cos’è Torino

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Cara Elasti,
leggo il tuo blog regolarmente per una somiglianza delle nostre vite che a volte mi ha preoccupato e molto più spesso mi ha consolato e divertito. Tra le differenze, io vivo a Torino. Si, in quella città che ti mette da sempre soggezione, come hai scritto pochi giorni fa nel tuo blog. Allora te lo racconto io cos’è Torino e chi siamo noi torinesi.

Torino è la città in cui se cammini guardandoti i piedi ti perdi molto. Le montagne, prima di tutto, che ci ricordano ogni giorno che siamo incredibilmente piccoli come uomini e donne, ma anche che la cima è lì, alla portata del nostro lavoro costante e del nostro impegno, parola che non spaventa quasi mai un torinese. Le montagne sono il nostro orizzonte abituale, soprattutto nelle giornate di febbraio, quelle fredde e limpide, in cui la luce del sole fa brillare la neve sulle vette.
Ti perdi i palazzi, quelli dei re e delle regine, di un’eleganza che bada all’essenziale, di una bellezza pura che ti riempie gli occhi e il cuore. Ti perdi gli alberi, tanti, che ombreggiano i nostri corsi e controviali, che svelano parchi cittadini in ogni angolo, che abbracciano piazze con i turet con l’acqua fresca che scorre sempre. Ti perdi “l’arco rosso”, la passerella che collegava il villaggio olimpico con il centro congressi del Lingotto e la pista per le auto sul tetto di quella che un tempo era una fabbrica. Ti perdi il nuovo skyline, fatto di pochi grattacieli, la nuova Porta Susa, una balena di vetro e acciaio che si è sdraiata in centro per ingoiare i treni e la metropolitana, tra le vie di Cit Turin in cui le signore hanno veramente le perle.

Torino è la città in cui il basso e l’alto si incontrano e si mischiano. In quelle che erano fabbriche nasce qualcosa di nuovo: poli espositivi come le OGR (Officine Grandi Riparazioni, dove si riparavano i treni) con una programmazione di eventi capace di far dialogare i diversi linguaggi dell’arte e della cultura; luoghi promiscui come Eataly, un po’ ristoranti stellati, un po’ banconi alti per un pranzo condiviso, un po’ supermercati, un po’ laboratori in cui tutto gira intorno al cibo che mangiamo, a come viene prodotto a quale idea del lavoro dell’uomo e di rapporto con l’ecosistema si vuole promuovere.
È la città del primo re d’Italia e dell’antifascismo degli operai della Fiat, che insieme coi partigiani difesero le fabbriche, i ponti, i servizi di pubblica utilità fino ad arrivare a liberare la città il 28 aprile 1945 dall’occupazione nazifascista.

Torino è la città dei confronti e degli scontri: qui nasce nella seconda metà degli anni 60  l’Arte Povera, che rompe con i canoni artistici precedenti e da quel momento l’arte contemporanea è diventata un tratto forte dell’identità cittadina, che a novembre ospita una Fiera internazionale di arte contemporanea come Artissima e una fiera che ormai definire minore è ridicolo, come Paratissima, che ospita le opere di artisti non ancora scoperti dalle gallerie d’arte internazionali. È da Palazzo Campana, sede delle facoltà umanistiche dell’Università di Torino, occupato nel 1967 dagli studenti torinesi che inizia la stagione delle proteste negli altri atenei italiani ed europei.

Nel periodo preparatorio delle Olimpiadi invernali del 2006 c’era uno slogan per la città “Always on the move” che contrastava con l’appellativo tipico dei torinesi “bugia nen”, che in dialetto significa “che non si muovono”. Siamo entrambe le cose, noi torinesi: creativi e rigorosi, disciplinati e disobbedienti, riservati e leali, fieri e accoglienti, saldi nei nostri principi e aperti a strade laterali ancora inesplorate.

È vero, baciamo e abbracciamo poco, diamo del lei quando incontriamo qualcuno che non conosciamo e stringiamo la mano anziché dare il cinque. Però ascoltiamo veramente, conosciamo il valore del gioco di squadra, non ci spaventiamo davanti al lavoro, siamo equilibrati e raramente eccessivi, e questo in effetti è strano in un’epoca di esagerazioni. Conserviamo qualcosa del “bugia nen”: i piedi ben piantati per terra nella realtà, lo sguardo verso il cielo, perché è lì che la nostra immaginazione disegna i nostri progetti futuri.

La prossima volta che tornerai a Torino, Elasti, non sentirti in soggezione se non ti chiediamo l’autografo o non ti abbracciamo come se ci conoscessimo da una vita: stacci di fianco e scoprici un po’ per volta, un amico di Torino va assaporato pian piano, come il cioccolato.

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tutta mia la città

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Ci sono mille modi di vivere in un luogo, ad esempio attraversandolo distratti per andare dal punto A al punto B, senza guardare ciò che ci sta intorno. Si può vivere in una città considerandola un posto qualsiasi, ininfluente rispetto alla nostra vita. Non se si vive a Torino.
Se vivi a Torino non puoi non rimanere estasiato dal sole che sorge sulla collina, dalle montagne che svettano tra i palazzi del centro.
Se vivi a Torino non puoi non riconoscere l’odore della neve prima che inizi a cadere o lasciarti spettinare dal vento delle terse e fredde giornate di febbraio.
Se vivi a Torino non puoi pensare che nelle piazze del centro debbano circolare le auto: sono luoghi in cui passeggiare, correre inseguendo i colombi, fermarsi su una panchina o in un bar a bere un caffè.
Se vivi a Torino sei abituato alle contaminazioni: il barocco e l’arte contemporanea convivono nelle strade e nei musei, la cultura e l’industria sono due aspetti della nostra identità, gli immigrati marocchini che ti avvicinano per venderti i braccialetti della fortuna quando se ne vanno ti dicono “cerea” per salutarti (non tutti, ma qualcuno parla piemontese meglio di me).
Se vivi a Torino e percorri in bici il corso del Po un pomeriggio di primavera scopri una città verde, piena di vita, calma e lenta, come le canoe che attraversano il fiume, attiva e concentrata, come le persone che camminano o corrono per il parco.
Torino è casa mia e non saprei starne lontana.