ma anche

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“Quando penso a quando sarò adulta sono piena di felicità, ma anche molto preoccupata perché ho paura che non vada come vorrei”

Il succo è tutto qui, nelle parole che Lucia usa nella sua autobiografia. Il succo della sua età strana che la fa ridere e piangere, che la rende euforica e furiosa, allegra e tempestosa. Il succo è in quel “ma anche” che spalanca portoni da cui partono strade divergenti e totalmente opposte. La sostanza sta in sensazioni ricche e totali: piena di felicità e molto preoccupata, contemporaneamente, passando da una sensazione all’altra o addirittura vivendole tutte e due allo stesso momento.

E sta nelle sue nelle resistenze a raccontarci cosa ha appena guardato al computer (“se no poi vi arrabbiate”), o nell’imbarazzo se leggo la sua autobiografia che però lascia sul tavolo del soggiorno in bella vista (“non sapevo che tu volessi fare la cantante e che volessi andare al coro della scuola” “si, volevo andarci ma poi tu mi hai detto di no” “Luci, guarda che non me lo hai mai detto che volevi andare al coro della scuola” “si è vero, forse non te l’ho detto. È per quello che non volevo che tu leggessi la mia autobiografia, perché ho scritto cose che non ti ho mai detto” “però non mi hai detto che non volevi che la leggessi, me l’hai lasciata sul tavolo” “…” “forse nella tua autobiografia hai scritto cose che pensi e che magari dopo un po’ non pensi più, desideri che hai ma che poi cambiano?” “si, è così”).

È bellissimo e difficilissimo essere in questa fase della vita: perché si può sognare di fare la cantante o il biologo marino, ma poi bisogna affrontare la quotidianità di responsabilità sempre più grandi, dai compiti da ricordarsi di fare senza qualcuno che li controlli per noi, al rapporto con amiche che sono gelose se stiamo troppo con un’altra compagna; dal bisogno di abiti nuovi in cui il nostro corpo nuovo trovi il suo spazio (e non è solo una questione di taglie, ma di forma esteriore che rispecchi quella interiore) alla gestione delle nostre emozioni che ancora si manifestano con pianti e capricci che sentiamo come inappropriati appena escono fuori.

È l’età dei segreti lasciati sul tavolo del soggiorno, perché le persone giuste li leggano senza la necessità di dirli. E io leggo tutto quello che mi viene lasciato intenzionalmente a portata di mano, avida di notizie sulla loro vita e sul loro essere, grata per questi sprazzi di luce che mi permettono di conoscere queste persone nuove che sono i miei figli.

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la scommessa più grande

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Il venerdì si è chiuso con una riunione della scuola media, in cui i professori hanno richiamato noi genitori alla responsabilità di educare questi ragazzi, che sono nel pieno delle loro fragilità, nel pieno di cambiamenti emotivi, intellettivi, fisici (“mio figlio ha preso 23 cm in un anno” mi dice una mamma e io penso a come si deve sentire questo 13enne in un corpo che si modifica in modo così importante in così poco tempo, se si riconosce ancora, se si piace o no, se sa cosa farsene di quei piedi enormi, di quelle gambe lunghe ma ancora troppo magre).

Il sabato si è chiuso con chiacchiere nel letto con il 13enne, che ci ha consegnato il cellulare perché, come suggerito nella riunione di cui sopra, controllassimo le sue chat. Cosa abbiamo trovato? Chiacchiere inutili tra adolescenti, non più di quelle che ritrovo in alcune mie chat, con la mia amica o nel gruppo di basket o di ginnastica; qualche richiesta di dire una bugia, qualche offerta rifiutata. Fondamentalmente abbiamo trovato quello che già sapevamo e la lettura non ha offeso nessuno: non ne sentivamo il bisogno e non credo che lo faremo di nuovo a breve. Ma è stata l’occasione per ribadire che noi genitori, su di lui, come sui suoi fratelli, facciamo una scommessa: che quello che diciamo e gli mostriamo con la testimonianza serva a dargli una mappa di come muoversi nel mondo. Ed è una scommessa, non possiamo avere la certezza che tutto andrà bene, che i consigli saranno giusti e che lui li seguirà. Ma non c’è alternativa: l’educazione è fiducia e speranza, non controllo e paura.

La domenica è iniziata all’alba, per altro col cambio dell’ora per facilitare il tutto. E la mattina è passata tra una gara di artistica e una gara di corsa, vissute a distanza, ma fortemente partecipate. E penso che questa fosse la giusta conclusione di questa tre giorni. Penso che sentire il proprio corpo che si muove nello spazio, che fatica, suda, parla con la testa per chiedere di rallentare il ritmo di corsa, di stringere più forte la parallela tra le mani per evitare di scivolare sia qualcosa di fortemente educativo e sano, per una ragazza di 10 anni e per una donna di 41. Perché se questo corpo lo conosciamo, lo usiamo, lo ascoltiamo ogni giorno, fin da quando siamo piccole probabilmente avremo maggior rispetto di lui. Non lo metteremo su social e chat con leggerezza, lo condivideremo per amore e non solo per crescere in fretta, per stare al passo con gli altri. Se questo corpo diventa parte di noi, di quello che siamo impareremo a prendercene cura, ad amarne i pregi e i difetti, ad accettarlo e a valorizzarlo, a vederlo come una parte del tutto, importante quanto il resto, funzionale a esprimere noi stesse.

Ci vuole impegno, costanza e una buona dose di fiducia e speranza per educare. Ci vuole tempo e intenzionalità, in ogni momento, senza pause e black out, perché la posta in gioco è enorme, la scommessa è la più grande che potremo mai fare.

tra il dire e il fare (c’è di mezzo un anno)

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Un anno fa o poco più, un amico (che non vedevo da molto tempo) mi ha chiesto di scrivere dei campi estivi che organizzava con la sua associazione, Toscience. L’ho fatto qui e la richiesta mi aveva lusingato, perché riconosceva il valore del mio scrivere qui, qualcosa che avevo sempre pensato fosse utile solo per me e non per altri.

Qualche mese dopo, quello stesso amico mi ha detto che aveva in mente un progetto nuovo e aveva pensato a me. Ed è iniziata una nuova avventura, per costruire un campo sul racconto e sulla narrazione per ragazzi, tra i 14 e i 16 anni. Un campo che forse in tanti avrebbero voluto mettere in piedi o frequentare. Ma non l’hanno fatto e così ci proviamo noi per primi.

Ci proviamo noi perché siamo sufficientemente spensierati e leggeri per aver voglia di metterci in gioco professionalmente e personalmente. Ci proviamo noi perché i racconti e le storie sono così dentro alle nostre vite che organizzare un campo su questi temi è naturale come respirare e coinvolgente come guardarsi dentro. Ci proviamo noi perché sappiamo che incontrare ragazzi e ragazze e ascoltarli e lasciarsi attraversare dalle loro parole e dai loro silenzi è un privilegio che non vogliamo lasciare ad altri.

Ci proviamo noi, Fabio, Sara, Andrea e Serenella. E mentre prepariamo il campo ci scopriamo, ci leghiamo l’uno all’altro, mangiamo insieme e parliamo di libri, incontriamo i figli dell’uno e dell’altro ed entriamo nelle nostre case.

Tra il dire di un campo e farne uno c’è di mezzo molto, ma anche poco. Molto perché serve la voglia di mettersi in gioco e buttarsi in una nuova avventura. Poco, perché mentre parliamo, 7 minuti dopo la mezzanotte, il primo campo estivo dedicato alla narrazione per ragazzi dai 14 ai 16 anni, prende forma e tra poco più di due mesi sarà reale.

promettimi

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Leggo di adolescenti fermati dalla polizia mentre si fanno selfie sdraiati sui binari del treno, di una ragazza di 17 anni morta di overdose e considerata dai carabinieri una tossicodipendente abituale, di 19enni che muoiono cadendo da una finestra in gita scolastica o che assistono alla caduta del loro compagno dalla finestra e non dicono nulla. Leggo queste cose e rabbrividisco. Rabbrividisco pensando ai ragazzi degli scout che incontro alle uscite e a mia nipote di 13 anni. E vorrei strapparle una promessa.

Promettimi, mio primo amore, che ti vorrai sempre abbastanza bene da proteggerti anche da te stessa, dalla tua età che fa pensare che tutto si risolva sempre senza conseguenze.

Promettimi che avrai abbastanza autostima da pensare con la tua testa e non delegare le scelte ad altri. Abbastanza amor proprio da pensare che l’unica a cui devi piacere veramente, l’unico giudizio di cui devi preoccuparti è il tuo. Promettimi che avrai il coraggio di restare autonoma, di scegliere e di non farti trascinare nelle scelte di altri.

Promettimi che avrai abbastanza umiltà da pensare che non potrai sempre tenere tutto sotto controllo e scongiurare all’ultimo le conseguenze gravi di un’azione azzardata. L’arroganza, il pensiero di essere invincibile non ti porteranno lontano, ti lasceranno sconfitta. E non sempre c’è una seconda possibilità.

Promettimi che avrai rispetto della vita, della tua e di quella degli altri. È qualcosa da spendere e far fruttare, non da giocarsi ai dadi, per il gusto del pericolo e dell’azzardo.

Promettimi che ti farai aiutare quando avrai bisogno. Non importa se ti farai aiutare da qualcuno che non sarò io, non saranno i tuoi genitori o la tua famiglia: fatti aiutare, perché nessuno si salva da solo.

Promettimelo e io ti prometto che cercherò di non giudicare, di mettermi nei tuoi panni, di osservarti da una certa distanza, di far prevalere l’amore, di accoglierti sempre. Di lasciarti sbagliare.