tempo

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C’è il tempo delle corse, delle scadenze da rispettare, degli impegni che si accavallano, degli stimoli da inseguire, delle opportunità da cogliere, dei doveri da osservare.

C’è il tempo che non ti lascia tempo, per pensare, ascoltare, progettare, riflettere, scegliere. Che ti travolge con gli eventi.

C’è il tempo che non passa, seduta su una sedia, in una stanza che non conosci, rumori dietro la porta, respiri faticosi dentro la stanza. Odore di vassoi con cibo che si sta raffreddando, sole che filtra dalle finestre, tende raccolte ai lati, spesse, per far arrivare la notte quando sarà il momento. Fuori la collina, ancora verde d’estate, il fiume che scorre, il parco con persone che corrono, bambini, cani. E ciclisti, quelli della domenica o quelli con i vestiti tecnici, con i pantaloncini imbottiti e la maglia traspirante.

Fuori un altro tempo che non passa, nelle case di chi aspetta: di tornare qui, di avere una notizia. Di concedersi il tempo dei ricordi e delle lacrime. Di sapere che il peggio è arrivato e non devi più aspettarlo, ma puoi concederti di viverlo.

È il tempo della quarta storia, di strappare le pagine di questo libro che non riesce a finire e di leggere l’ultima riga.

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il tempo che abbiamo

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Quest’estate ho scattato più di mille foto: col cellulare, con la macchina fotografica, facendomi prestare la scheda di memoria da Lucia, che la mia l’avevo già riempito. Ho fotografato fiori, piante, laghi e lagune, montagne, mare, sentieri, monumenti, cibo. Ho ammorbato parenti e amici, figli che ormai si coprono quando mi vedono con la macchina in mano, ho rallentato il percorso verso un tempio o verso il mulino delle saline per fermarmi a fotografare un dettaglio. Ho intrappolato in un fotogramma sconosciuti, bande musicali, feste di paese, nuvole.

Ho trattenuto momenti che mi stavano dicendo qualcosa, dettagli che sintetizzavano un tutto più grande, emozioni che forse riuscivo a vivere solo così, dietro l’obiettivo che mi copriva gli occhi e il cuore. Ho raccontato quella che sono in quelle foto, quello che vorrei fosse il mondo, quello che la mia mente cerca di capire e interpretare.

E oggi ho ritrovato una foto di 6 estati fa: c’è Diego, ha un anno, nel cortile della casa al mare, intento a infilare un cavallo dentro un camioncino. E di fianco, accovacciato, c’è uno zio, che lo osserva con la stessa espressione seria e concentrata. Intorno a loro forse qualcuno stava litigando (gli altri due miei figli probabilmente), qualcuno prendeva il sole o leggeva sul dondolo, qualcuno bagnava le piante. Ma in quel momento, quello esatto in cui l’otturatore della mia macchina fotografica si è chiuso e la luce ha lasciato quel segno permanente, loro due erano da soli, concentrati in un mondo a parte, fatto di vicinanza, quella che faceva accovacciare un 60enne per stare alla stessa altezza del nipote di un anno, di impegno, quello di un bambino che prova da solo a fare una cosa difficile e non chiede aiuto, di tempo, quello che sapevano di avere davanti e che gli permetteva di non affrettarsi, ma darsi tutto il tempo necessario per riuscire a fare cosa volevano fare.

Non è un caso che quella foto salti fuori proprio oggi e io me la tengo lì, appoggiata addosso, cercando di fare in modo che mi ricordi che per stare insieme serve vicinanza, impegno. E tempo. Tutto quello che c’è , tanto o poco che sia.

è vero

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È vero, mancano tante cose.

Il tempo per decidere se dovresti tagliarti i capelli o lasciare crescere questa giungla che hai sulla testa, incolta e restia a farsi domare.

Il tempo per prenotare l’estetista e farsi estirpare la gramigna che cresce sulle gambe, ma in fondo poi ancora non fa caldo da mettersi le gonne in questo maggio anomalo e piovoso e forse puoi ancora resistere.

Il tempo per andare a comprare la maglietta per le cerimonie imminenti ai figli, che verranno con le scarpe da giardinetti e i vestiti di terza mano. E quando tu hai deciso di trovarlo questo tempo, ecco che si infilano altre esigenze familiari e devi accorciare il tuo programma.

Il tempo per girare con calma e solitudine un Salone del Libro che quest’anno avresti proprio voluto celebrare, perché è quello della rinascita, della più piena torinesità che è fatta di sostanza, impegno, caparbietà e concretezza. Perché ci sono tanti amici che praticamente saranno lì sempre e tu avresti fatto volentieri due chiacchiere con loro.

Il tempo per leggere, per correre, per andare in palestra, per scrivere. Tutte cose che mi svuotano dei pensieri e mi riempiono di altri mondi.

È vero, mancano tante cose e soprattutto il tempo. Ma quando la mia città bellissima sarà piena di bandiere, stendardi, manifesti e striscioni di cui conosco formati e dettagli, quando il parco del Valentino sarà in festa, con persone che passeggiano e guardano l’esposizione, quando ci saranno persone che dopo un anno mi accoglieranno con il sorriso e diranno che sono contente di rivedermi, allora potrete capire perché in fondo mi va bene che non ci sia tempo, perché non vivo di sensi di colpa in queste settimane. Perché faccio il lavoro più bello del mondo e lo so.

lo sceglierei di nuovo

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C’era il tempo delle vacanze senza pensieri, vere fughe d’amore vissute con la leggerezza della scoperta. Di un modo naturale di stare vicini, di un’affinità cresciuta guardandosi da lontano, di due caratteri simili che sapevano completarsi, di passioni e interrogativi che trovavano nell’altro nuovi stimoli e nuove risposte.

Adesso che è il tempo della logistica, della vita organizzata al secondo, delle responsabilità bifronti (verso la generazione dopo di noi, i figli, e verso quella prima di noi, i genitori), delle scelte e delle rinunce, delle prove di coraggio, dell’educazione per ruolo e non più per passione, sceglierei di nuovo lo stesso compagno di viaggio.

Mi rinnamoro della sua concretezza e del suo senso pratico, della sua semplicità e della profondità dei suoi pensieri, della sua umiltà nel chiedermi senza parole che io lo completi dove lui non è capace, della sua naturalezza nello stimolarmi ad andare sempre oltre, a osare, a credere in me.

Adesso che è il tempo in cui le vacanze sono in compagnia e le fughe d’amore si riducono a pezzi di serenità e intimità strappati con le unghie ai pensieri quotidiani, ai doveri che ci siamo scelti, alle preoccupazioni del momento, ho imparato ad apprezzare il silenzio sul divano la sera, il quadretto di cioccolato fondente mangiato insieme mentre sprepariamo il tavolo, le chiacchiere via skype, le uniche non disturbate da interferenze.

Lo sceglierei di nuovo, mio marito, perché è con lui che io divento una persona migliore.

 

se avessi delle ore extra

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Se avessi delle ore extra farei tante cose.

Inviterei a cena gli amici coi figli che ancora hanno la pelle rugosa e cotta da un bagno di nove mesi. Li guarderei stanchi ed estasiati di fronte alla nuova creatura, spierei i segni dei piccoli disagi dei fratelli maggiori, quelle provocazioni ancora celate ma che stanno covando sotto la cenere.

Andrei a correre da sola e con mio figlio, per migliorare le prestazioni e svuotare la testa dai pensieri, dai progetti, dalle tensioni e per ascoltarlo parlare, senza polemiche, perché quando il fiato è corto il posto per le polemiche non c’è. Farei fatica con lui, accostandomi al suo sforzo in silenzio, consapevole che quello che sta facendo richiede molta determinazione.

Controllerei i compiti di Lucia, proverei a farli con lei, studierei storia e scienze. Anziché sfogliare velocemente i quaderni, leggere il diario al mattino quando ormai è tardi per fare qualcosa che abbiamo dimenticato. La ascolterei raccontare la sua vita e le sue giornate, così piene e organizzate.

Andrei a prendere Diego in bicicletta a scuola e poi lo porterei nel parco in cui pedalava suo bisnonno, scoprirei con lui i sentieri, mi fermerei a guardare le gazze e gli scoiattoli, ascolterei il fiume che scorre lì sotto.

Inviterei a fare merenda un’ex collega e i suoi ragazzi, i bambini che ama e che cresce con suo marito, con coraggio e altruismo, con gratuità e attenzione. I figli che la vita le ha dato, tutti.

Farei una passeggiata per la mia meravigliosa città con la macchina fotografica, approfittando di queste giornate luminose e pulite per trattenere momenti di calma e silenzio, di vita e di aria.

Chiamerei un’amica che non riesco mai a sentire, che ha lanciato un allarme settimane fa e ancora non riesco a raccoglierlo. Proverei a ricucire con lei i pezzi delle nostre vite, a riaccostarci l’una all’altra per capire come trovare il modo di esserci prossime, nonostante la quotidianità, nonostante le differenze, nonostante i chilometri di distanza.

Andrei al mare con Flavio, solo noi due, nella casa che vediamo sempre e solo piena di persone. Per toccare le foglie nuove degli ulivi, per guardare come sta crescendo il mio ficus, per svegliarmi al mattino e vedere il mare. Per stare seduti fuori a leggere un libro, ognuno da solo e insieme. Senza la fretta delle comunicazioni logistiche, senza il brusio di fondo della vita quotidiana.

Se avessi delle ore extra dormirei un po’ di più, senza sensi di colpa, senza pensare che quando mi riposo sul divano sto trascurando altre cose che vorrei fare.

suddivisione dei ruoli

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C’era il tempo in cui le faccende domestiche venivano suddivise in maniera precisa, funzionale ai ritmi di entrambi, dettate da un’abitudine e una maggior competenza nella gestione che rendeva tutto a suo modo equilibrato. Si, è vero, ricalcavano un po’ la divisione dei ruoli tradizionale: la donna si occupa dei figli, del pediatra, del taglio dei capelli, dei pasti, delle cose che riguardano la scuola, … e l’uomo si occupa della banca, dell’assicurazione, delle utenze domestiche, dei lavori di manutenzione, dei mezzi di trasporto della famiglia.

In questa divisione dei compiti eravamo felici e alla pari, tutto sommato, salvo qualche recriminazione saltuaria (“l’assicurazione della tua macchina era da pagare, lo sapevi tu?”, “non lo sapevo, ma tu sai quando deve fare il prossimo vaccino Diego?”).

Se c’è un’altra cosa che l’home working trasforma è questo equilibrio, che rende tutto fluido nella sua seppur faticosa gestione. Rende la giornata e la vita tutto sommato rassicurante e prevedibile. Invece quando le ore passate in casa di uno dei due soggetti adulti sono molte di più di quelle dell’altro, le regole cambiano, si trasformano e si complicano.

Nella fattispecie, i miei compiti sono aumentati, aggiungendo cose grandi e cose piccole. Incontro il perito della macchina per l’incidente avuto due settimane fa, contatto l’assicurazione con scarsi risultati. E tra le piccole, porto nei bidoni in strada l’immondizia differenziata (ma prima di definirla piccola bisognerebbe vedere quanto sono grandi i nostri sacchi di plastica, vetro e carta), cerco di riparare la maniglia della porta del balcone che si è rotta, sento amici e conoscenti per trovare un carrozziere.

Non è che non mi piaccia la parità di genere, non è che voglia essere l’angelo del focolare o la mamma chioccia col grembiule ricamato sempre legato in vita, ma so che più fai e più dovresti fare, che le eccezioni diventano presto abitudini e prassi consolidate. E so anche che la maniglia della porta del balcone rotta non sono capace di aggiustarla.

scritto tra le rughe

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C’è un momento della vita in cui scopri le rughe. Le scopri nelle tue foto dell’estate, quelle in cui dovresti essere bella, solare, rilassata e abbronzata e in effetti qualcosa lo sei (magari non bella e abbronzata che la natura non si cambia e neanche la percentuale di melanina nel tuo corpo), ma lì sulla fronte sono tracciate autostrade per i pensieri, intorno agli occhi ci sono i segni dei passaggi di galline e altri animali da cortile che forse volevano bere nelle tue iridi (e le mie sono marroni, quindi prediligono le pozze fangose alle fresche sorgenti cerulee).

Le scopri nel viso di chi vedi tutti i giorni e poi mentre parli di sciocchezze, seduta sul divano in cui tante volte hai dormito, ti accorgi di quel reticolo di percorsi, di quei segni del tempo e dei tempi, quelli difficili come quelli facili, perché anche le risate lasciano i solchi di fianco alla bocca. E non riesci a smettere di guardarle, non riesci a sentire più l’audio. Vedi la sua bocca che si muove, senti un rumore di fondo come quando da piccola ti tappavi le orecchie con le mani per non sentire, ma non capisci più le parole: perché stai ascoltando la storia della sua vita e della tua, stai intuendo qual è stato il momento preciso in cui hai smesso di essere tu quella con le ginocchia sbucciate, il momento in cui si sono invertiti i ruoli e hai dovuto imparare a mettere cerotti o asciugare lacrime, soprattutto quelle che non escono.

Ecco, quando allo specchio non ritrovi la ragazzina con i brufoli sul mento, ma vedi la signora con i segni sulla fronte, quando guardi le donne della famiglia e non vedi più la ciabatta alzata di tua nonna che minaccia punizioni o lo sguardo concentrato di tua mamma mentre in bella grafia compila le pagelle, ma due donne che si assomigliano fisicamente sempre di più, ti accorgi che gli anni passano, che anche se dentro ti senti sempre alle prime armi e “in prova” in ogni aspetto della tua vita, gli altri vedono e, probabilmente, si aspettano altro. E non sei sicura che tu sappia farlo questo “altro”.