forse non c’entra niente, o forse si

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Forse non c’entra niente la lite davanti alla scuola elementare di lunedì mattina per una macchina in doppia fila e un insulto lanciato con leggerezza, nonostante il torto evidente. Forse quella furia che porta un uomo di mezza età a prendere a pugni in faccia e a strattonare per i capelli una donna, non ha alcun legame con altre violenze.

Forse l’aggressività dei genitori e degli allenatori sugli spalti e le panchine di qualsiasi campionato locale di calcio o di basket, che contestano l’arbitro, applaudono ragazzi che strattonano gli avversari prendendoli dalla maglietta, urlano ordini con violenza a chi sta giocando in campo, non sono collegati ad altri atteggiamenti aggressivi e violenti.

Forse le frasi “fatti furbo”, “prima gli italiani”, “gli zingari rubano i bambini”, “non vogliamo i profughi nel quartiere perché c’è un asilo”, le liste che classificano le presunte doti delle donne dell’est, i cappi in parlamento, le monetine lanciate, il movimento dei forconi che passa arrogante e con aria violenta sotto la finestra dell’ufficio, le battute su tedeschi e kapò, le vetrine imbrattate o rotte durante una manifestazione, la polizia schierata in assetto antisommossa al corteo del primo maggio, appena dietro di noi, sono tutta un’altra storia. Diversa rispetto a chi si lancia con un fuoristrada su un ponte affollato di gente, in un mercatino di natale, tra le persone col naso in sù in attesa dei fuochi d’artificio.

Forse i percorsi sono diversi. O forse no. Nel dubbio proverei ad abbassare i toni, a educare i ragazzi al rispetto e al senso della misura, a smettere di urlare e iniziare ad ascoltare, a conoscere e astenersi dai giudizi, a riscoprire la bellezza della complessità anziché adagiarsi in comodi e insulsi stereotipi.

Forse siamo ancora in tempo. O forse no e arriveremo a toccare il fondo, provando poi a rialzarci.

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un giorno non avremo più bisogno

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Un giorno non avremo più bisogno di quote rosa. Quel giorno sceglieremo le persone per le loro capacità, per il loro talento, per le loro competenze, per la loro storia e per il loro slancio verso il futuro.

Un giorno non avremo più bisogno di sfilare per le strade per il gaypride. Quel giorno ognuno sfilerà nei suoi percorsi giornalieri portando con dignità e normalità ciò che è nella sua vita, senza dover nascondere od ostentare.

Un giorno non avremo più foto sui social con l’hastag #notinmyname. Quel giorno ci accorgeremo che i nostri nomi e le nostre identità sono così sfaccettate da non poter essere rinchiuse in una categoria, che ci rende vittime o carnefici a seconda di chi ci sta guardando.

Un giorno smetteremo di definire la donna che in politica cambia bandiera una “puttana”. Quel giorno ci renderemo conto che vendere il proprio corpo non è sinonimo di una colpa, ma di un dramma che qualche donna vive quotidianamente, di un’offesa che qualcuno le infligge.

Un giorno potrò spiegare a mio figlio perché la maestra della sua scuola materna è stata uccisa dalla persona che diceva di voler stare con lei. E saprò spiegargli che in tutto questo non c’era amore e neanche malattia, intesa come qualcosa che può fornire una giustificazione a un gesto che giustificazione non ha.

Un giorno capiremo cosa muove la violenza verso un’altra persona, donna o uomo che sia, gay, lesbica o eterosessuale, bianco o nero, cattolico o musulmano, ricco o povero. E saremo in grado di farne a meno.

dopo la tristezza, l’educazione

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Questa mattina a colazione ho spiegato ai bambini che oggi è la giornata mondiale contro la violenza sulle donne.

– Ci sono delle persone, soprattutto uomini, che fanno del male alle donne perché credono che loro siano più deboli –

– Io sono forte – dice Lucia mostrando i muscoli delle braccia.

– Certo, tu sei forte. È soprattutto sei forte nella tua testa e nel tuo cuore. Ma nella nostra cultura e nelle culture di tanti altri paesi le donne sono viste come persone più deboli, che non possono decidere da sole cosa fare, cosa pensare, come vestirsi, che lavoro fare. Voi fortunatamente non vedete nessun uomo che tratti male una donna: papà mi tratta bene, il nonno tratta bene la nonna –

– Zio tratta bene zia. Però il papà di A. con la sua mamma? – chiede Lucia.

– No Luci, loro sono separati perché non andavano d’accordo e magari si sono detti anche delle brutte cose. Ma non è la stessa cosa. Si può litigare, ma non si deve mai dimenticare che la persona davanti a te merita rispetto e vale quanto te –

– Capito –

– Tu Lucia devi ricordarti che nessun può dirti cosa devi fare, cosa devi pensare, come ti devi vestire. Nessuno può farti fare qualcosa che non vuoi. E tu Jacopo devi ricordarti che devi trattare bene le donne, che non vuol dire comprare fiori o regali, aprire la porta per farle passare. Ma rispettarle, perché sono come te –

6 mesi fa, una maestra della scuola materna dei miei figli è stata ammazzata dal proprio compagno. Dopo lo shock deve arrivare l’impegno. Dopo la paura, il coraggio. Dopo la tristezza, l’educazione.