. Ma quando la mia città bellissima sarà piena di bandiere, stendardi, manifesti e striscioni di cui conosco formati e dettagli, quando il parco del Valentino sarà in festa, con persone che passeggiano e guardano l’esposizione, quando ci saranno persone che dopo un anno mi accoglieranno con il sorriso e diranno che sono contente di rivedermi, allora potrete capire perché in fondo mi va bene che non ci sia tempo, perché non vivo di sensi di colpa in queste settimane. Perché faccio il lavoro più bello del mondo e lo so.