è vero

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È vero, mancano tante cose.

Il tempo per decidere se dovresti tagliarti i capelli o lasciare crescere questa giungla che hai sulla testa, incolta e restia a farsi domare.

Il tempo per prenotare l’estetista e farsi estirpare la gramigna che cresce sulle gambe, ma in fondo poi ancora non fa caldo da mettersi le gonne in questo maggio anomalo e piovoso e forse puoi ancora resistere.

Il tempo per andare a comprare la maglietta per le cerimonie imminenti ai figli, che verranno con le scarpe da giardinetti e i vestiti di terza mano. E quando tu hai deciso di trovarlo questo tempo, ecco che si infilano altre esigenze familiari e devi accorciare il tuo programma.

Il tempo per girare con calma e solitudine un Salone del Libro che quest’anno avresti proprio voluto celebrare, perché è quello della rinascita, della più piena torinesità che è fatta di sostanza, impegno, caparbietà e concretezza. Perché ci sono tanti amici che praticamente saranno lì sempre e tu avresti fatto volentieri due chiacchiere con loro.

Il tempo per leggere, per correre, per andare in palestra, per scrivere. Tutte cose che mi svuotano dei pensieri e mi riempiono di altri mondi.

È vero, mancano tante cose e soprattutto il tempo. Ma quando la mia città bellissima sarà piena di bandiere, stendardi, manifesti e striscioni di cui conosco formati e dettagli, quando il parco del Valentino sarà in festa, con persone che passeggiano e guardano l’esposizione, quando ci saranno persone che dopo un anno mi accoglieranno con il sorriso e diranno che sono contente di rivedermi, allora potrete capire perché in fondo mi va bene che non ci sia tempo, perché non vivo di sensi di colpa in queste settimane. Perché faccio il lavoro più bello del mondo e lo so.

lo sceglierei di nuovo

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C’era il tempo delle vacanze senza pensieri, vere fughe d’amore vissute con la leggerezza della scoperta. Di un modo naturale di stare vicini, di un’affinità cresciuta guardandosi da lontano, di due caratteri simili che sapevano completarsi, di passioni e interrogativi che trovavano nell’altro nuovi stimoli e nuove risposte.

Adesso che è il tempo della logistica, della vita organizzata al secondo, delle responsabilità bifronti (verso la generazione dopo di noi, i figli, e verso quella prima di noi, i genitori), delle scelte e delle rinunce, delle prove di coraggio, dell’educazione per ruolo e non più per passione, sceglierei di nuovo lo stesso compagno di viaggio.

Mi rinnamoro della sua concretezza e del suo senso pratico, della sua semplicità e della profondità dei suoi pensieri, della sua umiltà nel chiedermi senza parole che io lo completi dove lui non è capace, della sua naturalezza nello stimolarmi ad andare sempre oltre, a osare, a credere in me.

Adesso che è il tempo in cui le vacanze sono in compagnia e le fughe d’amore si riducono a pezzi di serenità e intimità strappati con le unghie ai pensieri quotidiani, ai doveri che ci siamo scelti, alle preoccupazioni del momento, ho imparato ad apprezzare il silenzio sul divano la sera, il quadretto di cioccolato fondente mangiato insieme mentre sprepariamo il tavolo, le chiacchiere via skype, le uniche non disturbate da interferenze.

Lo sceglierei di nuovo, mio marito, perché è con lui che io divento una persona migliore.

 

se avessi delle ore extra

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Se avessi delle ore extra farei tante cose.

Inviterei a cena gli amici coi figli che ancora hanno la pelle rugosa e cotta da un bagno di nove mesi. Li guarderei stanchi ed estasiati di fronte alla nuova creatura, spierei i segni dei piccoli disagi dei fratelli maggiori, quelle provocazioni ancora celate ma che stanno covando sotto la cenere.

Andrei a correre da sola e con mio figlio, per migliorare le prestazioni e svuotare la testa dai pensieri, dai progetti, dalle tensioni e per ascoltarlo parlare, senza polemiche, perché quando il fiato è corto il posto per le polemiche non c’è. Farei fatica con lui, accostandomi al suo sforzo in silenzio, consapevole che quello che sta facendo richiede molta determinazione.

Controllerei i compiti di Lucia, proverei a farli con lei, studierei storia e scienze. Anziché sfogliare velocemente i quaderni, leggere il diario al mattino quando ormai è tardi per fare qualcosa che abbiamo dimenticato. La ascolterei raccontare la sua vita e le sue giornate, così piene e organizzate.

Andrei a prendere Diego in bicicletta a scuola e poi lo porterei nel parco in cui pedalava suo bisnonno, scoprirei con lui i sentieri, mi fermerei a guardare le gazze e gli scoiattoli, ascolterei il fiume che scorre lì sotto.

Inviterei a fare merenda un’ex collega e i suoi ragazzi, i bambini che ama e che cresce con suo marito, con coraggio e altruismo, con gratuità e attenzione. I figli che la vita le ha dato, tutti.

Farei una passeggiata per la mia meravigliosa città con la macchina fotografica, approfittando di queste giornate luminose e pulite per trattenere momenti di calma e silenzio, di vita e di aria.

Chiamerei un’amica che non riesco mai a sentire, che ha lanciato un allarme settimane fa e ancora non riesco a raccoglierlo. Proverei a ricucire con lei i pezzi delle nostre vite, a riaccostarci l’una all’altra per capire come trovare il modo di esserci prossime, nonostante la quotidianità, nonostante le differenze, nonostante i chilometri di distanza.

Andrei al mare con Flavio, solo noi due, nella casa che vediamo sempre e solo piena di persone. Per toccare le foglie nuove degli ulivi, per guardare come sta crescendo il mio ficus, per svegliarmi al mattino e vedere il mare. Per stare seduti fuori a leggere un libro, ognuno da solo e insieme. Senza la fretta delle comunicazioni logistiche, senza il brusio di fondo della vita quotidiana.

Se avessi delle ore extra dormirei un po’ di più, senza sensi di colpa, senza pensare che quando mi riposo sul divano sto trascurando altre cose che vorrei fare.

suddivisione dei ruoli

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C’era il tempo in cui le faccende domestiche venivano suddivise in maniera precisa, funzionale ai ritmi di entrambi, dettate da un’abitudine e una maggior competenza nella gestione che rendeva tutto a suo modo equilibrato. Si, è vero, ricalcavano un po’ la divisione dei ruoli tradizionale: la donna si occupa dei figli, del pediatra, del taglio dei capelli, dei pasti, delle cose che riguardano la scuola, … e l’uomo si occupa della banca, dell’assicurazione, delle utenze domestiche, dei lavori di manutenzione, dei mezzi di trasporto della famiglia.

In questa divisione dei compiti eravamo felici e alla pari, tutto sommato, salvo qualche recriminazione saltuaria (“l’assicurazione della tua macchina era da pagare, lo sapevi tu?”, “non lo sapevo, ma tu sai quando deve fare il prossimo vaccino Diego?”).

Se c’è un’altra cosa che l’home working trasforma è questo equilibrio, che rende tutto fluido nella sua seppur faticosa gestione. Rende la giornata e la vita tutto sommato rassicurante e prevedibile. Invece quando le ore passate in casa di uno dei due soggetti adulti sono molte di più di quelle dell’altro, le regole cambiano, si trasformano e si complicano.

Nella fattispecie, i miei compiti sono aumentati, aggiungendo cose grandi e cose piccole. Incontro il perito della macchina per l’incidente avuto due settimane fa, contatto l’assicurazione con scarsi risultati. E tra le piccole, porto nei bidoni in strada l’immondizia differenziata (ma prima di definirla piccola bisognerebbe vedere quanto sono grandi i nostri sacchi di plastica, vetro e carta), cerco di riparare la maniglia della porta del balcone che si è rotta, sento amici e conoscenti per trovare un carrozziere.

Non è che non mi piaccia la parità di genere, non è che voglia essere l’angelo del focolare o la mamma chioccia col grembiule ricamato sempre legato in vita, ma so che più fai e più dovresti fare, che le eccezioni diventano presto abitudini e prassi consolidate. E so anche che la maniglia della porta del balcone rotta non sono capace di aggiustarla.

scritto tra le rughe

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C’è un momento della vita in cui scopri le rughe. Le scopri nelle tue foto dell’estate, quelle in cui dovresti essere bella, solare, rilassata e abbronzata e in effetti qualcosa lo sei (magari non bella e abbronzata che la natura non si cambia e neanche la percentuale di melanina nel tuo corpo), ma lì sulla fronte sono tracciate autostrade per i pensieri, intorno agli occhi ci sono i segni dei passaggi di galline e altri animali da cortile che forse volevano bere nelle tue iridi (e le mie sono marroni, quindi prediligono le pozze fangose alle fresche sorgenti cerulee).

Le scopri nel viso di chi vedi tutti i giorni e poi mentre parli di sciocchezze, seduta sul divano in cui tante volte hai dormito, ti accorgi di quel reticolo di percorsi, di quei segni del tempo e dei tempi, quelli difficili come quelli facili, perché anche le risate lasciano i solchi di fianco alla bocca. E non riesci a smettere di guardarle, non riesci a sentire più l’audio. Vedi la sua bocca che si muove, senti un rumore di fondo come quando da piccola ti tappavi le orecchie con le mani per non sentire, ma non capisci più le parole: perché stai ascoltando la storia della sua vita e della tua, stai intuendo qual è stato il momento preciso in cui hai smesso di essere tu quella con le ginocchia sbucciate, il momento in cui si sono invertiti i ruoli e hai dovuto imparare a mettere cerotti o asciugare lacrime, soprattutto quelle che non escono.

Ecco, quando allo specchio non ritrovi la ragazzina con i brufoli sul mento, ma vedi la signora con i segni sulla fronte, quando guardi le donne della famiglia e non vedi più la ciabatta alzata di tua nonna che minaccia punizioni o lo sguardo concentrato di tua mamma mentre in bella grafia compila le pagelle, ma due donne che si assomigliano fisicamente sempre di più, ti accorgi che gli anni passano, che anche se dentro ti senti sempre alle prime armi e “in prova” in ogni aspetto della tua vita, gli altri vedono e, probabilmente, si aspettano altro. E non sei sicura che tu sappia farlo questo “altro”.

un tempo più lento

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C’è un tempo veloce, di mani sul clacson e piede sull’acceleratore. C’è un mondo che tiene la frizione sempre inserita per partire appena il semaforo diventa verde, che cerca rete, banda, campo per non perdersi nulla. Che non ammette black out, interruzioni temporanee della corrente.

Un mondo fatto di corse e di traguardi che si spostano in avanti, di personaggi sfocati ai bordi della strada, come quando in autostrada i cartelli si susseguono senza che tu riesca a leggerli. Non sono persone quelle che incontri, ma sagome, cartonati che nella migliore delle ipotesi ignorerai, ma forse cercherai di superare, umiliare, insultare. Perché nella corsa in cui sei concentrato ogni elemento che si frappone sulla strada diventa un nemico, una distrazione, un imprevisto fastidioso.

E invece poi ci sono cose che hanno bisogno di un tempo più lento, come una strada da attraversare. Quando sei piccolo e la moneta che stringi in mano ti scappa dalle dita e cade per terra. Quando le tue gambe hanno bisogno di concentrazione per muoversi, perché un black out è avvenuto nel tuo cervello e tu stai cercando da mesi percorsi alternativi per quelle cose che agli altri vengono senza sforzo. Quando da poco vai in bici senza rotelle e devi imparare ad attraversare gli incroci senza scendere e portarla a mano.

Ci sono le volte che ho la mano sul clacson pronta a riprendere chi rallenta e le volte che quell’ostacolo, quell’imprevisto fastidioso sono io. Io che attraverso la strada sulle strisce e vado più piano del solito, perché in montagna mi hanno insegnato che il passo si fa sempre sul più debole. Il tempo mi si è rallentato, dilatato e allungato, il mio passo sempre veloce si sforza di essere al pari con quello di chi mi è di fianco, perché sto camminando con qualcuno e non da sola. E tu sei quello che mi ha suonato perché mi togliessi in fretta e non contento mi hai insultato perché non ho chinato la testa.

La testa non la chino, anche se magari andrei più veloce, anche se non serve a molto, perché tu rimarrai stupido e arrogante. E io, mettendoci tutto il tempo che serve, arriverò alla fine dell’incrocio.

le consapevolezze dell’età adulta

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Ci sono cose che a un certo punto scopri di sapere, di avere dentro naturalmente e non ti sei accorta quando siano entrate dentro di te. Cose che a un certo punto salgono al livello della coscienza e allora un po’ ti senti meglio, perché non ci combatti più, le accetti come dati di fatto, come la pioggia il giorno della gita in piscina o della conferenza stampa in cui pensavi di mettere i sandali col tacco.

Sono quelle consapevolezze che segnano il tuo passaggio definitivo all’età adulta (oltre ai ragazzi che a un concerto per strada ti chiedono di fargli una foto e ti dicono “scusi, ci può fare una foto?”, usando il “lei”, quel pronome personale che si usa con gli sconosciuti di una certa età, diversa dalla nostra e comunque ormai considerevole).

Quando hai la consapevolezza di vivere su un tapis roulant smetti di aspettare le pause. Perché le pause non ci saranno. Potranno esserci cambiamenti di ritmo, ma il piano sotto di te continuerà a muoversi, inesorabilmente, anche se tu annasperai e crederai di non farcela. Il tapis roulant continuerà a muoversi e ti porterà comunque avanti, in qualsiasi stato tu ci possa arrivare. Quindi rassegnati e continua a correre o almeno a camminare veloce.

Altra consapevolezza è che da adulta non farai mai più una cosa per volta: scriverai al computer lasciando a metà il gazpacho che stavi preparando, ti staccherai per telefonare, cercare un libro al figlio a casa da scuola, rispondere a una mail di lavoro. L’approccio efficiente e razionale di “un lavoro per volta” ti abbandonerà per far spazio alla massima “inizio tutto, qualcosa finirò”, forse meno efficiente, ma sicuramente efficace.

Vado a finire il gazpacho, forse.