ho sentito parlare della mia vita

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Ieri sera ho sentito parlare della mia vita.

Ho sentito descrivere mio figlio 11enne e il suo consumo senza controllo di beni, esperienze, opportunità, nella ricerca affamata e insaziabile di “prendere la realtà e mettersela dentro”. Ho sentito descrivere come il passaggio dall’adolescenza all’età adulta, possa portare alla stagnazione (fare sempre la stessa cosa, nello stesso modo, senza modifiche) o alla generatività, cioè “contribuire alla società mettendo fuori da sé ciò di cui si è capaci”.

Ho sentito parlare della mia insoddisfazione per quei mesi di non lavoro o di ricerca di una nuova forma di lavoro nonostante i sussidi al reddito, perché ciò di cui abbiamo bisogno tutti non è solo di un reddito di cittadinanza, ma di un “lavoro di cittadinanza” cioè di un mezzo attraverso il quale e con il quale affermare noi stessi e partecipare alla produzione di valore.

Ho sentito parlare della fatica e testardaggine mia e di Flavio (e di alcuni altri genitori, non tanti, ma alcuni si) nel continuare a educare i nostri figli a vedere gli altri come amici, non come lupi. Amici con cui puoi litigare, discutere, da cui puoi essere deluso, ma da cui non devi difenderti. E continuiamo con testardaggine, nonostante la fatica, perché è vero, come è stato detto ieri, che “il meccanismo della virtù è più potente di quello del vizio”.

Ho sentito dire che in questa fase in cui dobbiamo trovare un nuovo modo di navigare nell’oceano una risposta possibile (e forse quella vincente) è mettere al centro le relazioni, in ogni aspetto della nostra vita. E io ero lì, seduta in platea, proprio grazie alle relazioni costruite negli anni.

Ieri sera sono andata a un dialogo sull’economia “Buona, generativa, civile. Dialogo sull’economia felice” organizzato da ISAO Festival e da Pop Economix. E ho sentito parlare della mia vita.

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accelerazioni

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Ci sono degli eventi nella vita di una donna che si aspettano con ansia, trepidazione, impazienza. E che, magicamente, si assomigliano. Non nella forma, ma nella sostanza delle sensazioni che provocheranno nel soggetto coinvolto una volta accaduti.

Quando sei alla 39esima settimana di gravidanza vorresti estrarre il piccolo alien che abita nel tuo corpo con lo stura lavandini o qualsiasi altro strumento che ti liberi della sensazione di essere troppo grossa per la stazione eretta. Attendi con impazienza il momento, cerchi segnali che latitano, fai le scale e ti sfondi di passeggiate, per poi ritrovarti più stanca di prima sul divano, tu e il tuo alien ancora dentro. E poi alien esce e tu sei contenta e pensi che finalmente i tuoi problemi siano finiti. Ma hai giusto qualche ora per illuderti, finché non verrai catapultato nel mondo dell’allattamento a richiesta (peccato che sia sempre il piccolo a chiedere e tu a dover rispondere), dei pannolini da cambiare, del cordone ombelicale che per cadere deve restare secco. Insomma, aspettavi tanto questo momento e adesso ti chiedi quando ti abituerai a tutto questo.

Quando sei a casa a fine vacanze estive con i figli abbronzati, rilassati, coi compiti quasi finiti e abituati alla vita all’aria aperta, conti i giorni, le ore, i minuti e i secondi che ti separano dal suono della campanella che li ricondurrà sulla retta via, quella che porta fuori da casa e dentro la scuola. Cercherai di portare pazienza, rimandando ogni cosa necessaria a quel giorno meraviglioso in cui le porte della classe si spalancheranno e soprattutto si richiuderanno stabilendo una netta separazione: loro dentro e tu fuori, finalmente distanti e quindi capaci di amarsi di più. Ma durerà poco, pochissimo. Giusto il tempo di far iniziare il corso di nuoto, artistica, basket, i rientri di strumento, l’inizio di catechismo, l’acquisto dei materiali per la scuola media, elementare e materna (e manderai il grande coi pennarelli a punta grande lavabili e il piccolo con la squadretta da 30 cm; quella di mezzo probabilmente avrà il grembiule con le maniche a 3/4 fino a metà ottobre). Pensavi che la cosa complessa fosse gestire il loro tempo e la loro noia. E invece adesso sai che la fatica è mettere in ordine i loro impegni, incastrare le loro giornate, ricordarti di tutto.

Aspetti con ansia certi eventi e poi resti così: spettinata e sconvolta, travolta dalla tua vita che non prevede fasi di adattamento, ma accelerazioni da zero a cento in un momento.

all inclusive

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C’è stato il periodo dei viaggi (e dei villaggi vacanze) all inclusive: vuoi un drink? È compreso. Vuoi fare il corso di zumba? È compreso. Vuoi l’intrattenimento del cameriere giocoliere che lancia i gamberetti direttamente nella coppa da cocktail? È compreso, ed è compresa anche la salsa e le macchie sulle camicia.

Non ho mai fatto vacanze all inclusive, non ho mai frequentato posti in cui questa formula potesse avere un senso (come ha detto pochi giorni fa mio marito parlando di viaggi meravigliosi fatti da conoscenti giovani “non siamo mai stati abbastanza giovani”). E in fondo è sempre stata una scelta. Perché preferisco vacanze (e anche una vita) no inclusive.

Preferisco scegliere strada facendo il posto in cui andare a mangiare, farmi attirare dai profumi e dai colori del luogo, comprare i fichi al mercato a mezzogiorno e non importa se poi non farò pranzo. Preferisco lanciare i sassi nel fiume sfidando i miei figli a chi lo tira più lontano, anziché socializzare coi balli di gruppo e i tornei di freccette. Preferisco annoiarmi da sola che innervosirmi in compagnia di estranei perché al corso di tecniche di rilassamento orientali io non mi rilasso. Preferisco dormire ogni sera nel letto sfatto e pieno di sabbia al fondo, piuttosto di dover raccogliere le mutande sporche in bagno dopo aver fatto la doccia perché poi le trova chi pulisce la camera e non è carino.

Preferisco costruire una per volta le possibilità, anziché essere in una vacanza o vita supermercato in cui tutto è già disposto sugli scaffali, in cui ogni scelta corrisponde a un colore diverso, già preparato. E se in quel tutto non c’è quel che voglio, sono io che sbaglio: l’all inclusive serve proprio per soddisfare ogni desiderio. Tutto il resto non esiste.

due maestre

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C’erano una volta due maestre. Erano due maestre speciali, che non avevano più una classe, dei banchi con dei bambini davanti, seduti un po’ distratti, un po’ addormentati. Non avevano più le mani screpolate per il gesso con cui scrivevano sulla lavagna e la voce un po’ rauca, con quel tono diverso che ognuno ha quando parla forte.

Erano in pensione, ma continuavano a essere due maestre, perché lo erano proprio “dentro”; erano capaci di ascoltare e di insegnare, sapevano accudire e dare autonomia allo stesso tempo, sapevano trovare parole per i sentimenti e le sensazioni che ci sono dentro ciascuno di noi, soprattutto dentro a chi le parole e i testi per esprimersi li sta imparando, un po’ per volta.

Erano signore mature e bambine allo stesso tempo, capaci di farsi coinvolgere nel gioco e di mettere una nota, con la stessa serietà, la stessa passione, lo stesso trasporto completo, totale.

Erano come una scatola di matite colorate.

Il bianco, dello spazio libero, da inventare, ancora con tutte le strade aperte, tutte le possibilità di provare e riprovare, con la capacità di sognare un’altra volta.

Il marrone della terra del cortile e dei giardini, quella che sporca le ginocchia e i vestiti, ma lava la mente, i pensieri, il cuore, per renderli più limpidi, sinceri, genuini.

Il verde. Quello chiaro delle gemme all’inizio della primavera con la loro capacità di sorprenderci ogni anno per il miracolo di una nuova chioma per gli alberi. Quello intenso delle foglie ormai formate, che sanno fare ombra a chi la cerca, ma lasciano intravedere il cielo, ispirando una nuova avventura.

Il giallo del limone, che brucia sulle ferite aperte, che fa venire la pelle d’oca col suo gusto acido, quasi fastidioso. Ma che sa guarire il mal di pancia, sa colpirci col suo sapore di verità, a volte scomoda, ma indispensabile.

Il rosso del sangue dal naso che esce ai bambini, della matita con cui correggere i compiti, della copertina del quaderno di matematica, quello a quadretti. Il rosso che ti da coraggio, forza, sicurezza: coraggio di ricominciare a giocare dopo che il sangue si è fermato, forza per riprovare l’esercizio dopo aver capito l’errore grazie alla correzione, sicurezza di distinguere il quaderno di matematica da quello di italiano, di sapere scegliere quale strada prendere.

Il grigio dell’incertezza, della nebbia che c’è passato il Sangone e che a volte d’inverno non si alza per tutto il giorno. Ma con una mano tesa in quella nebbia, quella della maestra che come la riga bianca sulla strada ti dà la direzione. E ti dice che c’è qualcosa oltre la nebbia, oltre quell’incertezza.

Il nero dei giorni storti, delle bocciature, delle fermate impreviste e non volute. Delle prove difficili da superare, delle delusioni e dei compromessi che dobbiamo fare: con noi stessi, con gli altri, con la vita.

L’azzurro del cielo nella foto di classe il giorno della gita. Che ferma un momento, sintetizza in un’immagine tutto un anno di esperienze, parole, gesti, fogli incollati, recite. Un anno di amore e di vita, data e ricevuta.

Sono due amiche, che insieme hanno studiato, hanno fatto le gite scolastiche, le manifestazioni, le vacanze. Sono state ragazze, figlie, donne, mogli e mamme. Hanno avuto fazzoletti per pulire nasi sporchi e pochi per asciugarsi le lacrime, cerotti per coprire graffi sulle ginocchia, racconti per riscaldare il cuore degli altri.

C’è una maestra che è rimasta sola, senza la sua amica, senza sua sorella. Che avrebbe ancora bisogno dei suoi occhi per guardare la vita, per vedere che dopo la nebbia arriva il sole, anche quando abiti sul Sangone.

pagliacci si nasce

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Quando hai la comicità nel sangue, non puoi evitare di fare il pagliaccio.
Diego è così: quando gioca a calcio balilla usa anche i piedi come per dare i calci; gioca alla wii tenendo in mano due pennarelli al posto del telecomando e si agita talmente tanto con tutto il corpo che forse alla fine della partita dovrà farsi una doccia; invoca il fuori gioco e dice “io ti faccio un croc” (al posto di cross). Ai giardini gioca a pallone e fa la moviola delle azioni più importanti, muovendosi al rallentatore. Saluta i nonni e dice “Anduma?”, facendomi il verso; canta le canzoni con la stessa passione interpretativa di Adriano Pappalardo. Afferma che nel Signore degli Anelli ci sia un personaggio che si chiama Brodo Leggins, anziché Frodo Beggins.
Tutto ciò che è a righe orizzontali (dalle maglie all’hamburger) sostiene sia “a pesce spada”, perché è così che viene il pesce spada fatto sulla griglia.
Quando abbiamo comprato i pesci rossi, uscito dal negozio mi ha chiesto “adesso li facciamo ad acciuga?” immaginandoli già marinati nel piatto. A parte i momenti di rabbia funesta (e ci sono anche quelli), per il resto la vita con lui è uno spasso!