avevo tre mesi di tempo

Standard

Avevo tre mesi di tempo, eppure stamattina prima di andare a lavoro ho cercato le cartelle in sgabuzzino e le ho annusate per capire se a giugno le avessi lavate. Non ricordo di averlo fatto e quindi si sono vinte un giro in lavatrice.

Avevo tre mesi di tempo, eppure non so se Diego abbia un grembiule che gli starà per tutto l’anno che ha di fronte. Quello della terza elementare era bello vissuto, da lui e da almeno un paio di altri bambini, tra fratello, cugino e amici di famiglia. Ammetto anche che lo scorso anno aveva il grembiule con un nome ricamato sulla tasca. Non era il suo nome.

Avevo tre mesi di tempo, eppure sabato andrò a comprare penne, colle e quaderni con righe di quarta (ma poi esistono le righe di quarta? Io non riesco mai ad associare la riga alla classe). E quando tornerò a casa molto probabilmente troverò la scorta di copertine arancio per i quadernoni, fogli ruvidi squadrati e matite con mina HB. Tutte cose che avremmo potuto non comprare anche quest’anno. E invece, ne avremo comprato la confezione convenienza, quella più grande.

Avevo tre mesi di tempo, eppure due dei miei figli non hanno ancora tutti i libri. No, non è che non sono arrivati: è che non ho neanche pensato dove ordinarli. Arriveranno per i Santi, probabilmente.

Avevo tre mesi di tempo e sono volati. Lunedì inizia la scuola e noi siamo sistematicamente impreparati.

come mi sento io qui

Standard

– Perché ti piace così tanto la Francia? – mi ha chiesto Diego l’altro giorno a Bastia.

– Mi piace la lingua, ho degli amici francesi a cui voglio molto bene, ho dei bei ricordi… non saprei… –

Non ho una risposta precisa. La Francia è il posto delle gite coi nonni quando eravamo a Sanremo o con mamma e papà quando eravamo in montagna. Facevamo pochi chilometri e cambiavano le cose: le autostrade erano indicate col blu e le statali in verde, le R diventavano più importanti in ogni parola, le banconote dei franchi sembravano dei lenzuoli e non ci stavano nel portafoglio. Alla frontiera ti facevano segno di passare senza neanche uscire dal gabbiotto perché quelli erano posti di transito. Non era proprio come essere a casa, ma non era neanche così diverso. Era come una gita fuori porta, in un posto che comunque apparteneva a un torinese, con una lingua con molte somiglianze rispetto al dialetto piemontese che parlavano tra loro i nonni.

La Francia sono tante vacanze fatte con gli amici di sempre, roulotte e tende montate in campeggi in riva al lago, nel paese di montagna, al mare o nell’area parcheggio a Sainte Marie de la Mer, con i tori che ci passavano tutt’intorno. Sono cartoline scritte sul tavolo del campeggio, piscine comunali, ristoranti in cui scoprire le rane, fiumi in cui nuotare, zanzare e partite a carte. Sono gli anni in cui qualcuno ha seminato dentro di me la curiosità per i posti nuovi, i cibi diversi, le domande che nascono se si apre la porta di casa e si esce sulla strada. Sono gli anni in cui sei adulti mi hanno regalato una famiglia allargata, un’amica per la vita, la consapevolezza che stare insieme richiede pazienza e capacità di adattarsi. Ma è ciò che ci rende felici.

La Francia è una casa al centro del mondo. Dalle finestre vedevi campi arati, mucche, l’aia con galline e biciclette vecchie, stalle e stagni. Nella cucina c’era posto per tutto: italiani, francesi, bambini di età diverse, allevatori, adolescenti parigine, figli naturali e figli in affido. C’era posto per crescere e scoprire se stessi, per farsi insieme delle domande, per trovare risposte che generavano sempre nuove domande.

La Francia è tutto questo. Non è casa, ma un posto in cui so di poter stare come se fossi a casa. Ha una lingua diversa, un cibo diverso, un modo di salutarsi diverso e addirittura un modo di usare la punteggiatura diverso. Ma qui, come a casa, mi sento libera di essere me stessa, di sentirmi parte di una umanità aperta, curiosa, consapevole che ogni incontro ci trasforma e ci fa evolvere. Cittadina di un territorio che non può venire realmente separato attraverso dei confini. Quelli stanno solo sulla carta politica appesa nella mia classe delle elementari. Sul mare e in terra non esistono: esistono solo le persone e il loro diritto di spostarsi.

io ho l’abbonamento

Standard

– Ehi, è il mio letto, mica un parco giochi! –

Diego nella casa in Corsica dorme da solo nel soggiorno, sul divano. Ha ottenuto il privilegio in una sfida alle terze a pari e dispari con suo fratello e adesso difende lo spazio quando qualcuno di noi ci si siede.

Se a sedersi sono i suoi fratelli o suo papà, il costo è sempre uguale: 5 euro.

– Tu mamma siediti pure, per te è gratis. Hai l’abbonamento –

– E perché mamma ha l’abbonamento e io no? – chiede Flavio.

– Mi dispiace, mi hanno dato un blocchetto da 1. Il prossimo blocchetto mi arriva… (pausa come per controllare lo stato dell’ordine) …tra un anno. –

Lui, ovviamente, ha l’abbonamento sul mio letto.

si, va bene

Standard

– Mamma, un giorno di settembre possono venire i miei amici a fare l’asta del fantacalcio a casa nostra? –

Eravamo a Reijka, dopo un viaggio di 9 ore, iniziavamo la vacanza e avevamo appena comprato il necessario per la colazione del giorno dopo. Eravamo allegri, mediamente abbronzati, chiacchieroni con gli amici compagni di viaggio.

– Si, va bene – ho risposto, forse non completamente consapevole.

Passano i giorni, la vacanza continua e io mi distraggo.

– Mamma, abbiamo pensato di vederci il 5 settembre, a che ora dico di venire? Alle 10 va bene? –

Eravamo a Sarajevo, stavamo per uscire per andare a scoprire la città, avevo una macchina fotografica carica nello zaino e molta curiosità per un posto nuovo.

– Si, va bene – ho risposto con la leggerezza che ha colei a cui il primo figlio sta dicendo che tra 5 anni presumibilmente dovrà informarsi circa la data dei test d’ingresso all’università.

Siamo tornati a casa, abbiamo salutato Reijka, Sarajevo e molti altri posti e il 5 settembre è arrivato. E alle 10 spaccate il campanello ha suonato due volte e in casa sono entrati 4 ragazzi di 14 anni, che mi salutano più o meno timidi (qualcuno mi vede a ogni partita di basket, altri non mi hanno mai incrociato) e prendono possesso del tavolo del soggiorno.

Ho assistito, da dietro la porta a vetri della cucina (chiusa da me per non essere rintronata dalle loro chiacchiere), a una contrattazione del calciomercato, con tanto di videochiamata dell’amico fuori Torino: <<A. lo vuoi Donnarumma?>>  chiede uno dei presenti, <<No, non lo voglio>> sento rispondere A. con la voce gracchiante del telefono e, sarà che non lo vedo nello schermo del cellulare, ma me lo immagino “fluttuante” su una poltrona gonfiabile a forma di unicorno in una piscina all’aperto, con un cocktail dai colori improbabili in mano e una catena d’oro al collo più grande di lui. Sono comparse sul tavolo le calcolatrici anni 80 con cui io e Flavio abbiamo affrontato 5 anni di liceo, per gestire gli acquisti sulla base dei soldi che avevano a disposizione, fogli vari, schemi scritti a matita.

Come ogni contrattazione che si rispetti, il tutto si è concluso con un pranzo dal kebabbaro (il quinto pasto consecutivo che mio figlio fa fuori casa, ma se li sta pagando lui e a 14 anni si ha uno stomaco capace di digerire le pietre, quindi direi che la questione non mi riguarda) e sul tavolo del soggiorno sono rimasti gli appunti sparsi.

– Mamma, a gennaio dovremo incontrarci di nuovo per il calciomercato invernale –

– Si, va bene – ho risposto di nuovo, perché in fondo mi fanno veramente morire dal ridere i 14enni che frequentano casa mia nell’ultima settimana di vacanza prima dell’inizio della scuola superiore.

cos’è per me la Croazia

Standard

La Croazia è un mare perfetto, cristallino anche nella spiaggia con le barche attraccate a riva. Se poi vai nell’isola dell’isola trovi uno spettacolo mozzafiato di scogli su cui sdraiarti che si tuffano nell’acqua, pesci che nuotano tra i corpi dei mostri marini con maschera e boccaglio.

È un cameriere che fa il gentile e parla in italiano e poi mette nel conto un paio di birre in più, non si sa se per errore o per il servizio d’accoglienza. È un signore barbuto che ti chiede sul porto se stai cercando il traghetto per Proizd e ti propone una barca già carica di persone e che non capisci se sia quella “ufficiale” o no (poi scopri che lo è, ma il dubbio era lecito).

È una vecchietta che vende frutta e verdura in una bancarella sotto l’ombrellone davanti alla spiaggia e con cui ti spieghi a gesti, che pesa ogni articolo su una bilancia molto simile a quella che all’inizio degli anni 80 tua mamma aveva lasciato a te e tua sorella per giocare.

È una lingua dura, anche quando la parlano 4 ragazze molto carine che giocano in acqua a palla, così dura nei suoni e nei toni che se una di quelle adolescenti dovesse dirti “ti amo” scapperesti spaventato. Dura e incomprensibile per me e, se non avere la minima idea di ciò che è scritto su un cartello all’inizio mi disorienta, quando mi rilasso e torno a essere me stessa mi incuriosisce e mi stimola.

È un’architettura, nelle due città in cui siamo transitati, con un’impronta sovietica inconfondibile: palazzi alti e squadrati, enormi viali a tre corsie per carreggiata, piazze su cui si affacciano costruzioni rigide e rigorose. Un’architettura che vuole raccontare una storia di ordine, funzionalità, gerarchia.

È un murales che ricorda l’assedio di Vukovar con disegni, colori e tratti che esprimono immediatamente un nazionalismo aggressivo, in linguaggio forte e potenzialmente violento, una ferita aperta che continua a sanguinare.

È una milanese in vacanza con la famiglia che attacca bottone in spiaggia il primo giorno per dire quanto sia scontenta di questo posto, che il traghetto l’hanno preso dopo 7 ore, che nel paese in cui siamo non c’è nulla, che i croati sono poco gentili: il tutto mentre sta usando ombrellone con la base e sdraio messe a disposizione gratuitamente dal comune di Brna. E in quel momento capisci perché esiste Milano Marittima e gli spaghetti alla bolognese in qualsiasi ristorante del mondo. Buona vacanza signora milanese, strano che non ci siamo più incontrati.

figli grandi

Standard

Figli grandi, problemi grandi. Si dice.

Ma avere dei figli grandi in vacanza vuol dire non portarsi al mare 253 giochini da spiaggia che poi si riempiono di sabbia e non sai se è preferibile portarli sgocciolanti a casa o trasformare una formina macchinina nei gormiti della terra.

Vuol dire poter nuotare al largo da sola o anche in compagnia, ma senza aver qualcuno che ti si aggrappa alle spalle scottate per tenersi a galla dimenticandosi che anche tu nel tuo metro e sessantacinque scarso non puoi toccare, a 300 metri dalla riva.

Vuol dire non portarsi mutande di ricambio e poi cercare di infilarle senza farle sfiorare due zampette sporche di alghe e sabbia. Ultimo bagno, doccia fredda et voilà, si va via con l’asciugamano avvolto in testa per ripararsi dal sole.

Vuol dire poter fare viaggi in macchina senza prevedere soste ogni 2 ore, senza sentire sempre la stessa canzone dello zecchino d’oro (che io odio con tutta me stessa, da sempre, anche da quando ero dell’età da zecchino d’oro), senza dover portare mille intrattenimenti, senza viaggiare col gomito slogato per dare la mano a qualcuno nel sedile dietro. Ognuno ha la propria musica nelle cuffie e, se decidiamo di ascoltare qualcosa insieme, mettiamo gli Statuto.

Certo, ci sono i compiti che non volete fare, le risposte taglienti, le discussioni per chi di voi ieri ha steso un costume in più o in meno, c’è l’eritema che non passa perché tre giorni fa qualcuno diceva “a me la crema non serve più”.

E poi ci sono le vostre schiene abbronzate che contrastano con le lenzuola bianche, le immersioni in mare aperto a prendere le alghe sulle pietre, i tuffi dalle spalle. E io quest’anno sono quella che si tuffa (o almeno ci provo).

parole delle vacanze 11

Standard

#giorno 11 bellezza

– Sai cosa penso?

– Cosa?

– Che questa pista in fondo non è brutta. Anzi

– Ma che cosa dici?

– Visto così, dall’alto uno potrebbe anche pensare che la natura vince sempre, che è ancora più forte dell’uomo. E invece non è così. In fondo tutte le cose, anche le peggiori, una volta fatte poi si trovano una logica, una giustificazione per il solo fatto di esistere! Fanno ‘ste case schifose, con le finestre di alluminio, i mattoni vivi… mI stai seguendo?

– Ti sto seguendo

– La gente ci va ad abitare, ci mette le tendine, i gerani, la televisione e dopo un po’ tutto fa parte del paesaggio: c’è, esiste, nessuno si ricorda più di com’era prima. Non ci vuole niente a distruggerla la bellezza

– Beh, ho capito ma allora?

– E allora invece che la lotta politica, la coscienza di classe tutt’e le manifestazioni e ‘ste fesserie bisognerebbe ricordare alla gente che cos’è la bellezza. Aiutarla a riconoscerla. A difenderla

– La bellezza?

– La bellezza, è importante la bellezza. Da quella scende giù tutto il resto

(dal film “I cento passi”, dedicato alla storia di Peppino Impastato, nato e morto a Cinisi, un paese vicino a Palermo)

quella di quest’isola che ti sorprende, ti emoziona e ti commuove

quella della sua natura rigogliosa, forte e tenace, più degli incendi che lasciano tracce ovunque, più dell’immondizia abbandonata sulla spiaggia di fronte a un mare che resta cristallino, più delle case brutte, non finite, disastrate, poste sulle colline e sulle piane senza una logica

quella di tutte le popolazioni che da qui sono passate, lasciando cultura e arte, templi greci e mosaici bizantini, palazzi normanni e chiese barocche

quella di queste persone che ti accolgono e ti coccolano, che quando ti invitano a casa ti fanno trovare cannoli e paste di mandorla e ti dicono che per loro averti li è “un dovere, un piacere e un onore”

Questa è la parola conclusiva di questo viaggio: bellezza. Quella che ho sentito tutto intorno a me nei posti che ho visto e nelle persone che ho incontrato, quella che mi sono portata da casa, con una famiglia che vive insieme le difficoltà e le gioie, che sa esserci anche nelle diversità, che ama il rapporto tra generazioni diverse, nonni, genitori, figli e nipoti.

Bisogna ricordarsi cos’è la bellezza, riconoscerla e difenderla, per salvarsi e vivere.