due sedicenni diverse

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Oggi ho incontrato una compagna di classe che non vedevo dal terzo anno di liceo. Era la mia vicina di banco, aveva un fratello gemello di cui in fondo ero innamorata, andavo a pranzo a casa sua e a fare i compiti, veniva a pranzo a casa mia e a fare i compiti, andavo a sciare con il suo gruppo sportivo. Eravamo amiche, anche se non ricordo grandi confidenze (forse perché non ne ho mai fatte quasi a nessuno).

Presentandomi a suo marito, gli dice “Serenella era spigliata, aveva una buona parlantina, sapeva sempre relazionarsi con tutti”. No, aspetta, forse mi ha confuso con un’altra. Perché io ero timida, impacciata (infatti credo che suo fratello non abbia mai saputo che ero innamorata di lui), mi sentivo fuori luogo, fuori posto, inadeguata in quasi tutte le situazioni. Mi sentivo il brutto anatroccolo, ma non ero per niente sicura che mi sarei potuta trasformare in un cigno (e in effetti avevo ragione, la metamorfosi sarebbe stata più kafkiana che anderseniana). Passavo ore a pensare come vestirmi e poi quando arrivavo a scuola vedevo le belle della classe (perché ero pure nella classe delle fighe della scuola) e io ero tutta diversa, tutta sbagliata, tutta a modo mio, che non era di certo il modo migliore.

I suoi ricordi e i miei ricordi parlano di due 16enni diverse: una socievole e allegra, l’altra chiusa su se stessa e insoddisfatta. Forse sono stata entrambe contemporaneamente, forse non sono stata nessuna di quelle due ragazze. Forse sono stata quello che sono riuscita a essere, con grandi sforzi, con un lavoro continuo e senza sosta. Forse sono ancora quelle due quasi 40enni, forse dentro e fuori ho specchi deformanti che restituiscono un’immagine diversa dalla realtà. Forse posso essere contenta che una compagna del liceo mi ricordi come socievole, spigliata, capace di relazionarmi. Ero meglio di quello che vedevo e forse lo sono anche adesso.

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i figli sono pezzi di noi

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– Stanno giocando a basket in palestra – ripete Jacopo senza sosta a me e alla sua allenatrice a fine partita.

– L’ho capito –

– Ma non hanno le scarpe giuste, rovinano la palestra – continua il sanzionatore.

– Devo andare a dirgli “brutti cattivi”? – chiede l’allenatrice interdetta.

– Si, non possono giocare in palestra con quelle scarpe –

– Ragazzi aiutatemi a riordinare –

A questa frase c’è chi (uno dei due maschi a caso) reagisce prendendo una sola cosa per mano e andando lentamente a metterla in un posto scelto a caso e chi (la femmina) si muove come il diavolo della Tasmania lasciando superfici a specchio dove passa la sua furia riordinistica.

– Mamma, non riesco a dormire –

– Perché Jacopo? –

– Mi sento in colpa perché forse l’amico di Lucia è andato via dalla festa perché aveva litigato con me –

– Non credo sia andato via per quello, però ricordati come stai adesso, così la prossima volta cercherai di essere più gentile soprattutto con un bambino più piccolo –

– Bisogna contare le monetine –

È piena notte, ma Jacopo parla, si siede sul letto, a volte si alza e va in giro per casa. Sembra sveglio, ma non lo è. Credi di parlare con qualcuno che sa cosa sta dicendo, ma non è così. E allora bisogna con fermezza e modi piuttosto sbrigativi dargli ordini semplici e perentori.

– Si, poi le contiamo. Adesso dormi, mettiti giù – Con me, quando lo fa Flavio, funziona.

I figli si portano dentro un patrimonio genetico che renderà più probabile l’insorgere di alcune caratteristiche fisiche: l’allergia ai pollini, la tendenza al sonnambulismo, la calvizie o i capelli biondi.

E altri tratti, che magari sorgeranno man mano, in un miscuglio di natura e cultura, dna ed educazione: la mania di seguire le regole (e volerle far seguire al mondo), la furia quando si decide di fare una cosa, i sensi di colpa per quello che non abbiamo fatto proprio bene, che non ci faranno dormire.

Forse, se un genitore pensa che una punizione a scuola sia esagerata perché “era solo uno scherzo” e non capisce che lo scherzo prevede che tutti si divertano e che ci sia un limite dignitoso per tutti, non ci devono stupire gli atteggiamenti dei figli che vanno oltre, superano il limite e arrivano alla violenza, che sia fisica, verbale o psicologica.

I figli sono pezzi di noi e imparano da quello che vedono e dall’aria che respirano. Quando li guardiamo è come se fossimo di fronte ad uno specchio imperfetto: le immagini non sono proprio uguali, il riflesso non è perfetto. Ma le forme, il contorno riprende le nostre forme, il nostro contorno. Non si scampa.

se avessi uno specchio

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Jacopo durante un riscaldamento prepartita di basket mi chiede di riprenderlo mentre fa il terzo tempo perché vuole capire come lo fa.

Avremmo tutti bisogno di essere ripresi mentre viviamo, o almeno di avere uno specchio in cui sbirciare quello che siamo davvero all’esterno per confrontarlo rispetto a come ci sentiamo all’interno.

Forse se avessi uno specchio in cui sbirciarmi durante un incontro tra scout e non scout sull’educazione, scoprirei che non ho lo stesso sguardo, gli stessi vestiti, lo stesso modo di pormi e di stare seduta su una panca dei 22enni che stanno ascoltando come me un’antropologa parlare di sesso, genere e sessualità. Vedrei che i 15-18 anni di differenza tra me e loro si vedono in molte cose: nelle rughe, negli occhi, nel tono della voce, nel modo di stare seduta. Nel bene e nel male.

Se avessi uno specchio quando vado da un cliente a seguire un servizio fotografico, scoprirei che non sono più la stagista che si occupava principalmente di fare fotocopie in agenzia, ma sono una professionista che coordina un progetto, una consulente con esperienza e competenze riconosciute (e reali).

Se avessi uno specchio mentre parlo coi miei figli davanti a scuola o nello spogliatoio di nuoto, vedrei una mamma che cerca equilibrio tra sé e loro, tra disponibilità, presenza e autonomia, spazi personali, crescita individuale. E che fatica a trovarlo questo equilibrio e spesso oscilla tra dolcezza e aggressività.

Se avessi uno specchio non so se mi piacerebbe tutto quello che vedo. Un po’ si, ma forse anche un po’ no.

di tappi e di specchi deformanti

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Un tarlo si è insinuato nella mia testa dall’altra sera, un tarlo che fingeva di riguardare un pezzo della mia vita, solo una parte, un piccolo aspetto e invece ha aperto la porta di un territorio inesplorato.

E mi sono resa conto che tra quella che penso di essere io, tra come mi vedo io da dentro e quella che vedono gli altri fuori c’è uno specchio deformante di quelli che c’erano nei castelli incantati alle giostre quando ero piccola.

La parola “tappo” ha collegato come una rete frasi buttate lì nel mio passato. “Tu sei una persona per bene, sei scout, noi fumiamo, diciamo parolacce come potrai integrarti?”. “No, non ci credo hai sbagliato anche tu…”.

E allora faccio outing: io non sono disciplinata nel senso che seguo la disciplina imposta, ma mi do una disciplina interna e la seguo. Non sono una persona per bene, che fa quello che è giusto fare, ma una persona che ragiona e che sceglie in autonomia. Sbaglio mille volte e mi arrabbio con me stessa per aver sbagliato, perché non riesco a permettermi il lusso della leggerezza, del perdono verso me stessa.

Tutto sommato, dopo 39 anni di battaglie e struggimenti interni, ho capito che sto bene così, con le mie rigidità, coi miei spigoli, con il mio perfezionismo che insegue inutilmente la perfezione.

E poi una sera, qualcuno mi parla di un tappo da togliere, per lasciare che la pallina scivoli naturalmente su un piano inclinato. E io mi ritrovo a chiedermi chi abbia ragione, da quale parte dello specchio deformante sia la vera me stessa.