nuove glaciazioni

Standard

I risvegli sono complessi questa settimana, pieni di pensieri e di riflessioni. Per cose grandi e che potrebbero sembrare lontane, come elezioni, referendum, sentenze. Ma che in fondo sono vicine, grandi e influenti, rilevanti per il progetto di mondo e di vita che ho, per l’idea di educazione che cerchiamo Flavio e io di mettere in pratica.

Vedo una tendenza diffusa nel mondo che mi circonda, una direzione che dal mio punto di vista è una deriva, verso l’affermazione di posizioni individuali, personalistiche. Insoddisfatti del mondo che abbiamo intorno, infelici e provati da un periodo di recessione economica importante, che ci affatica e ci deprime (non solo nei consumi, ma nella nostra vita a 360 gradi) proviamo a rimettere indietro l’orologio. Anziché aprire le finestre e respirare a pieni polmoni l’aria che ci colpisce in faccia, decidiamo di immergerci in apnea e rientrare nel nostro stagno, nelle acque basse in cui ci troviamo a nuotare. Anziché provare a progettare e realizzare un mondo più ampio, collettivo, comunitario ritorniamo nello nostre quattro mura, e chiudiamo la porta, le finestre, il camino (che le cose belle, come Babbo Natale, o quelle brutte, come il lupo, arrivano anche da lì). Anziché pretendere di poter vedere una parte più grande di cielo, per avere l’azzurro e le nuvole, il sole e la neve, chiediamo un tetto sopra la testa, che ci chiuda in un posto che riteniamo sicuro, che ci separi da ciò che c’è fuori che è diverso e inaspettato. Anziché allargare il nostro orizzonte ci mettiamo i paraocchi, per andare dritti su una strada che speriamo ci porti alla sopravvivenza, a una vita se non soddisfacente, almeno sufficiente.

E io ho paura. Paura che il mondo che lascio ai miei figli sia di piccoli interessi, di diritti individuali e individualismo, di “homo homini lupus”, fatto di classifiche, di graduatorie in cui l’obiettivo è arrivare primi. Perché su ciascun gradino ci sta solo una persona, non una comunità. Ho paura che portarsi il pasto da casa a scuola voglia dire non cogliere il valore educativo e formativo del condividere il cibo. Ho paura che vedere le file davanti ai musei contrapposte alla povertà voglia dire togliere cultura, bellezza e libertà a tutti, ricchi e poveri, convinti che l’uomo abbia solo bisogni primari. Ho paura che uscire da una comunità europea piena di problemi, ma che ci obbliga a pensare insieme, in modo collettivo, voglia dire tornare ciascuno nei propri confini e considerare il mondo non più fratello, ma nemico.

Siamo usciti tempo fa dalle caverne, non possiamo rientrarci perché la realtà intorno cambia, ci interroga e ci affatica. Perché da questa nuova glaciazione del pensiero e della nostra voglia di futuro e di evoluzione ci risveglieremo involuti, depressi, più poveri. Lasceremo per la strada gli altri, convinti che sia necessario per salvarci, e scopriremo poi di esserci persi noi stessi. Per sempre.

Annunci

cosa mi hanno rubato

Standard

C’erano tempi in cui la prospettiva era di miglioramento. Non erano tempi facili, in cui bastava aprire bocca e avevi a disposizione tutto ciò che ti serviva. Erano tempi di fatica, sudore, impegno.
C’erano tempi in cui la dimensione del proprio agire andava oltre l’estensione delle proprie braccia: sia nel tempo perché quello che facevi oggi costruiva ciò che saresti stato domani, che nello spazio, perché l’interesse e l’influenza di ciò che si sceglieva di fare varcava la soglia di casa e costruiva una comunità più ampia.
C’erano tempi in cui l’immaginazione era al potere. E costruiva scenari possibili, progetti di un’umanità diversa, di una società giusta, di un lavoro che dava dignità e un ruolo nella società.
C’erano tempi in cui esistevano meno norme e più buon senso. In cui ci si fidava degli altri e si sorrideva agli sconosciuti.
Io sono stata bambina in questi tempi. E ricordo le gite nei prati con le classi in cui insegnava mia mamma, gite il cui scopo era stare insieme, condividere, fare “famiglia felice “.
Ricordo i sabati mattina con i compagni di classe di mia sorella e i genitori che a turno proponevano attività educative, dalla mostra al percorso ginnico usando gli attrezzi nuovi di zecca installati nel giardino del quartiere.
Ricordo i giochi della gioventù in cui tutti partecipavano e il maestro Petito che inventava nuove discipline perché ciascuno potesse trovare la sua specialità.
Ricordo mio nonno e i suoi amici che discutevano di politica e si arrabbiavano, ma erano convinti che questo mondo lo avrebbero cambiato.
Ricordo i consigli d’istituto del liceo e le manifestazioni, la telefonata alle 7,30 del mattino dell’amico di quinta quando è scoppiata la guerra nel golfo “io vado subito a scuola, ci vediamo li”.
Quei tempi non ci sono più e a parte la nostalgia quello che mi manca è la tensione verso il futuro, la progettualità, la capacità di sognare. Questo mi hanno rubato: la speranza, la capacità di guardare oltre con ottimismo. Oltre la fatica di oggi, oltre le brutture e le ingiustizie del momento. Oltre la situazione contingente. E ciò che faccio più fatica a fare in questa situazione è educare i miei figli. Perché per educare bisogna sognare, progettare, sperare.