mamma feroce

Standard

Una volta, due ere lavorative fa, ero Serpenella. L’appellativo l’aveva trovato una copy e in effetti me lo sentivo bello comodo addosso, come la pelle di un serpente. La fortuna di lavorare in ambiente creativo è che le cattiverie (quelle che, più che un fondo di realtà, hanno una pentolata colma di identità) sono originali e perfettamente capaci di far sintesi delle nostre caratteristiche, anche di quelle che a volte non ammettiamo a noi stessi. Nel mio caso, non ammettere la lingua veloce e il pensiero non sempre da madreteresadicalcutta sarebbe stato come combattere contro i mulini a vento.

Lavorando in una casa editrice ho scoperto che c’è una professione, invisibile ai più, che sulla correttezza delle parole perde le sue ore di veglia e forse pure quelle di sonno: è la figura dell’editor, sarto che sistema, taglia, stringe, tira e ricuce le parole scritte da altri perché diventino una pelle di serpente su una storia. Dove lavoro c’è un’editor meravigliosa, che a questa competenza professionale aggiunge l’asciuttezza e la ritrosia dei liguri a mostrar troppo. Ed è lei che mi ha regalato la mia nuova definizione, comoda come un guanto: mamma feroce.

Sono una mamma feroce perché quando i miei figli devono partire per i campi scout (tutti e tre insieme contemporaneamente) io conto le ore, i minuti e i secondi. Festeggiando la solitudine, i risvegli in una casa silenziosa, l’assenza di macchinine e carte dei calciatori disseminate sul pavimento, le cene tassativamente fuori casa.

Sono una mamma feroce perché quando ho visto il figlio grande sbandare pericolosamente in bici, l’ho immaginato sfracellarsi sull’asfalto e rompersi una gamba, il braccio opposto, sfigurarsi il viso. E in un attimo mi è passata davanti agli occhi la nave che ci avrebbe dovuto portare di lì a poco in Corsica: lei in mare e noi chiusi in casa con il figlio in trazione. Quando l’ho visto in piedi senza un graffio, l’unica frase che sono riuscita a pronunciare è stata “sei un cretino”. E continuo a pensarlo.

Sono una mamma feroce perché una volta (lo scorso anno) ho perso Lucia da Tiger e non me ne sono accorta. Se n’è accorta lei, che ha fermato un passante, si è fatta dare il telefono e mi ha chiamata. Io ero 4 o 5 isolati più avanti, inconsapevole che mia figlia non fosse tra i parenti e amici con cui stavo andando in giro. Sono tornata indietro, un po’ preoccupata, ma più ridendo: in fondo era andato tutto bene, non avevo avuto il tempo di preoccuparmi. E Lucia aveva dimostrato capacità di gestire la situazione, in fondo era stata l’occasione per imparare una lezione.

Sono una mamma feroce perché ho tolto il ciuccio ai figli sempre in maniera piuttosto decisa, quando il mio orologio biologico interno decideva che era arrivato il momento. Per Lucia coincideva con l’inizio delle vacanze di Natale, una mamma incinta di 6 mesi, il letto da grande. E la varicella. Perché il ciuccio lo posso controllare, sulla varicella ancora non riesco a far valere la mia autorità.

Sono una mamma feroce perché quando il figlio piccolo fa i capricci perché non riesce a dormire, io vado una, due, tre volte da lui. Poi mi innervosisco e allora lo faccio alzare e stare sul divano con me. Seduto, perché deve essere sufficientemente scomodo da aver voglia di tornare nel letto e smetterla di rompere le scatole a me che vorrei dormire.

Sono una mamma feroce e non ho neanche bisogno di allenarmi. Sono caduta nel pentolone della pozione magica da piccola, come Obelix.

Annunci

da che parte stare

Standard

Sto facendo dei pensieri in questi, giorni, settimane, mesi. E non sono pensieri leggeri. La mia vita è felice, incasinata il giusto o leggermente un po’ più del giusto. Le strade di fronte a me e ai miei ragazzi sono aperte, potranno essere quello che vorranno, che sapranno sognare e realizzare. I miei amici e colleghi sono persone con cui condivido progetti, valori, azioni e principi. Va tutto bene.

Ma quando esco dalla mia bolla il mondo intorno è colmo di brutture, di rabbia, di violenza, di ingiustizia. E ogni giorno che passa tutto questo aumenta e diventa normale, accettabile, nella migliore delle ipotesi un effetto collaterale che dobbiamo accettare: per garantirci la “sicurezza”, perché “mica gli altri prima erano tanto meglio”, perché “prima i nostri”.

Sto pensando che mentre la mia vita procede, intorno ci sono vite in pericolo. Quella di Angele e di tutti i ragazzi e le ragazze di colore, magari adottati da famiglie che quando li mandano da soli in pullman o in pizzeria con gli amici sperano che non gli capiti di incontrare qualcuno che si senta in diritto di insultarli e dirgli di tornare “a casa loro”. E si permetteranno di dirlo a loro, non ai miei figli che hanno la pelle del colore “giusto”.

Quella di Manuela che è sposata con una donna e ha la corazza dura e non mi racconta la fatica, le discriminazioni, i giudizi. Ma sono tutte ferite dentro di lei, cicatrici che la segnano.

Quella dei ragazzi che Lucrezia ed Enrica incontrano ogni giorno, arrivati in Italia di nascosto, che vivono in un tempo di attesa, senza diritti, senza prospettiva, senza possibilità di progettare il proprio futuro.

Mentre la mia vita va avanti, c’è un altro pezzo di questo stesso mondo che non ha diritto a una vita dignitosa, che rischia ogni giorno per il solo fatto di essere com’è: nero, omosessuale, povero. E in questo tram su cui sono adesso, potremmo contare quanti pensano che questo sia un effetto collaterale che dobbiamo accettare, una stortura del mondo che non possiamo caricarci addosso. E non ci basterebbero le dita delle mani e dei piedi di molti di noi.

Stiamo scivolando su un piano inclinato, rotolando sempre più giù, accettando il degrado più folle e inumano. Come se fosse normale, accettabile, inevitabile.

Tutto questo mi sta logorando, mi sta consumando dentro. E non posso più incontrare le persone e fare finta di niente: non posso comprare la frutta o il pane da qualcuno che pensa che i porti debbano restare chiusi e le navi delle ong affondate, non posso salutare un vicino di casa che pensa che l’omosessualità sia una malattia, non posso cenare con degli ex colleghi che pensano che sparare a un uomo alle spalle che ha rubato a casa tua sia legittima difesa. Si difende la vita, prima di tutto.

Non posso più, perché l’imparzialità sui valori non può esistere. Perché siamo tutti, per sempre coinvolti e responsabili di ciò che sta accadendo intorno a noi. Perché è il momento di scegliere da che parte stare e ce n’è una che rispetta l’umanità e poi c’è l’altra. Che la maltratta, la violenta, la lascia morire, la uccide.

ps. nella foto, una rosa di Sarajevo

la prima cosa bella

Standard

La mia prima cosa bella di questa mattina è il senso di famiglia con cui mi sono svegliata.

È una sensazione profonda e viscerale, che si stringe intorno alle mie gioie e alle mie fatiche.

Ha la forma di un abbraccio, di due corpi che si stringono insieme e insieme sussultano, per i singhiozzi che in quell’abbraccio si possono permettere di salire dal centro del cuore.

Ha la forza delle dita che insieme si intrecciano a quelle di un’altra mano, in una preghiera, un saluto, un gesto spontaneo che contemporaneamente dice “sono qui” e “non lasciarmi da sola”.

Ha la tenerezza di occhi lucidi, di sguardi che si incrociano e accarezzano guance, anime.

Ha la melodia di canti che sappiamo a memoria, che richiamano boschi, fuochi di bivacco, tende umide e cieli stellati.

Ha la forza di un racconto che abbiamo raccontato a tanti bambini e bambine che stavano vivendo il momento del passaggio, ansiosi e felici insieme.

Ha il rigore e la comodità di un fazzolettone al collo, di una camicia azzurra e pantaloni di velluto. Tutti uguali e tutti diversi, tutti fratelli e sorelle che sorridono e cantano anche nella difficoltà.

Quel senso di famiglia, quel sentirmi intera e completa non l’ho mai provato da nessuna altra parte e non importa se il fazzolettone non l’ho più al collo. Sono scout, per sempre. E questa è la mia famiglia. Ed è una cosa bella, di cui godo nei giorni felici e che scopro nella sua forza immensa in quelli tristi.

saluti dal mare

Standard

Dopo mesi di post per alcuni criptici, di racconti a voce, di cose non nascoste ma nemmeno sbandierate ai quattro venti, è venuto il momento di dire pubblicamente che lavoro faccio. Nulla di scandaloso, non faccio la pianista in un bordello, né la donna delle pulizie della malavita.

Lavoro in una casa editrice e mi occupo di progetti scolastici. No, non sono la promotrice di testi scolastici che ogni giorno porta nelle scuole manuali di letteratura, geostoria ed educazione fisica per convincere insegnanti annoiati. No, non vendo i libri un tanto al chilo bussando a ogni istituto scolastico.

Incontro insegnanti, librai, bibliotecari, autori e insieme progettiamo percorsi di lettura per ragazze e ragazzi, proponendo temi difficili, spesso faticosi e scomodi: i confini, le migrazioni, il progetto di una casa comune, la parità di genere, la disabilità, l’educazione. Pensiamo e costruiamo occasioni per gli adolescenti per conoscere mondi che non hanno mai guardato, acquisire competenze nuove nella comunicazione, nella capacità di relazionarsi con gli altri, nel gestire il confronto e a volte il conflitto. Diamo agli adulti la possibilità di fare un passo indietro e stare a osservare la magia che nasce quando si lascia il campo libero a chi è più giovane.

Lo dico da qui, da Rimini durante Mare di libri, che faccio questo lavoro. Da una città invasa da ragazze e ragazzi che leggono, ascoltano, parlano, intervistano, ridono, scoprono, scelgono. Lo dico da un appartamento condiviso in 10, di cui solo due siamo maggiorenni (gli altri 8 minorenni sono in un altro appartamento con l’altro maggiorenne del gruppo). Da due bagni condivisi, dai mal di pancia della sera e docce del mattino, dalle ansie per l’intervista che faranno tra poco.

Faccio un lavoro bellissimo, che mi fa leggere tanto, che mi fa incontrare ragazzi, che mi fa stare sempre in ascolto, che mi fa emozionare, che mi fa uscire dalla mia comfort zone. Che mi fa andare “a spiaggia” (come dice la mia collega Sandra) a metà giugno.

perché leggo

Standard

“Io leggo perché quando leggo sono libero”

Me lo ha detto un ragazzo di seconda media, una mattina che sono andata nella sua classe a parlare di lettura.

Io leggo per capire e in questo periodo prima sono arrivati i libri e poi la realtà li ha seguiti. Storie che parlano di adolescenti che si scoprono fragili e vulnerabili, di famiglie che cercano di svuotare l’acqua che li sta facendo naufragare con un cucchiaio, di violenza, di libertà, di fughe in avanti che sono fughe da sé. Come in un sogno premonitore la realtà mi racconta un dolore simile, un isolamento graduale e che sembra non possa risolversi, la ricerca nella memoria di quando si è rotto qualcosa, il bisogno di identificare il momento preciso.

Leggo per capire e poi giro ogni pagina con un dubbio in più, con un peso maggiore nel cuore. Ma qualcosa la capisco in effetti: leggere le storie che ci fanno paura, le fatiche che possiamo incontrare ci serve a capire che non troveremo mai le risposte e mai dovremmo avere l’arroganza di pensare di conoscere le soluzioni. Dovremmo leggere per sviluppare la nostra empatia, per provare a metterci nella pelle di chi sta attraversando quel dolore, per capire che mai dovremmo sentirci immuni da qualcosa, mai dobbiamo pensare di essere salvi.

La vita ci travolge e l’unica cosa che possiamo fare, è starci dentro e fare del nostro meglio.

Continuo a leggere, per sentirmi a volte più triste ma meno spaesata. Continuo a leggere perché ci sono momenti in cui non so fare altro. Non posso fare altro.

le elezioni

Standard

– Quando ero piccolo il giorno delle elezioni era una festa –

Mi ha detto così un amico l’altro giorno in macchina, tra una chiacchiera e l’altra: le figlie a scuola insieme, il suo lavoro incerto, i nostri nonni entrambi comunisti.

Anche per me il giorno delle elezioni era ed è una festa. Perché provo un’emozione speciale ad andare a fare il mio dovere, un rito laico fondamentale per la mia identità. Entro nel seggio e sorrido di più: al vigile nell’atrio della scuola, a chi è in fila davanti a me, a chi lavora al seggio. Sorrido e penso che devo essere felice di poter votare, di esprimere il mio parere. Devo essere consapevole dell’importanza della mia goccia nel mare. Sorrido di più perché nel riconoscermi cittadina vedo una parte della mia dignità personale: non sono solo una mamma, una lavoratrice, una donna, una paziente quando vado in ospedale. Sono un’elettrice, una persona che va al seggio esprimendo un voto per la costruzione del bene comune.

Il giorno delle elezioni è mio nonno che va a votare presto, mia nonna che si fa accompagnare da me in quella che era la mia scuola elementare, mio marito che viene a letto troppo tardi perché aspetta i risultati. È la paura di sbagliare e rendere nullo il mio voto, è la voglia di riconoscersi in un progetto più grande, è una serata nella piazza del municipio a stringere la mano al mio sindaco e a brindare con vino in bicchieri di plastica. È la telefonata con un amico il giorno prima del voto. Perché ultimamente io e lui perdiamo sempre e il lunedì è sempre una giornata troppo difficile per sentirsi. È la bandiera europea che ho comprato e stasera appenderò al balcone.

Allora, buona giornata di elezioni all’amico col nonno comunista come il mio; a Matilde, Ludovica, Lorenzo e ai ragazzi che ho incontrato nelle scuole in queste settimane e che per la prima volta in vita loro voteranno; a chi si candida a Sindaco e alla sua famiglia. A me, che continuo a emozionarmi e a sentire forte quel bisogno di appartenenza che è “avere gli altri dentro di sé”

mi chiamo mi fido

Standard

– Buongiorno Diego –

– Buongiorno Mi fido –

Ieri sera mio figlio piccolo, in vista della manifestazione del primo maggio, mi ha fatto promettere che non mi sarei arrabbiata e non avrei urlato contro nessuno. E quando gli ho detto che l’avrei fatto, lui mi ha risposto “mi fido”. E mi ha inchiodato alle mie responsabilità.

Verso i miei figli. Se non si smette mai di fare l’insegnante, anche quando si è fuori dalla scuola, non si smette mai di essere un genitore. Anche quando i figli non ci vedono, quando sono lontani, girati di spalle. Perché quando vi volterete e mi guarderete io devo sapere, in coscienza, che quello che avreste visto poco prima non vi avrebbe convinto di qualcosa di sbagliato, non vi avrebbe fatto vergognare, non vi avrebbe deluso. Non vuol dire che non sbaglio, non mi arrabbio, non urlo e non commetto errori. Vuol dire che, come chiedo a voi, cerco di fare sempre del mio meglio, di non voltarmi di fronte alle ingiustizie, di amare prima di tutto il confronto e la democrazia, di sostenere i miei valori con intensità, costanza e forza. Anche quando sono in minoranza, anche quando non sono di moda. Vuol dire che, come chiedo a voi, mi assumo le responsabilità delle mie azioni e delle mie debolezze e provo a lavorarci.

Buon primo maggio, ragazzi miei, manifestare con voi mi riempie sempre di orgoglio, speranza e gioia.