un’ora e trentadue minuti

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Nel weekend libero siamo andati al cinema, lusso che non provavamo da mesi e mesi. E tra tutti i film drammatici, abbiamo scelto quello più leggero, in cui un uomo muore, ma per un conto sbagliato può tornare in vita per un’ora e 32 minuti.

Se mio nonno tornasse qui per un’ora e 32 minuti andrei con lui a fare una passeggiata al boschetto, dove andava da solo in bici, dove raccoglieva le more e i fiori per nonna.

Se mia nonna tornasse qui per un’ora e 32 minuti mi siederei sulla panchina dei giardini con lei, ascolterei le solite storie che mi ha raccontato mille volte, le permetterei di pagarmi il gelato come se avessi ancora 8 anni.

Se Enzo tornasse per un’ora e 32 minuti starei tra gli ulivi con lui per imparare a potarli bene e poi mi farei insegnare a cambiare la camera d’aria di una bici.

Se Enrica tornasse per un’ora e 32 minuti starei seduta con lei nella sua cucina, a bere il tè insieme, mentre chiacchieriamo.

Se Gabri tornasse per un’ora e 32 minuti andrei con lei a prendere il caffè con la panna da Ghigo, le racconterei di Jacopo, Luci e Diego, le parlerei del mio lavoro nuovo, ascolterei i racconti dell’ultima cena preparata da suo marito.

Se tornassero per un’ora e 32 minuti cercherei di riempirmi di loro e di quotidianità, come un palloncino bucato continua a riempirsi d’aria, senza mai arrivare a scoppiare.

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cerco

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Cerco la possibilità di riconoscermi in ciò che ho intorno a me.
Cerco altre persone che abbiano la mia stessa scala di valori: l’umanità, la giustizia, l’equità, l’altruismo, la fratellanza, la libertà, il senso collettivo dello Stato, per dirla con Gaber.
Cerco un mondo gentile, in cui si respiri fiducia e positività, ottimismo, responsabilità.
Cerco istituzioni con il senso del loro ruolo, al servizio del cittadino, competenti e affidabili.
Cerco una politica che non fomenti la violenza, la paura, la regressione, la mancanza di rispetto verso gli altri, la sopraffazione e la perpetrazione dell’ingiustizia.
Cerco impegni, non slogan.
Cerco cittadini protagonisti, responsabili del bene comune, impegnati nella costruzione di una società civile aperta e ospitale.
Cerco la fatica della conquista, il lavoro condiviso, la dignità dell’esistenza di ciascuno.
Cerco chi dice “posso farlo io”, non chi proclama “puoi farlo tu!”, chi fa un passo avanti nella fila, non chi si sposta indietro per lasciar un altro avanti.
Cerco un sogno che mi è rimasto addosso, un’illusione con cui sono stata cresciuta, una speranza che cerco di testimoniare ai miei figli: che uomini e donne insieme sappiano costruire qualcosa più grande di sé, sappiano dare forma a un noi che non è solo la somma delle singole parti di ciascuno, ma un progetto più ampio, che fa fare respiri profondi e sogni leggeri, che fa splendere ciascuno anche della luce riflessa dell’altro vicino a me. Che moltiplica i talenti e condivide gli errori. Che fa evolvere e non involvere.

Cerco qualcosa che non trovo più e a volte penso che sono stanca di cercare.

servono molti noi

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Per costruire il mio io servono molti noi.

Il noi della mia famiglia, che è troppo grande per stare sotto un unico cognome, ne servono almeno tre a fare un’istantanea di questo momento. È un noi stratificato, con qualcuno che c’è ancora e altri che se ne sono andati, ma con cui continuo a parlare, con ricordi che si perdono quando ancora avevo denti che cadevano, trecce e graffi sulle ginocchia. E forti arrabbiature, ma quelle continuo ad averle.

Il noi del territorio in cui vivo, la scuola, il quartiere, la città. Il nido dove sono passati tutti i miei figli, con l’albero di natale con le foto dei bambini e la castagnata, la scuola elementare con le feste di inizio anno per ridipingere le aule, la scuola media coi concerti e le pietre d’inciampo. La casa nel parco e le cene tra amici, i tour tra le vie di queste case costruite per ospitare gli operai della fabbrica, quella che ha preso il nome del quartiere, quella dove nonno teneva alta la testa e la schiena dritta.

Il noi della mia esperienza scout, fatta di fantastico, avventura, scoperta, servizio, competenza. È un noi pieno dei colori dei fazzolettoni che ho avuto addosso, ma che si ritrova in ogni colore. È un noi che non ha una casa, ma trova la sua sede in ogni luogo dove costruisce relazioni e ogni volta che torna li, che siano passati due giorni o vent’anni si sente di nuovo a casa. È un noi che non sa stilare una lista di chi ne fa parte, ma che riconosce gli altri come lui in uno sguardo, una stretta di mano, un modo di fare.

Il noi di generazioni diverse che si trovano insieme, che si studiano e si scoprono ricche e preziose l’una per l’altra. Che si completano e si confondono, in un circolo in cui gli estremi si toccano.

Il noi dei valori, del senso di giustizia e uguaglianza che mi parla incessantemente dentro, del senso positivo dell’azione collettiva, della voglia di dialogo e incontro, della ricchezza della diversità, del primato dell’educazione permanente. Della fiducia nella bontà dell’uomo, animale sociale per eccellenza che solo quando si riconosce nel noi può dire di aver veramente costruito il suo io.

è tutta vostra la scuola

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Le cartelle sono pronte, i pennarelli e le matite etichettate. Il diario non lo avete perché io mi sono dimenticata di portare la ricevuta del pagamento in segreteria. I quaderni sono tutti nuovi, i libri dei compiti hanno ancora qualche pagina con i segni della vacanza: una pagina spiegazzata, l’altra gonfia di umidità.

Oggi si va a scuola e nella foto di famiglia ci sarà un solo grembiule azzurro. Oggi si va in terza elementare, prima media e prima liceo, con tre orari diversi di inizio e di fine giornata (spero che non faremo errori nell’accompagnarvi).

Buon nuovo anno di scuola ragazzi, ai miei e agli altri. Affrontatelo con entusiasmo e passione, indipendenza di pensiero e autonomia, disobbedienza e responsabilità, protagonismo e curiosità. Accostatevi alle materie con mente sgombra e intelligenza brillante, ai compagni con rispetto per i loro pensieri e la loro storia, agli adulti che vi accompagnano con onestà e disponibilità a crescere insieme.

Non è niente la scuola senza di voi, sono solo muri scrostati e banchi scheggiati, piastrelle del bagno scritte e palestre con reti da pallavolo cadenti. Potrà essere tutto la scuola con il vostro impegno, le vostre idee, la vostra vita: laboratorio di nuove possibilità, famiglia felice, esercizio di democrazia, comunità e società civile.

È tutta vostra la scuola, non sprecate questa possibilità. Fareste del male a voi e a noi. Che stiamo fuori dalla porta e vi guardiamo crescere.

ti ho pensato

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Ti ho pensato a corrente alternata oggi. Un po’ si e un po’ no.

Ti ho pensato senza lacrime e senza tristezza, ma ripensando a ogni lacrima di un anno fa, al vuoto enorme dentro, alle parole e agli abbracci che non bastavano a consolare, a spiegare, ad accettare.

Ti ho pensato ieri, quando sono entrata in un posto pieno di bici, camere d’aria, pedali e scarpette, maglie tecniche e catene.

Ti ho pensato domenica e poi ancora lunedì, passando vicino al posto in cui sono stata seduta di fianco a te per un pomeriggio intero, io ero lì e tu chissà dove stavi pedalando.

Ti ho pensato a ferragosto, mentre ero su una spiaggia croata, diversa da quella camera a 4 letti in cui ti raccontavo dei fichi di Cipressa e della molla del dondolo che si era rotta e tu mi hai detto “la cerco poi io”.

Ti ho pensato in quest’anno, quando il mio limone aveva una malattia e tu non c’eri a dirmi quale prodotto potevo dargli, quando ho pestato il tuo nome su un gradino, quando è nata tua nipote, quando al mare non ho trovato neanche una pompa per gonfiare le ruote della bici di Diego, quando ho riportato D. a prendere la bici dopo il trasloco di M., quando ho trovato il vasetto del tuo peperoncino nella mia dispensa, quando Lucia mi ha detto che il suo più grande desiderio sarebbe di rivederti ancora una volta.

Se ti rivedessi ancora una volta vorrei dirti che ti voglio bene, ma forse non lo farei, per colpa della mia timidezza e anche della tua.

#lavitaèbella

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Torniamo a casa oggi, dopo il matrimonio della cognata giovane, quella che quando mi sono sposata viveva le sue giornate spiaggiata sul divano dei suoceri, quella che si scambiava i vestiti con le sue amiche quando usciva di nascosto da sua madre, quella che aveva l’età di mio figlio grande quando mi sono sposata io.

Torniamo a casa dalle Marche, regione che non avevamo mai visto e in cui il nuovo zio dei ragazzi è nato e cresciuto.

Torniamo in macchina, ma c’è chi si è fatto un viaggio in pullman di 20 ore in due giorni (10+10) per venire qui.

Torniamo e sono consapevole di alcune cose.

Che i miei ragazzi a volte mi fanno arrabbiare e mi sembrano capricciosi e viziati, ma poi la naturalezza con cui si aprono alle nuove conoscenze e la disponibilità con cui si adattano alle situazioni è qualcosa di non scontato e prezioso.

Che il senso di abbandono di stare su una spiaggia con gli occhi chiusi, sdraiato al sole, passando dalla veglia al sonno accompagnato dai frammenti di discorsi che ci sono intorno a te ha un che di poetico e ineguagliabile. Purtroppo precluso a una madre con tre figli.

Che l’amore conta sempre, è l’unica cosa che conta. E quando di amore ne metti tanto nelle relazioni, non importa più se tu sei quello acquisito nella famiglia o se in quel tavolo di parenti di sangue non ce n’è nemmeno uno. Sarà tutta un’unica cosa, difficile da definire, impegnativa, ma che per me è naturale da costruire e vivere.

Che quando si dice “sorelle e fratelli di ogni altra guida e scout” si pensa sia uno slogan. Poi si viene qui e si sente una preghiera in cui si parla dell’odore di quel fuoco da una testimone emozionata. Si sente cantare Somewhere over the rainbow con una gioia e un trasporto speciale e si scopre poi che chi canta è stato il caporeparto dello sposo e si chiacchiera con lo stesso linguaggio. Si conosce in spiaggia un amico col kayak che con pazienza e allegria spiega ai tuoi figli come usarlo e li porta ad affrontare le onde, temerario ma non spavaldo e la sera parla di campi di competenza e specialità scout. Siamo davvero sorelle e fratelli di ogni altra guida e scout: abbiamo accenti diversi, ma la parlata nuova è la stessa, il modo di affrontare la vita è uguale, l’apertura verso l’altro è una parte di noi.

Torniamo dalle Marche e, come dopo ogni esperienza intensa, penso davvero che la vita è bella, nonostante le fatiche, le delusioni, le malattie, le assenze di questi due giorni. È bella e bisogna ricordarselo sempre.

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Ci sono quelli che non riescono a guardarti negli occhi mentre ti parlano tanto sono timidi e poi sfoggiano capelli dai colori e dai tagli improbabili, quanti sfrontati.

Ci sono quelli che sembrano acque tranquille e poi basta una domanda per trasformarli in torrenti saltellanti e carichi di spinta.

Ci sono quelli che contestano ogni cosa e sono quasi sempre polemici, ma poi sono sereni e allegri, capaci di esprimere la loro opinione e consapevoli del fatto che hanno dei talenti, magari non sanno bene quali siano ma sanno che prima o poi verranno fuori.

Ci sono quelli che dicono sempre “scusa” e “grazie infinite” e temono che qualcuno si offenda o si possa sentire discriminato per ogni loro pensiero e allora non lo esprimono. Il loro corpo, i loro movimenti nello spazio, i loro occhi e le loro parole raccontano una sofferenza enorme, troppo grande per quei 17 anni, troppo totale per non soffocare tutta la vita che hanno davanti.

Ci sono quelli che non vanno più a scuola, che vedi fumare dalla finestra di camera loro che si affaccia sul tuo stesso cortile, che riempiono con i propri amici l’ascensore e sbattono i loro corpi contro le pareti e le porte, rischiando di romperle. E tu corri per 8 piani di scale per arrivare in tempo a trovarli nell’androne, per dirgli che essere maleducati non è rivoluzionario, essere menefreghisti non è figo, rovinare le cose comuni è stupido. E per fissare i tuoi occhi nei suoi, perché lui si ricordi che chi sta parlando è qualcuno che l’ha visto alle recite della scuola materna, alle uscite scout, agli allenamenti di calcio. Qualcuno che gli vuole bene e non può accettare di stare in silenzio quando lo vede sprecare la sua vita.

Ci sono quelli che si agitano per l’esame di terza media e ripetono lo schema che hanno preparato alla nonna e non vogliono adulti ad ascoltare, solo i loro amici. E poi quando l’esame è finito, escono felici e saltellanti da scuola, parlando a ruota libera, finalmente sorridendo.

Ci sono loro, le ragazze e i ragazzi che stanno affrontando la vita che si srotola davanti ai loro occhi. E poi ci siamo noi, gli adulti, le donne e gli uomini che cercano un passo sufficientemente stabile, per dar loro sicurezza, e leggero, per entrare nella loro vita in punta di piedi.

Non so quale sia il compito più difficile, se il loro o il nostro. So che tutti e due sono indispensabili.