sto offrendo un regalo ai miei figli

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Sto offrendo un regalo ai miei ragazzi. Lo costruisco da sempre, da prima che nascessero, forse anche da prima che abitassero i miei pensieri. Ogni giorno lo arricchisco di un particolare nuovo, di un dettaglio inaspettato ma coerente con tutto il resto. Niente è superfluo: tutto è sostanza e contenuto, a nulla si potrebbe rinunciare senza cambiare la natura del regalo stesso. E come succede sempre, ad ogni natale e compleanno, non so occuparmi del pacchetto, ma questa volta sono giustificata: non servono colori per renderlo più prezioso, non servono fiocchetto e nastrini per tenerlo insieme. Non voglio nasconderlo dietro una carta, non voglio costringerlo in una forma, ma metterlo nelle loro mani così com’è, scoperto e fluido, mutevole e impossibile da ingabbiare.

Sto offrendo ai miei ragazzi una famiglia, il più bel regalo che si possa ricevere. Una famiglia che non è fatta solo di legami biologici e parentele, ma anche di esperienze condivise e di passi fatti insieme. Una famiglia che non conosce barriere di età, con grandi e piccoli insieme, che si aiutano a crescere e imparano l’uno dall’altro. Una famiglia che a volte preferisce azioni e gesti ai discorsi, ma che sa trovare il modo di dare parole alle emozioni per renderle reali, per condividerle e farsene carico. Una famiglia che ha un linguaggio condiviso, quelle parole maestre che sanno condensare significati e valori, impegni e promesse. Una famiglia che è obiettivo e punto di partenza insieme, luogo di riposo e di impegno. Una famiglia che ci fa sentire che non siamo soli quando la strada si fa dura, ma ci lascia camminare con le nostre gambe. Una famiglia che non toglie la fatica e la notte, ma la rende meno buia e impenetrabile, che da speranza e cerca insieme a noi un significato anche nei momenti difficili. Una famiglia che percorre strade diverse, ma sa trovare occasioni e spazi per ritrovarsi, belli o brutti che siano.

Sto offrendo ai miei ragazzi una famiglia perché questo è quello che ho avuto anche io. Nella casa dei nonni e nelle estati con loro, tra funghi e partite a scopa. Nelle giostre a carnevale e nelle vacanze in camper con gli amici. Nelle giornate dei genitori agli scout e nella salita al colle in route. Nelle cene di natale e nelle grigliate estive, negli aperitivi e nelle chat per scegliere i regali per i compleanni. Nei matrimoni, nei battesimi, nei funerali.

Sto offrendo ai miei ragazzi una famiglia perché la vita gustata in questo modo è ben più saporita.

ps. nella foto il tramonto sulla route nazionale a san rossore, il 10 agosto 2014

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meglio soli che accompagnati

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Questa notte, alle 5, sento una voce flebile che mi chiama. È Diego che ha mal di pancia e non riesce a dormire. Proviamo varie cose (ti scappa la pipì? ti faccio un massaggio? bevi un bicchiere d’acqua?), poi gli propongo di restare un po’ con lui. Dorme su un letto alto, di quelli dell’Ikea con le sbarre di fianco.

Mi fa spazio, toglie i suoi 7 o 8 pupazzi che ogni sera sistema per altezza, tolgo i libri che abbandona al fondo del letto tanto lui non ci arriva fin là, e mi sdraio anche io. Gli chiedo di spostarsi e lo fa, ma due minuti dopo si rotola verso di me e io sono talmente schiacciata contro le barre dell’Ikea che potrei passare oltre le barre stesse, come la pasta trafilata al bronzo. Un nuovo formato: le Serenelle. Allora contravvengo al mio credo educativo e gli propongo di andare nel mio letto, almeno posso mantenere l’unitarietà del corpo e tentare di dormire per l’ora e mezza che mi rimane.

Nel mio letto la convivenza è migliore, ma tra un calcetto e un ciuffo di capelli che mi si infila nel naso appena mi giro, capisco definitivamente che il letto ideale è quello singolo. Al massimo una piazza e mezza, ma rigorosamente in solitaria. Perché qualsiasi altro umano dentro il tuo letto, prima o poi nella notte diventerà di troppo, anche se è l’amore della tua vita. Perché se è romantico che ti abbracci mentre state per addormentarvi, lo è molto meno quando tu sarai ancora sveglia, quasi pronta per sprofondare nel sonno e il suo braccio abbandonato sul tuo collo ti impedirà di respirare.

Stesso discorso quando l’ospite di fianco a te emette suoni spaventosi e a niente servono i tocchi gentili. Io vado di calci sugli stinchi, ben dati e decisi; un’amica è costretta a spostarlo di peso per farlo girare. Alcune notti mi sono chiesta se dormissi con un essere umano o col cinghiale della pubblicità della magnesia (che si era mangiato mio marito e non l’aveva digerito).

Non va meglio coi piccoli che dormono a stella (tipo Maggie Simpson nelle tutine) nel posto che dovresti occupare tu, ti rubano le coperte e tu hai il lato verso di loro bollente e bagnaticcio del loro sudore (perché i bambini piccoli che non raggiungono i 20 kg sudano come una persona obesa? non l’ho mai capito) e il lato opposto gelido.

Dopo un marito e tre figli sono definitivamente convinta che l’atto del dormire sia un atto solitario, che non prevede la presenza di alcun altro essere umano. La condivisione dello spazio rovina la performance, è un dato di fatto.

un giorno e mezzo in due

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Non ci volevo credere. O meglio, avevo fatto grandi programmi nella mia testa per questo weekend, ma poi la data di un trasloco aveva fatto naufragare i miei sogni. E allora avevo ripiegato sull’idea di una cena, 6 o 7 ore di solitudine in due, che è un numero perfetto sia per la solitudine che per la compagnia. Perché in due si può scegliere di parlare o di stare zitti, di starsi vicini o lontani, di godersi spazi personali o di coppia.

E poi invece le carte si sono disposte sul piatto, una per volta, in una combinazione fortunata: un campetto scout e una mini vacanza in montagna coi nonni hanno generato un giorno e mezzo di assenza di minorenni in casa. Un giorno e mezzo senza mediazioni per la tv o i videogiochi, senza lamentele perché la cena è già pronta o perché bisogna farsi la doccia.

E provo una sensazione come di vertigine, di spaesamento e confusione. Perché in questo giorno e mezzo non potranno starci tutte le ore di sonno di cui avremmo bisogno, tutta la vita sociale che abbiamo trascurato, tutte le chiacchiere a quattrocchi che abbiamo rimandato per settimane, tutte le mostre che non abbiamo ancora visitato, i film che non abbiamo visto e le cene fuori che non abbiamo fatto.

Però è già qualcosa. E non sapendo quando sarà il prossimo giorno e mezzo senza minorenni, adesso ci organizziamo e sfrutteremo al meglio quello che è appena iniziato.