la scommessa più grande

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Il venerdì si è chiuso con una riunione della scuola media, in cui i professori hanno richiamato noi genitori alla responsabilità di educare questi ragazzi, che sono nel pieno delle loro fragilità, nel pieno di cambiamenti emotivi, intellettivi, fisici (“mio figlio ha preso 23 cm in un anno” mi dice una mamma e io penso a come si deve sentire questo 13enne in un corpo che si modifica in modo così importante in così poco tempo, se si riconosce ancora, se si piace o no, se sa cosa farsene di quei piedi enormi, di quelle gambe lunghe ma ancora troppo magre).

Il sabato si è chiuso con chiacchiere nel letto con il 13enne, che ci ha consegnato il cellulare perché, come suggerito nella riunione di cui sopra, controllassimo le sue chat. Cosa abbiamo trovato? Chiacchiere inutili tra adolescenti, non più di quelle che ritrovo in alcune mie chat, con la mia amica o nel gruppo di basket o di ginnastica; qualche richiesta di dire una bugia, qualche offerta rifiutata. Fondamentalmente abbiamo trovato quello che già sapevamo e la lettura non ha offeso nessuno: non ne sentivamo il bisogno e non credo che lo faremo di nuovo a breve. Ma è stata l’occasione per ribadire che noi genitori, su di lui, come sui suoi fratelli, facciamo una scommessa: che quello che diciamo e gli mostriamo con la testimonianza serva a dargli una mappa di come muoversi nel mondo. Ed è una scommessa, non possiamo avere la certezza che tutto andrà bene, che i consigli saranno giusti e che lui li seguirà. Ma non c’è alternativa: l’educazione è fiducia e speranza, non controllo e paura.

La domenica è iniziata all’alba, per altro col cambio dell’ora per facilitare il tutto. E la mattina è passata tra una gara di artistica e una gara di corsa, vissute a distanza, ma fortemente partecipate. E penso che questa fosse la giusta conclusione di questa tre giorni. Penso che sentire il proprio corpo che si muove nello spazio, che fatica, suda, parla con la testa per chiedere di rallentare il ritmo di corsa, di stringere più forte la parallela tra le mani per evitare di scivolare sia qualcosa di fortemente educativo e sano, per una ragazza di 10 anni e per una donna di 41. Perché se questo corpo lo conosciamo, lo usiamo, lo ascoltiamo ogni giorno, fin da quando siamo piccole probabilmente avremo maggior rispetto di lui. Non lo metteremo su social e chat con leggerezza, lo condivideremo per amore e non solo per crescere in fretta, per stare al passo con gli altri. Se questo corpo diventa parte di noi, di quello che siamo impareremo a prendercene cura, ad amarne i pregi e i difetti, ad accettarlo e a valorizzarlo, a vederlo come una parte del tutto, importante quanto il resto, funzionale a esprimere noi stesse.

Ci vuole impegno, costanza e una buona dose di fiducia e speranza per educare. Ci vuole tempo e intenzionalità, in ogni momento, senza pause e black out, perché la posta in gioco è enorme, la scommessa è la più grande che potremo mai fare.

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corazzati per il mondo

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Il weekend è passato in un turbinio di impegni, feste, incontri, ansie e tensioni da condividere, partite da nottambuli e risvegli rallentati e mai veramente completati.

Ieri sera, andando a dormire, Lucia mi dice – Non vedo l’ora che sia domani mattina per iniziare estate ragazzi e conoscere i miei animatori –

e Jacopo – Anche io mamma. L’estate ragazzi e il campetto di basket sono due dei posti in cui mi trovo meglio –

– Anche agli scout ti trovi bene – gli rispondo

– Certo, non ho detto che sono gli unici due posti. E’ che anche se in qualche posto non conosco tanta gente, poi mi trovo degli amici e mi diverto –

La cosa bella dei miei ragazzi è che dove li metti stanno. Non nel senso che posso trasportarli e spostarli come pacchetti e loro staranno lì, senza fiatare, senza interagire. Salvo rare eccezioni, sanno stare attivamente in qualsiasi ambiente in cui abbiano spazio, tempo e attenzioni che gli permettano di esprimere loro stessi, quello che hanno dentro. Anche il timido Jacopo, quello che mi sembrava avesse sempre bisogno di una spinta per lanciarsi nel mondo, sa farsi spazio, sa entrare nelle dinamiche di relazione dell’oratorio come del gruppo di basket senza subirle, trasformandole secondo le sue necessità. E io mi permetto il lusso di non indicare compagni preferiti con cui metterli in squadra, li faccio passare da una settimana di ginnastica artistica intensiva a un’altra di estate ragazzi in un oratorio che frequentano solo per due settimane all’anno d’estate, al campo scout o alla festa dell’amico di turno.

Credo che loro, i tre piccoli mostri, abbiano una casa nel loro cuore, ordinata e curata. E’ il posto in cui tornano sempre e quello da cui partono, un posto in cui non ci sono sorprese: gli oggetti e gli affetti sono al loro posto e non se ne andranno se si comporteranno male, se non faranno una cosa, se sono stanchi. Saranno sempre lì ad aspettarli, a dargli energia quando credono di averla finita.

E’ una bella fortuna essere così corazzati dentro, da poter andare nel mondo senza corazze addosso: per esplorarlo, scoprirlo e incontrare altre persone di cui potersi fidare.