effetto paradosso (altrimenti detto…)

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Sei una persona che si prende carico dei progetti comuni, cercando di non lasciare le cose a metà? Troverai qualcuno che invece dell’incompiuto ne ha fatto una religione, dell’approssimazione una ragione di vita. E a chi toccherà fare quell’ultimo passo per ultimare il progetto? A te, baby, è l’effetto paradosso.

Sei una persona curiosa che si intestardisce per imparare cose nuove e non si arrende davanti a ciò che non sai fare? Ti daranno sempre qualcosa in più da fare, visto che sei capace. Cosa? Ti chiedi perché gli altri non possano imparare come hai fatto tu? Che vuoi farci, saranno meno dotati di te. Si, è sempre il buon vecchio effetto paradosso.

Ami essere organizzata, lucida ed efficace nelle cose? Ti ritroverai a organizzare il lavoro degli altri, definire per riunioni oceaniche ordini del giorno disattesi e poi fare riassunti (pardon, recap) per tutti. Che cosa? Volevi chiarezza e ti ritrovi sovrastata dalla confusione altrui? Non prendertela con gli altri, è l’effetto paradosso, cara mia.

“In medicina con effetto paradosso si intende la produzione, da parte di un principio attivo, di effetti indesiderati e opposti rispetto a quelli previsti, o anche diversi e opposti rispetto a quelli previsti, o anche diversi rispetto a quelli ottenuti alla prima assunzione del principio.”

In medicina si chiama effetto paradosso, nella vita quotidiana effetto vaffanculo.

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il 25 aprile sono piccole cose

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Il 25 aprile sono cose semplici, piccole che quasi non si notano.

È un vigile urbano, al bordo della strada in cui sfila la fiaccolata, che sta lavorando perché tutto proceda senza intoppi. Un vigile urbano che, mentre osserva la sfilata, canta Bella ciao insieme con dei genitori e dei bambini e ragazzi che l’hanno intonata da soli.

È un alpino con il cappello con la penna in testa che si infila con la moglie al braccio tra le persone davanti al palco.

È un gruppo di ragazze velate, uomini col copricapo dei mussulmani che si fotografano insieme, sorridenti e orgogliosi.

È il papà di un’amica che incontri ogni anno, l’ex collega con marito e bambine, tutte quelle persone che ti aspettavi di incontrare e quando gli sguardi si incrociano ti riconosci, come parti di una stessa comunità.

È la bandiera che sventola nella sera appena iniziata in cima al grattacielo costruito nel periodo fascista, o dagli specchietti del pullman di linea in questo giorno di sole.

Il 25 aprile è una mostra su Aleppo, vista inaspettatamente coi ragazzi. Che non vorrebbero andare avanti, impressionati e impauriti da quello che vedono, ma procedono comunque di fianco a te.

Il 25 aprile è la scelta di tutti i giorni, di quali valori guidano la tua vita e quali gesti testimoniano i tuoi principi. Il 25 aprile è la festa di tutti.

questo post è per voi

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Questo post è una lettera personale, per i miei ragazzi. Magari funziona anche per altre madri e altri figli, non lo so. È un post per dir loro tutto quello che non trovo il tempo e l’occasione di dirgli nella vita quotidiana. Tutto quello che spero riesca a fare il viaggio che va dalla mia carne alla loro, passando attraverso la mia e la loro pelle.

Vi sgrido mille volte al giorno, vi prometto castighi, vi lascio i vestiti che non avete messo nel cesto della biancheria sporca suo cuscino, vi striglio e vi sprono, vi pungolo e vi riprendo. Non mi do sosta in questo che credo sia parte del mio ruolo: continuare a stimolarvi, sollecitarvi perché voi possiate diventare ciò che siete. È stancante farlo, richiede una tensione continua, un’attenzione costante a non lasciare nulla al caso, a osservare, ascoltare, esprimere pareri, condurre e lasciare che gli sbagli avvengano, offrire sempre un’altra possibilità, ricominciare ogni giorno insieme. Non abbandonare mai il campo.

È un impegno più che quotidiano, qualcosa che occupa ogni centesimo di secondo. Perché siete sempre nei miei pensieri, nella mia giornata, nel mio percorso. Ogni cosa è letta anche attraverso gli occhiali che ho addosso da quando sono vostra mamma: sono lenti che rendono tutto più intenso, le gioie e i dolori. Le belle notizie, che sono da festeggiare pensando anche a quale influenza avranno su di voi; le brutte notizie, che sono da digerire perché nella condivisione con voi ci sia un lumicino acceso, una speranza che vi permetterà di continuare a costruire, progettare, vivere. Avere fiducia in quello che verrà.

Faccio tutto questo non perché me lo chiedete, ma perché è qualcosa di naturale, che sento muoversi da dentro, un senso di responsabilità continua nei vostri confronti, un cordone ombelicale invisibile che sento continuamente teso tra la mia pancia, quel posto dove nascono le passioni e gli istinti, e voi.

E quando vi guardo sento che l’impegno non è vano, vedo che quello che il cordone mi rimanda indietro di voi è qualcosa di cui sono orgogliosa, come non lo sono di nient’altro.

Sono orgogliosa della vostra intelligenza sempre pronta e accesa, della vostra sete e fame di stimoli, informazioni, esperienze, cultura. Sono orgogliosa della vostra tenacia e perseveranza, del vostro continuare a provare, del vostro insistere per ottenere il risultato. Sono orgogliosa del vostro coraggio, della vostra passione per la giustizia, della vostra autonomia di pensiero, della vostra fedeltà alla verità. Sono orgogliosa della vostra sensibilità, delle vostre lacrime inaspettate, dei vostri pugni contro gli stipiti della porta, della vostra ironia per sdrammatizzare. Sono orgogliosa della vostra riservatezza, della serenità, del vostro assumervi il ruolo di costruttori negli ambiti di vita che frequentate.

Sono orgogliosa di voi, perché siete delle belle persone. E io sono una mamma fortunata.

le parole sono importanti

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Lo diceva Moretti in Palombella Rossa, lo penso ogni volta che ascolto un telegiornale, ce lo ha detto ieri una maestra di scuola elementare, dopo un incontro poco edificante tra insegnanti, genitori, esperto di un laboratorio svolto a scuola.

La parola importante in questo momento per me, quella di cui vorrei recuperassimo il significato, è la parola “ruolo”.

È quello che abbiamo perso quando giustifichiamo tutti i comportamenti dei nostri figli e cerchiamo le colpe dei loro sbagli o insuccessi negli altri. Se il dettato è pieno di errori di ortografia sarà la maestra che non ha scandito bene le parole, se davanti a scuola il pargolo scappa dal nostro controllo è perché i bambini sono così, vivaci e imprevedibili, se è stato espulso durante la partita di basket sarà l’arbitro che non ha visto gli errori dell’altra squadra. Cerchiamo sempre le colpe negli altri e dimentichiamo che il nostro ruolo è fare i genitori: dare regole, osservare i nostri figli e riconoscerne pregi e difetti, per aiutarli a lavorare sui primi e valorizzare i secondi per metterli al servizio di chi hanno a fianco. Amarli, incondizionatamente, senza ricatti e troppe aspettative, ma con la consapevolezza che hanno luci e ombre e quello che siamo chiamati a fare è aiutarli a diventare il meglio di loro stessi.

Vorrei che gli insegnanti si ricordassero che il loro ruolo è quello di trasmettere delle competenze e aiutare nella crescita, osservando ciascun bambino o ragazzo e costruendo un percorso personalizzato, adatto a ciascuno. Testimoniando, con il loro comportamento, con il tono della loro voce, con il loro modo di stare in classe il rispetto per gli altri, il dialogo che è l’unica strada per vivere in maniera costruttiva il conflitto e uscirne avendo imparato qualcosa. Vorrei che si ricordassero che noi genitori siamo qualcosa di diverso da loro, che con noi devono avere un atteggiamento di condivisione di intenti e collaborazione, anche di complicità. Mai di compiacimento o subalternità, mai arroganza o superiorità.

Vorrei che le istituzioni ricordassero il loro ruolo di garanti dei diritti di tutti, di servi dello Stato, di progettato ed esecutori di politiche a lungo termine, volte allo sviluppo e all’evoluzione della nostra società. Vorrei che noi cittadini sentissimo di nuovo sulle nostre spalle il ruolo di costruttori di una comunità solidale, equa, rispettosa degli altri, regolata dai diritti e non dalla furbizia.

Se alzandoci la mattina avessimo la parola “ruolo” scritta in fronte, tatuata nella nostra coscienza andremmo per il mondo consapevoli della nostra responsabilità, capaci di collegare pensiero e azione, presenti a noi stessi e utili al mondo. E staremmo tutti meglio, perché giocheremmo il gioco di società in cui siamo immersi seguendo delle regole condivise, pensate affinché il gioco sia divertente, utile, proficuo. Non rispettare il proprio ruolo è come giocare senza rispettare le regole, barare e buttare all’aria il tabellone. E il gioco diventa un incubo.

quando si parla di comunità educante

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La scorsa settimana, ad un incontro sul territorio in cui abito tutti i giorni, chi parlava ha usato spesso il termine “comunità educante” e io ho istintivamente annuito convinta, concordando rispetto al ruolo fondamentale che questa ha nella crescita dei ragazzi. Ma forse se me ne avessero chiesto una definizione, avrei descritto qualcosa di poco concreto e verificabile.

Invece oggi la comunità educante l’ho incontrata. E ci ho anche parlato per venti minuti al telefono, fuori dagli orari di lavoro. E posso dirvi che cos’è.

La comunità educante è una maestra che parla col genitore del bambino che ha ripreso il giorno prima per un comportamento non corretto, per spiegare qual è il motivo di quella annotazione sul diario, raccontare il contesto in cui è avvenuto, sottolineare il valore educativo di quell’intervento.

La comunità educante è una coppia di genitori che nel leggere la nota sul diario del figlio approfondiscono con lui il motivo di quella segnalazione, restano sulle loro posizioni di fronte alle sue lacrime, ribadiscono il valore del dire la verità e assumersi la responsabilità delle proprie azioni.

La comunità educante sono due fratelli maggiori che si accorgono che la situazione è un po’ tesa e che siamo di fronte a un momento in cui possiamo dare una svolta, possiamo insegnare tutti che la verità è importante ed è un valore non negoziabile. E allora si mettono da parte, non prendono in giro per la nota il più piccolo della famiglia, lasciano intimità al momento della confessione dell’errore, non sono morbosi nella richiesta di informazioni.

La comunità educante sono tante altre persone, che si sono accorte del problema, l’hanno segnalato con discrezione, hanno giocato il proprio ruolo e si sono assunte la propria parte di responsabilità.

È tutto molto concreto, verificabile: sono azioni (prendere il telefono e prima di andare a scuola parlare 20 minuti con un genitore), risorse di tempo utilizzate (stare a parlare col figlio in questione tutta la sera o quasi e quindi cenare tutti in ritardo, dare lo spazio e il tempo per riuscire a tirare fuori il rospo che sta lì fermo in gola di un piccolo uomo di 7 anni), cose non fatte (insistere per sapere qual è stato il gesto sbagliato, restare nella stanza in cui qualcuno sta raccontando qualcosa di cui si vergogna).

È mettere al centro quel piccolo uomo di 7 anni, averlo tutti bene in mente e nel cuore, sapere che ogni cosa che facciamo e diciamo avrà un’influenza sulla sua crescita. E decidere di giocare in squadra questo gioco, parlarsi, confrontarsi e remare tutti nella stessa direzione.

Oggi ho incontrato la comunità educante che mette al centro mio figlio Diego e penso che avrà una strada ricchissima di possibilità, perché così tanti remano insieme a lui finché avrà bisogno di aiuto per imparare a guidare da sé la sua canoa.

inciampatevi

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Oggi vi ho visto tutti vicini, allegri e concentrati. Oggi avete suonato il violino per la strada e sembrava che foste nati con quello strumento in mano. Oggi avete letto la storia di una persona, avete raccontato come si chiamavano i suoi genitori, come si chiamava lui, cosa aveva studiato e quale lavoro faceva. Dove è nato e dove è morto.

Vi auguro di inciamparvi spesso nella vostra vita. Nelle storie degli altri, che se ascoltate a fondo possono aiutarvi a costruire la vostra. Nei nomi di chi vi vive a fianco e dei loro genitori, per farvi riscoprire il valore dell’identità personale e della storia da cui si proviene, per farci capire che l’anonimato e l’assenza di storia sono pericolosi e innaturali. Inciampatevi nella memoria di quello che è accaduto, per imparare che i cambiamenti, positivi o negativi che siano, avvengono un giorno per volta, decisione dopo decisione, scelta dopo scelta. Ed in questa libertà di scelta, che tutti abbiamo, sta la nostra responsabilità nel mondo. Inciampatevi nei vostri talenti e nelle vostre debolezze e prendetevi l’impegno di fare i conti con entrambi. Richiederà impegno, sacrificio e fatica a volte. Ma sarà l’unico modo per essere appieno voi stessi.

Insegnateci a inciamparci ancora, in questa pietra che avete posato oggi e in quelle che dobbiamo ancora riconoscere, perché a qualsiasi età abbiamo bisogno di cadere per imparare a rialzarci.

quel gene dominante

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I miei figli si vergognano di me, qualche volta. Si vergognano alla manifestazione del primo maggio quando non riesco a stare zitta e manifesto il mio disappunto verso chi sta sfilando e si è dimenticato che ha lasciato indietro la base, quella da cui dovrebbe prendere ispirazione, quella a cui dovrebbe rispondere. Si vergognano di me quando litigo con l’automobilista che non ci ha dato la precedenza sulle strisce pedonali o che passa col semaforo rosso incurante di noi pedoni. Si vergognano quando voglio parlare con gli allenatori di basket per manifestare la nostra solidarietà alla società e alla famiglia dei ragazzi che non possono essere convocati alle partite perché non sono cittadini italiani.

Non è che me lo dicano esplicitamente, ma mi accorgo che si tirano un po’ indietro, che il loro sguardo si fa incerto, che trovano motivi per cui la lettera scritta alla federazione pallacanestro non possono portarla loro ad allenamento per farla firmare agli altri genitori. Mi accorgo che il mio modo di affrontare le cose che reputo ingiuste li imbarazza e vorrei riuscire a dire loro qualcosa di importante.

Vorrei dirvi che questo è il mio modo e forse a volte penso che debba essere anche il vostro, l’unico possibile. E questo non è giusto, perché ciascuno ha la propria natura e i linguaggi che sente più affini e spontanei. Ma vorrei che non rinunciaste a dire la vostra opinione, a denunciare le ingiustizie, a far sentire la vostra voce. Trovate il tono giusto, gli strumenti che sapete maneggiare meglio, i tempi che ritenete più opportuni, ma prendete posizione, schieratevi e siate partigiani: scegliete i vostri valori, quello che secondo voi è giusto e quello che è sbagliato e sostenetelo con atti espliciti, con la vostra vita quotidiana e non solo. Denunciate quello che va contro i valori che per voi sono importanti, dite l’ingiustizia che vedete, sostenete quello in cui credete anche se non siete direttamente coinvolti.

Perché non basta essere buoni cittadini, bisogna essere cittadini attivi e responsabili, che si prendono cura del bene comune sostenendo ciò che è giusto ed è vero. Quello che succede davanti ai vostri occhi è qualcosa che vi riguarda, di cui siete testimoni. Se assistete a un’ingiustizia, non denunciarla non vorrà dire farvi gli affari vostri, ma vi renderà complici. E non importa se parlando non risolverete l’ingiustizia: dimostrerete solidarietà a chi la sta subendo e sarete fedeli a voi stessi, alla vostra dignità, e questo è il valore più importante di cui spero il vostro codice genetico porti una traccia indelebile. Spero che la passione e il bisogno istintivo di prendere posizione sia un gene dominante, qualcosa che col tempo troverete il modo di far emergere nella vostra vita.

Io continuerò a litigare con chi non si ferma sulle strisce pedonali o parcheggia in doppia fila, continuerò a manifestare la mia insoddisfazione verso chi ha smesso di rappresentarmi nella vita politica, continuerò a scrivere lettere alla fip o al sindaco, aspettando fiduciosa una risposta, ad alzare la mano nelle vostre assemblee di classe per dire cosa ne penso della polemica sulle scelte degli insegnanti. Voi non giratevi dall’altra parte, perché se non facessi queste cose non riuscirei a guardarmi allo specchio, sentirei di aver tradito me stessa e non sarei più io, la vostra mamma.