quello a cui non so rinunciare

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Non so rinunciare ai pensieri profondi di un amico che vede nel futuro e che sogna mondi possibili, che con rigore, logica e disciplina cerca di costruirli. Non so rinunciare ad ascoltarlo incantata e ammirata per il suo coraggio, orgogliosa di essere parte della sua vita, grata perché lui fa parte della mia.

Non so rinunciare a osservare i miei ragazzi che vanno nel mondo autonomi e sereni, vederli correre con degli amici con cui condividono giochi, regole, vita quotidiana e progetti, ascoltarli mentre parlano tra loro e si raccontano la giornata.

Non so rinunciare a cercare qualcuno che mi aiuti ogni giorno nel mio lavoro di genitore, che siano amici o parenti, che siano insegnanti o allenatori, che siano i capi dei miei ragazzi. Da soli, Flavio e io, saremmo più spaventati e impauriti, stanchi e incerti, dubitanti e poco creativi.

Non so rinunciare a vivere con gli altri, a invitare a cena degli amici, a parlare con loro del mio lavoro e della mia famiglia, a crescere insieme ad altre famiglie, ad aprire la porta a chi arriva, a vedere altri bambini girare per casa, a riconoscere le felpe e le giacche che una volta mettevano i miei figli indossate da altri.

Non so rinunciare a sentirmi coinvolta e a vivere il contesto intorno a me, a vedere l’arte contemporanea da sola e con i miei ragazzi, a respirare l’aria carica di aspettative e idee di una città viva e in fermento, ad arrabbiarmi per ciò che non mi piace, a parlare con la radio accesa quando ascolto il radio giornale, come faceva mio nonno.

Non so rinunciare a prendermi cura delle mie piante, a essere felice per le loro foglie nuove, a coprirle per l’inverno e salutarle, in attesa della prossima primavera e delle prossime foglie nuove. Non so rinunciare alla meraviglia di una passeggiata nel bosco, allo stupore di fronte ai colori perfetti di una gazza ladra, al rumore delle foglie cadute sotto i miei passi.

Non so rinunciare ad andare avanti, a cercare di non piangermi addosso, a inventarmi modi nuovi per sentirmi realizzata, a chiedere tanto a me stessa e agli altri, a essere rigorosa e intransigente, a essere ottimista, a manifestare quello che penso, a pretendere di essere felice.

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la classifica dei compiti

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Sto cercando di fare una classifica, ma sono ancora fortemente assalita dai dubbi.

Tre figli in età scolare significano un weekend passato a gestire come un vigile i consigli e l’aiuto sui compiti. Non mi lamento dei compiti a casa, anzi. Credo, forse andando contro corrente, che siano indispensabili per far sedimentare le cose imparate a scuola, per esercitarsi da soli in un ambiente sicuramente non ottimale per creare le condizioni migliori per l’apprendimento (il profumo dell’arrosto che cuoce sul fuoco e l’aria fredda che arriva dalla porta del balcone aperta perché io sto stendendo sono ottime scuse per pensare ad altro).

Però non posso nascondere che affrontare una mattina di compiti con tre figli contemporaneamente non sia qualcosa da cui fuggirei volentieri. E non so dire cosa mi piaccia di meno.

Se cercare di recuperare reminiscenze di analisi grammaticale o logica per aiutare il grande con gli esercizi di grammatica. Ieri mi ha chiesto “mamma, cos’è occorre nella frase <occorre comprare il latte>” “sicuramente un verbo” “ma figurati” “e cos’altro vuoi che sia! potrebbe essere un imperativo?” “mm…” risponde incerto; interviene Flavio “si, forse è un imperativo”. Dopo un po’ di pensiero solitario, Jacopo torna in cucina e mi dice “credo sia un imperativo, come ha detto papà” “veramente l’ho detto io” “si ma non è che puoi saperle sempre tu le cose di grammatica”.

Oppure ripassare cosa fa il geografo e cercare di ampliare il vocabolario di Lucia che già parlando di cosa ha fatto ai giardini utilizza sempre le stesse 4 parole figuratevi lo sforzo sovrumano fatto per riuscire a ripetere di cosa si occupano gli aiutanti del geografo (“il geologo studia le pietre” “non si dice così Lucia, si dice <minerali>” “beh, ma è la stessa cosa”).

Per ultima la new entry: i compiti di Diego. La prestazione migliore del weekend è stato sentire e cantare insieme le canzoni di inglese, soprattutto quella sull’autunno. Il piccolo della famiglia ha un grande talento per lo show ed è in grado di spaziare dal canto al ballo con grande maestria. Peccato non abbia ancora capito che l’inglese è una lingua, fatta di parole che hanno un significato e non un grammelot musicale ma assolutamente senza senso. “Let’s find mushrooms” è diventato “lez a mascgam” e non è servito a niente provare a ripetergli le parole, fargli la traduzione e sillabarle: lui stava già ballando, applaudito dai fratelli maggiori (che ne approfittavano per distrarsi).

Dopo questa prova di coraggio del fine settimana, questa mattina andando a scuola Diego mi chiede “Hai controllato che io abbia fatto tutti i compiti?” “Si, ma sei tu che devi controllare” “E ma io non so ancora leggere”.

differenziare

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– Mamma, mi manca Diego –

Me lo ha detto Jacopo l’altra sera quando stava per andare a dormire, dopo essere stati a un concerto insieme tutti e 4, mentre il più piccolo della famiglia era in viaggio da solo. Me lo ha detto dopo una serata in cui siamo stati fuori fin dopo le 23,00 in piazza a sentir musica e ballare, senza troppe lamentele di nessuno (a parte qualcuna di Lucia che era stanca). Me lo ha detto dopo aver giocato con le amiche piccole e aver fatto il fratello grande di tutti, che prende sulle spalle gli altri per fargli scorgere il palco.

In tre giorni senza il fratello piccolo, i due grandi hanno riscoperto la loro complicità, hanno riso insieme, hanno fatto colazione da soli, hanno giocato a scacchi, hanno visto un film che parlava di apartheid, Mandela e rugby, hanno fatto 20 km in bici per andare tutti a vedere una mostra che raccontava di partigiani, resistenza, interrogatori e fucilazioni, sono passati per la strada senza paura (o controllando la loro paura), non si sono mai fermati di fronte alle salite (anche se le hanno completate a volte a fatica). Hanno condiviso anelli di totano fritti e patatine e adesso sono al parco vicino a casa, uno a giocare a basket con gli amici e l’altra a fare non so cosa. Da soli, perché ormai sono abbastanza grandi per stare anche da soli.

Tra poco il piccolo della famiglia tornerà a casa e facciamo a gara per chi ha più voglia di vederlo e riabbracciarlo e sentire i suoi racconti. Ma è stato bello differenziare le esperienze in questo weekend lungo, è stato riposante poter viaggiare un po’ più leggeri con due figli grandi che chiedono autonomia. È stato un momento carico di speranza e di prospettiva futura spiegare a Lucia il film di ieri sera (Invictus) o la mostra di oggi (L’ora della libertà).

Tra poco tornerà il piccolo, ma noi sappiamo che tra qualche anno i weekend come questi saranno la normalità. E un po’ io sono contenta.

avanti c’è posto

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Quando la mente è quasi sgombra di pensieri, quando puoi lasciare spazio libero senza sentirti in colpa per aver lasciato indietro qualcosa, quando i pensieri sono normali e non pieni di ansie e di dubbi, allora anche il corpo può seguire un ritmo intenso.
Quando sei sereno, almeno per due giorni consecutivi, e il telefono che suona non ti fa presagire alcuna sventura, in 48 ore possono starci davvero mille cose.

Un lavoro ad incastro, in cui devo concentrarmi per capire e scrivere, per parlare di salami anziché di autorizzazioni per l’occupazione del suolo pubblico. E quando riesco a mettermi in cucina, con la musica nelle orecchie per isolarmi dal resto della famiglia che intanto fa i compiti o gioca, riscopro che scrivere, che sia di prosciutti o di cilindrate di auto, è davvero una cosa bellissima, che mi lascia piena anziché svuotata.

Una corsa in un pomeriggio perfetto, quasi primaverile, con un cielo talmente azzurro che sembra colorato col pennarello. Una passeggiata di ritorno verso casa senza la fretta di arrivare perché il sudore mi si sta congelando sulla schiena. La consapevolezza che sono fatta per stare all’aperto, che respirare il vento e il sole, vedere le foglie e sentire il rumore dei miei passi sulla terra mi mette pace e serenità.

Una festa tutta home made per Lucia, preparando la pizza con le sue amiche, ballando sulla musica di just dance con delle 10enni che mi chiamano quando è il mio turno. Pensare che troppe femmine tutte insieme non sono tanto in grado di sopportarle, ma che organizzare una festa per la mia ragazza è importante, perché sono convinta che questi momenti saranno parte dei suoi ricordi quando sarà grande. Perché io ricordo le mie di feste, mia mamma che accoglieva i miei compagni, le foto fatte con mia sorella e le mie amiche, i bernoccoli in testa dopo aver battuto contro lo spigolo o per terra.

Quando la mente è sgombra, quando il cuore si concede un po’ di leggerezza, il corpo lo segue e riesce a fare salti mortali senza affaticarsi. E la settimana, forse, può iniziare col piede giusto.

quello che rimane di un weekend

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In un fine settimana in cui abbiamo messo di tutto, dai compiti alla gara di ginnastica artistica, dalle uscite scout alla corsa quel tanto che basta per pensare che forse ce la posso fare ad affrontare una gara, dal giro in bici al pranzo fuori, dai chiarimenti e il confronto alla condivisione delle ferite e del dolore, rimangono poche cose, ma che valgono tanto.

Rimane l’energia dei miei ragazzi, che ripaga la fatica di accompagnarli in mille posti, di essere a loro disposizione per fargli cogliere gli stimoli e le opportunità che i loro (pochi) anni gli permettono di cogliere.

Rimane la stanchezza da fatica fisica, dell’uscita, della gara, della corsa, del primo giro in bici senza rotelle seguendo papà fino al parco. La stanchezza che pulisce, che toglie i pensieri e le tossine che avvelenano il nostro corpo e la nostra mente, la nostra volontà che si sente ingabbiata e incapace di prendere una direzione.

Rimane la consapevolezza che il compagno di strada che ho scelto 13 anni fa è il migliore che potessi avere. Possono accanirsi gli eventi, diminuire le risorse, accavallarsi gli impegni, complicarsi le relazioni. Ma io e lui restiamo qui, insieme sulla strada, insieme nella salita, insieme in mezzo al vento. E avere qualcuno a cui stringere la mano quando le cose si complicano non è poco. È tutto.

weekend di pioggia e non solo

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Questo weekend è di tante cose, ma anche di decompressione.

Una figlia che parte per l’uscita scout e salutandomi davanti all’ascensore mi dice – Buona domenica mamma – che poi vorrei mangiarmela di baci e stringerla forte. E invece le dico – Buona domenica anche a te, amore mio – e in quello scambio così autonomo e maturo, c’è tutto il bene che ci vogliamo.

La chiacchierata del sabato con l’amica che rincorre la vita intorno e che a volte io rincorro, cercando di stare alla distanza giusta per farle sapere che sono lì, ma senza starle addosso. E in quella chiacchierata sentire che in quella vita intorno, io ci sono e ho un posto definito, che non perderò nella fretta della settimana.

L’incontro con 10 ragazzi di 20 anni o meno, per chiedergli di prestarci la loro voce, il loro entusiasmo, la loro energia e il loro futuro per provare a riparlare di qualcosa che ci ha fatto male in passato, ma che ci deve trasformare nel profondo, ci deve rendere attivi sul territorio, nella scuola, nel quartiere. Perché la vergogna è dimenticare o far finta di averlo fatto, non parlare della violenza.

La cena con una bimba di un anno e mezzo che sorride felice quando vede i suoi cuginetti, che si nasconde dietro la bottiglia dell’acqua per giocare a nascondino con mio marito, che mi fa marameo uscendo dalla stanza.

Il risveglio tardi e il pranzo (di soli avanzi) ancor più tardi, la scelta di Diego di stare a casa a giocare anziché andare a teatro solo con me, la ricerca di Jacopo per cui Flavio riprende la sua tesi di laurea per aiutarlo, le decorazioni natalizie per l’albero del quartiere iniziate con i figli e finite da sola (come sempre).

L’aver finalmente finito di leggere un libro che è durato 150 pagine di troppo e potermi finalmente immergere in un romanzo, una storia possibile in cui forse potrò scoprire un pezzo di me. La speranza di riuscire una volta, prima o poi, a essere dall’altra parte della pagina.

Le litigate dei figli, c’è posto anche per quelle.

tutti al mare

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Un weekend intenso e allegro si intuisce fin dal viaggio.

All’andata giochiamo a “indovina chi con gli animali”: uno pensa un animale e gli altri gli fanno delle domande a cui può rispondere solo “si” o “no”. Pensa Lucia, noi facciamo domande.

– Ha due zampe? – chiede Jacopo

– No –

– Ha quattro zampe? –

– No –

Restiamo interdetti, e Jacopo chiede

– Allora quante zampe ha, tre? –

– Si – risponde Lucia.

– Ma non esiste un animale con tre zampe –

– È un cane o un gatto che si è fatto male alla zampa – Insomma, abbiamo anche l’animale disabile.

Poi è il turno in cui Jacopo pensa un animale. Dopo un po’ di domande, Lucia è convinta di aver capito di che animale si tratta

– È un pesce ragna –

– Lucia, volevi dire piranha? –

– Si, quello –

Ancora dubbi sugli animali, Jacopo chiede a sua sorella

– È un invertebrato? –

– Cos’è un invertebrato? –

– Un animale che non ha lo scheletro, quindi è tipo la lumaca –

– Ah, ho capito un animale molle. E poi ci sono gli animali duri –

Il viaggio alla fine è finito, tra giochi, conto alla rovescia per far passare il tempo che manca all’arrivo e qualche nanna. Il weekend è stato di (pesanti) lavori manuali, grandi mangiate, spiaggia, corsa, tornei di ping pong, dolcetti e scherzetti.

Purtroppo è finito.