sogni di spazio

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Vorrei cercare gli orari dei treni, per Napoli ad esempio, perché ieri ho visto una fiction ambientata lì e mi è venuta voglia di tornarci. O dei voli per Praga, Vienna o Budapest, tutti posti  che ancora non ho visto e che vorrei visitare. O per Gerusalemme o Marrakech, immaginando di avere addirittura una settimana di tempo per visitarle, altrimenti non vale la pena. Oppure mi basterebbe cercare un ristorante per la cena e un film da vedere prima o dopo. Ma non lo faccio, perché ho senso della realtà, perché alla fine ci resto male quando mi rendo conto che i miei sogni di evasione si fermano sempre al portone di casa, sullo zerbino consumato su cui ogni giorno trascino i piedi.

Più che sogni di evasione sono sogni di spazio: per me, per quello di cui ho bisogno, per un po’ di aria nuova, per qualche centimetro quadrato di spazio insaturo in cui far nascere pensieri e progetti, per un po’ di irresponsabilità e di solitudine. Spazio senza obblighi, senza cene da preparare, borse degli sport, compiti da controllare, diari da firmare e matite a cui fare la punta. Spazio senza i racconti della giornata degli altri, senza gli incastri quotidiani di impegni non miei. Spazio per rileggere un racconto e cambiarlo, per passeggiare nella neve, per recuperare una lezione in palestra senza pensare quando questo crei meno problemi al precario equilibrio in cui ci muoviamo quotidianamente.

Continuo a chiuderli in un cassetto questi sogni, sperando che ci stiano. Che il rischio vero non è che si espandano a dismisura fino a far esplodere la cassettiera, ma che diventino polvere, qualcosa di impalpabile, praticamente non presente. E un giorno mi dimentichi di averli fatti.

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nuove glaciazioni

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I risvegli sono complessi questa settimana, pieni di pensieri e di riflessioni. Per cose grandi e che potrebbero sembrare lontane, come elezioni, referendum, sentenze. Ma che in fondo sono vicine, grandi e influenti, rilevanti per il progetto di mondo e di vita che ho, per l’idea di educazione che cerchiamo Flavio e io di mettere in pratica.

Vedo una tendenza diffusa nel mondo che mi circonda, una direzione che dal mio punto di vista è una deriva, verso l’affermazione di posizioni individuali, personalistiche. Insoddisfatti del mondo che abbiamo intorno, infelici e provati da un periodo di recessione economica importante, che ci affatica e ci deprime (non solo nei consumi, ma nella nostra vita a 360 gradi) proviamo a rimettere indietro l’orologio. Anziché aprire le finestre e respirare a pieni polmoni l’aria che ci colpisce in faccia, decidiamo di immergerci in apnea e rientrare nel nostro stagno, nelle acque basse in cui ci troviamo a nuotare. Anziché provare a progettare e realizzare un mondo più ampio, collettivo, comunitario ritorniamo nello nostre quattro mura, e chiudiamo la porta, le finestre, il camino (che le cose belle, come Babbo Natale, o quelle brutte, come il lupo, arrivano anche da lì). Anziché pretendere di poter vedere una parte più grande di cielo, per avere l’azzurro e le nuvole, il sole e la neve, chiediamo un tetto sopra la testa, che ci chiuda in un posto che riteniamo sicuro, che ci separi da ciò che c’è fuori che è diverso e inaspettato. Anziché allargare il nostro orizzonte ci mettiamo i paraocchi, per andare dritti su una strada che speriamo ci porti alla sopravvivenza, a una vita se non soddisfacente, almeno sufficiente.

E io ho paura. Paura che il mondo che lascio ai miei figli sia di piccoli interessi, di diritti individuali e individualismo, di “homo homini lupus”, fatto di classifiche, di graduatorie in cui l’obiettivo è arrivare primi. Perché su ciascun gradino ci sta solo una persona, non una comunità. Ho paura che portarsi il pasto da casa a scuola voglia dire non cogliere il valore educativo e formativo del condividere il cibo. Ho paura che vedere le file davanti ai musei contrapposte alla povertà voglia dire togliere cultura, bellezza e libertà a tutti, ricchi e poveri, convinti che l’uomo abbia solo bisogni primari. Ho paura che uscire da una comunità europea piena di problemi, ma che ci obbliga a pensare insieme, in modo collettivo, voglia dire tornare ciascuno nei propri confini e considerare il mondo non più fratello, ma nemico.

Siamo usciti tempo fa dalle caverne, non possiamo rientrarci perché la realtà intorno cambia, ci interroga e ci affatica. Perché da questa nuova glaciazione del pensiero e della nostra voglia di futuro e di evoluzione ci risveglieremo involuti, depressi, più poveri. Lasceremo per la strada gli altri, convinti che sia necessario per salvarci, e scopriremo poi di esserci persi noi stessi. Per sempre.

i sogni son desideri

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Tu ti impegni dall’adolescenza ad accettare che non rientri esattamente nei canoni di bellezza femminile universalmente accettati, con alti e bassi, periodi in cui pensi che in fin dei conti hai il tuo perché e periodi in cui pensi che l’autoironia sia il miglior modo per sgombrare il campo dall’imbarazzo di apprezzamenti che non arriveranno.
Impari a puntare sul contenuto e a valorizzare quello che del contenitore è apprezzabile, utilizzando le strategie che conosci per avere forme femminili se non proprio da maggiorata. Scegli da sempre compagni più interessati a quello che dici che a come sei esteriormente e trovi un certo equilibrio, una sorta di accettazione di ciò di cui la natura ti ha dotato e di ciò di cui non ti ha dotato.

E poi arriva un maschio, di 4 anni, che di fronte a un cartonato di una prosperosa signorina che pubblicizza biancheria intima, si ferma estasiato, l’accarezza e poi ti dice “io vorrei una mamma così”.

Vabbè, caro Diego, non si può avere tutto dalla vita.

vacanza

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Ho bisogno di una vacanza, per non calpestare sempre lo stesso marciapiede che mi porta verso la scuola materna e la scuola elementare, la panetteria e il verduriere. Ho bisogno di una vacanza per evadere dai giardinetti, che se frequentati per alcune mezz’ore a settimana sono un bel momento di socialità, altrimenti diventano (per me) una prigione dalla quale cercare di fuggire facendo la danza della pioggia. Ho bisogno di una vacanza dai rituali quotidiani, fatti di colazione, pranzo, cena, lavatrici, borse dello sport, compiti, voglio l’ebbrezza di una valigia per 5 che sappia prevedere ogni possibilità climatica e qualsiasi incidente con gelato al cioccolato e affini. Ho bisogno di una vacanza per sedermi su una panchina qualsiasi con la testa vuota e i piedi stanchi, guardarmi intorno e leggere la guida, pensare solo alla prossima tappa o al posto dove fermarci a mangiare. Ho bisogno di una vacanza per avere occhi nuovi con cui guardare il mondo intorno, per aver voglia di fotografare tutto il fotografabile (e anche qualcosa in più). Ho bisogno di una vacanza per immergermi in stili di vita diversi, ritmi diversi, paesaggi diversi e giocare con Flavio al piccolo sociologo (incredibile come dallo stile dei manifesti pubblicitari o politici io e mio marito sappiamo intavolare una conversazione sociologica degna del peggiore bar sport). Ho bisogno di una vacanza per perdermi tra le vie con in mano una cartina, anziché nei miei pensieri e senza cartina.