avevo tre mesi di tempo

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Avevo tre mesi di tempo, eppure stamattina prima di andare a lavoro ho cercato le cartelle in sgabuzzino e le ho annusate per capire se a giugno le avessi lavate. Non ricordo di averlo fatto e quindi si sono vinte un giro in lavatrice.

Avevo tre mesi di tempo, eppure non so se Diego abbia un grembiule che gli starà per tutto l’anno che ha di fronte. Quello della terza elementare era bello vissuto, da lui e da almeno un paio di altri bambini, tra fratello, cugino e amici di famiglia. Ammetto anche che lo scorso anno aveva il grembiule con un nome ricamato sulla tasca. Non era il suo nome.

Avevo tre mesi di tempo, eppure sabato andrò a comprare penne, colle e quaderni con righe di quarta (ma poi esistono le righe di quarta? Io non riesco mai ad associare la riga alla classe). E quando tornerò a casa molto probabilmente troverò la scorta di copertine arancio per i quadernoni, fogli ruvidi squadrati e matite con mina HB. Tutte cose che avremmo potuto non comprare anche quest’anno. E invece, ne avremo comprato la confezione convenienza, quella più grande.

Avevo tre mesi di tempo, eppure due dei miei figli non hanno ancora tutti i libri. No, non è che non sono arrivati: è che non ho neanche pensato dove ordinarli. Arriveranno per i Santi, probabilmente.

Avevo tre mesi di tempo e sono volati. Lunedì inizia la scuola e noi siamo sistematicamente impreparati.

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ti ho pensato

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Ti ho pensato a corrente alternata oggi. Un po’ si e un po’ no.

Ti ho pensato senza lacrime e senza tristezza, ma ripensando a ogni lacrima di un anno fa, al vuoto enorme dentro, alle parole e agli abbracci che non bastavano a consolare, a spiegare, ad accettare.

Ti ho pensato ieri, quando sono entrata in un posto pieno di bici, camere d’aria, pedali e scarpette, maglie tecniche e catene.

Ti ho pensato domenica e poi ancora lunedì, passando vicino al posto in cui sono stata seduta di fianco a te per un pomeriggio intero, io ero lì e tu chissà dove stavi pedalando.

Ti ho pensato a ferragosto, mentre ero su una spiaggia croata, diversa da quella camera a 4 letti in cui ti raccontavo dei fichi di Cipressa e della molla del dondolo che si era rotta e tu mi hai detto “la cerco poi io”.

Ti ho pensato in quest’anno, quando il mio limone aveva una malattia e tu non c’eri a dirmi quale prodotto potevo dargli, quando ho pestato il tuo nome su un gradino, quando è nata tua nipote, quando al mare non ho trovato neanche una pompa per gonfiare le ruote della bici di Diego, quando ho riportato D. a prendere la bici dopo il trasloco di M., quando ho trovato il vasetto del tuo peperoncino nella mia dispensa, quando Lucia mi ha detto che il suo più grande desiderio sarebbe di rivederti ancora una volta.

Se ti rivedessi ancora una volta vorrei dirti che ti voglio bene, ma forse non lo farei, per colpa della mia timidezza e anche della tua.

tempo

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C’è il tempo delle corse, delle scadenze da rispettare, degli impegni che si accavallano, degli stimoli da inseguire, delle opportunità da cogliere, dei doveri da osservare.

C’è il tempo che non ti lascia tempo, per pensare, ascoltare, progettare, riflettere, scegliere. Che ti travolge con gli eventi.

C’è il tempo che non passa, seduta su una sedia, in una stanza che non conosci, rumori dietro la porta, respiri faticosi dentro la stanza. Odore di vassoi con cibo che si sta raffreddando, sole che filtra dalle finestre, tende raccolte ai lati, spesse, per far arrivare la notte quando sarà il momento. Fuori la collina, ancora verde d’estate, il fiume che scorre, il parco con persone che corrono, bambini, cani. E ciclisti, quelli della domenica o quelli con i vestiti tecnici, con i pantaloncini imbottiti e la maglia traspirante.

Fuori un altro tempo che non passa, nelle case di chi aspetta: di tornare qui, di avere una notizia. Di concedersi il tempo dei ricordi e delle lacrime. Di sapere che il peggio è arrivato e non devi più aspettarlo, ma puoi concederti di viverlo.

È il tempo della quarta storia, di strappare le pagine di questo libro che non riesce a finire e di leggere l’ultima riga.

il tempo che abbiamo

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Quest’estate ho scattato più di mille foto: col cellulare, con la macchina fotografica, facendomi prestare la scheda di memoria da Lucia, che la mia l’avevo già riempito. Ho fotografato fiori, piante, laghi e lagune, montagne, mare, sentieri, monumenti, cibo. Ho ammorbato parenti e amici, figli che ormai si coprono quando mi vedono con la macchina in mano, ho rallentato il percorso verso un tempio o verso il mulino delle saline per fermarmi a fotografare un dettaglio. Ho intrappolato in un fotogramma sconosciuti, bande musicali, feste di paese, nuvole.

Ho trattenuto momenti che mi stavano dicendo qualcosa, dettagli che sintetizzavano un tutto più grande, emozioni che forse riuscivo a vivere solo così, dietro l’obiettivo che mi copriva gli occhi e il cuore. Ho raccontato quella che sono in quelle foto, quello che vorrei fosse il mondo, quello che la mia mente cerca di capire e interpretare.

E oggi ho ritrovato una foto di 6 estati fa: c’è Diego, ha un anno, nel cortile della casa al mare, intento a infilare un cavallo dentro un camioncino. E di fianco, accovacciato, c’è uno zio, che lo osserva con la stessa espressione seria e concentrata. Intorno a loro forse qualcuno stava litigando (gli altri due miei figli probabilmente), qualcuno prendeva il sole o leggeva sul dondolo, qualcuno bagnava le piante. Ma in quel momento, quello esatto in cui l’otturatore della mia macchina fotografica si è chiuso e la luce ha lasciato quel segno permanente, loro due erano da soli, concentrati in un mondo a parte, fatto di vicinanza, quella che faceva accovacciare un 60enne per stare alla stessa altezza del nipote di un anno, di impegno, quello di un bambino che prova da solo a fare una cosa difficile e non chiede aiuto, di tempo, quello che sapevano di avere davanti e che gli permetteva di non affrettarsi, ma darsi tutto il tempo necessario per riuscire a fare cosa volevano fare.

Non è un caso che quella foto salti fuori proprio oggi e io me la tengo lì, appoggiata addosso, cercando di fare in modo che mi ricordi che per stare insieme serve vicinanza, impegno. E tempo. Tutto quello che c’è , tanto o poco che sia.

è vero

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È vero, mancano tante cose.

Il tempo per decidere se dovresti tagliarti i capelli o lasciare crescere questa giungla che hai sulla testa, incolta e restia a farsi domare.

Il tempo per prenotare l’estetista e farsi estirpare la gramigna che cresce sulle gambe, ma in fondo poi ancora non fa caldo da mettersi le gonne in questo maggio anomalo e piovoso e forse puoi ancora resistere.

Il tempo per andare a comprare la maglietta per le cerimonie imminenti ai figli, che verranno con le scarpe da giardinetti e i vestiti di terza mano. E quando tu hai deciso di trovarlo questo tempo, ecco che si infilano altre esigenze familiari e devi accorciare il tuo programma.

Il tempo per girare con calma e solitudine un Salone del Libro che quest’anno avresti proprio voluto celebrare, perché è quello della rinascita, della più piena torinesità che è fatta di sostanza, impegno, caparbietà e concretezza. Perché ci sono tanti amici che praticamente saranno lì sempre e tu avresti fatto volentieri due chiacchiere con loro.

Il tempo per leggere, per correre, per andare in palestra, per scrivere. Tutte cose che mi svuotano dei pensieri e mi riempiono di altri mondi.

È vero, mancano tante cose e soprattutto il tempo. Ma quando la mia città bellissima sarà piena di bandiere, stendardi, manifesti e striscioni di cui conosco formati e dettagli, quando il parco del Valentino sarà in festa, con persone che passeggiano e guardano l’esposizione, quando ci saranno persone che dopo un anno mi accoglieranno con il sorriso e diranno che sono contente di rivedermi, allora potrete capire perché in fondo mi va bene che non ci sia tempo, perché non vivo di sensi di colpa in queste settimane. Perché faccio il lavoro più bello del mondo e lo so.

lo sceglierei di nuovo

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C’era il tempo delle vacanze senza pensieri, vere fughe d’amore vissute con la leggerezza della scoperta. Di un modo naturale di stare vicini, di un’affinità cresciuta guardandosi da lontano, di due caratteri simili che sapevano completarsi, di passioni e interrogativi che trovavano nell’altro nuovi stimoli e nuove risposte.

Adesso che è il tempo della logistica, della vita organizzata al secondo, delle responsabilità bifronti (verso la generazione dopo di noi, i figli, e verso quella prima di noi, i genitori), delle scelte e delle rinunce, delle prove di coraggio, dell’educazione per ruolo e non più per passione, sceglierei di nuovo lo stesso compagno di viaggio.

Mi rinnamoro della sua concretezza e del suo senso pratico, della sua semplicità e della profondità dei suoi pensieri, della sua umiltà nel chiedermi senza parole che io lo completi dove lui non è capace, della sua naturalezza nello stimolarmi ad andare sempre oltre, a osare, a credere in me.

Adesso che è il tempo in cui le vacanze sono in compagnia e le fughe d’amore si riducono a pezzi di serenità e intimità strappati con le unghie ai pensieri quotidiani, ai doveri che ci siamo scelti, alle preoccupazioni del momento, ho imparato ad apprezzare il silenzio sul divano la sera, il quadretto di cioccolato fondente mangiato insieme mentre sprepariamo il tavolo, le chiacchiere via skype, le uniche non disturbate da interferenze.

Lo sceglierei di nuovo, mio marito, perché è con lui che io divento una persona migliore.

 

se avessi delle ore extra

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Se avessi delle ore extra farei tante cose.

Inviterei a cena gli amici coi figli che ancora hanno la pelle rugosa e cotta da un bagno di nove mesi. Li guarderei stanchi ed estasiati di fronte alla nuova creatura, spierei i segni dei piccoli disagi dei fratelli maggiori, quelle provocazioni ancora celate ma che stanno covando sotto la cenere.

Andrei a correre da sola e con mio figlio, per migliorare le prestazioni e svuotare la testa dai pensieri, dai progetti, dalle tensioni e per ascoltarlo parlare, senza polemiche, perché quando il fiato è corto il posto per le polemiche non c’è. Farei fatica con lui, accostandomi al suo sforzo in silenzio, consapevole che quello che sta facendo richiede molta determinazione.

Controllerei i compiti di Lucia, proverei a farli con lei, studierei storia e scienze. Anziché sfogliare velocemente i quaderni, leggere il diario al mattino quando ormai è tardi per fare qualcosa che abbiamo dimenticato. La ascolterei raccontare la sua vita e le sue giornate, così piene e organizzate.

Andrei a prendere Diego in bicicletta a scuola e poi lo porterei nel parco in cui pedalava suo bisnonno, scoprirei con lui i sentieri, mi fermerei a guardare le gazze e gli scoiattoli, ascolterei il fiume che scorre lì sotto.

Inviterei a fare merenda un’ex collega e i suoi ragazzi, i bambini che ama e che cresce con suo marito, con coraggio e altruismo, con gratuità e attenzione. I figli che la vita le ha dato, tutti.

Farei una passeggiata per la mia meravigliosa città con la macchina fotografica, approfittando di queste giornate luminose e pulite per trattenere momenti di calma e silenzio, di vita e di aria.

Chiamerei un’amica che non riesco mai a sentire, che ha lanciato un allarme settimane fa e ancora non riesco a raccoglierlo. Proverei a ricucire con lei i pezzi delle nostre vite, a riaccostarci l’una all’altra per capire come trovare il modo di esserci prossime, nonostante la quotidianità, nonostante le differenze, nonostante i chilometri di distanza.

Andrei al mare con Flavio, solo noi due, nella casa che vediamo sempre e solo piena di persone. Per toccare le foglie nuove degli ulivi, per guardare come sta crescendo il mio ficus, per svegliarmi al mattino e vedere il mare. Per stare seduti fuori a leggere un libro, ognuno da solo e insieme. Senza la fretta delle comunicazioni logistiche, senza il brusio di fondo della vita quotidiana.

Se avessi delle ore extra dormirei un po’ di più, senza sensi di colpa, senza pensare che quando mi riposo sul divano sto trascurando altre cose che vorrei fare.