paura di perdere

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Anni fa, credo almeno 7, ero in macchina con uno dei miei capi di lavoro e chiacchieravamo di figli (lui ne aveva uno, ormai 25 enne, io due di 5 e di 2 anni) e di famiglia. Alla mia domanda sul lavoro della moglie la risposta è stata:

– Faceva l’insegnante, ma poi è stata a casa a badare al figlio – con un tono che faceva capire che era una scelta naturale, normale, ovvia per qualsiasi famiglia di buon senso.

Gli stessi che alle 18 fissavano riunioni che sarebbero durate ancora un’ora e mezza mentre i miei figli erano usciti da scuola da due ore, quelli che di fronte alla mia pancia abitata di 7 mesi mi chiedevano se ci sarei stata un paio di settimane dopo per un evento di lavoro, avevano mogli che con un figlio stavano a casa ad accudirlo, a prendersi cura di lui o di lei (e ne facevano dei viziati isterici come ne ho conosciuti pochi). Gli stessi che pretendevano da me e da tutte le altre colleghe una dedizione profonda e al limite dell’abnegazione verso il nostro lavoro, che ci chiamavano mentre eravamo in ferie il 24 dicembre, poi ci definivano “capo delle hostess” o ci riducevano al ruolo della segretaria agli occhi del cliente, ben consapevoli però che non era quello il nostro ruolo reale.

Entri dal parrucchiere e trovi una donna alla reception, un’altra al lavatesta, una alla piega. Ma chi taglia è l’uomo, nei saloni chic come in quelli di periferia. Vai in un ristorante e trovi una donna a servire ai tavoli, un’altra a tagliare le verdure del soffritto, una che pulisce il locale quando sarai uscito. Ma lo chef sarà l’uomo.

Più che i nomi comuni al maschile (assessore, sindaco, ministro per dirne alcuni) ciò che mi infastidisce e mi sembra discriminatorio è questo ruolo della donna funzionale ai progetti di un uomo. Finché servi stai in prima linea, poi però lasci la ribalta a qualcun’altro e torni angelo del focolare. Non lo fanno per discriminarti, ma per “tenderti una mano” (ieri ho sentito questo in un tg, detto da Giovanardi sulla questione della candidatura di Giorgia Meloni a sindaco di Roma) e aiutarti.

Non abbiamo bisogno che ci ricordiate di quanto sia faticoso conciliare il lavoro o un ruolo sociale con quelli intimi e familiari, soprattutto quando si hanno dei figli. Lo sperimentiamo ogni giorno, quando tra una riunione di lavoro e l’altra coordiniamo gli accompagnamenti dei figli alle attività extra scolastiche tra nonni, amici e sostenitori che ci aiutano. Lo sperimentiamo nelle serate passate fino a mezzanotte a cucire il vestito da sceriffo per la festa di carnevale della scuola materna dopo una giornata passata fuori casa. Lo sperimentiamo quando ripassando per 3 minuti di corsa a casa prima di tornare in ufficio a metà pomeriggio consoliamo un figlio per la sua ultima delusione scolastica.

Lo sappiamo che siamo brave e lo sapete anche voi, cari uomini, forse è proprio per questo che non ci volete alla pari. La vostra non è generosità, è paura di perdere.

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la musica è cambiata

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Casa dei nonni, anni 80. Io e mia sorella mettevamo sul giradischi i 45 giri di mamma: principalmente Beatles, Gianni Morandi e poi Rita Pavone, “Il ballo del mattone”, che ci trascinava in danze sfrenate sulle piastrelle di marmo del salotto.

Era il 1984. Avevo l’età di mia figlia Lucia, mese più mese meno. Abitavamo ancora nella casa vecchia (incredibile come la seconda casa in cui ho vissuto con i miei genitori, dopo oltre 30 anni, rimanga ancora “la casa nuova”, in rapporto a quella precedente), quella in cui la camera mia e di mia sorella era il salotto e avevamo diritto ciascuna all’interno di un’anta del mobile del soggiorno per attaccare figurine, disegni e tracce della nostra presenza in casa.

Siamo entrati nel negozio di musica del quartiere e abbiamo comprato la nostra prima musicassetta: “Born in the Usa”, Bruce Springsteen, in onore di mamma a cui piaceva tanto. Avevamo un mangianastri, non solo il giradischi. Ho ancora quella cassetta a casa (la mia e di Flavio, quella nuova, perché è la seconda della nostra famiglia), insieme con un’altra di Francesco Guccini, registrata da quello che sarebbe diventato mio cognato.

Quattro anni dopo, 1988, la tecnologia casalinga ha avuto una nuova evoluzione: avevamo uno stereo serio, con casse separate, mobiletto col vetro davanti e lettore cd. Consueta gita al negozio di dischi e trofeo: “Quasi come Dumas” di Francesco Guccini, che ormai era diventato l’accompagnatore canoro della mia adolescenza.

Poi c’è stato un ritorno alle origini, il tempo dei 33 giri di zio (recuperati sempre a casa dei nonni): Alan Parson Project, David Bowie, Inti-Illimani. Mettevi il disco e con perizia da cardiochirurgo posizionavi la puntina proprio all’inizio della traccia.

Oggi ho preso uno scatolone dal garage e ho deciso di fare spazio nella libreria: ho messo dentro tutti (o quasi) i cd che Flavio e io abbiamo portato a casa nostra dalle case dei nostri genitori o che ci siamo comprati e regalati in questi 13 anni di matrimonio. Ho ritrovato compilation create e regalate da amici e parenti e quelle fatte da noi per il nostro matrimonio.

Oggi, basta uno smartphone e una connessione, al massimo una chiavetta usb, per aver tutta la musica che voglio (e anche molta altra in più).

I tempi sono cambiati, cambiamo musica.