le notizie belle

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Le notizie belle sono belle belle quando hai l’imbarazzo della scelta a chi dirle per primo: a tuo marito o ai ragazzi, che anche se non capiranno fino in fondo quello che significa saranno felici per il solo fatto che tu sei felice. Ai tuoi genitori o ai tuoi suoceri, che sono sempre lì vicini a te e che ti appoggiano con una fiducia forte e costante. A tua sorella, a cui non racconti sempre subito tutto perché sei fatta così, ma senti di doverle lo ius prime noctis quando i pezzi del puzzle tornano a posto, anche se lei non sapeva che stavi giocando a questo gioco. Alla tua amica di sempre o ai tuoi due amici che sono anche marito e moglie (chi chiamo dei due? questo il dubbio amletico di questa mattina), che hanno sempre ascoltato le mie soddisfazioni e le mie fatiche, che sanno dirmi la parola giusta al momento giusto (“lo sai che questa non è fortuna, vero?”). A quei tre amici che ti hanno stimolato e insegnato a costruire questa nuova tappa, che ti hanno aiutato a tirar fuori quello che tu hai dentro, o alla tua amica ex collega, che prima condivideva un ufficio e adesso condivide tutta la vita, fatiche comprese.

Le notizie belle sono belle belle quando arrivano a sorpresa, ma non per caso. Quando senza neanche rendertene conto veramente le hai costruite un pezzo per volta, senza neanche sapere dove sarebbero andate a parare. Quando hai scommesso su qualcosa che sembrava difficile da capire ai più e invece è diventata la chiave per una nuova strada, che potrà farti battere forte il cuore come la prima che hai percorso, quella che ti ha insegnato tanto e in cui hai dato tutta te stessa a lungo.

Le notizie belle sono belle belle quando mettono gioia, ma non sorprendono chi vive tutti i giorni con te, perché sa che quando ti metti su una strada, difficilmente la abbandoni a metà. E quando cadi ti rialzi, più consapevole di prima, più determinata ad arrivare in fondo.

Mi godo le notizie belle e il fatto che diventino ancora più belle più le condivido con gli altri.

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nella buona e nella cattiva sorte

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C’è una promessa che, quasi 14 anni fa, ci siamo fatti reciprocamente Flavio e io “nella buona e nella cattiva sorte” o qualcosa di simile, perché ci siamo cambiati le parole che quelle tradizionali non ci piacevano. E credo che quella promessa, per quanto non ci sia un momento ufficiale in cui viene pronunciata, la facciamo anche con tante altre persone della nostra vita: con gli amici, coi fratelli, coi parenti.

Ecco, quando sarò nella cattiva sorte, quando qualcosa nella mia vita andrà un po’ storto, io voglio solo chi c’è stato in quella buona.

Voglio chi ha festeggiato con me i miei compleanni, le mie gare di corsa, i primi passi dei miei figli, il mio racconto pubblicato, il mio lavoro nuovo, il mio taglio di capelli, le case comprate e vendute, chi ha condiviso settimane di vacanza in una casa con tanti bambini.
Voglio chi ha camminato con me in montagna, chi mi ha insegnato a potare un ulivo o a costruire trappole per le mosche con le bottiglie di plastica, chi mi ha dato la ricetta per l’impasto della torta verde, chi ha scavato zucche di Halloween e chi ha fatto bagni in mare  dopo lunghe pedalate in bici.
Voglio chi mi ha consigliato libri da leggere, chi ha riso degli spettacoli improvvisati dei miei ragazzi, chi ci ha organizzato gli scherzi la sera del matrimonio, chi ha grigliato costine e tomini in case in campagna, chi ci ha invitato a pranzare insieme una domenica di luglio in una casa con la piscinetta coi bambini.
Voglio chi mi ha visto adolescente, chi mi ha regalato il primo reggiseno, chi mi ha cucinato i dolci che mi piacevano quando sono tornata a casa, chi mi ha portato in giro in camper, chi ha giocato con le pentoline al parco, chi mi ha invitato a mangiare a casa sua offrendomi quello che c’era, chi ha visto con me mongolfiere alzarsi in volo.

Voglio solo chi c’era prima, quando la vita ci permetteva di stare insieme, quando trovavamo sempre qualcosa da festeggiare, quando sapevamo lasciar perdere le stupidaggini, le offese temporanee, le questioni di principio per vedere quelle di valore: che la vita è una sola e a volte è inaspettatamente corta, troppo per rimandare i momenti belli. Solo chi ha riso con me saprà mischiare le sue lacrime con le mie, solo chi ha visto i miei occhi sorridere saprà sostenere il mio sguardo triste. Non voglio piangenti, solo compagni di strada. Nella buona sorte, che poi per la cattiva ci sarà tempo.

perché è bello lasciarvi andare

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Ci sono due zaini pronti in camera, con dentro magliette, calze, pantaloncini e maglioni pesanti. Ci sono due zaini carichi di allegria, paura di qualcosa di nuovo, voglia di godersi l’ultimo campo, entusiasmo, autonomia. Ci sono due zaini che torneranno infangati, con gobbe e sacchetti aggiuntivi appesi fuori perché la roba sporca occupa più posto di quella pulita, pieni di ricordi, emozioni, esperienza.

Lucia e Jacopo partono per il campo scout e io penso che è proprio bello lasciarvi andare.

Perché lontano da me scopro quanto siete autonomi e indipendenti, capaci di cavarvela e pieni di risorse. La mia vicinanza vi impigrisce e rallenta la vostra corsa verso i giorni che vi aspettano.

Perché i vostri piedi hanno misure diverse dai miei e le vostre gambe camminano ad altri ritmi. E nell’andare per il mondo ciascuno deve trovare il proprio passo per poi poter essere capace di stare a fianco degli altri, in un passo comune che tenga conto delle esigenze e dei tempi di tutti.

Perché il mondo è troppo grande e bello e pieno di esperienze per limitarsi a quelle che potremmo fare insieme. Avete l’energia e lo stupore dei vostri anni che non saranno mai gli stessi di quelli miei, perché la vostra sete di scoperta deve trovare più fonti per poter essere soddisfatta e al tempo stesso continuamente alimentata.

Perché non si educa mai da soli, ma con altre persone intorno. E le persone con cui andate sono nostri compagni di strada, fratelli e sorelle nell’educazione, tutti tesi verso lo stesso obiettivo, tutti appassionati dello stesso progetto, tutti innamorati delle stesse persone: la bambina e il ragazzo che siete, la donna e l’uomo che diventerete.

Perché i vostri sorrisi, le vostre chiacchiere, i vostri graffi e la vostra stanchezza raccontano molto più di quanto vedrebbero i miei occhi se fossi lì con voi. Raccontano non solo ciò che è successo fuori, ma quello che si è trasformato dentro di voi, mentre la vita scorreva, mentre mangiavate con gli altri su un tavolo senza tovaglia, mentre scoprivate il bosco, mentre affrontavate la fatica, mentre superavate la timidezza.

Allora andate, ragazzi miei, da soli per la strada. Andate a costruire il vostro futuro, andate a mettere un mattoncino sopra l’altro per dare fondamenta alla vostra persona, andate a scegliervi la strada e i compagni di viaggio, perché ognuno ha la responsabilità di fare delle scelte. Andate a vivere la vostra vita. E io sarò felice e serena, perché so che quello che vi ho dato e continuo a darvi ogni momento, ve lo portate dentro, sulle mani, negli occhi, nel naso e nella bocca, che se fosse solo dentro il cuore non uscirebbe mai dai vostri gesti, dal vostro modo di guardare il mondo, di annusarlo, di assaporarlo.

Sarò felice ed emozionata, perché vedere una bambina e un ragazzo che vanno da soli ad affrontare il mondo è sempre un’emozione fortissima e indimenticabile.

crescere è un percorso

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Ci sono strade lineari, che tagliano montagne e superano precipizi con la tenacia delle gallerie e l’equilibrismo dei viadotti. Che vanno dritte al punto, dirette e inesorabili, percorsi brevi e indolori, tutti un po’ anonimi e uguali a loro stessi. Ti portano velocemente a destinazione, senza entrare in relazione con ciò che attraversano.

E poi ci sono i percorsi, che di fronte alle montagne insegnano il passo misurato e lento dei sentieri in salita, che davanti a burroni e pietraie che sembrano un mare sotto di te impongono un cammino a zig zag, tagliando la discesa con calma e gesti ripetitivi. Ci sono i percorsi che richiedono tempo e pazienza, direzioni che sembrano portarci lontano dalla nostra meta. Quelli che richiedono fiducia, in noi stessi ma anche in qualcosa di più.

Crescere non è una strada, è un percorso. Che passa per azioni, scelte, conseguenze varie e a volte strane, incomprensibili. Guardo i miei figli e vedo che diventare grandi passa per un kebab insieme a tuo cugino, tu e lui, in un ristorante semi vuoto, seduti giusto il tempo di mangiare e di farsi fare la tessera fedeltà dal proprietario. Passa per i compiti non fatti perché hai lasciato il libro a scuola e la preoccupazione nell’andare in classe e confessare la cosa alla maestra; ci sarebbero stati altri modi per fare quei compiti, ma sarebbero state delle strade che non avrebbero lasciato tracce. Invece il percorso che fa passare per la rabbia, l’ingegnarsi a cercare il tempo di recuperare, il coraggio di far leggere alla maestra l’avviso lasciato sul diario, l’orgoglio di averli recuperati prima del previsto e portarli a scuola fatti il giorno dopo lascia delle tracce e una consapevolezza a cui potrai attingere per cose ben più importanti dei compiti di italiano. Passa per il coraggio di salire per la prima volta su un pullman da solo, a 12 anni, andarsi a comprare il biglietto (“mi sono sentito proprio grande”), ricordarsi la fermata e scendere. Passa per la capacità di dormire in camera senza i tuoi fratelli e non volere la luce accesa, entrare in classe senza salutare la mamma, andare via con gli scout e gestire le proprie cose, farsi la doccia da soli e scoprire, da un giorno all’altro, che le lettere messe una di fianco all’altra sono parole e che quelle parole si possono leggere. Crescere passa per un biglietto con su scritto il nome del tuo fidanzato nascosto nel diario e nelle scuse inventate per dire che non era vero quando qualcuno lo legge per errore, che non l’hai scritto tu. Crescere passa per una bacheca piena di fogli, una medaglia e un biglietto che fa coraggio.

Crescere e far crescere è un percorso, mai banale e scontato. Mai noioso, faticoso spesso. Indispensabile sempre.

correre con te

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Come sempre, abbiamo iniziato un po’ in sordina. Senza prenderci troppo sul serio, senza dare per certo il risultato. Perché in fondo anche tu sei uno che va avanti a testa bassa, senza lasciarti andare a troppe celebrazioni.

Abbiamo iniziato condividendo la fatica di una strada in salita, ma anche l’ora passata in due in una vacanza affollata di famiglia e amici. Abbiamo chiacchierato di quello che vogliamo da noi stessi, di quale sfida ci stimola di più, di competizione e squadra.

Ti ho raccontato la mia stanchezza, ti ho parlato di quando la testa non va avanti, dei trucchi che ho usato per proseguire, per superare l’inerzia iniziale. Ho raccolto la tua delusione quando non sei stato all’altezza delle tue aspettative, ho promesso che quel momento di stallo sarebbe stato un segreto tra noi due per poi sentirtelo raccontare al nonno appena tornati a casa. Perché sapevi che avevi deluso solo te stesso, non gli altri.

Abbiamo trovato il tempo quando la quotidianità è ricominciata dirompente e scandita da tempi precisi. Abbiamo trovato per strada un altro compagno e avete imparato a stare insieme e a stare da soli, ad aspettarvi alla panchina quando uno si ferma prima.

Ti ho sgridato e spronato, ho cercato soluzioni per risolvere i tuoi acciacchi, ho riconosciuto la tua caparbietà e la tua testardaggine, ho parlato per farti distrarre, ho ascoltato i tuoi racconti. Ho sorriso di fronte alla tua stanchezza sul divano.

E tu hai corso. Ti sei fidato di me quando ti dicevo che potevi farcela, ti sei intestardito quando sei venuto a correre per dimostrarmi che volevi farlo davvero, ti sei perdonato quando ti è capitata la giornata sbagliata, ti sei emozionato quando sei stato capace di superare i tuoi limiti.

Ecco perché correre con te è più bello che correre da sola.

la strada degli indisciplinati

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La strada percorsa dagli indisciplinati è lastricata di buone intenzioni. Prendete i miei blocchi degli appunti: ci sono dei meravigliosi titoli, pronti a fare da cappello a istruzioni chiare, semplici, precise e dettagliate. Li scrivo quando mi rendo conto che è importante memorizzare qualche informazione, sistematizzare qualche procedura che ho già fatto ma di cui ho dimenticato i passaggi fondamentali.

Li scrivo perché in fondo hanno fascino gli elenchi ordinati, gli spazi classificati in categorie, gli armadi con i vestiti suddivisi per colore e le librerie per argomento. Hanno fascino e trasmettono sicurezza, promesse di ritrovamenti facili, immediati. Non quelle ricerche prive di bussola e di indizi che di solito mi ritrovo a fare per cercare qualsiasi cosa, dal libro che ho letto una settimana fa al sacchetto per la merenda, ai braccioli appena comprati.

È un dato di fatto la mia mancanza di disciplina, il mio procedere per intuizioni, lampi isolati in una coltre di nubi bianche. E non servono a niente gli sforzi: anche se scriverò un titolo ordinato in un blocco di appunti, la procedura per trasferire un blog non la scriverò su quella pagina bianca e la prossima volta brancolerò nuovamente nel buio. Anche se una voce dentro di me mi ripeterà di ascoltare con attenzione le indicazioni di mio marito per arrivare al punto di ritrovo del campo scout di mio figlio, quando sarò lì, tra paesi semisconosciuti, con il tempo contato, non mi ricorderò più se mi ha detto di girare a destra o a sinistra al semaforo. E lo chiamerò, per farmi ripetere le indicazioni. Consapevole che di me stessa non mi posso fidare. Ma, come mi hanno detto meno di un mese fa i miei figli in coro, “fidati di papà”.

La strada percorsa dagli indisciplinati come me è piena di persone metodiche che li riaccompagnano sul percorso battuto.  A volte però i disciplinati, più o meno consapevolmente, si perdono felicemente con gli indisciplinati, perché perdersi in fondo ha sempre il suo fascino. Come gli indisciplinati.

spingerai i tuoi passi sulla strada

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È partito tranquillo, ma un po’ timido. A disagio per i 5 minuti di ritardo (ma devo ammetterlo che lo ero anche io), stupito per la presenza del suo capo (“mamma c’è Akela, cosa ci fa qui?”), un po’ preoccupato perché non c’era nessuno che conoscesse.

Mi ha chiesto di aspettare che arrivassero tutti ed è stato quasi sempre vicino a me e a sua sorella finché non li hanno chiamati in cerchio. Non ha voluto portare una torta per il suo compleanno, che festeggiava proprio il primo giorno di campo, ma poi ha spento le candeline della torta che la staff gli ha preparato.

È tornato cantando con gli altri, al fondo del gruppo, chiacchierando con Akela (“mamma è meglio l’Akela delle piccole orme che quello del branco, si vede che voleva fare bella figura”). Ci ha salutato velocemente e poi mi ha detto “aspetta che devo salutare gli altri” e si è buttato man mano in abbracci singoli o di gruppo, in assalti alla staff, in scambi di occhiate.

Se è vero che si impara da piccoli a diventare grandi, tu Jacopo stai camminando sulla tua strada con fermezza e passo sicuro, consapevole che non sei ancora arrivato alla meta e che la strada è più bella quando la si percorre insieme a qualcuno.

Se è vero che il capo scout è un fratello maggiore, hai trovato dei fratelli e delle sorelle abbastanza solidi da permetterti di non essere d’accordo con loro, da non cercare la tua approvazione per forza, da fare delle scelte e portarle avanti. E capaci di darti lo spazio per cambiare idea, anche su di loro.

Spingerai i tuoi passi sulla strada e sono certa che sarà lunga. Perché non sei uno che si spaventa di fronte alla fatica, perché sei uno che ha l’ambizione di arrivare lontano. Buona strada, Jacopo.