avrei potuto

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Avrei potuto fotografarti con lo zaino pieno fino a scoppiare, il guidone in mano, la schiena un po’ curva. Ma in quell’inquadratura non ci sarebbe stata la tua determinazione a proseguire quella strada anche se partite in 2 anziché in 5. Non ci sarebbe stata la tua emozione perché anche quest’anno la tua capo reparto vivrà il campo con voi, testimone in carne e ossa di quell’articolo della legge scout che sembra da stupidi e invece è il centro di tutto, l’inizio e la fine: sorridono e cantano anche nelle difficoltà.

Avrei potuto scattare un’immagine di te, con quei pantaloncini che in pochi mesi sono diventati corti e stretti, del tuo sorriso aperto e dei tuoi occhi brillanti sotto la visiera del cappellino verde. Ma quell’immagine non mi avrebbe dato la tua voce allegra e decisa, il tuo impegno nel cercare le tracce degli animali per la tua specialità, le tue relazioni così spontanee e profonde.

Avrei potuto immortalarti coi tuoi occhiali da sole con la bandiera americana e lo zaino portato fino alla partenza del pullman. Ma quella foto, divertente non c’è dubbio, non avrebbe potuto contenere il tuo entusiasmo, la tua ironia, la tua fiducia nel mondo, la tua sete di vita e di esperienze da fare con gli altri.

Avrei potuto tenermi delle immagini di voi, io che non so mai resistere a fermare gli attimi. Ma voi non ci state lì dentro, uscite fuori strabordanti, come la pasta della pizza che lievita in un contenitore troppo piccolo. Non c’è recipiente che possa contenere la vostra vita e questo è il bello della vostra età, ragazzi miei. Buona nuotata, buona caccia e buon sentiero.

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Ci sono quelli che non riescono a guardarti negli occhi mentre ti parlano tanto sono timidi e poi sfoggiano capelli dai colori e dai tagli improbabili, quanti sfrontati.

Ci sono quelli che sembrano acque tranquille e poi basta una domanda per trasformarli in torrenti saltellanti e carichi di spinta.

Ci sono quelli che contestano ogni cosa e sono quasi sempre polemici, ma poi sono sereni e allegri, capaci di esprimere la loro opinione e consapevoli del fatto che hanno dei talenti, magari non sanno bene quali siano ma sanno che prima o poi verranno fuori.

Ci sono quelli che dicono sempre “scusa” e “grazie infinite” e temono che qualcuno si offenda o si possa sentire discriminato per ogni loro pensiero e allora non lo esprimono. Il loro corpo, i loro movimenti nello spazio, i loro occhi e le loro parole raccontano una sofferenza enorme, troppo grande per quei 17 anni, troppo totale per non soffocare tutta la vita che hanno davanti.

Ci sono quelli che non vanno più a scuola, che vedi fumare dalla finestra di camera loro che si affaccia sul tuo stesso cortile, che riempiono con i propri amici l’ascensore e sbattono i loro corpi contro le pareti e le porte, rischiando di romperle. E tu corri per 8 piani di scale per arrivare in tempo a trovarli nell’androne, per dirgli che essere maleducati non è rivoluzionario, essere menefreghisti non è figo, rovinare le cose comuni è stupido. E per fissare i tuoi occhi nei suoi, perché lui si ricordi che chi sta parlando è qualcuno che l’ha visto alle recite della scuola materna, alle uscite scout, agli allenamenti di calcio. Qualcuno che gli vuole bene e non può accettare di stare in silenzio quando lo vede sprecare la sua vita.

Ci sono quelli che si agitano per l’esame di terza media e ripetono lo schema che hanno preparato alla nonna e non vogliono adulti ad ascoltare, solo i loro amici. E poi quando l’esame è finito, escono felici e saltellanti da scuola, parlando a ruota libera, finalmente sorridendo.

Ci sono loro, le ragazze e i ragazzi che stanno affrontando la vita che si srotola davanti ai loro occhi. E poi ci siamo noi, gli adulti, le donne e gli uomini che cercano un passo sufficientemente stabile, per dar loro sicurezza, e leggero, per entrare nella loro vita in punta di piedi.

Non so quale sia il compito più difficile, se il loro o il nostro. So che tutti e due sono indispensabili.

quello che vale

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Quelli che vale è fare del proprio meglio ogni volta che si fa qualcosa, da una torta a un compito in classe, dal proprio lavoro a una corsa nel parco al mattino, a una partita di basket, a una recita di fine anno.

Quello che vale è mettere a frutto, i propri talenti e le passioni, le situazioni che si vivono, le relazioni e i rapporti con le persone.

Quello che vale è mantenere il rispetto di se stessi, senza scendere a compromessi ma restando aperti e disponibili a cambiare idea.

Quello che vale è essere corretti e prendersi le proprie responsabilità, collaborare con gli altri per trovare le soluzioni, non cercare i colpevoli.

Quello che vale è giocare tutte le carte, non risparmiarsi e non risparmiare intelligenza, passione, cura.

Quello che vale è puntare in alto, andare più in su, anche controvento, camminare sulla strada perché è lì che passa la vita.

E poi il resto verrà: i risultati, le competenze, i progetti, gli errori, la crescita.

Il resto sta arrivando, la sfida è appena iniziata. Siamo pronti tutti e cinque.

il 25 aprile sono piccole cose

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Il 25 aprile sono cose semplici, piccole che quasi non si notano.

È un vigile urbano, al bordo della strada in cui sfila la fiaccolata, che sta lavorando perché tutto proceda senza intoppi. Un vigile urbano che, mentre osserva la sfilata, canta Bella ciao insieme con dei genitori e dei bambini e ragazzi che l’hanno intonata da soli.

È un alpino con il cappello con la penna in testa che si infila con la moglie al braccio tra le persone davanti al palco.

È un gruppo di ragazze velate, uomini col copricapo dei mussulmani che si fotografano insieme, sorridenti e orgogliosi.

È il papà di un’amica che incontri ogni anno, l’ex collega con marito e bambine, tutte quelle persone che ti aspettavi di incontrare e quando gli sguardi si incrociano ti riconosci, come parti di una stessa comunità.

È la bandiera che sventola nella sera appena iniziata in cima al grattacielo costruito nel periodo fascista, o dagli specchietti del pullman di linea in questo giorno di sole.

Il 25 aprile è una mostra su Aleppo, vista inaspettatamente coi ragazzi. Che non vorrebbero andare avanti, impressionati e impauriti da quello che vedono, ma procedono comunque di fianco a te.

Il 25 aprile è la scelta di tutti i giorni, di quali valori guidano la tua vita e quali gesti testimoniano i tuoi principi. Il 25 aprile è la festa di tutti.

solo la donna che sono

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Sono una donna normale, nella media.

Una donna che accompagna ogni mattina a scuola i suoi ragazzi, ma ha difeso con tenacia la possibilità di fare un lavoro che le piace e che a volte la porta lontano dai suoi figli.

Una donna che ancora non sa bene cosa è capace di fare, che si sente continuamente in cammino e sotto esame, che si stupisce quando la chiamano signora e le danno del lei.

Una donna che punta sul (suo) contenuto, perché del (suo) contenitore è perennemente insoddisfatta. Che si sente goffa e imprecisa e spia le altre donne così a loro agio nel loro corpo, vestito, trucco.

Una donna che piange, quasi sempre da sola. Perché non è timida per ciò che riguarda le sue opinioni, ma si imbarazza per i sentimenti.

Una donna che cerca parole per spiegarsi il mondo, per dare forma ai pensieri e agli eventi.

Una donna che fatica a essere ottimista, ma pensa di non potersi permettere lo sconforto. Perché sei occhi la guardano quando affronta i contrattempi e le difficoltà della vita quotidiana. Perché sei orecchie imparano dalle parole che usa per descrivere gli eventi che la misura e l’equilibrio ci aiutano a non perdere la direzione.

Una donna che è una pianta grassa, spine che durano sempre e fiori che vivono un giorno.

Sono solo la donna che sono, #justthewomaniam. E oggi ho camminato, con altre donne forti e deboli come me. Ho camminato non perché abbia una incrollabile fiducia nel domani. Ma non abbiamo altra scelta, se non camminare.

una coperta coi buchi

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Ho una coperta di lana sul divano, di quelle che si usavano una volta, fatta con tutti gli avanzi della lana comprata per fare le maglie con i ferri. Mia mamma faceva le maglie a noi figlie (se ci ripenso alcune erano veramente inguardabili, scusami mamma, ma bisogna ammettere le proprie turbe d’infanzia) e mia nonna raccoglieva i gomitoli iniziati e faceva le coperte, che poi distribuiva a tutta la famiglia. Ne ho una anche io, che uso sul divano quando guardo la tv o leggo o mi addormento. Nessun’altro la vuole usare, perché punge un po’ e i ragazzi di oggi sono abituati alle coperte di pile, regolari come una colata di asfalto.

Io invece trovo che quei punti stretti l’uno all’altro, sappiano sviluppare un calore che arriva fin dentro il mio corpo, supera la pelle e gli strati superficiali per accomodarsi proprio negli angolo più nascosti dei mie organi interni. Quei colori diversi, quegli spessori irregolari si adattano alle pieghe del mio corpo, alla curva delle gambe rannicchiate, alla schiena appoggiata al divano, alle braccia che spuntano lo stretto necessario a tenere in mano il libro. I nodi che uniscono un settore a un altro spuntano un po’, creano degli inciampi alle dita che accarezzano la superficie, sono spunto per i miei figli per giocare con le mani mentre guardano la tv.

La mia coperta ha iniziato da un po’ di tempo ad avere dei buchi, prima piccolini, causati probabilmente dai figli che giocavano con i nodi, poi sempre più grandi e allora ho pensato che forse in casa ci sono le camole. Ho provato a riannodarli, a stringere di nuovo le maglie una all’altra, ma manca qualcosa e il rattoppo non tiene. Perché probabilmente manca il materiale, manca la lana, quella che avanzava mia mamma e riutilizzava mia nonna. O forse mancano i ferri, la capacità di usare quegli strumenti che trasformano fili singoli in una trama resistente.

Oggi ho chiacchierato con un’amica, su un suo progetto sul territorio in cui viviamo entrambe. E ho pensato alla mia coperta e ai suoi buchi. Ho pensato che questa amica sta cercando i ferri che sappiano trasformare la lana e riuscire a rattoppare i buchi sociali che ci lasciano vicini ma da soli, distanti l’uno dall’altro non così tanto, ma in quella misura sufficiente a non permetterci di sviluppare calore. I miei nonni sapevano usare gli strumenti e trovare quella lana nella loro esperienza che aveva trasformato il modo di vivere la vita, il lavoro, la famiglia, la passione politica ed educativa. I miei genitori l’hanno identificata da ragazzi nelle assemblee e negli scontri di piazza per costruire una scuola diversa, in cui anche gli studenti potessero essere protagonisti, o in una dignità tutta da costruire a mille km dal posto in cui sei nato, in una città che per diffidenza ti tiene distante e a cui devi dimostrare tutto, da adulti nelle scuole mia e di mia sorella in cui mettevano le loro ore libere e le loro competenze professionali per costruire insieme alle maestre stimoli e occasioni per tutti noi bambini. La coperta era ancora intera, aveva qualche maglia un po’ più larga, qualche nodo di troppo. Ma stava insieme e il calore era costante e condiviso tra tutti.

Adesso abbiamo una coperta bucata e non sappiamo dove trovare la lana e quali debbano i ferri da usare, rinchiusi nel nostro guscio, agguerriti non più per conquistarci un posto al sole ma per mantenere la nostra posizione. Tutti infreddoliti e incapaci di vedere che solo se costruiamo nuove maglie, nuovi punti con colori e spessori diversi l’uno dall’altro, possiamo riparare i buchi e avere di nuovo il calore di cui abbiamo bisogno per continuare a sentirci persone.

inciampatevi

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Oggi vi ho visto tutti vicini, allegri e concentrati. Oggi avete suonato il violino per la strada e sembrava che foste nati con quello strumento in mano. Oggi avete letto la storia di una persona, avete raccontato come si chiamavano i suoi genitori, come si chiamava lui, cosa aveva studiato e quale lavoro faceva. Dove è nato e dove è morto.

Vi auguro di inciamparvi spesso nella vostra vita. Nelle storie degli altri, che se ascoltate a fondo possono aiutarvi a costruire la vostra. Nei nomi di chi vi vive a fianco e dei loro genitori, per farvi riscoprire il valore dell’identità personale e della storia da cui si proviene, per farci capire che l’anonimato e l’assenza di storia sono pericolosi e innaturali. Inciampatevi nella memoria di quello che è accaduto, per imparare che i cambiamenti, positivi o negativi che siano, avvengono un giorno per volta, decisione dopo decisione, scelta dopo scelta. Ed in questa libertà di scelta, che tutti abbiamo, sta la nostra responsabilità nel mondo. Inciampatevi nei vostri talenti e nelle vostre debolezze e prendetevi l’impegno di fare i conti con entrambi. Richiederà impegno, sacrificio e fatica a volte. Ma sarà l’unico modo per essere appieno voi stessi.

Insegnateci a inciamparci ancora, in questa pietra che avete posato oggi e in quelle che dobbiamo ancora riconoscere, perché a qualsiasi età abbiamo bisogno di cadere per imparare a rialzarci.