con chi sono solidale

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Si è seduto al tavolo dove c’ero anch’io, di fronte la figlia, di fianco la moglie. Ha ascoltato a lungo quello che avevamo da dire su legalità, giustizia e tanti pensieri che partivano dal concreto e andavano sui massimi sistemi. Ha fatto un paio di battute sul fatto che chi dovrebbe amministrare la giustizia non è sempre onesto, sulla classe politica di cui non ci si può fidare.

E poi ci ha raccontato una storia che non potevo immaginare, che mentre la raccontava mi sentivo sempre più strana dentro: insignificante nei miei pensieri di poco prima, grata perché ce la stava affidando. 

Aveva subito minacce 30 anni prima nel suo lavoro, aveva ricevuto telefonate che gli dicevano che sapevano dove andavano a scuola i suoi figli. Aveva denunciato e aveva vissuto sotto scorta per dei mesi, con una macchina sempre sotto casa che lo seguiva mentre andava a lavoro. Aveva preso il porto d’armi, per sentirsi più sicuro, per proteggere la sua famiglia, aveva avuto una pistola addosso ogni volta che era uscito. E poi una sera, spaventato per una macchina che lo seguiva, per dei ragazzi che facevano gli sbruffoni con lui, era sceso dalla macchina, aveva tirato fuori la pistola e l’aveva puntata verso di loro. I ragazzi erano scappati e lui era tornato a casa, aveva chiuso la pistola in cassaforte e non l’aveva mai più tirata fuori. Spaventato da se stesso, consapevole che la paura può trasformarti in qualcosa che non sei. Abbastanza lucido da fermarsi in tempo e da restare quello che era:  una persona per bene.

Credevo fosse venuto all’incontro sulla legalità, prima dell’intervento di don Luigi Ciotti, trascinato dalla moglie e dalla figlia, credevo che il suo contributo sarebbe stato centrato su un generico “tanto sono tutti ladri”. E invece lui aveva una storia vera di legalità da raccontare a me, che mi sento coraggiosa quando chiedo lo scontrino. Ce l’ha regalata così, una sera di ottobre, intorno a un tavolo di un oratorio, con le torte salate e i biscotti fatti in casa di fronte. 

È con lui che sono solidale oggi, con lui che si è saputo fermare in tempo per proteggere la sua dignità di persona per bene, con lui che ha avuto paura di se stesso e della sua stessa paura. Con lui che ha deciso che era più importante poter continuare a guardare i suoi figli in faccia, senza rimorsi per ciò che aveva fatto. Con lui che nonostante la disillusione, ha deciso che era più importante rimanere dalla parte della legalità. E aspettare giustizia, non farsela da solo.

Nella foto: l’ulivo di via d’Amelio 21 a Palermo

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facciamo il punto

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Dopo due settimane passate intensamente, tra fatiche e liberazioni, fini e inizi, eventi simbolici e quotidianità, possiamo fare il punto. Di quello che ho riscoperto e imparato.

Ho riscoperto la mia famiglia, i miei amici, quelli che sono sempre vicino, quelli che mi accompagnano anche da lontano, quelli che sentono i miei umori e le mie fatiche, che sanno far nascere i miei sorrisi e liberare le mie lacrime. Ho bisogno di questa famiglia e di questi amici per essere quella che sono, per permettermi di esprimere tutto, la forza e le debolezze. Per sciogliermi in un abbraccio e sostenere il braccio dell’altro.

Ho imparato che quando provo rabbia non sto bene, non vedo bene, non penso bene. E non risolvo nulla. Al contrario, sto ancora peggio e mi faccio del male. Non ho ancora imparato a non provare rabbia, ma almeno adesso so allontanare da me chi mi fa stare così. Non ho risolto il nodo che ho dentro, ma lo congelo, fino alla prossima volta in cui dovrò affrontarlo, sperando mi faccia meno male e sia diventato un po’ più piccolo.

Ho riscoperto il piacere di organizzare le cose, di coordinare gli sforzi, di avere grandi progetti e portarli avanti, anche se non tutti giocano con la stessa intensità, passione e trasporto questo gioco che abbiamo scelto insieme. Ho imparato che io so giocare solo così e che se tengo a qualcosa difficilmente mi faccio fermare dal poco entusiasmo degli altri. Non sono fatta per i balzi da gallina, aspiro e tento, con risultati non sempre incoraggianti, di essere un’aquila che sorvola le cime.

Ho riscoperto quanto l’educazione sia il centro di ogni cosa e quanto lo strumento più potente, forse l’unico che funzioni veramente, sia la testimonianza. Impariamo per imitazione tutto: dal parlare al mangiare, dal leggere all’andare in bicicletta, dalla raccolta differenziata a potare gli ulivi. E questo vuol dire che non c’è educazione senza comunità, che non costruiamo il futuro se non costruiamo la società in cui viviamo. Che l’individualismo ha i giorni contati, mentre la solidarietà fa guadagnare a tutti giorni in più.

Ho imparato che la vita è fatta di incontri e di relazioni: che ti capitano per caso, ma poi crescono solo se le alimenti, che ti vengono in aiuto quando hai bisogno, che agiscono per contagio. Il buon umore è contagioso, la voglia di fare è contagiosa, l’impegno è contagioso, l’assumersi delle responsabilità è contagioso.

Ho confermato che amo vivere in periferia, perché è qui, tra le diversità e i contrasti, che la mia intelligenza trova stimoli, che mi sento a casa mia. Nell’imperfezione che stimola la creatività, nelle difficoltà che provocano le reazioni e la spinta verso il cambiamento.