una bacchetta magica

Standard

Vorrei una bacchetta magica, di quelle che esistono nelle favole, per togliere le fatiche a chi ho di fianco.

Perché F. possa sapere chi era sua nonna, perché possa intuirne il rigore e la cura che ha saputo dedicare a noi e ai bambini che ha cresciuto, perché possa apprezzarne il sarcasmo e la durezza, la voce un po’ rauca, i consigli sbrigativi e i gesti di amore che ci ha lasciato.

Perché S. possa tornare a fare la figlia, con la leggerezza che vorremmo avere sempre noi figli e possa avere qualcun’altro, con un altro ruolo, che si occupi delle paturnie di un ultra settantenne a cui non possiamo più chiedere di cambiare, che è sempre stato poco volentieri negli ospedali come visitatore e adesso è diventato lui il paziente.

Perché G. possa avere ancora del tempo con E., perché non sono così abituali le coppie che dopo oltre 30 anni di matrimonio e i figli grandi hanno ancora tanto da fare insieme e da dirsi. E quando uno dei due se ne va, restano troppi discorsi in sospeso, troppe questioni ancora da affrontare, viaggi da fare, film da vedere, libri da consigliarsi. E chi resta non sa che farsene di tutta quella strada che ha di fronte senza il compagno della propria vita.

Perché G. possa godersi la sua pensione, il suo tempo libero, lei che ha sempre corso, lei che è l’unica che io abbia conosciuto che quando faceva part-time non faceva meno di 30-36 ore a settimana. Lei che quando sono arrivata nella mia agenzia era la collega esperta e adesso è un’amica di cui non so fare a meno. Lei che sa essere scrupolosa ed efficace insieme, lei che ha un senso del dovere più forte del mio.

Perché L. non si senta con una scadenza scritta addosso, perché possa pensare di avere tempo di vedere i nipoti diventare sempre più grandi, accompagnare sereno e in forma all’altare sua figlia, guidarla. Lui che ci insegna ogni giorno che per vedere le cose non servono occhi che funzionano, ma un cuore che sa ascoltare e una coscienza che ha il coraggio di scegliere, lui che deve appoggiarsi al nostro braccio per farsi guidare nei posti sconosciuti.

Vorrei una bacchetta magica perché il dolore intorno a me mi fa sentire impotente e questa è la sensazione che più patisco. Perché sono una persona che ha bisogno di fare per riuscire a dare l’affetto che ho dentro e per cui non conosco gesti.

Annunci

fili forti e sottilissimi

Standard

Quattro persone intorno a un tavolo, due donne e due uomini. Un’età uguale quasi per tutti, tante giornate vissute insieme di cui parlare, tanta vita passata in mezzo e raccontata a pezzi. Una bottiglia di vino divisa tra tutti, il menù discusso insieme, per prendere cose diverse, per garantirsi più assaggi dai piatti dell’uno e dell’altro. Posizioni politiche molto diverse, discussioni accese e appassionate, senza mai l’ombra dell’offesa, della distanza.

Ieri sono sta a cena con degli amici, ex colleghi con cui ho condiviso l’inizio della mia professione. E quello che mi resta di più dentro non sono le cose che ci siamo detti, quelle di cui abbiamo parlato, ma quelle di cui abbiamo taciuto. Quelle confidenze che ognuno sapeva di uno degli altri e non ha espresso, ma che chiare sono risuonate nella sua mente e nel suo cuore quando il discorso ha toccato certi argomenti: la sanità che funziona o non funziona, i fratelli che non ci sono più, i figli e i padri. Ognuno custodiva dentro di sé un pezzo di vita dell’altro e l’ha tenuta stretta dentro, lasciandogli la libertà di decidere se metterla lì sul banco davanti a tutti, darla per risaputa o tenerla in ombra. Nessuno si è sentito meno importante, escluso da una verità che altri avevano avuto il privilegio di sapere o l’onere di portare. C’erano dei fili forti e sottilissimi tra noi ieri sera, una rete invisibile che si intrecciava fitta trattenendo qualcosa di ciascuno di noi.

Perché essere amici è questo: accompagnarsi lungo la strada, accogliersi reciprocamente nelle proprie gioie e debolezze, accettare le cose non condivise, recuperare il tempo passato lontani in due parole, in una mano appoggiata sulla tua gamba mentre mangi un piatto di pasta. Guardarsi negli occhi e sapere che quello che vedrò negli occhi dell’altro sarà sempre interesse, affetto, vicinanza per la mia vita. Una presenza discreta e continua, capace di annullare il tempo che passa e la parole non dette, capace di far trovare il tempo e lo spazio giusto per raccontarsi la vita, capace di accettare i silenzi e accoglierli.

Tengo dentro le vostre vite, le cose che so perché ero lì vicino in quel momento, quelle che avete voluto dirmi perché dovevate affidarne un pezzo a qualcun’altro, quelle che immagino ma non ho mai osato chiedervi, perché nell’anima degli altri non si entra se non esplicitamente invitati. Vi tengo di fianco ai miei segreti, alle mie fatiche, ai miei nodi da risolvere. E mi sento meno sola, sapendo che tra due mesi o dieci anni troverò sempre i vostri occhi che mi accolgono, la vostra mano sulla mia gamba, l’odore della sigaretta fumata appena prima di abbracciarmi che si appiccica al mio cappotto e alla mia guancia.

nella buona e nella cattiva sorte

Standard

C’è una promessa che, quasi 14 anni fa, ci siamo fatti reciprocamente Flavio e io “nella buona e nella cattiva sorte” o qualcosa di simile, perché ci siamo cambiati le parole che quelle tradizionali non ci piacevano. E credo che quella promessa, per quanto non ci sia un momento ufficiale in cui viene pronunciata, la facciamo anche con tante altre persone della nostra vita: con gli amici, coi fratelli, coi parenti.

Ecco, quando sarò nella cattiva sorte, quando qualcosa nella mia vita andrà un po’ storto, io voglio solo chi c’è stato in quella buona.

Voglio chi ha festeggiato con me i miei compleanni, le mie gare di corsa, i primi passi dei miei figli, il mio racconto pubblicato, il mio lavoro nuovo, il mio taglio di capelli, le case comprate e vendute, chi ha condiviso settimane di vacanza in una casa con tanti bambini.
Voglio chi ha camminato con me in montagna, chi mi ha insegnato a potare un ulivo o a costruire trappole per le mosche con le bottiglie di plastica, chi mi ha dato la ricetta per l’impasto della torta verde, chi ha scavato zucche di Halloween e chi ha fatto bagni in mare  dopo lunghe pedalate in bici.
Voglio chi mi ha consigliato libri da leggere, chi ha riso degli spettacoli improvvisati dei miei ragazzi, chi ci ha organizzato gli scherzi la sera del matrimonio, chi ha grigliato costine e tomini in case in campagna, chi ci ha invitato a pranzare insieme una domenica di luglio in una casa con la piscinetta coi bambini.
Voglio chi mi ha visto adolescente, chi mi ha regalato il primo reggiseno, chi mi ha cucinato i dolci che mi piacevano quando sono tornata a casa, chi mi ha portato in giro in camper, chi ha giocato con le pentoline al parco, chi mi ha invitato a mangiare a casa sua offrendomi quello che c’era, chi ha visto con me mongolfiere alzarsi in volo.

Voglio solo chi c’era prima, quando la vita ci permetteva di stare insieme, quando trovavamo sempre qualcosa da festeggiare, quando sapevamo lasciar perdere le stupidaggini, le offese temporanee, le questioni di principio per vedere quelle di valore: che la vita è una sola e a volte è inaspettatamente corta, troppo per rimandare i momenti belli. Solo chi ha riso con me saprà mischiare le sue lacrime con le mie, solo chi ha visto i miei occhi sorridere saprà sostenere il mio sguardo triste. Non voglio piangenti, solo compagni di strada. Nella buona sorte, che poi per la cattiva ci sarà tempo.

ciao, ci sentiamo

Standard

Mi è successo qualche giorno fa, mentre stavo lavorando al computer. Ascoltavo musica varia e intanto continuavo col mio lavoro, quando una voce familiare mi ha fatto fermare: era la voce di Gianmaria Testa, cantante che ho conosciuto grazie a Flavio e che ho visto con lui in molti concerti, l’ultimo in una serata di luglio magica alla Zizzola a Bra. La sua voce, così vicina e intima, mi ha fatto fermare. O forse fremere. È stato come sentire la voce di un amico che non avrei più potuto sentire e ha fatto vibrare la mia pelle e il mio cuore, in un misto tra pace e malinconia, in una galleria di ricordi di vari momenti della mia vita in cui quel timbro, quel modo di sussurrare le parole, hanno significato tanto per me. E ho pensato all’emozione che deve provare la sua famiglia nel risentire il suo timbro, la sua intonazione, il suo modo di fare le pause tra una parola e l’altra, come per pesare bene l’aria, per permettere alle vibrazioni di diffondersi.

Non è qualcosa da poco. Non è da poco avere delle tracce di chi è stato parte della nostra vita, tracce da ripercorrere ancora e ancora, tutte le volte che ne abbiamo bisogno, tutti i momenti in cui ci manca. Ho nel portafoglio molte tracce di chi mi manca ogni giorno tanto, come se fosse appena andato via. Ho un pezzo del cinturino dell’orologio di mio nonno, con i punti di pinzatrice per tenerlo insieme, ho una sua foto dell’ultima carta d’identità e il brano che ho letto al suo funerale, le parole che lui aveva affidato a uno studente per raccontare la sua storia e la storia di tanti come lui, operai durante la guerra. Ho un biglietto che Enrica ha scritto per mio figlio Jacopo, nell’ultimo compleanno che ha festeggiato con noi. Lo so che non è mio e mi sono appropriata di qualcosa che non mi appartiene, ma lì c’è la sua scrittura, in quelle firme messe da lei per tutta la sua famiglia c’è il suo accompagnarci a lasciarla andare, quando lei già sapeva che l’avremmo dovuto fare molto presto.

Sono affamata delle tracce degli altri nella mia vita, le colleziono e le custodisco. Perché so che quando quelle persone mi mancheranno, quando non potrò più sentire quella voce e vedere quegli occhi grigi, avrò bisogno di segni concreti, di oggetti da stringere in mano come amuleti per riportarli vicino a me, non solo nel mio cuore dove vivono ogni momento. Quando starò lavorando e facendo tutt’altro, quella voce, così straordinariamente e naturalmente familiare mi ridarà lo stesso calore, lo stesso senso di pace di quando l’ho ascoltata in tanti concerti.

Ciao Gianmaria, continuerò a sentirti come uno di famiglia.

generatori di solidarietà

Standard

Ci sono luoghi o situazioni della vita che generano una istintiva, naturale, irrefrenabile solidarietà tra persone sconosciute, che non si sono mai incontrate prima e che si perderanno nelle rispettive vite un secondo, un giorno o un anno dopo.

Un parcheggio pieno di fronte a una scuola quando la campanella sta per suonare e i bambini stanno per uscire dal portone. Due posti magicamente liberi di fronte al cancello, uno a fianco dell’altro, presi al volo da due genitori increduli, che hanno già fatto il giro varie volte e immaginavano di dover recuperare i rispettivi figli dietro il vetro dell’androne, come pesci nell’acquario.

Il corridoio di un ospedale, in cui due parenti di due pazienti diversi fanno la posta al medico di turno per avere aggiornamenti o all’infermiere per cambiare la flebo finita. Quella sensazione di partecipare alla vita degli altri che ti da la capacità sincera di gioire per una dimissione, per un miglioramento, per un pasto finalmente semisolido e non più fatto solo di pappette. Anche se la persona per cui tu sei lì non parla ed esprime tutto solo con due occhi azzurri profondi e acuti.

I saloni della scuola materna, in cui mamme col groppo in gola si fanno staccare a forza bambini piangenti che non vogliono lasciarle e che il secondo dopo dimenticheranno la scena, mentre quelle donne rimarranno col magone per la mattinata intera, pensando a quanto sia difficile trovare un equilibrio tra rassicurare e non cedere ai ricatti emotivi dei più piccoli.

Il cortile della scuola materna in cui un’altra mamma si ferma a guardare i tuoi tre figli che si chiudono in un abbraccio per sentire la poesia che il piccolo ha imparato e che tu non puoi sentire perché sarà una sorpresa. Il suo sguardo fermo su di loro e la sua voce che ti dice “che bel momento”.

È vero, nonostante tutto, questo è un bel momento.