crescere piccoli comunisti

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Qualche giorno fa, nel cortile interno comune tra la casa dei nonni e casa nostra; buio intorno, sono le 19. Torniamo a casa Diego e io e ci raccontiamo la giornata.

– Oggi abbiamo mangiato le caramelle a scuola –

– Come mai? –

– Le ha portate il mio compagno E. perché il 25 aprile è il suo compleanno –

– … sei sicuro? –

– Ah no, mi sono sbagliato: è il 25 dicembre il suo compleanno. Vabbè anche il 25 aprile è una data importante –

– Certo amore, è un giorno importante anche il 25 aprile –

– Anzi, secondo me è anche più importante: ci hanno liberato dai nazisti e poi c’erano i bombardamenti prima. Il 25 dicembre è nato un bambino –

Non mi si vede, ma se ci fosse un po’ di luce potreste notare gli angoli della bocca sollevati e gli occhi che sorridono. Stiamo crescendo un piccolo comunista.

– Non sei d’accordo con me mamma? –

– Si Diego, ma magari non dirlo a catechismo –

tutti dicono voilà

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Oggi ho fatto una gita di lavoro. Ho preso il treno presto. Ho visto scorrere dietro al finestrino la periferia, poi la tangenziale, poi la campagna. Ho visto un po’ di neve per terra e già ero contenta. Poi i campi sono diventati completamente bianchi e io avevo una gioia dentro di quelle che hanno i bambini o i cani, esseri semplici ed entusiasti per istinto.

Ho ascoltato parole sulla dignità e sulla decenza, che sono caratteristiche comuni, non segni distintivi di caratteri speciali e straordinari. Ho sentito dire che “eroe” è una parola bugiarda perché ci pone in un ruolo di spettatori, ci dà un alibi. E in testa sento le parole di Italo Calvino “l’eroismo non è sovrumano” della canzone Oltre il ponte.

Quella canzone, in questa città. Cuneo, città medaglia d’oro per la Resistenza, con le piazze intitolate ai partigiani, con le lapidi sui palazzi. Con una mostra di pannelli sotto i portici dedicati a Nuto Revelli. L’anello forte, quello di nonno, è sul mio comodino da parecchi mesi. L’ho già letto, ma forse non lo tolgo per tenermelo vicino sempre, nei sogni a occhi aperti e in quelli a occhi chiusi.

Ho sentito parlare di confini, ponti e muri in Europa. E non c’è posto migliore di questo per fare discorsi del genere. Questa terra che è franco-piemontese, con i portici, i palazzi eleganti e le piazze d’armi. Con un ponte che ti conduce alle porte della città, le montagne intorno. Con il mercato coperto che sembra Luserna San Giovanni o Mentone. È uguale: le radici, nel profondo, sono le stesse. Con un dialetto che ha il suono della mia infanzia e le persone che dicono “voilà”.

inseguimenti

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Credo sia colpa dell’età. Di questi anni troppo pieni: di competenza, di relazioni, di ruoli, di responsabilità, di talenti scoperti, di progetti, di sete di sogni collettivi.

È colpa di questa età così piena di possibilità se passo ogni secondo della mia esistenza all’inseguimento. Delle idee che mi vengono, dei progetti in cui mi tuffo con testa, mani, pancia, cuore, gambe. Delle relazioni in cui non mi basta mai un livello superficiale, devo sempre essere attenta, empatica, sincera, profonda. Della vita quotidiana che voglio portare avanti in un certo modo, con cene cucinate, verdura a tavola, biancheria piegata, piante rigogliose in balcone. Della fame che il mio cervello ha di stimoli, siano musica, teatro, mostre, libri (qui apriamo una parentesi: non riuscire a leggere quanto vorrei, essere così stanca da non trovare mai il tempo per concentrarmi su nuove storie è una sofferenza fisica). Della crescita dei miei figli, con i loro impegni, i loro cambiamenti, le loro domande, la loro vita in cui continuano a chiamarmi dentro, in cui io voglio continuare a stare.

È colpa dell’età così ricca di voglia di cambiare il mondo se corro tutto il giorno su un tapis roulant senza mai arrivare a conquistare tutti i traguardi. Sarà colpa di quello che ho imparato quando ero più giovane “quando guardate, guardate lontano, e anche quando credete di star guardando lontano, guardate ancor più lontano“.

Perché, anche se l’inseguimento a volte è faticoso, quello che dà gioia non è il traguardo, ma il percorso. Non è la vetta, ma la strada.

suggerimenti

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Autobus, lunedì mattina. Pioggia fuori. E già che non ci sia dentro è qualcosa che ho imparato a non dare per scontato.

Il 63 passa davanti a scuola del figlio piccolo e anche se è più lento lo prendo volentieri, perché di solito mi siedo e riesco a leggere. Passa davanti a varie scuole e tra case popolari, dove molte sono le donne velate che salgono con i bambini piccoli, dopo aver lasciato fratelli e sorelle maggiori a scuola.

Sale un uomo, tra i 45 e i 50 anni, sbraitando e urlando che il problema delle ragazze è che fanno troppi figli.

– Vi riproducete troppo, siamo 9 miliardi sul pianeta, sta scoppiando – le ragazze velate che salgono coi passeggini dopo di lui rispondono e un’altra nera alza la voce, mentre l’uomo continua ad argomentare.

– Non è una questione di razzismo, bianchi, neri, gialli: siamo troppi, bisogna smetterla di fare figli. Perché il figlio suo non è solo suo, è figlio del mondo –

Gli altri passeggeri ridacchiano di spalle, aggiungono mezze frasi “meno male che lui non si è riprodotto”.

– Certo, io non ho figli perché non saprei fare il padre, non come tutti quelli che fanno figli e poi non li sanno educare –

Devo dire la mia, perché è evidente che il suo problema è il genere umano per intero, ma non è un caso che se la sia presa con due ragazze musulmane.

– Se ce l’ha col mondo scenda dal pullman e la smetta – le ragazze adesso ridono tra loro e scambiano sguardi divertiti con i passeggeri intorno; mi guardano sorridendo, ci parliamo a distanza.

– Non ce l’ho col mondo, è il mondo che è troppo pieno. Sta scoppiando. Non si può scopare e fare figli come conigli –

Intervengono due ragazze, spiccato accento del sud Italia.

– Allora la prima che ha sbagliato a riprodursi è stata sua madre –

– Certo che ha sbagliato, se non ero nato mica morivo dal dispiacere. Tu devi studiare: vai a studiare come non rimanere incinta –

Così: per 25 minuti di viaggio, tra l’incredulità generale e discriminazioni sparse. Di religione, colore della pelle e, ovviamente, sesso. E tra la solidarietà femminile, che dei matti misogini sui pullman se ne infischia.

Grazie gtt per la commedia umana itinerante, ho iniziato la settimana col sorriso.

cosa intendiamo quando parliamo di educazione

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L’educazione ha a che fare con alcune parole: attesa, rischio, bellezza, fiducia, presenza.

Attesa dei tempi in cui i semi germoglieranno. Non c’è un acceleratore che ci permette di aver subito il risultato. Non c’è una palla di vetro che ci rassicura che quel risultato arriverà. C’è solo il tempo che deve passare, un minuto per volta. E noi, che dobbiamo continuare a innaffiare perché sotto la terra si sviluppi la vita.

Rischio di credere nel senso del nostro impegno, ma anche nel decidere di assumere una posizione. Dire sì e no. Vuol dire esporsi alle critiche, agli errori, alla necessità di tornare indietro e ammettere lo sbaglio. Vuol dire immergersi nella partita e provarci, smettere i panni di arbitro ed entrare in squadra.

Bellezza da riconoscere e far riconoscere. Quella da vedere negli altri e nelle cose ben fatte, nei lavori curati, nelle relazioni profonde, nei progetti portati a termine. Quella da coltivare dentro di sé, nella dignità della propria coscienza, nella consapevolezza dei propri limiti, nella capacità di vedere nel mondo occasioni di crescita e ricchezza.

Fiducia che i giorni futuri siano tempi di evoluzione, non di involuzione. Che ciò che progredirà non saranno solo le possibilità di ciascuno di noi, ma la nostra umanità, la capacità di stare insieme e avere sogni collettivi.

Presenza, perché bisogna essere lì, insieme nello stesso spazio. Non esiste l’educazione a distanza, esiste il qui e ora, perché educare significa cogliere tutte le occasioni per parlare, riflettere, incontrarsi e scontrarsi. Per aiutarsi reciprocamente a capire chi siamo e chi vogliamo essere.

L’educazione ha a che fare con la vita, dura per sempre e riempie ogni spazio e ogni momento. Non ci sono pause o stand by, come non si può mai smettere di respirare.

come mi sento io qui

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– Perché ti piace così tanto la Francia? – mi ha chiesto Diego l’altro giorno a Bastia.

– Mi piace la lingua, ho degli amici francesi a cui voglio molto bene, ho dei bei ricordi… non saprei… –

Non ho una risposta precisa. La Francia è il posto delle gite coi nonni quando eravamo a Sanremo o con mamma e papà quando eravamo in montagna. Facevamo pochi chilometri e cambiavano le cose: le autostrade erano indicate col blu e le statali in verde, le R diventavano più importanti in ogni parola, le banconote dei franchi sembravano dei lenzuoli e non ci stavano nel portafoglio. Alla frontiera ti facevano segno di passare senza neanche uscire dal gabbiotto perché quelli erano posti di transito. Non era proprio come essere a casa, ma non era neanche così diverso. Era come una gita fuori porta, in un posto che comunque apparteneva a un torinese, con una lingua con molte somiglianze rispetto al dialetto piemontese che parlavano tra loro i nonni.

La Francia sono tante vacanze fatte con gli amici di sempre, roulotte e tende montate in campeggi in riva al lago, nel paese di montagna, al mare o nell’area parcheggio a Sainte Marie de la Mer, con i tori che ci passavano tutt’intorno. Sono cartoline scritte sul tavolo del campeggio, piscine comunali, ristoranti in cui scoprire le rane, fiumi in cui nuotare, zanzare e partite a carte. Sono gli anni in cui qualcuno ha seminato dentro di me la curiosità per i posti nuovi, i cibi diversi, le domande che nascono se si apre la porta di casa e si esce sulla strada. Sono gli anni in cui sei adulti mi hanno regalato una famiglia allargata, un’amica per la vita, la consapevolezza che stare insieme richiede pazienza e capacità di adattarsi. Ma è ciò che ci rende felici.

La Francia è una casa al centro del mondo. Dalle finestre vedevi campi arati, mucche, l’aia con galline e biciclette vecchie, stalle e stagni. Nella cucina c’era posto per tutto: italiani, francesi, bambini di età diverse, allevatori, adolescenti parigine, figli naturali e figli in affido. C’era posto per crescere e scoprire se stessi, per farsi insieme delle domande, per trovare risposte che generavano sempre nuove domande.

La Francia è tutto questo. Non è casa, ma un posto in cui so di poter stare come se fossi a casa. Ha una lingua diversa, un cibo diverso, un modo di salutarsi diverso e addirittura un modo di usare la punteggiatura diverso. Ma qui, come a casa, mi sento libera di essere me stessa, di sentirmi parte di una umanità aperta, curiosa, consapevole che ogni incontro ci trasforma e ci fa evolvere. Cittadina di un territorio che non può venire realmente separato attraverso dei confini. Quelli stanno solo sulla carta politica appesa nella mia classe delle elementari. Sul mare e in terra non esistono: esistono solo le persone e il loro diritto di spostarsi.

la prima cosa bella

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La mia prima cosa bella di questa mattina è il senso di famiglia con cui mi sono svegliata.

È una sensazione profonda e viscerale, che si stringe intorno alle mie gioie e alle mie fatiche.

Ha la forma di un abbraccio, di due corpi che si stringono insieme e insieme sussultano, per i singhiozzi che in quell’abbraccio si possono permettere di salire dal centro del cuore.

Ha la forza delle dita che insieme si intrecciano a quelle di un’altra mano, in una preghiera, un saluto, un gesto spontaneo che contemporaneamente dice “sono qui” e “non lasciarmi da sola”.

Ha la tenerezza di occhi lucidi, di sguardi che si incrociano e accarezzano guance, anime.

Ha la melodia di canti che sappiamo a memoria, che richiamano boschi, fuochi di bivacco, tende umide e cieli stellati.

Ha la forza di un racconto che abbiamo raccontato a tanti bambini e bambine che stavano vivendo il momento del passaggio, ansiosi e felici insieme.

Ha il rigore e la comodità di un fazzolettone al collo, di una camicia azzurra e pantaloni di velluto. Tutti uguali e tutti diversi, tutti fratelli e sorelle che sorridono e cantano anche nella difficoltà.

Quel senso di famiglia, quel sentirmi intera e completa non l’ho mai provato da nessuna altra parte e non importa se il fazzolettone non l’ho più al collo. Sono scout, per sempre. E questa è la mia famiglia. Ed è una cosa bella, di cui godo nei giorni felici e che scopro nella sua forza immensa in quelli tristi.