esseri semplici

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I figli sono esseri semplici, con un funzionamento ripetitivo e prevedibile, che dovrebbe rendere il compito di chi vive di fianco a loro scontato e a volte perfino noioso.

Se alle 14:01 vedi comparire sul display del cellulare il numero di quello che fa terza media sai già che il motivo potrà essere:
a. ha preso una nota o un brutto voto
b. ha invitato a casa 4 compagni di classe e ti avvisa che dovresti preparare la torta per merenda; arrivano tra mezz’ora, fai in modo che non sia troppo calda
c. deve portare il giorno dopo a scuola le fotografie degli avi fino alla 20esima generazione e si è fortuitamente dimenticato di dirlo quando 20 giorni fa l’ha saputo dalla professoressa di storia
d. dovrebbe già essere ad allenamento, ma ha appena iniziato a prepararsi la borsa e ha bisogno delle calze da basket (e ovviamente ti chiede dove sono prima di aprire l’armadio, altrimenti le avrebbe viste da solo)

Non fa presagire mai nulla di buono quel nome sul tuo cellulare, così come la frase “ascoltami fino in fondo” vorrà dire che potrai essere furiosa fin dalla seconda parola e che tutte quelle successive non faranno altro che aggiungere argomentazioni al sermone che stai preparando a mente.

Se gli dirai di svuotare il suo borsone da basket perché è inaccettabile che accumuli lì dentro le uniformi puzzolenti di una settimana, ciondolando svuoterà il suddetto borsone, ma non farà altrettanto con la sacca di ginnastica, in cui pantaloncini e maglietta si trasformano in origami originalissimi (e li scoprirà solo quando dovrà di nuovo fare ginnastica).

Se gli ricorderai prima di uscire di casa che dovrebbe farsi una doccia quando torna dalla lezione di orchestra, puoi essere certa che quando arriverai a casa lo troverai sul divano, spiaggiato come sempre, sporco come prima che tu uscissi. E con aria innocente e temporaneamente pentita ti dirà “me ne sono dimenticato”. Davvero? E io che pensavo che fosse mancata l’acqua in tutto il quartiere, che lo shampoo si fosse trasformato in maionese, che dallo scarico della doccia uscissero mostri marini. Ecco perché non avevi potuto farti la doccia come previsto.

Dovrei già saperle tutte queste cose, dovrei avere una vita tranquilla, priva di sorprese e arrabbiature. E invece ci casco sempre e penso che forse un giorno mi stupirà e mi chiamerà semplicemente per sapere come è andata la mia mattinata, per chiedermi se è meglio stendere la biancheria in casa o nel balcone visto che la lavatrice ha finito di lavare e lui è a casa. Mi illudo che quell’essere semplice possa diventare complesso e articolato, con possibilità di evoluzione che al momento non riesco neanche a immaginare.

nota: nella foto un essere semplice

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giù il gettone, sù le mani

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– Ti capita di sentirti triste all’improvviso? di avere degli sbalzi di umore? –

– No, è sempre antipatica lei –

– Zitto Yogi, non sto parlando con te –

Ho portato i ragazzi dalla pediatra per il solito controllo annuale e il dialogo riportato sopra è quello tra la dottoressa, che stava parlando a Lucia, e Jacopo che quando bisogna dire una parola buona nei riguardi dei suoi fratelli è sempre pronto.

Lucia ha 10 anni e mezzo e nelle ultime settimane, ogni volta che la guardo mi stupisco di quanto sia diventata grande, quanto il suo corpo si stia trasformando e diventi quello di una ragazza, non più quello della bambina che è stata. La vedo crescere in centimetri e chili e penso che sia tutto qui. Nel senso che il resto, i capricci, le offese che la fanno piangere, i modi poco gentili e le ribellioni, sono parte del suo carattere, qualcosa a cui in questi 10 anni mi sono abituata, accettandoli di più a volte, meno altre.

Poi ieri pomeriggio una persona che l’ha accolta a 6 anni in una palestra di ginnastica artistica le regala un libro e una dedica e lei, mentre leggo e parafraso l’Amleto per farle capire il senso di quel regalo, si mette a piangere seduta sul sedile di fianco al mio in macchina. Ci abbracciamo, asciughiamo le lacrime, sorridiamo e ridiamo un po’ e il momento dopo torna il sereno.

Poi a cena parliamo del corso di inglese in orario extra scolastico e lei mi dice che vuole farlo. Le faccio notare che mi aveva detto il contrario e che forse potrebbe anche evitare quell’impegno per quest’anno e lei si mette a piangere, perché ha cambiato idea e ci tiene al corso. Perché è un’entusiasta e se andassero a scuola a proporle il corso di danze tradizionali del sud pacifico lei vorrebbe iscriversi (e poi lo seguirebbe con disciplina, impegno, allegria). Ride anche lei, forse al pensiero del gonnellino di foglie di palma intrecciato, e ricominciamo la cena.

Questa mattina stiamo per uscire di casa per andare a scuola e mi chiede di poter mettere un cappello, perché ha freddo alle orecchie. Ieri suo fratello aveva i pantaloncini corti e lei oggi uscirebbe col cappello di pile (perché so che sceglierebbe quello). Le rispondo che non è ancora il momento di mettere il cappello e che non bisogna esagerare e lei si siede sul divano offesa e per la strada quando allungo la mano verso di lei che è tre passi dietro di me, mi guarda mezza offesa e mezza divertita e rifiuta la mia mano, salvo poi aggrapparsi e corrermi di fianco.

Siamo saliti sulla giostra e anche questa tappa con Lucia sarà caratterizzata da luci e ombre, entusiasmi e deliri di onnipotenza, dalle sue gioie e dalle sue rabbie senza confini. Dalla sua energia, generatrice e distruttrice, a seconda dei momenti. Siamo saliti sulla giostra e ci saranno momenti in cui vorrei scendere e avrò la nausea. E invece staremo lì insieme a farci frullare dalle montagne russe.

avanti, si gioca

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– Sai, mia figlia ha un caratterino, non è che dove la metti sta. Poi magari lei prende questo momento come un vedersi con degli amici… –

Stavo per intervenire nella conversazione telefonica dicendo “ecco, hai perfettamente capito cosa intendiamo proporre a Jacopo, vedersi con degli amici e usare l’inglese come una lingua”. Poi l’educazione, o forse un colpo di tosse, mi ha trattenuto il tempo giusto per far terminare la frase a chi stava dall’altra parte del telefono.

– Insomma, non vorrei che prendesse questo momento come un gioco e non si impegnasse abbastanza. È un corso di inglese, quindi magari fatto a scuola si impegna di più –

Stiamo cercando di organizzare per Jacopo un corso di inglese in cui il centro non sia fare esercizi di grammatica o completare frasi di un libro standard, ma dialogare con un ragazzo un po’ più grande di lui nato in un paese anglofono e con altri amici della sua età. Insomma, stiamo cercando di fare in modo che nostro figlio di 13 anni possa capire che l’inglese è una lingua che può utilizzare per parlare con altre persone, che ha un’infinità varietà di vocaboli che lui non conosce (anche perché la sua professoressa non ritiene necessario l’utilizzo di un vocabolario, gliele insegna lei le “paroline”, come le ha definite durante il colloquio con me in prima media). Stiamo cercando di non fargli odiare qualcosa che sarà per lui e per il suo futuro indispensabile. E la ricerca di compagni con cui condividere questo percorso si sta dimostrando complicatissima.

Complicatissima, si, perché pare che lo studio (e il raggiungimento di un risultato) debba prevedere per forza sofferenza, noia, imposizione. Senza sembra non ci sia insegnamento, crescita, acquisizione di competenze. Se è un gioco non vale: se ti diverti, se esprimi te stesso, se hai voglia di stare lì dove sei perché incontri degli amici e parli di cose che ti interessano, allora è inutile e non produrrà risultati.

Come se i giochi non prevedessero impegno, concentrazione, fatica, delusione, sconfitte, regole, disciplina. Come se le strade possibili per l’educazione fossero solo la bacchetta sulle dita e la rigidità del collegio o la libertà completa senza accompagnamento alcuno, senza limiti, senza regole.

Siamo a inizio anno scolastico e si parla tanto di problemi della scuola: insegnanti che mancano, strutture che per essere pulite e ridipinte necessitano dell’intervento delle famiglie, smartphone in classe come strumento per fare didattica o per distrarre i ragazzi.

Se avessi la possibilità di esprimere e veder realizzare un solo desiderio per il percorso scolastico dei miei figli, so che cosa chiederei: che la scuola sia per loro un gioco. Divertente come il basket o l’atletica che praticano 3 volte a settimana; impegnativo come la ginnastica artistica in cui Lucia ha speso 5 anni di allenamento costante; serio come un campo scout di reparto in cui se non pianti bene la tenda ti ritroverai a dormire nel bagnato; arricchente nelle relazioni, nelle conoscenze e nelle competenze com’è per me il camp sulla narrazione che vivo ogni estate. Se la scuola sarà per loro questo gioco sarà più facile diventare persone curiose, felici, ottimiste e responsabili: diventare gli adulti che ogni ragazzo dovrebbe poter incontrare, per giocare insieme.

libera nos a libri delle vacanze

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Le piaghe dell'estate sono molte, ma qualcuna è peggio di altre.
Le zanzare si possono sconfiggere, con zampironi anni 80 puzzolenti, candele al geranio e lozioni più o meno efficaci; la sabbia al fondo del letto e tra le dita dei piedi si elimina frequentando spiagge di sassi; il caldo si sopporta con gite in montagna e docce frequenti.
La piaga più devastante dell'estate, quella che ti fa prendere lo sconforto cosmico e non ti abbandona per anni e anni sono i compiti delle vacanze dei figli.
Capiamoci: non sono della setta dei genitori anticompiti, li faccio fare tutti ogni fine settimana e durante l'anno non li patisco (sarà che non li controllo mai per nessuno dei tre figli o quasi). Capisco che i compiti a casa servano per far sedimentare le competenze acquisite in classe e che lo studio individuale abbia un valore per i ragazzi. Però, maestre, maestri, professoresse e professori, vi comunico che i compiti servono anche a noi genitori. Per non dimenticare.
Non dimenticare quanto i nostri figli siano portati per la sceneggiata napoletana, quella che fa strappare i capelli, rigare il volto di lacrime e stracciare le vesti (e pure le palle del genitore di turno).
Non dimenticare quanto un'estate sia troppo corta per far stare tutto: il campo di basket, quello scout, gli allenamenti di atletica dopo aver visto i mondiali in TV, i tuffi dalle spalle e i giochi in cortile. Per i compiti, attività che chiede concentrazione e un minimo di lucidità, davvero non c'è abbastanza tempo.
Non dimenticare quanto possiamo essere capaci di litigare con il sangue del nostro sangue e la carne della nostra carne, quanto arriviamo a non sopportarci quando siamo troppo vicini. E visto che l'estate già ci darà occasioni di eccesso di vicinanza, l'assenza dei compiti potrebbe salvare delle famiglie.
Io sono una ligia alle regole, estremamente disciplinata e scrupolosa. Ma non me la sento di giurare al miur che per le prossime 7 estati (quelle che mancano fino alla terza media del più piccolo) farò fare i compiti delle vacanze ai miei figli. Non me ne vogliano le maestre e i professori. Si chiama istinto di sopravvivenza. La mia e la loro.

i figli sono piante grasse

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I figli sono piante grasse. Per toccarli devi mettere i guanti altrimenti ti ritroverai le mani piene di piccole spine, difficili da vedere, ma che rendono faticoso e doloroso ogni movimento quotidiano.

Hanno bisogno di vasi “giusti”, non troppo stretti, altrimenti non potrebbero crescere, ma neanche troppo larghi perché con uno spazio sconfinato intorno sembreranno sempre piccoli e indifesi. Devi capire tu quando’è il momento giusto per cambiar loro il vaso e di solito devi aspettare che abbiano conquistato ogni centimetro di terra, arrivando a toccare i bordi.

Hanno corpi voluminosi e che si alzano spesso verso l’alto e radici poco profonde, che un giorno potrebbero non essere più sufficienti per tenerli ancorati al terreno. Allora dovrai mettere un bastone di fianco, un palo e un cordino che cerchi di tenerli in piedi attirandoli a sé, capace di contrastare la loro naturale tendenza centrifuga, ma che gli lasci libertà di movimento per crescere nella propria direzione.

Hanno fiori meravigliosi, che ti stupiscono con la loro grazia ed eleganza, che crescono su corpi bitorzoluti e goffi. Li vedi che si preparano per settimane, a volte per mesi, crescendo ogni giorno impercettibilmente. Poi una mattina, uscendo in balcone, li troverai aperti al giorno nuovo, magari un po’ storti dal peso della loro stessa bellezza. È un privilegio uscire in balcone proprio quella mattina, di cui essere consapevoli: tre ore dopo saranno appassiti e ripiegati su loro stessi, per poi seccarsi pian piano, ancora attaccati al corpo informe e spinoso.

Il loro tempo si misura in anni, non in giorni o stagioni. Ti sembreranno inanimati per così tanto tempo che a volte rischierai di dimenticare di bagnarli e di alimentare le loro potenzialità di crescita. Continuerai ad accudirli per abitudine e con quel senso di fiducia e generosità cieco che è tipico di chi non si aspetta nulla in cambio. E loro staranno lì, assorbendo l’acqua e godendo del sole a cui li hai esposti, come se non avessero intenzione di restituire mai nulla. Ma hai presente le piante grasse che si arrampicano sui muri assolati delle case in Liguria? Sono uno spettacolo meraviglioso, come ogni figlio che diventa grande.

a Rimini ho visto 

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A Rimini ho visto centinaia di biciclette sfrecciare tra la folla, nel sotto passaggio verso il mare, aspettare fiduciose i padroni davanti a un bar senza essere legate.

A Rimini ho visto due gemelle coi capelli rossi, nate da madre riminese e padre torinese ed è stato bello conoscerle, incontrare questa famiglia (rigorosamente in bici), sentire sempre forte il legame  con le sorelle e i fratelli scout.

A Rimini ho visto insegnanti studiare una didattica nuova per avvicinare i ragazzi alla lettura, vivere l’autonomia scolastica con quella leggerezza e responsabilità che rende l’aula una cosa (e una casa) meravigliosa e non un posto privo di controllo e abbandonato.

A Rimini ho parlato con ragazzi che leggono 150 libri all’anno e quindi ne sanno molto più di me e mi hanno insegnato molte cose, alcune fondamentali, come sapere cos’è una ship (no, non è solo una barca). 

A Rimini ho detto ad alcuni ragazzi dove mettere il portafoglio per non perderlo, ho insegnato a lavare i finocchi, ho imprestato asciugamani per la spiaggia, ho dato orari di rientro. 

A Rimini ho lavorato con persone che diventano ogni giorno un po’ più amici, oltre che colleghi, ho conosciuto donne con cui sentì quell’affinità elettiva che te le fa abbracciare forte quando ti saluti al binario di un treno.

A Rimini ho visto ragazzi allegri, impegnati, responsabili, protagonisti, efficienti, frizzanti e cazzari. Ho visto ragazzi amati e pensati, di quell’amore e quei pensieri che ti liberano dentro e ti danno fiducia nel mondo e nei tuoi talenti. 

A Rimini ho ballato con i ragazzi perché un amico ha detto che gli adulti di solito camminano davanti a loro, come per dire “seguimi”, oppure un po’ indietro, come per dire “controllo i tuoi passi”. E invece ieri sera camminavamo insieme, occupando lo stesso marciapiede.

A Rimini ho attraversato una ronda di Forza Nuova e non so dire se avevo più i brividi o la rabbia che mi saliva da dentro e rischiava di diventare parola. Sono rimasta di sasso di fronte a due 16enni che mi hanno chiesto cosa fossero il fascismo e il nazismo e mi sono chiesta come sia possibile che mio nonno mi raccontasse la storia dei fratelli Cervi e della loro mamma che ogni sera apparecchiava il tavolo anche per loro e questi ragazzi non sappiano da quale barbarie è nata la nostra Repubblica. 

A Rimini mi sono sentita a casa e ho pensato tanto alla mia casa, che mi porto sempre dentro, di cui parlo in continuazione, che mi permette di volare.

l’educazione stabile in un mondo fluido

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Questo mondo è fluido, non c’è alcun dubbio. E fluido diventa anche il mio di tempo, diviso tra lavori part time e full time, tra consegne e referenti che si sovrappongono, tra auto dalle cilindrate esorbitanti ed eventi per ragazzi, con una valigia che contiene pantaloncini e costumi, tra rossetto e sandali da mare.

Questo tempo è fluido e a volte fatico a ritrovarmi, a mantenere un equilibrio e a non farmi travolgere dall’entusiasmo o dallo sconforto, a giorni alterni. Fatico a definire la mia identità professionale, a trovare le parole giuste per dire “che lavoro faccio” (mia figlia sostiene che io distribuisca cappellini al Salone dell’Auto, perché quello mi ha visto fare mentre preparavo il materiale per l’evento del giorno dopo), a far capire il livello di stanchezza, impegno, flessibilità e rapidità di cambiamento che ogni giorno vivo.

Ma tra i vantaggi di questo tempo, del suo essere così mutevole nella forma, c’è quello di rendere l’educazione dei miei ragazzi ferma, organizzata, stabile. Perché non ho tempo di chiedermi se sia il caso di portare a metà mattina a scuola la pizza al figlio di seconda media, perché altri si stanno organizzando per portare da mangiare per far festa e mio figlio non mi ha detto niente. E se lo trovassi quel tempo, mi risponderei che in seconda media devi avere l’autonomia di scegliere se portare o meno la pizza l’ultimo giorno di scuola. Perché i ragazzi, dopo il terzo anno di mie assenze, hanno capito che anche se l’ultimo giorno di scuola non vado a prenderli e soprattutto non suono trombe da stadio io e loro padre ci siamo stati ogni giorno di quell’anno di scuola, abbiamo condiviso con loro ogni momento e di striscioni e celebrazioni plateali non ne abbiamo bisogno. Perché ho lasciato autonomia ai miei figli, costruendo con loro un rapporto di fiducia in cui hanno possibilità di movimento, libertà di scelta su alcune cose, responsabilità rispetto alle decisioni che prendono. E io non devo esserci sempre per fare al posto loro, ma sanno sempre di avere una casa in cui tornare per rileggere la realtà insieme, discutere di ciò che è giusto e sbagliato, parlare dei valori e non solo degli eventi.

Viviamo in un tempo fluido e spetta a noi che educazione vogliamo dare ai ragazzi che abbiamo vicino: quella che offre strumenti per interpretare la realtà o quelle che cerca di dare disperatamente soluzioni, che si riveleranno inefficaci appena usciremo fuori dal nido.