i vestiti (di casa)

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Ho trovato una nuova casa, anche se ancora non so quali siano i cassetti da non aprire. Anche se nelle foto di famiglia ancora non ci sono e quando si parla di quel parente alla lontana e di quel pranzo di Natale, io non capisco minimamente di chi si stia parlando.

Ho trovato una nuova casa e ho iniziato a lasciare dei pezzi di me: caramelle e fazzoletti, una crema per le mani, quaderni di appunti, gesti che diventano routine, chiacchiere che sanno di abitudini.

Ho trovato una nuova casa e scoperto che si può fare un lavoro bellissimo, parlando sempre di libri, di valori, di educazione, di idee e ideali. Incontrando ragazzi e ragazze, scrivendo progetti e newsletter.

Ho trovato una nuova casa dove abitano persone così simili a me che ho voglia di vederle al mattino quando apro la porta. E posso essere quella che sono, inveire contro i politici, commentare l’attualità, aprire la finestra e sorridere orgogliosi della manifestazione studentesca sotto l’ufficio. Pensare che non sono un alieno, o almeno loro lo sono con me.

Ho trovato una casa, la prova è finita. Lunedì mi porto le ciabatte e i vestiti. Quelli di casa.

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servono molti noi

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Per costruire il mio io servono molti noi.

Il noi della mia famiglia, che è troppo grande per stare sotto un unico cognome, ne servono almeno tre a fare un’istantanea di questo momento. È un noi stratificato, con qualcuno che c’è ancora e altri che se ne sono andati, ma con cui continuo a parlare, con ricordi che si perdono quando ancora avevo denti che cadevano, trecce e graffi sulle ginocchia. E forti arrabbiature, ma quelle continuo ad averle.

Il noi del territorio in cui vivo, la scuola, il quartiere, la città. Il nido dove sono passati tutti i miei figli, con l’albero di natale con le foto dei bambini e la castagnata, la scuola elementare con le feste di inizio anno per ridipingere le aule, la scuola media coi concerti e le pietre d’inciampo. La casa nel parco e le cene tra amici, i tour tra le vie di queste case costruite per ospitare gli operai della fabbrica, quella che ha preso il nome del quartiere, quella dove nonno teneva alta la testa e la schiena dritta.

Il noi della mia esperienza scout, fatta di fantastico, avventura, scoperta, servizio, competenza. È un noi pieno dei colori dei fazzolettoni che ho avuto addosso, ma che si ritrova in ogni colore. È un noi che non ha una casa, ma trova la sua sede in ogni luogo dove costruisce relazioni e ogni volta che torna li, che siano passati due giorni o vent’anni si sente di nuovo a casa. È un noi che non sa stilare una lista di chi ne fa parte, ma che riconosce gli altri come lui in uno sguardo, una stretta di mano, un modo di fare.

Il noi di generazioni diverse che si trovano insieme, che si studiano e si scoprono ricche e preziose l’una per l’altra. Che si completano e si confondono, in un circolo in cui gli estremi si toccano.

Il noi dei valori, del senso di giustizia e uguaglianza che mi parla incessantemente dentro, del senso positivo dell’azione collettiva, della voglia di dialogo e incontro, della ricchezza della diversità, del primato dell’educazione permanente. Della fiducia nella bontà dell’uomo, animale sociale per eccellenza che solo quando si riconosce nel noi può dire di aver veramente costruito il suo io.

qualcun’altro lo farà (chissà quando)

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A volte vorrei credere veramente che qualcuno farà quello che io dimentico o che non ho tempo e voglia di fare.

Qualcuno prima o poi piegherà le calze e le mutande lavate e abbandonate mezze umidicce e spiegazzate sulla cassettiera. Odio stendere calze e mutande e quindi dopo un giorno di decantazione nella bacinella, il passaggio diretto è ribaltare la bacinella e tutto il suo contenuto sulla cassettiera. E lì calzini solitari e mutande di 5 misure diverse si seccano in posizioni innaturali e quasi artistiche.

Qualcuno porterà prima di ferragosto il sacchetto con le calze della befana in cantina, così potranno ricongiungersi a tutti gli altri addobbi natalizi che ho già ritirato domenica sera. I figli erano ai campi scout e le calze ripiene di dolcetti e sorprese li aspettavano attaccate alle maniglie dell’armadio, succose e disciplinate. E quindi serve un nuovo giro in cantina, per cancellare quell’ultimo segno delle vacanze di Natale. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore.

Qualcuno ritirerà l’ombrello che ho lasciato fuori dalla porta quando sembrava che vivessimo nella stagione dei monsoni. Lo vedo ogni volta che scendo dall’ascensore o che esco sul pianerottolo e una vocina dentro di me dice “dovresti chiuderlo, ripiegarlo nella sua custodietta e metterlo in casa”. E ogni volta non ho tempo, non ho voglia, non so dove sia la custodia. Risultato: l’ombrello sta lì, a ricordarmi che la pioggia potrebbe tornare da un momento all’altro.

Qualcuno piegherà le coperte che abbandoniamo sul divano al mattino, dopo che la sera ci siamo addormentati io e il mio socio e al mattino i ragazzi hanno strappato ancora 10 minuti di sonno, trascinandosi fin lì dal letto prima della colazione. Lo so che le useremo di nuovo dopo 12 ore o poco più, ma entrare in casa e vedere le coperte abbandonate sul divano mi da quell’impressione di una famiglia scappata da casa per una calamità naturale. Mi accontenterei anche che qualcuno, al posto mio, le buttasse una sull’altra sulla sedia che è messa dietro il divano, così dovrei fare un passo in ingresso prima di vedere l’accampamento abbandonato prima del disastro.

Qualcuno pulirà gli scarponcini da montagna di Lucia e di Jacopo, infangati dopo la pioggia incessante dei loro campi scout invernali. Li spazzolerà, li metterà sotto un termosifone per farli asciugare, spruzzerà nuovamente l’impermeabilizzante e poi li rimetterà al loro posto nella scarpiera. Altrimenti li troveremo tra un mese, un blocco unico di fango e muffa, un minuto prima di partire per la prossima uscita scout. E avremo di fronte due scelte: far partire i ragazzi con ai piedi o quelle bombe batteriologiche o le scarpe di tela, a febbraio. Quando si dice aver l’imbarazzo della scelta.

Sono sicura che qualcuno farà tutte le cose che io non ho voglia di fare. Probabilmente un mio clone.

un cimitero

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Siamo andati a monte Pellegrino quest’estate e abbiamo visto un cimitero. Quello degli alberi, fichi d’india bruciati che si erano trasformati in mostri preistorici, coi loro copri contorti e grigi, materia ormai morta, inerme e dura come la pietra.

Abbiamo visto la macchia mediterranea che costeggia la riserva dello Zingaro ridotta a un tappeto grigio, cenere al posto della terra, qualche foglia mezza verde, la vita che prova a rinascere.

Ogni volta che andiamo in Liguria e passiamo dal colle di Nava vediamo alberi che sembrano croci, cadaveri anneriti in un paesaggio lunare, che ti secca dentro, prosciuga ogni speranza, ogni scommessa sul futuro.

Abbiamo sentito la fuliggine caderci addosso in una piscina sulle colline di Lucca, abbiamo ascoltato per tutta la notte le motoseghe dei vigili del fuoco tagliare alberi per proteggere la vigna e il b&b in cui dormivamo.

Abbiamo osservato i canadair e gli elicotteri gonfiarsi la pancia di acqua in quel mare in cui noi stavamo nuotando, abbiamo chiamato i vigili del fuoco una sera prima di andare a dormire, dopo aver scrutato a lungo il fumo che sembrava arrivare dalla collina dietro casa e non solo portato dal vento.

Vediamo il cielo intorno a noi annebbiato, troviamo tracce di cenere sulle lenzuola stese ad asciugare in balcone, sentiamo l’odore di bruciato aprendo la finestra. E vediamo alla tv e nelle foto di amici i boschi in cui siamo stati tante volte bruciare, le fiamme alzarsi verso il cielo, gli uomini continuare a bagnare quella terra per fermare l’incendio. La prossima volta che faremo quella strada, noi che viviamo in città ma così vicini alla montagna, troveremo le stesse tracce che abbiamo visto in altre regioni. Un cimitero di alberi, animali, fiori, vita. Un cimitero di speranza e di futuro. E sarà un dolore ancora più forte, perché quei boschi sono casa nostra.

posti che chiamo casa

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Ci sono posti che chiamo casa. Hanno tavoli che sembrano possano allungarsi all'infinito, per accogliere ancora un amico, ancora un nuovo conoscente, ancora un vicino di casa.
Hanno sedie spaiate, alcune rotte e di tempi e stili diversi, panche malconce.
Hanno campi da bocce, giardini con pini marittimi, giochi sparsi per terra, pentole usate come vasi e piante libere di crescere fuori dalle aiuole, ma curate.
Hanno animali che sono parte della famiglia, ma vivono da animali, liberi nel loro territorio e col loro istinto, legati agli umani da un amore gratuito, indissolubile e reciproco.
Hanno tavoli su cui si gioca a carte per ore intere, pomeriggi o serate, su cui si cucina per un reggimento e su cui si mischiano progetti, compiti delle vacanze, società possibili.
Hanno cortili in cui si raccolgono olive, si passa il pomodoro per imbottigliarlo per l'inverno, si fanno marmellate e si insegnano ricette.
Hanno bici appoggiate per terra o contro i muri, vecchie e poco moderne, disponibili per chiunque abbia voglia di provare a seguire una strada.
Hanno i suoni delle voci, delle risate, delle discussioni della vita che è passata, di amici e famiglie che sono cresciute. Di vecchi compagni in pensione che ancora credono che le case debbano essere del popolo, di amiche maestre che ad ogni ciclo scolastico imparano qualcosa in più sul loro lavoro, di bambini che crescono, sorelle che litigano e giocano, cugini che sembrano fratelli, amici che sembrano famiglia, parenti acquisiti che si sceglierebbero ogni giorno come compagni di viaggio.
Ho avuto la fortuna di avere molti posti che posso chiamare casa: in Italia e in Francia, in campagna e al mare, da bambina e da adulta. Non ne possiedo nessuno, ma appartengo a tutti e in tutti mi basta vedere il cancello per capire che sono arrivata e lì posso fermarmi. Per essere me stessa, per lasciare scorrere il tempo, per sognare che le case possano tornare a essere del popolo e che la vita insieme sia l'unica scelta possibile.

i luoghi del cuore

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Ci sono dei posti che parlano solo a qualcuno. Non a tutti quelli che passano distratti, non a chi li frequenta per forza, non a chi se li è trovati per caso e non li ha fatti entrare nella propria vita. Ci sono dei posti in cui ti basta passare in macchina, per caso, una mattina di luglio e senti l’odore di casa, il calore di chiacchiere con amici, i rumori delle emozioni che lì hai provato.

Nichelino, periferia sud di Torino. Già il nome dovrebbe mettere in allerta: una delle ipotesi della sua origine è che derivi da “nihili locus”, cioè terra del nulla, perché lì dove adesso c’è una cittadina, in passato ci sono stati terreni paludosi tra i due fiumi, il Po e il Sangone. Leggo da wikipedia che questa origine sembra poco probabile, ma chiunque abbia attraversato il ponte sul Sangone che porta a Nichelino in un giorno di inverno sa bene che la nebbia, condizione atmosferica che più di tutti richiama il concetto di “nulla”, è cittadina onoraria del comune e ci sono giornate in cui non si alza mai (mentre a un km di distanza c’è il sole e il cielo azzurro). È un luogo da nulla, senza grandi pretese, con un’architettura piuttosto anonima, senza slanci culturali brillanti, senza un tessuto sociale particolarmente ricco e attivo.

Ma è casa mia. È il posto dove mio nonno è nato e viveva, dove c’era la casa in cui dava i calci contro il muro per farsi comprare il gelato da sua mamma finché non gli si rompevano le scarpe. È il posto in cui ha fatto il consigliere comunale e ha messo su la casa del popolo insieme a Cino e ad altri amici comunisti, quelli che sento ancora parlare dentro di me. È il posto in cui lui e nonna hanno messo su casa, dove è nata mia mamma. È il posto in cui ha insegnato mia mamma per tanto tempo, in quelle scuole che conoscevo meglio della mia, con quelle colleghe e quei colleghi che mi hanno visto con le trecce, di cui ho conosciuto vicissitudini, gioie e drammi. È il posto in cui viveva la mia amica Stefania con i suoi genitori, nella casa con l’androne grande e la porta che sbatte se non l’accompagni, i pulsanti dell’ascensore che sembrano le caramelle di liquirizia. È il posto in cui è tornata Enrica prima di morire, dove l’ho vista uscire da un’ambulanza, dove l’ho salutata per l’ultima volta. È il posto in cui c’è un parco che si chiama “Boschetto” perché è proprio così: un boschetto con sentieri fitti di vegetazione, griglie per i barbecue domenicali dei rumeni che vivono lì, gazze che volano e sole che filtra tra le foglie degli alberi. È il posto in cui c’è il cimitero con la maggior densità dei miei affetti, dove vado appena sono in ferie, come per inaugurare ogni volta un periodo in cui posso pensare un po’ più a me e a quello a cui tengo e meno ai doveri.

È assurdo sentirsi a casa in un luogo del nulla o iniziare le vacanze andando da sola in un cimitero. O forse no: è in quel nulla che tanti pensieri, passioni, amore e impegno hanno trovato lo spazio adatto per mettere radici, è in quel cimitero che ricomincio a parlare con me stessa, accarezzando il marmo, raccogliendo fiori per terra, parlando ad alta voce e baciando quelle foto. È in quel luogo del cuore che mi sento veramente me stessa, in contatto con tutto quello che sono, col passato e col futuro, con sulle spalle il carico delle mie eredità e negli occhi il Monviso o il Sangone, che continueranno a essere lì anche dopo di me, per chi saprà vivere quel posto e non solo passarci attraverso.

posti che puliscono

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Ci sono posti che puliscono tutto. Posti in cui riesci a dormire 10 ore di fila, senza svegliarti e anche se ti svegli ti giri dall’altra parte e ricominci a dormire, senza pensieri che si infilano nei sogni.

Ci sono posti in cui i suoni si armonizzano e suonano una musica talmente naturale che non la senti se non ci fai attenzione. Sono rospi che gracidano nei vasconi dell’acqua, flessibili che tagliano piastrelle e trapani che aprono brecce nei muri, cani che abbaiano, vicini che richiamano bambini, ciclisti che corrono sulla strada, affaticati dalla salita, taglia erba e palloni da basket che toccano il ferro.

Ci sono posti che hanno il profumo della pizza che lievita, del pane cotto in forno, dell’erba bagnata dalla pioggia, del fumo che esce dal camino, dei fiori e del sale.

Ci sono posti che sanno di ricordi, intensi e forti. Vacanze di Natale e raccolte delle olive, giochi d’acqua e interminabili partite a carte, tornei di ping pong, sagre di paese, corse e nuotate, dondoli e parti inaspettati, fichi mangiati sul l’albero e angurie nate per caso, malattie e vicinanza.

Ci sono posti in cui la mia vita scorre e rallenta. I problemi restano, le fatiche esistono sempre, ma è come se rimanessero sulla strada. Basta lasciare l’Aurelia, iniziare la salita della Cipressa e il tempo cambia ritmo. Basta aprire il cancello di casa e la testa si alleggerisce. Basta guardare i fiori degli ulivi e il cuore si riempie di bellezza e di semplicità.

Basta venire a Cipressa tre giorni per ricaricare le batterie. E sapere che ce la faremo tutti comunque.