per me il solito

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Siamo esattamente al 50% del fine settimana, che a casa nostra è un modo diverso per dire “tetris”.

Perché in questa 48 ore che spezza la routine, siamo soliti incastrare una miriade di impegni, principalmente dei figli. E visto che abbiamo avuto la sfacciataggine di farne tre, gli incastri sono particolarmente ambiziosi.

Chiunque conosca me e l’altra metà della mela, sa che non facciamo, né abbiamo mai fatto parte della categoria “sportivi”. Eppure gli impegni più frequenti il sabato e la domenica sono quelli agonistici dei ragazzi, tra una gara di marcia e una partita di basket, ovviamente in due posti diversi del Piemonte. E anche se questo vuol dire pranzi trangugiati, nessun pisolino sul divano, due ore al freddo su spalti di cemento o in un palazzetto maleodorante, io continuo a pensare che questo sia un bel modo di passare il mio fine settimana.

Perché il mio posto è sulle gradinate a incitare Luci all’ultimo giro di pista, quando le altre hanno già finito la gara, e vederla avanzare dritta metro dopo metro verso il traguardo. È lì che voglio stare, di fianco alla sua strada, pronta ad accogliere le sue lacrime e il suo sforzo, il suo impegno e la sua perseveranza.

Il mio posto è nel palazzetto del basket, a festeggiare ogni canestro di quei ragazzi che sono la squadra di mio figlio, a osservare ogni passaggio di Jacopo, a intercettare i suoi sguardi prima che si arrabbi con l’arbitro.

Il mio posto è su una panchina della piscina, a guardare i progressi in corsia di Diego o in una palestra di scuola a riprendere col telefonino il suo esordio in un’amichevole di un gioco che un giorno diventerà il basket, ma oggi è un mix tra bowling e rugby.

Il mio posto è lì, dove loro si impegnano, dove crescono con gli altri, dove imparano a sfidare i loro limiti, dove sentono la soddisfazione e la delusione, la gioia e la fatica. Dove si impegnano in un gioco serio, come sono tutti i giochi degni di essere giocati.

Cosa prendo per il prossimo fine settimana? Per me il solito, grazie. Un bel po’ di sport, con i miei ragazzi.

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è un problema di asticella

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Era da tempo che avevo la percezione di sbagliare qualcosa. Di essere in qualche modo inadeguata al mondo, inadatta. A volte eccessiva, a volte mancante. In una parola: sbagliata, non conforme.

Non conforme all’idea che la partecipazione può essere alternata: quando posso ci sono, quando non posso arrivederci e grazie. Invece io non riesco a tirarmi indietro e incastro date e appuntamenti per mantenere gli impegni che mi sono presa, per esserci davvero con il corpo e col pensiero nei ruoli che ho deciso di assumermi, che significhi tagliare le fette di panettone e distribuirle alla fine di un concerto della scuola elementare o scrivere la lettera al sindaco a nome dei genitori, che sia piantare alberi in un’area di recupero urbano o spostare macerie e immondizia nel parco stesso tutti i lunedì, quelli di sole e quelli di vento. E insegno la stessa cosa ai miei figli che si mettono l’uniforme scout in uno spogliatoio di atletica per passare dall’allenamento all’attività, che indossano la divisa del basket appena usciti dal sacco a pelo in uscita scout per andare al loro primo torneo, che fino alle 21,30 consultano il catalogo on line di Bricoman per le costruzioni da fare in sede scout, dopo i compiti e l’allenamento.

Non conforme alla convinzione che le regole siano degli ottimi paraventi per non affrontare la realtà e le criticità che ci si presentano, degli alibi alle nostre mancanze e fragilità. Perché la legalità è uno strumento, ma l’obiettivo a cui restare fedeli senza sconti è la giustizia. E allora se il nome ufficiale della scuola non restituisce l’identità completa di chi ci vive dentro, cerco un modo per rappresentare entrambe le identità e non mi nascondo dietro l’ufficialità (discutibile) di una locandina. Perché ci sono le regole ufficiali e poi c’è il sentire reale, quel disagio o piacere che si sente sotto pelle e che lavora dentro di noi nel sentirci parte o meno di una comunità. Ignorarlo, barricandosi dietro alla norma, è inutile e alla lunga dannoso.

 Non conforme all’idea che l’amore sia giustificare sempre ogni errore dei nostri figli, fare al posto loro, eliminare dal percorso ogni ostacolo. E invece l’amore (e l’educazione, che senza amore non c’è) è stare lì, esserci. Ragionare insieme, gioire dei talenti e lavorare sulle difficoltà, amare i successi come le cadute, incoraggiare e fornire uno specchio che restituisca un’immagine veritiera della realtà, non deformata. È studiare insieme epica anche quando si doveva uscire, perché quella è la sera in cui si può imparare veramente qualcosa (e non parlo di miti e di eroi), è ribadire che i voti non sono il centro della questione, ma sono importanti perché fanno capire a che punto si è della propria competenza, è ragionare sull’ultima partita persa, sul disagio in classe e spronare a trovare insieme agli altri una strada possibile, per assumersi le proprie responsabilità e vedere riconosciuti i propri diritti.

Sono non conforme perché la mia asticella è posta troppo in alto, sempre qualche centimetro più su dell’obiettivo da raggiungere. Devo sempre sollevare lo sguardo per vederla, devo sempre sforzarmi per raggiungerla. Non basta quello che so fare, devo sempre imparare qualcosa di nuovo per superarla. E spostarla poi ancora più in alto.

i diritti dei bambini

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I bambini hanno diritto di arrivare in orario: a scuola, ai loro allenamenti sportivi, alle feste di compleanno, agli appuntamenti della loro vita. Perché quello che fanno è importante e l’attenzione che noi genitori mettiamo nell’accompagnarli nei tempi giusti dà loro la dimensione del valore del loro impegno.

I bambini hanno diritto di sbagliare e di avere qualcuno che li corregge: perché senza errori non si cresce e, senza qualcuno che gli dice che hanno sbagliato, crederanno di essere infallibili e saranno frustrati quando non otterranno i risultati voluti.

I bambini hanno diritto di avere dei confini: nelle loro possibilità di azione e movimento, nella loro autonomia, nella realizzazione dei loro desideri. Perché sono i confini che danno sicurezza e un territorio conosciuto in cui mettere alla prova le proprie capacità e sono quegli stessi confini che fanno nascere il desiderio di superarli, di scoprire il mondo fuori, di cambiare la forma del recinto perché sia adatti alla forma del proprio essere.

I bambini hanno diritto di mettersi alla prova, di fare cose difficili, di rischiare: altrimenti crederanno di non potercela mai fare, di saper camminare solo perché c’è la mano della mamma che li tiene, di non essere all’altezza delle loro ambizioni.

I bambini hanno diritto di avere altri punti di riferimento che non siano i genitori: perché il mondo è così grande che non lo esploreranno mai tutto se devono sempre stare attaccati alle nostre gambe, perché a volte serve un altro parere diverso dal nostro, perché anche noi siamo fallibili.

I bambini hanno diritto di avere i loro gusti e di manifestarli: nel vestire, nel leggere, nello sport e nelle attività artistiche, nei giochi. Non è attraverso di loro che realizziamo quello che non siamo riusciti a fare nella nostra vita. Non sono dei nostri cloni, ma persone diverse da noi, con un pensiero autonomo e talenti personali.

I bambini hanno diritto di fare i bambini, perché hanno intorno degli adulti che hanno il dovere di fare gli adulti:  che danno il giusto valore ai loro impegni, dalla scuola allo sport, alle loro relazioni sociali; che gli fanno notare i loro errori e si siedono lì a fianco per stimolarli a trovare il modo di correggerli; che mettono loro dei limiti e dei vincoli e li richiamano a rispettarli, negoziando con loro i cambiamenti quando sono necessari; che li lasciano liberi di provare anche quando pensano che forse non ce la faranno, che li spingono ad assumersi il rischio di fare cose nuove; che lavorano in rete con gli altri adulti e non si sentono sminuiti nel loro ruolo o fanno a gara quando condividono la responsabilità di educarli con insegnanti, allenatori, amici, familiari; che non li plasmano a immagine e somiglianza di quello che piace a loro o di quello che a loro sarebbe piaciuto essere.

I bambini hanno diritto di essere oggi quello che sono, per poter diventare le persone migliori che potranno essere domani.

multi genitore

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Questo weekend ho fatto i compiti.

Ho interrogato di latino il grande (“chiedimi la forma attiva mamma, la so”: dopo due domande era chiaro che non la sapesse a sufficienza. “Studia ancora, non la sai”). Oggi avrei dovuto interrogarlo sulla forma passiva, ma sostiene di saperla, vedremo.

Ho fatto ricopiare al piccolo un esercizio con errori di italiano che non riesco neanche a concepire (domanda “Ti è mai capitato di essere escluso?” Risposta “si, mie capitato”) e soprattutto non so come insegnare ad evitarli. L’ho interrogato di scienze e, come nelle precedenti due esperienze, ho cercato di evitare la ripetizione a pappagallo delle parole esatte del libro.

Ho aiutato a dare una forma più corretta al testo di italiano della media in cui descriveva il suo peluche preferito (“Pi ha subito molte operazioni”) e devo ammettere che, a parte qualche dubbio sulla costruzione del discorso, il racconto mi ha piacevolmente stupito per l’ironia in cui riconosco la pazzerella che lo ha scritto.

Vedo genitori di figli unici concentrati sulla prole con una dedizione e un affaticamento che non posso provare, perché proprio mi mancano le condizioni necessarie. Io il sabato mattina, con tre tavoli diversi su cui stanno facendo i compiti, mi sento come un ferroviere che gestisce gli scambi di una stazione piena di binari. E questa sensazione si ripete identica quando bisogna far quadrare gli accompagnamenti ai vari sport e impegni di ciascuno di loro tre.

E dire che l’altra mattina, tornando dall’accompagnamento a scuola, ho visto una donna con diversi bambini intorno. Ci ho messo un po’ a contarli: due in un passeggino doppio, due attaccati ai lati del passeggino, altri due un paio di metri indietro, con il grembiule e le cartelle per la scuola elementare. Totale 6 minorenni. Erano in ritardo per la scuola , ma come biasimarla?

servono molti noi

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Per costruire il mio io servono molti noi.

Il noi della mia famiglia, che è troppo grande per stare sotto un unico cognome, ne servono almeno tre a fare un’istantanea di questo momento. È un noi stratificato, con qualcuno che c’è ancora e altri che se ne sono andati, ma con cui continuo a parlare, con ricordi che si perdono quando ancora avevo denti che cadevano, trecce e graffi sulle ginocchia. E forti arrabbiature, ma quelle continuo ad averle.

Il noi del territorio in cui vivo, la scuola, il quartiere, la città. Il nido dove sono passati tutti i miei figli, con l’albero di natale con le foto dei bambini e la castagnata, la scuola elementare con le feste di inizio anno per ridipingere le aule, la scuola media coi concerti e le pietre d’inciampo. La casa nel parco e le cene tra amici, i tour tra le vie di queste case costruite per ospitare gli operai della fabbrica, quella che ha preso il nome del quartiere, quella dove nonno teneva alta la testa e la schiena dritta.

Il noi della mia esperienza scout, fatta di fantastico, avventura, scoperta, servizio, competenza. È un noi pieno dei colori dei fazzolettoni che ho avuto addosso, ma che si ritrova in ogni colore. È un noi che non ha una casa, ma trova la sua sede in ogni luogo dove costruisce relazioni e ogni volta che torna li, che siano passati due giorni o vent’anni si sente di nuovo a casa. È un noi che non sa stilare una lista di chi ne fa parte, ma che riconosce gli altri come lui in uno sguardo, una stretta di mano, un modo di fare.

Il noi di generazioni diverse che si trovano insieme, che si studiano e si scoprono ricche e preziose l’una per l’altra. Che si completano e si confondono, in un circolo in cui gli estremi si toccano.

Il noi dei valori, del senso di giustizia e uguaglianza che mi parla incessantemente dentro, del senso positivo dell’azione collettiva, della voglia di dialogo e incontro, della ricchezza della diversità, del primato dell’educazione permanente. Della fiducia nella bontà dell’uomo, animale sociale per eccellenza che solo quando si riconosce nel noi può dire di aver veramente costruito il suo io.

d’innanzi a voi mi impegno

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Ci sono vestiti che ti stanno addosso per un po’ e in certi periodi sembrano anche donarti molto: perché sei abbronzata, hai i capelli appena tagliati, hai un chilo in più (o in meno) nel punto giusto.

Ci sono abitudini passeggere, che mentre le frequenti sembra non debbano passare mai, fedeli e radicate, ma poi un giorno non te le trovi più intorno e non sai neanche a quale bivio le hai perse per strada.

E poi ci sono loro: quelle parti di te, quei tratti della tua identità che ti sono entrate dentro giorno dopo giorno, fatica dopo fatica, una goccia di sudore dopo l’altra, un sorriso dopo l’altro. Sono quegli abiti che non puoi togliere, sono la tua stessa pelle. Quella che ti sta sempre a pennello, pallida o abbronzata, cicciota o magra, spettinata e senza trucco.

Ho cantato tempo fa “d’innanzi a voi m’impegno” e quella parola è diventata la mia natura. M’impegno, cioè mi sento coinvolta, nelle cose che faccio, nella vita quotidiana, nel lavoro, nelle relazioni, nell’educazione. Mi sento coinvolta e sento di appartenere a questo tempo, questo spazio, questa comunità.

È questo che mi porta un venerdì sera a preparare disegni per le magliette dei bambini, file per le iscrizioni, insalata di pasta. E a tornare a casa il sabato sera, sporca di pittura, stanca nel corpo e nell’anima, spettinata, ricca degli incontri con altre persone che come me si sono impegnate, coinvolte e hanno sentito un forte senso di appartenenza.

So vivere solo così, oltre il buco della serratura, mettendo in acqua la mia canoa e conducendola dove la corrente mi spinge. È così che io sto bene, proprio ora, proprio qui.

è tutta vostra la scuola

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Le cartelle sono pronte, i pennarelli e le matite etichettate. Il diario non lo avete perché io mi sono dimenticata di portare la ricevuta del pagamento in segreteria. I quaderni sono tutti nuovi, i libri dei compiti hanno ancora qualche pagina con i segni della vacanza: una pagina spiegazzata, l’altra gonfia di umidità.

Oggi si va a scuola e nella foto di famiglia ci sarà un solo grembiule azzurro. Oggi si va in terza elementare, prima media e prima liceo, con tre orari diversi di inizio e di fine giornata (spero che non faremo errori nell’accompagnarvi).

Buon nuovo anno di scuola ragazzi, ai miei e agli altri. Affrontatelo con entusiasmo e passione, indipendenza di pensiero e autonomia, disobbedienza e responsabilità, protagonismo e curiosità. Accostatevi alle materie con mente sgombra e intelligenza brillante, ai compagni con rispetto per i loro pensieri e la loro storia, agli adulti che vi accompagnano con onestà e disponibilità a crescere insieme.

Non è niente la scuola senza di voi, sono solo muri scrostati e banchi scheggiati, piastrelle del bagno scritte e palestre con reti da pallavolo cadenti. Potrà essere tutto la scuola con il vostro impegno, le vostre idee, la vostra vita: laboratorio di nuove possibilità, famiglia felice, esercizio di democrazia, comunità e società civile.

È tutta vostra la scuola, non sprecate questa possibilità. Fareste del male a voi e a noi. Che stiamo fuori dalla porta e vi guardiamo crescere.