a Rimini ho visto 

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A Rimini ho visto centinaia di biciclette sfrecciare tra la folla, nel sotto passaggio verso il mare, aspettare fiduciose i padroni davanti a un bar senza essere legate.

A Rimini ho visto due gemelle coi capelli rossi, nate da madre riminese e padre torinese ed è stato bello conoscerle, incontrare questa famiglia (rigorosamente in bici), sentire sempre forte il legame  con le sorelle e i fratelli scout.

A Rimini ho visto insegnanti studiare una didattica nuova per avvicinare i ragazzi alla lettura, vivere l’autonomia scolastica con quella leggerezza e responsabilità che rende l’aula una cosa (e una casa) meravigliosa e non un posto privo di controllo e abbandonato.

A Rimini ho parlato con ragazzi che leggono 150 libri all’anno e quindi ne sanno molto più di me e mi hanno insegnato molte cose, alcune fondamentali, come sapere cos’è una ship (no, non è solo una barca). 

A Rimini ho detto ad alcuni ragazzi dove mettere il portafoglio per non perderlo, ho insegnato a lavare i finocchi, ho imprestato asciugamani per la spiaggia, ho dato orari di rientro. 

A Rimini ho lavorato con persone che diventano ogni giorno un po’ più amici, oltre che colleghi, ho conosciuto donne con cui sentì quell’affinità elettiva che te le fa abbracciare forte quando ti saluti al binario di un treno.

A Rimini ho visto ragazzi allegri, impegnati, responsabili, protagonisti, efficienti, frizzanti e cazzari. Ho visto ragazzi amati e pensati, di quell’amore e quei pensieri che ti liberano dentro e ti danno fiducia nel mondo e nei tuoi talenti. 

A Rimini ho ballato con i ragazzi perché un amico ha detto che gli adulti di solito camminano davanti a loro, come per dire “seguimi”, oppure un po’ indietro, come per dire “controllo i tuoi passi”. E invece ieri sera camminavamo insieme, occupando lo stesso marciapiede.

A Rimini ho attraversato una ronda di Forza Nuova e non so dire se avevo più i brividi o la rabbia che mi saliva da dentro e rischiava di diventare parola. Sono rimasta di sasso di fronte a due 16enni che mi hanno chiesto cosa fossero il fascismo e il nazismo e mi sono chiesta come sia possibile che mio nonno mi raccontasse la storia dei fratelli Cervi e della loro mamma che ogni sera apparecchiava il tavolo anche per loro e questi ragazzi non sappiano da quale barbarie è nata la nostra Repubblica. 

A Rimini mi sono sentita a casa e ho pensato tanto alla mia casa, che mi porto sempre dentro, di cui parlo in continuazione, che mi permette di volare.

l’educazione stabile in un mondo fluido

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Questo mondo è fluido, non c’è alcun dubbio. E fluido diventa anche il mio di tempo, diviso tra lavori part time e full time, tra consegne e referenti che si sovrappongono, tra auto dalle cilindrate esorbitanti ed eventi per ragazzi, con una valigia che contiene pantaloncini e costumi, tra rossetto e sandali da mare.

Questo tempo è fluido e a volte fatico a ritrovarmi, a mantenere un equilibrio e a non farmi travolgere dall’entusiasmo o dallo sconforto, a giorni alterni. Fatico a definire la mia identità professionale, a trovare le parole giuste per dire “che lavoro faccio” (mia figlia sostiene che io distribuisca cappellini al Salone dell’Auto, perché quello mi ha visto fare mentre preparavo il materiale per l’evento del giorno dopo), a far capire il livello di stanchezza, impegno, flessibilità e rapidità di cambiamento che ogni giorno vivo.

Ma tra i vantaggi di questo tempo, del suo essere così mutevole nella forma, c’è quello di rendere l’educazione dei miei ragazzi ferma, organizzata, stabile. Perché non ho tempo di chiedermi se sia il caso di portare a metà mattina a scuola la pizza al figlio di seconda media, perché altri si stanno organizzando per portare da mangiare per far festa e mio figlio non mi ha detto niente. E se lo trovassi quel tempo, mi risponderei che in seconda media devi avere l’autonomia di scegliere se portare o meno la pizza l’ultimo giorno di scuola. Perché i ragazzi, dopo il terzo anno di mie assenze, hanno capito che anche se l’ultimo giorno di scuola non vado a prenderli e soprattutto non suono trombe da stadio io e loro padre ci siamo stati ogni giorno di quell’anno di scuola, abbiamo condiviso con loro ogni momento e di striscioni e celebrazioni plateali non ne abbiamo bisogno. Perché ho lasciato autonomia ai miei figli, costruendo con loro un rapporto di fiducia in cui hanno possibilità di movimento, libertà di scelta su alcune cose, responsabilità rispetto alle decisioni che prendono. E io non devo esserci sempre per fare al posto loro, ma sanno sempre di avere una casa in cui tornare per rileggere la realtà insieme, discutere di ciò che è giusto e sbagliato, parlare dei valori e non solo degli eventi.

Viviamo in un tempo fluido e spetta a noi che educazione vogliamo dare ai ragazzi che abbiamo vicino: quella che offre strumenti per interpretare la realtà o quelle che cerca di dare disperatamente soluzioni, che si riveleranno inefficaci appena usciremo fuori dal nido.

ricorrenze

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La festa di scuola, il mojito analcolico preparato dai ragazzi delle medie, i balli di gruppo, il mandala coi pazienti psichiatrici, il messaggio “pray for Manchester”, i bidelli che raccolgono bicchieri di plastica, i genitori che vendono torte e organizzano la pignatta, i professori che salutano nonni e fratelli minori, ragazzi e genitori.

Il lavoro intenso, il telefono che suona continuamente, le richieste continue e pressanti, il tempo che manca, i toni che si accendono, la condivisione delle responsabilità, il piacere delle cose ben fatte, il valore della capacità professionale, la formula per chiudere una telefonata “buona giornata e buon lavoro”, ripetuta agli altri e a sé.

I figli che dimenticano compiti a casa, che non portano materiali scolastici, che vengono sanzionati per le dimenticanze e valutati per le competenze, le performance di strumento, le gare di giochi linguistici di fronte a una platea nazionale, le arrabbiature e la ricerca del dialogo, il valore delle cose ben fatte, il richiamo alle responsabilità, la tensione a educare alla correttezza, alla coerenza, alla giustizia.

Il compleanno di una nipote di sedici anni, con tanti pensieri in testa, molte potenzialità, qualche pigrizia di troppo. Il ricordo di 25 anni fa, quando 16 anni li avevo io, che ritagliavo articoli dai giornali e li incollavo sull’agenda, che andavo al salone del libro e passavo lì le mie giornate, che ascoltavo trasmissioni che parlavano di politica, mafia e stragi di mafia.

Ci sono giornate che condensano significati in poche ore, in quelle che alcuni giorni sono vuote di contenuti, di avvenimenti, di cose da ricordare. Ci sono giornate in cui riesci ad allontanarti un po’ e sei in grado di capire che gli eventi quotidiani sono le tessere di scelte più grandi. Che quel richiamo alla responsabilità a un 12enne che ha dimenticato i compiti di matematica è un seme messo nella sua coscienza che germoglierà nella misura in cui continuerà a essere alimentato, che quel pallino rosso della maestra per una bugia detta, quello che fa piangere di sera tuo figlio perché si è pentito di quello che ha fatto, è un campanello che risuonerà ogni volta che si troverà a decidere come comportarsi, con quale rispetto per sé e per la verità.

Ci sono giorni in cui fai i conti e ti accorgi che 25 anni sono una vita intera e che tante delle persone di cui ti senti responsabile non c’erano il 23 luglio del 1992. E che tu hai il compito di spiegargli cosa è stato, di rendere reale quel momento, come è stato per te. E di educare e cercare insieme spiegazioni per tutte le cose che continuiamo a non capire.

culodritto

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Sto preparando l’ennesima borsa per un viaggio dei miei figli. Questa volta è piccolissima, con dentro solo poche cose: magliette, costume, biancheria. Il resto del viaggio, Lucia, lo passerai in tuta o più probabilmente in body e scalza.

Buon viaggio amore mio. Porta con te tutta la tua leggerezza per volare tra le parallele e saltare oltre gli errori. Porta le tue battute sempre spiazzanti e ironiche per superare la paura di questa cosa nuova e l’imbarazzo di non sapere se sei in grado di farla.
Porta il tuo stupore e la tua intelligenza che ti permette di interpretare le situazioni senza bisogno di parole, dette da te o da altri. Porta il tuo senso pratico e la tua autonomia, la tua capacità di cavartela sempre, di tornare in piedi dopo una caduta, di camminare anche se hai preso una storta alla caviglia.

E porta anche le lacrime, quelle che a volte escono esagerate e inattese. Usale se ne hai bisogno per far scendere la temperatura interna, se hai dei rospi da buttar fuori che ti saltano nello stomaco. Dopo, i tuoi occhi saranno più puliti e vedrai meglio il sole.

Un paio di anni fa, per il tuo compleanno, ti ho comprato un libro che non ti ho mai dato. Non è una storia, è una canzone di un padre alla propria figlia. È la trasposizione in parole di quell’emozione che noi genitori proviamo di fronte a voi ragazzi: quel misto di paura e onore, quell’idea che siete molto più dei nostri errori, di quello che vi abbiamo dato, di quello che avremmo osato sperare, di quello che pensavamo di meritare. Vola Culodritto, dove nessuno di noi ha mai volato, sicura e forte nella consapevolezza di quella che sei. Io sto a casa, a terra, e ti guardo librarti, ti guardo crescere e scoprire il mondo. Ti guardo e preparo il nido, per quando tornerai a riposarti.

Buon viaggio amore mio. Sono orgogliosa di essere la tua mamma.

le cose che mi piacciono 

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Mi piace vedere i miei figli stanchi e un po’ scalcagnati dopo una giornata intensa di sport o di attività scout. Mi piace guardare le loro unghie sporche e i gomiti sbucciati per avere toccato la terra, corso e lottato per una palla fino a strisciare sul parquet. Mi piace vedere i lividi da trave sulle anche di Lucia e le guance colorite dopo una giornata in caccia.

Mi piace salutarli nel letto stanchi la domenica sera, svuotati di energie e colmi di possibilità vissute. Mi piace vederli coi loro amici, ascoltarli parlare sui sedili posteriori, vederli che si scattano selfie improbabili, sentirmi salutare con un ciao dai loro compagni di squadra o di classe e vedere altri genitori che si occupano di loro, controllano la strada mentre attraversano o gli sistemano il cappuccio della felpa.

Mi piace stare dove stanno loro, i miei ragazzi. Mi piace riallacciare le nostre vite il sabato e la domenica, accompagnarli in uscita, alle gare, alle feste. Mi piace tornare stanca a casa la domenica e pensare che questa fatica costante, questo impegno continuo nell’educarli e dargli stimoli e possibilità è come vivere in lavatrice, ma dà i suoi frutti. 

Li vedo nei loro occhi, li sento nei loro abbracci, li ascolto nei movimenti dei loro corpi. 

la scommessa più grande

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Il venerdì si è chiuso con una riunione della scuola media, in cui i professori hanno richiamato noi genitori alla responsabilità di educare questi ragazzi, che sono nel pieno delle loro fragilità, nel pieno di cambiamenti emotivi, intellettivi, fisici (“mio figlio ha preso 23 cm in un anno” mi dice una mamma e io penso a come si deve sentire questo 13enne in un corpo che si modifica in modo così importante in così poco tempo, se si riconosce ancora, se si piace o no, se sa cosa farsene di quei piedi enormi, di quelle gambe lunghe ma ancora troppo magre).

Il sabato si è chiuso con chiacchiere nel letto con il 13enne, che ci ha consegnato il cellulare perché, come suggerito nella riunione di cui sopra, controllassimo le sue chat. Cosa abbiamo trovato? Chiacchiere inutili tra adolescenti, non più di quelle che ritrovo in alcune mie chat, con la mia amica o nel gruppo di basket o di ginnastica; qualche richiesta di dire una bugia, qualche offerta rifiutata. Fondamentalmente abbiamo trovato quello che già sapevamo e la lettura non ha offeso nessuno: non ne sentivamo il bisogno e non credo che lo faremo di nuovo a breve. Ma è stata l’occasione per ribadire che noi genitori, su di lui, come sui suoi fratelli, facciamo una scommessa: che quello che diciamo e gli mostriamo con la testimonianza serva a dargli una mappa di come muoversi nel mondo. Ed è una scommessa, non possiamo avere la certezza che tutto andrà bene, che i consigli saranno giusti e che lui li seguirà. Ma non c’è alternativa: l’educazione è fiducia e speranza, non controllo e paura.

La domenica è iniziata all’alba, per altro col cambio dell’ora per facilitare il tutto. E la mattina è passata tra una gara di artistica e una gara di corsa, vissute a distanza, ma fortemente partecipate. E penso che questa fosse la giusta conclusione di questa tre giorni. Penso che sentire il proprio corpo che si muove nello spazio, che fatica, suda, parla con la testa per chiedere di rallentare il ritmo di corsa, di stringere più forte la parallela tra le mani per evitare di scivolare sia qualcosa di fortemente educativo e sano, per una ragazza di 10 anni e per una donna di 41. Perché se questo corpo lo conosciamo, lo usiamo, lo ascoltiamo ogni giorno, fin da quando siamo piccole probabilmente avremo maggior rispetto di lui. Non lo metteremo su social e chat con leggerezza, lo condivideremo per amore e non solo per crescere in fretta, per stare al passo con gli altri. Se questo corpo diventa parte di noi, di quello che siamo impareremo a prendercene cura, ad amarne i pregi e i difetti, ad accettarlo e a valorizzarlo, a vederlo come una parte del tutto, importante quanto il resto, funzionale a esprimere noi stesse.

Ci vuole impegno, costanza e una buona dose di fiducia e speranza per educare. Ci vuole tempo e intenzionalità, in ogni momento, senza pause e black out, perché la posta in gioco è enorme, la scommessa è la più grande che potremo mai fare.

forse non c’entra niente, o forse si

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Forse non c’entra niente la lite davanti alla scuola elementare di lunedì mattina per una macchina in doppia fila e un insulto lanciato con leggerezza, nonostante il torto evidente. Forse quella furia che porta un uomo di mezza età a prendere a pugni in faccia e a strattonare per i capelli una donna, non ha alcun legame con altre violenze.

Forse l’aggressività dei genitori e degli allenatori sugli spalti e le panchine di qualsiasi campionato locale di calcio o di basket, che contestano l’arbitro, applaudono ragazzi che strattonano gli avversari prendendoli dalla maglietta, urlano ordini con violenza a chi sta giocando in campo, non sono collegati ad altri atteggiamenti aggressivi e violenti.

Forse le frasi “fatti furbo”, “prima gli italiani”, “gli zingari rubano i bambini”, “non vogliamo i profughi nel quartiere perché c’è un asilo”, le liste che classificano le presunte doti delle donne dell’est, i cappi in parlamento, le monetine lanciate, il movimento dei forconi che passa arrogante e con aria violenta sotto la finestra dell’ufficio, le battute su tedeschi e kapò, le vetrine imbrattate o rotte durante una manifestazione, la polizia schierata in assetto antisommossa al corteo del primo maggio, appena dietro di noi, sono tutta un’altra storia. Diversa rispetto a chi si lancia con un fuoristrada su un ponte affollato di gente, in un mercatino di natale, tra le persone col naso in sù in attesa dei fuochi d’artificio.

Forse i percorsi sono diversi. O forse no. Nel dubbio proverei ad abbassare i toni, a educare i ragazzi al rispetto e al senso della misura, a smettere di urlare e iniziare ad ascoltare, a conoscere e astenersi dai giudizi, a riscoprire la bellezza della complessità anziché adagiarsi in comodi e insulsi stereotipi.

Forse siamo ancora in tempo. O forse no e arriveremo a toccare il fondo, provando poi a rialzarci.