scritto tra le rughe

Standard

C’è un momento della vita in cui scopri le rughe. Le scopri nelle tue foto dell’estate, quelle in cui dovresti essere bella, solare, rilassata e abbronzata e in effetti qualcosa lo sei (magari non bella e abbronzata che la natura non si cambia e neanche la percentuale di melanina nel tuo corpo), ma lì sulla fronte sono tracciate autostrade per i pensieri, intorno agli occhi ci sono i segni dei passaggi di galline e altri animali da cortile che forse volevano bere nelle tue iridi (e le mie sono marroni, quindi prediligono le pozze fangose alle fresche sorgenti cerulee).

Le scopri nel viso di chi vedi tutti i giorni e poi mentre parli di sciocchezze, seduta sul divano in cui tante volte hai dormito, ti accorgi di quel reticolo di percorsi, di quei segni del tempo e dei tempi, quelli difficili come quelli facili, perché anche le risate lasciano i solchi di fianco alla bocca. E non riesci a smettere di guardarle, non riesci a sentire più l’audio. Vedi la sua bocca che si muove, senti un rumore di fondo come quando da piccola ti tappavi le orecchie con le mani per non sentire, ma non capisci più le parole: perché stai ascoltando la storia della sua vita e della tua, stai intuendo qual è stato il momento preciso in cui hai smesso di essere tu quella con le ginocchia sbucciate, il momento in cui si sono invertiti i ruoli e hai dovuto imparare a mettere cerotti o asciugare lacrime, soprattutto quelle che non escono.

Ecco, quando allo specchio non ritrovi la ragazzina con i brufoli sul mento, ma vedi la signora con i segni sulla fronte, quando guardi le donne della famiglia e non vedi più la ciabatta alzata di tua nonna che minaccia punizioni o lo sguardo concentrato di tua mamma mentre in bella grafia compila le pagelle, ma due donne che si assomigliano fisicamente sempre di più, ti accorgi che gli anni passano, che anche se dentro ti senti sempre alle prime armi e “in prova” in ogni aspetto della tua vita, gli altri vedono e, probabilmente, si aspettano altro. E non sei sicura che tu sappia farlo questo “altro”.

Annunci

un tempo più lento

Standard

C’è un tempo veloce, di mani sul clacson e piede sull’acceleratore. C’è un mondo che tiene la frizione sempre inserita per partire appena il semaforo diventa verde, che cerca rete, banda, campo per non perdersi nulla. Che non ammette black out, interruzioni temporanee della corrente.

Un mondo fatto di corse e di traguardi che si spostano in avanti, di personaggi sfocati ai bordi della strada, come quando in autostrada i cartelli si susseguono senza che tu riesca a leggerli. Non sono persone quelle che incontri, ma sagome, cartonati che nella migliore delle ipotesi ignorerai, ma forse cercherai di superare, umiliare, insultare. Perché nella corsa in cui sei concentrato ogni elemento che si frappone sulla strada diventa un nemico, una distrazione, un imprevisto fastidioso.

E invece poi ci sono cose che hanno bisogno di un tempo più lento, come una strada da attraversare. Quando sei piccolo e la moneta che stringi in mano ti scappa dalle dita e cade per terra. Quando le tue gambe hanno bisogno di concentrazione per muoversi, perché un black out è avvenuto nel tuo cervello e tu stai cercando da mesi percorsi alternativi per quelle cose che agli altri vengono senza sforzo. Quando da poco vai in bici senza rotelle e devi imparare ad attraversare gli incroci senza scendere e portarla a mano.

Ci sono le volte che ho la mano sul clacson pronta a riprendere chi rallenta e le volte che quell’ostacolo, quell’imprevisto fastidioso sono io. Io che attraverso la strada sulle strisce e vado più piano del solito, perché in montagna mi hanno insegnato che il passo si fa sempre sul più debole. Il tempo mi si è rallentato, dilatato e allungato, il mio passo sempre veloce si sforza di essere al pari con quello di chi mi è di fianco, perché sto camminando con qualcuno e non da sola. E tu sei quello che mi ha suonato perché mi togliessi in fretta e non contento mi hai insultato perché non ho chinato la testa.

La testa non la chino, anche se magari andrei più veloce, anche se non serve a molto, perché tu rimarrai stupido e arrogante. E io, mettendoci tutto il tempo che serve, arriverò alla fine dell’incrocio.

le consapevolezze dell’età adulta

Standard

Ci sono cose che a un certo punto scopri di sapere, di avere dentro naturalmente e non ti sei accorta quando siano entrate dentro di te. Cose che a un certo punto salgono al livello della coscienza e allora un po’ ti senti meglio, perché non ci combatti più, le accetti come dati di fatto, come la pioggia il giorno della gita in piscina o della conferenza stampa in cui pensavi di mettere i sandali col tacco.

Sono quelle consapevolezze che segnano il tuo passaggio definitivo all’età adulta (oltre ai ragazzi che a un concerto per strada ti chiedono di fargli una foto e ti dicono “scusi, ci può fare una foto?”, usando il “lei”, quel pronome personale che si usa con gli sconosciuti di una certa età, diversa dalla nostra e comunque ormai considerevole).

Quando hai la consapevolezza di vivere su un tapis roulant smetti di aspettare le pause. Perché le pause non ci saranno. Potranno esserci cambiamenti di ritmo, ma il piano sotto di te continuerà a muoversi, inesorabilmente, anche se tu annasperai e crederai di non farcela. Il tapis roulant continuerà a muoversi e ti porterà comunque avanti, in qualsiasi stato tu ci possa arrivare. Quindi rassegnati e continua a correre o almeno a camminare veloce.

Altra consapevolezza è che da adulta non farai mai più una cosa per volta: scriverai al computer lasciando a metà il gazpacho che stavi preparando, ti staccherai per telefonare, cercare un libro al figlio a casa da scuola, rispondere a una mail di lavoro. L’approccio efficiente e razionale di “un lavoro per volta” ti abbandonerà per far spazio alla massima “inizio tutto, qualcosa finirò”, forse meno efficiente, ma sicuramente efficace.

Vado a finire il gazpacho, forse.

ti regalerei una macchina del tempo

Standard

Se potessi farti un regalo speciale ti regalerei una macchina del tempo.

Per andare nel passato a chiacchierare con la tua amica o stare in silenzio una vicino all’altra perché non avevate bisogno di parlare sempre. Per tornare bambina a casa dei tuoi genitori, quando tuo papà ti teneva la mano sul tavolo, quando in bici giocavi al giro d’Italia e poi cadevi e tua mamma ti sgridava. Per ritornare in una delle tante classi in cui hai insegnato, in cui hai dato amore e passione, regole e creatività. Con quei bambini che sono stati tutti i tuoi bambini.

Per restare nel presente coi tuoi nipoti che ti riempiono la testa di parole e la tavola di piatti sporchi, la casa di vestiti della recita da cucire. Per continuare a camminare sulla tua strada, anche se fai fatica, anche se a volte hai bisogno di sfogarti, anche se spesso non ti lamenti e ti porti dentro tutti i dubbi e le preoccupazioni. Per continuare a occuparti così tanto delle tue figlie, indispensabile compagna di squadra per la nostra quotidianità.

Per andare nel futuro e vedere che ci saranno ancora viaggi insieme a papà, ancora momenti spensierati e leggeri, ancora sfide da affrontare e salite. Per ascoltare i concerti di nuovi violinisti e pianisti, nuove recite, nuove gare di ginnastica. Per continuare a insegnarci la pazienza, l’equilibrio, la passione. Per essere quella che vuoi essere tu, senza doveri e obblighi, senza abitudini che ti stanno strette. Libera fuori, come sei libera dentro.

Auguri mamma, vorrei avere una macchina del tempo per rivivere tutto con te, i momenti belli e quelli difficili. Perché sempre ho avuto qualcosa da imparare dal tuo modo di affrontare le cose.

il mio tempo

Standard

Se una mattina di un giorno festivo infrasettimanale (in cui però andrai a lavorare) ti svegli presto, ma talmente presto che ancora il sole non è sorto, e dopo vari tentativi di riaddormentarti decidi che è meglio alzarsi e fai mille cose, quelle che non riesci a fare di giorno in questo periodo di super lavoro, sapendo che le prossime giornate saranno ancora peggio, che non ci saranno sabati e domeniche, pranzi e cene, canzoni della nanna e carezze, allora capisci cosa ti manca di più di tutto in questo momento.

Ti manca lo stare da sola, cucinare con la radio accesa, sentire la musica, ascoltare il telegiornale, andare a piedi a prendere i ragazzi, andare in bici e a correre. Ti manca il tempo per scrivere e per fotografare, per sentire il profumo dei tigli e per occuparti delle tue piante, per goderti il sole di queste giornate limpide e la città invasa di turisti.

Ti manca il tempo, per stare con te stessa. Perché il poco tempo che c’è in queste settimane convulse è sempre tutto per qualcun’altro: per i ragazzi, per vedere amici, per occuparsi della cena o della logistica familiare. È un tempo rincorso in cui sei in un posto, ma la testa non riesce a fermarsi lì. E invece la mia testa ha bisogno di fermarsi qui, dentro di me, di guardare fuori e lasciare entrare il mondo dentro, in quello spazio insaturo della mia mente e del mio cuore in cui possono nascere le idee, i progetti, la mia vita.

Stringo i denti e aspetto che il mio tempo torni, che si crei di nuovo spazio vuoto fuori e dentro, da riempire con quello che mi fa star bene.

madri di figli unici

Standard

I figli grandi sono in vacanza coi nonni da venerdì e questa sera torneranno.

Lucia mi ha salutato dicendomi che le sarei mancata, ma che non le sarei mancata. Jacopo alla sveglia alle 4,30 ha reagito con una parlantina fuori controllo e fuori misura. Diego si è svegliato all’ora solita nel suo letto chiamando i suoi fratelli, ma dopo due lacrime si è ripreso alla grande.

E io? Io sono andata a prendere Diego a scuola, cosa che non facevo da 4 settimane e che mi mancava, ho chiacchierato con lui e lavorato tranquilla da casa mentre giocava, sono andata a mangiare la pizza e non ho litigato con nessuno a cena per chi beveva più bibita, per chi doveva sedersi vicino a me, per chi si metteva davanti in macchina. Sono andata al Salone del Libro con Diego e Flavio, ho mangiato panini seduta per terra, ho letto libri da piccoli appoggiata a un albero di cartone e poi mi sono persa nei corridoi da sola, sono passata ai giardini a salutare la nonna. Ho ripreso in mano un lavoro lasciato lì da mesi e non ne sono venuta a capo, ma ho capito che devo cercare ancora e star lì, con la canna da pesca nelle pozze più profonde. Mi sono messa lo smalto, sono stata a una festa con amici, ho dormito sul divano e sono andata a correre. Ho cenato, fatto la doccia a Diego, guardato un film.

Ho scoperto che le madri di figli unici hanno molto più tempo a disposizione di me e un po’ le invidio. Ma stasera andrò ad aspettare il pullman, felice di rivedere i miei “prosciuga energie”!

chiacchiere a quattr’occhi

Standard

Domenica, finita l’uscita scout Jacopo è andato a casa dei cugini, perché noi eravamo ad una cresima e lui era troppo stanco per raggiungerci. Così l’ho rivisto solo alle 20,30, con la doccia fatta, la cena fatta, stanco e sereno. In mezzo alla confusione familiare della domenica sera non c’è stato tempo per chiacchiere e confidenze scambiate. E non mi ha detto una cosa importante, che invece ha raccontato a zii e cugini.

Non è che sono gelosa, non proprio almeno. Diciamo che mi sento in colpa. Perché in queste settimane piene, in cui faccio l’equilibrista per mettere insieme tutti gli impegni e le esigenze di ognuno, non c’è un tempo dedicato a ciascuno dei miei ragazzi. Non servirebbe tanto.

Basterebbe poter accompagnare da sola Lucia a ginnastica per parlare io e lei quei 10 minuti, trovando spazio per condividere gli eventi e i sentimenti, anziché dirigere come un vigile l’urgenza di raccontare la giornata dei tre passeggeri del sedile posteriore.

Basterebbe tornare a piedi con Jacopo dopo basket, per parlare del suo futuro, dell’iscrizione alla scuola media, della visita alla redazione del giornale cittadino e del suo progetto di fare il giornalista, anziché chiedere a Flavio di andare a prenderlo lui, così non devo uscire di nuovo con Diego.

Basterebbe andare in piscina e rivestire con calma Diego, per sentire i racconti del suo compagno che non è stato bene a scuola o i suoi progetti per il futuro (“A. vuole fare l’astronauta. Io non so cosa voglio fare da grande. Forse voglio fare un museo di cavalieri”).

Basterebbe, ma per ora non è possibile. E penso che ha ragione Lucia quando mi dice “Quando non stiamo insieme, di famiglia, sono più aggressiva”.

Voglio dire una cosa ai miei ragazzi: mi mancate, tanto. Ma torneremo a chiacchierare a quattr’occhi.