allenatori alla vita

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“Lucia oggi è stata molto brava. Ha tenuto il suo ritmo e alla fine ha accelerato. Complimenti!”

Ci sono allenatori che ti stimolano a migliorare, aiutandoti a riconoscere le tue capacità, il valore del tuo sforzo, la tua progressione e il tuo percorso. E ci sono allenatori che ti umiliano, che non “sprecano tempo” con te, che in gara evidenziano quello che non hai saputo fare (“non la farai mai la ruota sulla trave”) anziché sottolineare il coraggio che hai messo nel provarci, anche se era possibile che tu non ce la facessi.

Ci sono allenatori che in gara non si fermano al risultato del singolo, ma costruiscono la squadra, mettono insieme i ragazzi anche in un sport individuale. E poi ci sono gli allenatori a cui il tuo risultato non basta mai, che alimentano la competizione tra compagni di squadra, senza un minimo di rispetto per l’impegno di ciascuno.

Ci sono allenatori che educano e accompagnano nella crescita gli atleti, che li spingono alla responsabilità e all’autonomia, che li vedono come persone sfaccettate. E poi ci sono allenatori per cui ogni agonista è solo una pedina in più per dimostrare il proprio valore, che li tengono legati a sé attraverso i ricatti e i sensi di colpa, che li lasciano indietro non appena i ragazzi contestano qualcosa.

Dopo anni di agonismo nella ginnastica artistica, Lucia è passata all’atletica e finalmente ha trovato un allenatore del primo tipo. Stiamo curando le ferite lasciate da chi c’è stato prima, da chi umiliava anziché educare. Ma non siamo soli a farlo. Dalla sua parte, Luci ha i suoi allenatori di atletica e la strada fatta insieme è sempre più ricca.

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per me il solito

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Siamo esattamente al 50% del fine settimana, che a casa nostra è un modo diverso per dire “tetris”.

Perché in questa 48 ore che spezza la routine, siamo soliti incastrare una miriade di impegni, principalmente dei figli. E visto che abbiamo avuto la sfacciataggine di farne tre, gli incastri sono particolarmente ambiziosi.

Chiunque conosca me e l’altra metà della mela, sa che non facciamo, né abbiamo mai fatto parte della categoria “sportivi”. Eppure gli impegni più frequenti il sabato e la domenica sono quelli agonistici dei ragazzi, tra una gara di marcia e una partita di basket, ovviamente in due posti diversi del Piemonte. E anche se questo vuol dire pranzi trangugiati, nessun pisolino sul divano, due ore al freddo su spalti di cemento o in un palazzetto maleodorante, io continuo a pensare che questo sia un bel modo di passare il mio fine settimana.

Perché il mio posto è sulle gradinate a incitare Luci all’ultimo giro di pista, quando le altre hanno già finito la gara, e vederla avanzare dritta metro dopo metro verso il traguardo. È lì che voglio stare, di fianco alla sua strada, pronta ad accogliere le sue lacrime e il suo sforzo, il suo impegno e la sua perseveranza.

Il mio posto è nel palazzetto del basket, a festeggiare ogni canestro di quei ragazzi che sono la squadra di mio figlio, a osservare ogni passaggio di Jacopo, a intercettare i suoi sguardi prima che si arrabbi con l’arbitro.

Il mio posto è su una panchina della piscina, a guardare i progressi in corsia di Diego o in una palestra di scuola a riprendere col telefonino il suo esordio in un’amichevole di un gioco che un giorno diventerà il basket, ma oggi è un mix tra bowling e rugby.

Il mio posto è lì, dove loro si impegnano, dove crescono con gli altri, dove imparano a sfidare i loro limiti, dove sentono la soddisfazione e la delusione, la gioia e la fatica. Dove si impegnano in un gioco serio, come sono tutti i giochi degni di essere giocati.

Cosa prendo per il prossimo fine settimana? Per me il solito, grazie. Un bel po’ di sport, con i miei ragazzi.

fatica e competizione

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Le attività dei ragazzi sono iniziate, comprese quelle sportive. Non sono mai stata una  fanatica di sport, posso contare poche gare e competizioni nella mia esperienza da bambina. Ma se c’è qualcosa che i miei figli, con i loro sport, mi hanno insegnato è proprio il valore della fatica e della competizione.

La fatica perché nella vita di tutti i giorni quasi nulla ci riesce facilmente, senza fatica e sforzo. Anche le cose che ci piacciono e ci danno soddisfazione, come giocare a basket, saltare sul trampolino o scrivere qualcosa. Ogni cosa che facciamo implica uscire fuori dallo stato di inattività in cui ci stavamo coccolando.

La competizione perché ambire a mete più coraggiose, lontane, difficili è nella nostra natura umana (o almeno in quella mia e dei miei figli). Sogniamo la tranquillità, ma in fondo stiamo bene quando abbiamo un sogno da inseguire, un progetto da realizzare. Quando non ci bastiamo e dobbiamo alzare un po’ l’asticella del salto, per misurare davvero il nostro limite.

In una realtà che non riesce a trovare la giusta distanza rispetto alla competizione, che la demonizza o la santifica, che non sa identificare il valore sano e di crescita delle sfide e delle prove, iscriversi a una gara di corsa insegna molte cose.

Insegna che il lavoro da fare è sempre fisico e psicologico insieme, che insieme al corpo si allena la volontà e la resistenza.   Insegna che la fatica avvicina, abbatte le barriere, perché ti verrà naturale sorridere a chi vicino a te soffia e sbuffa cercando le energie per fare ancora i chilometri che mancano. Insegna che non serve una sfida esagerata, clamorosa e ben visibile per mettersi alla prova. È nelle gare apparentemente semplici e un po’ defilate che potrai trovare il tuo spazio, che troverai la soddisfazione di aver battuto te stesso, non quella di aver partecipato a un evento (e poterlo dire).

È nelle sfide che si impara la dignità della sconfitta, il coraggio di ripartire dopo aver fallito, la spinta che dà la delusione. Perché non possiamo darci per vinti, non possiamo smettere di sfidarci. Perché ogni caduta è qualcosa che ci deve far ripartire più motivati di prima. Nella vita, come in una gara di corsa.

la meglio gioventù

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C’è E. una delle due femmine della squadra che ha la fascia per i capelli nera quando giocano in maglia blu e bianca quando giocano in maglia bianca. Che a inizio campionato finiva un tempo sdraiata per terra con i piedi in alto e oggi corre senza sosta.

C’è D. che è più basso degli altri, ma corre velocissimo e si infila in mezzo agli avversari. Oggi a sua mamma ha detto “non scrivere il mio nome sulla bottiglia, scrivi direttamente Gnomo”. Perché la squadra lo chiama così e a lui va bene. Ma solo loro possono chiamarlo così.

Poi c’è Pingu, ovvero R., che si è presentato con quel nome a tutti. Che alla prima partita non sapeva neanche cosa ci stesse facendo in campo e adesso segue il gioco, lo costruisce, segna E quando esce dallo spogliatoio mi saluta sempre “ciao mamma”, anche se non sono sua mamma.

C’è L. che si concentra sul tifo e che ha seguito anche le partite a cui non era convocato, che ha fatto lo striscione ufficiale, che ha portato tamburelli e trombe da stadio anche nella palestra di scuola.

C’è C., l’allenatrice, che urla e li sgrida, che li riprende durante la partita, che li gela con uno sguardo quando si lamentano degli arbitri, che gli mette il ghiaccio sulle dita contuse e li strattona quando piagnucolano. Poi però li bacia uno per uno alla fine di ogni allenamento, gli ricorda di mettersi la felpa e di coprire la testa d’inverno perché sono sudati. Che sopporta l’odore di bambini che stanno diventando ragazzi negli spogliatoi.

Oggi siamo stati tutto il pomeriggio con loro e con altri come loro.  In un campetto alla periferia di un paese di periferia, sull’asfalto e all’ombra di un traliccio dell’alta tensione. In un torneo di basket in cui tutti hanno avuto una medaglia, anche gli arbitri (ragazzi di poco più grandi di loro), anche i bambini presi tra il pubblico che hanno premiato gli arbitri.

E torno a casa pensando che sia questa “la meglio gioventù”. Quella che corre e suda. Quella che allena bambini e ragazzi alla fatica e alla conquista. Quella che fischia ogni fallo, perché se nessuno ti dice quando sbagli, non potrai mai imparare a non sbagliare.

prove

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Domani Lucia farà la sua prima gara di ginnastica artistica. Sarà una cosa veloce, su cui ha lavorato durante gli allenamenti di quest’ultimo mese, ma senza impegni aggiuntivi. Io mi sono sempre augurata di non avere figli particolarmente brillanti in uno sport, perché l’agonismo mi fa paura: mi sembra che rischi di precludere troppe strade in un’età nella quale non si è ancora in grado di scegliere in maniera così selettiva, così assoluta da non lasciare spazio per altro. Ma poi, quando dopo due ore e mezza di allenamento è stanca ma serena, di quella stanchezza positiva che solo la fatica fisica e la concentrazione insieme sono capaci di farti provare, allora pensi che in fondo per adesso questo gioco possiamo provare a giocarlo. Attenta da mamma ai segnali di stress e di fatica, di ansia da prestazione che possono arrivare, ma anche in maniera spensierata, come è giusto fare quando hai 7 anni.

E poi non sei tu per prima che le insegni che bisogna impegnarsi, provare con tenacia e determinazione, superare se stessi, sentirsi stanchi ma soddisfatti del percorso fatto e anche della fatica? Che anche le prove servono, anche i momenti di verifica in cui in 10 minuti dimostri ciò che hai fatto nelle settimane, nei mesi precedenti? Prima impari a gestire la tua ansia, a mettere da parte l’agitazione e dare il meglio di te stessa in quei 5 minuti che hai a disposizione più facile sarà affrontare la vita. Che non vuol dire che vincerai sempre, che supererai sempre la prova, ma forse che ti sentirai meno frustrata. Imparare a gestire “l’ansia da palcoscenico” ti darà la capacità di usare quel palcoscenico per esprimerti, per avere l’attenzione degli altri e raccontare ciò che sei.

Domani sarò un po’ emozionata anche io, probabilmente più di lei.