meglio soli, che accompagnati da noi

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A inizio settimana sono stata a parlare coi capi scout di Torino (quelli che si occupano di bambini dagli 8 ai 12 anni) di educazione e nuovi strumenti di comunicazione. E vista l’età troppo bassa (mi auguro) perché i loro ragazzini utilizzino autonomamente i moderni sistemi di comunicazione, social, whatsapp e via dicendo, mi sono ritrovata a parlare con loro soprattutto di genitori. E, da genitore, sono stata molto critica verso la categoria.

Oggi scopro che non lo sono stata abbastanza. Ho detto a questi giovani adulti che si accollano la responsabilità di 30-35-40 bambini ogni sabato o domenica, che li portano in giro per la regione, che li fanno camminare in montagna o andare per le strade del quartiere in gruppetti a vendere calendari, ho detto loro che ciò che devono fare è fornire ai ragazzi una bussola per muoversi in questo mondo digitale, in cui le comunicazioni si semplificano e le relazioni si annacquano, in cui tutto è facile e immediato e lo spazio e il tempo del pensiero si perde tra un invio e un like. Ma se chi dovrebbe tenere in mano la cartina e la bussola vive un’adolescenza che non possiamo chiamare tardiva, ma ormai trapassata, e comunica in maniera compulsiva, superficiale, inutile col resto del mondo solo per il gusto di sentirsi al centro della rete, allora davvero questi ragazzi, i nativi digitali, hanno poco da imparare da noi.

Li lasciamo in mezzo a questo oceano, enorme, senza avergli dato gli strumenti per nuotare in mare aperto, senza avergli insegnato i principi e i valori che li potranno guidare quando il cielo sarà cupo e non si vedranno le stelle. Invocheremo una regola al di fuori di loro perché non saremo stati capaci di far germogliare dentro di loro quella legge morale che dovrebbe guidare il loro (come il nostro) agire, che richiede volontà e libertà.

In una settimana di fatti di cronaca sconvolgenti e devastanti, in cui ho avuto in mente il “per vedere di nascosto l’effetto che fa” della canzone di Jannacci, che per la prima volta suonava macabro e terribile, credo sia meglio andare in giro senza bussola se quella che hai a disposizione ha l’ago impazzito, che segue l’istinto del momento. È questo quello che facciamo coi nostri ragazzi: fingiamo di essere una guida e, con la certezza degli adulti, li portiamo sulla cattiva strada, senza neanche accorgercene.

 

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sacco pieno o sacco vuoto 

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Sono un sacco pieno di “non so”, di cose iniziate che non riesco a portare a termine.

Sono un sacco pieno di ambizioni, con grandi buchi da cui esce l’autostima faticosamente accumulata sul fondo.

Sono un sacco trasparente, che non sa usare la carta a sorpresa, non sa dosare gli effetti speciali (quelli che ci sono), che fa vedere subito l’asso nella manica e lo spreca prima che sia il momento di giocarselo.

Sono un sacco pieno di dubbi su dove sia giusto stare, quale voce ascoltare tra le mille che parlano nella mia coscienza, senza sosta, contraddicendosi a vicenda.

Sono un sacco che a volte non si sente grande ma si sente già vecchio. Sono un sacco che non ha una forma, ma non trova un contenuto. Che vorrebbe andare su strade possibili (magari sbagliate), ma non trova il coraggio di sceglierne una.

Sono un sacco pieno di paura per quello che deve iniziare e per quello che potrebbe dover lasciare indietro.