amore di mamma

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Diego sta studiando la preistoria: big bang, pangea, era arcaica, meteoriti, piogge interminabili lo affascinano e fanno nascere in lui nuove domande. Soprattutto sente il bisogno di padroneggiare l’idea del tempo, così lontano da risultare irreale, così esteso che la sua (e anche mia) immaginazione non riesce ad abbracciarlo tutto.

Questo fine settimana deve studiare i dinosauri, carnivori ed erbivori, grandi e piccoli. Legge ad alta voce la pagina del libro, mentre io cucino.

– “Iguanodonte. Fu uno dei primi dinosauri a essere scoperti, i primi ritrovamenti risalgono al …” Mamma, tu quando sei nata? –

– Nel 1975 –

– Allora eri già nata! –

– No Diego, sono vecchia, ma non così tanto –

– Ma non quando esisteva l’iguanodonte, quando l’hanno ritrovato “i primi ritrovamenti risalgono al 1822” –

Il bambino è confuso sulle date, meglio insistere per fargli capire il concetto di linea del tempo.

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tu dov’eri?

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Potremmo fare una mappa collettiva. O un album fotografico comunitario, che raccolga le immagini di quell’attimo.

Ci sono eventi che richiamano subito la domanda: tu dov’eri? Sono a volte eventi privati (dov’ero 15 anni fa quando mia sorella ha partorito la sua prima figlia, nonché mia prima nipote? dov’ero quando mia mamma mi ha detto che la sua amica aveva delle macchie sospette sui polmoni? dov’ero quando mi hanno detto che mio figlio era stato preso nella sezione musicale?), a volte eventi collettivi, che ci riguardano come membri di una comunità più o meno allargata, più o meno intima e affiatata.

Oggi è il 23 maggio, anniversario dell’uccisione di Giovanni Falcone, di sua moglie e della sua scorta. E quasi in automatico sui social network ha preso vita il “dov’eri”: io ero a casa e il giorno dopo in coda per entrare al salone del libro con un’amica; altri erano tornati da un’uscita scout in bicicletta; altri ancora l’hanno saputo ascoltando la radio. Fa sorridere il “dov’eri”, ma è qualcosa a cui non sappiamo sottrarci, almeno non io. Ed è qualcosa che in qualche modo ci fa sentire meno soli. Eravamo tutti in posti diversi, ma sapere che un’altra persona ricorda esattamente in quale posto si trovasse e con chi, oppure che facilmente possa far tornare alla superficie della coscienza com’era vestita, cosa aveva intorno, se c’era il sole o il vento, oltre a quali sensazioni abbia provato, da il senso di un evento collettivo. Collettivo e importante, capace di segnare una traccia indelebile nella nostra vita, di definire un prima e un dopo.

È in questi punti, in questi snodi che la Storia incontra le storie, che tocchiamo con mano il senso di essere comunità, la vicinanza con gli altri, anche sconosciuti. In questi momenti ci rendiamo conto che la realtà intorno a noi entra nella nostra vita, anche se non avremmo voluto.

Quando è morto Berlinguer ero a casa dei nonni e mio nonno ha saputo la notizia al telefono; quando ha posato la cornetta le lacrime scorrevano sulle sue guance, in silenzio. Quando l’amica di mia mamma ha scoperto delle macchie sospette sui polmoni avevo appena prelevato al bancomat, in pausa pranzo. Quando mia sorella ha partorito la sua prima figlia, ho chiamato mio marito (che non era il mio fidanzato) e lui mi ha chiesto “sta piovendo?”, perché era in Vespa. Quando c’è stato l’attentato al Bataclan ero a sentir parlare un amico del libro che aveva appena scritto, con mio figlio e i figli di amici.

Ci sono alcuni eventi, forse non più di 10 che sono rimasti nella mia memoria, anche perché ricordo dov’ero. E se costruissimo una mappa collettiva io saprei dove mettere il mio segnaposto.

incroci di s(S)torie

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– Mamma, lo sai che Lucy, l’australopiteco l’hanno scoperto nel 1974 e la mia maestra aveva 12 anni, come Jacopo, e si ricorda ancora quando hanno dato la notizia – mi dice Lucia l’altro giorno a cena.

– Quando c’è stato l’incidente di Chernobyl ero andata a far la spesa e gli scaffali del supermercato erano vuoti. Non avevo comprato il latte perché pensavo che magari serviva a qualche bambino e noi potevamo farne a meno -racconta la nonna a Jacopo.
– Ma dai, è esagerato – risponde lui scandalizzato.
– È vero, ma quando noi eravamo piccoli c’era proprio questo clima, come se la guerra fosse qualcosa che poteva capitare da un momento all’altro. – intervengo.

Quando sei piccolo un sacco di cose sembravano diverse, un sacco di eventi ti rimangono in mente e li ricorderai per sempre.

Chernobyl era la maestra che mi faceva lavare la mela venti volte prima di farmela mangiare con la buccia. L’etanolo nel vino (oggi ho sentito che sono passati 30 anni dallo scandalo del vino addizionato) era qualcosa su cui mio nonno e mio papà si prendevano in giro ai pranzi di famiglia, chiedendosi se l’uno avesse “corretto” il vino dell’altro. La mucillagine nell’Adriatico della fine degli anni 80 per me in realtà era la “maciullaggine” come l’ha sempre chiamata mia nonna con le sue amiche del parco. Il golpe di agosto in Unione Sovietica erano i preparativi per andare tutti alla manifestazione che poi si sono conclusi con una cena di amici a casa di mamma e papà con un dolce francese imparato a fare nel soggiorno dalla famiglia Pontoise. L’attentato alle Torri Gemelle è una cena alla Festa dell’Unità, in un clima irreale, come congelato.

Quali eventi resteranno nella memoria dei miei ragazzi? Forse le Olimpiadi del 2012, quando Diego aspettava l’inno per andare a dormire. O gli Europei del 2012, quando al mare con gli amici sentivamo i vicini di casa tedeschi esultare. Oppure l’attentato di Parigi alla redazione di Charlie Ebdo, per cui siamo andati alla manifestazione in piazza coi cartelli con su scritto “io sono Charlie”.

La Storia, quella con la S maiuscola, quella che si racconterà sui libri o si ricorderà nei tg, passa di fianco alla nostra storia, quella più dettagliata, meno interessante per molti, più memorabile per ciascuno di noi. E ci sono dei punti in cui si incontra, dei momenti che resteranno indelebili nella memoria di ciascuno di noi.

 

la musica è cambiata

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Casa dei nonni, anni 80. Io e mia sorella mettevamo sul giradischi i 45 giri di mamma: principalmente Beatles, Gianni Morandi e poi Rita Pavone, “Il ballo del mattone”, che ci trascinava in danze sfrenate sulle piastrelle di marmo del salotto.

Era il 1984. Avevo l’età di mia figlia Lucia, mese più mese meno. Abitavamo ancora nella casa vecchia (incredibile come la seconda casa in cui ho vissuto con i miei genitori, dopo oltre 30 anni, rimanga ancora “la casa nuova”, in rapporto a quella precedente), quella in cui la camera mia e di mia sorella era il salotto e avevamo diritto ciascuna all’interno di un’anta del mobile del soggiorno per attaccare figurine, disegni e tracce della nostra presenza in casa.

Siamo entrati nel negozio di musica del quartiere e abbiamo comprato la nostra prima musicassetta: “Born in the Usa”, Bruce Springsteen, in onore di mamma a cui piaceva tanto. Avevamo un mangianastri, non solo il giradischi. Ho ancora quella cassetta a casa (la mia e di Flavio, quella nuova, perché è la seconda della nostra famiglia), insieme con un’altra di Francesco Guccini, registrata da quello che sarebbe diventato mio cognato.

Quattro anni dopo, 1988, la tecnologia casalinga ha avuto una nuova evoluzione: avevamo uno stereo serio, con casse separate, mobiletto col vetro davanti e lettore cd. Consueta gita al negozio di dischi e trofeo: “Quasi come Dumas” di Francesco Guccini, che ormai era diventato l’accompagnatore canoro della mia adolescenza.

Poi c’è stato un ritorno alle origini, il tempo dei 33 giri di zio (recuperati sempre a casa dei nonni): Alan Parson Project, David Bowie, Inti-Illimani. Mettevi il disco e con perizia da cardiochirurgo posizionavi la puntina proprio all’inizio della traccia.

Oggi ho preso uno scatolone dal garage e ho deciso di fare spazio nella libreria: ho messo dentro tutti (o quasi) i cd che Flavio e io abbiamo portato a casa nostra dalle case dei nostri genitori o che ci siamo comprati e regalati in questi 13 anni di matrimonio. Ho ritrovato compilation create e regalate da amici e parenti e quelle fatte da noi per il nostro matrimonio.

Oggi, basta uno smartphone e una connessione, al massimo una chiavetta usb, per aver tutta la musica che voglio (e anche molta altra in più).

I tempi sono cambiati, cambiamo musica.