il 25 aprile sono piccole cose

Standard

Il 25 aprile sono cose semplici, piccole che quasi non si notano.

È un vigile urbano, al bordo della strada in cui sfila la fiaccolata, che sta lavorando perché tutto proceda senza intoppi. Un vigile urbano che, mentre osserva la sfilata, canta Bella ciao insieme con dei genitori e dei bambini e ragazzi che l’hanno intonata da soli.

È un alpino con il cappello con la penna in testa che si infila con la moglie al braccio tra le persone davanti al palco.

È un gruppo di ragazze velate, uomini col copricapo dei mussulmani che si fotografano insieme, sorridenti e orgogliosi.

È il papà di un’amica che incontri ogni anno, l’ex collega con marito e bambine, tutte quelle persone che ti aspettavi di incontrare e quando gli sguardi si incrociano ti riconosci, come parti di una stessa comunità.

È la bandiera che sventola nella sera appena iniziata in cima al grattacielo costruito nel periodo fascista, o dagli specchietti del pullman di linea in questo giorno di sole.

Il 25 aprile è una mostra su Aleppo, vista inaspettatamente coi ragazzi. Che non vorrebbero andare avanti, impressionati e impauriti da quello che vedono, ma procedono comunque di fianco a te.

Il 25 aprile è la scelta di tutti i giorni, di quali valori guidano la tua vita e quali gesti testimoniano i tuoi principi. Il 25 aprile è la festa di tutti.

Annunci

solo la donna che sono

Standard

Sono una donna normale, nella media.

Una donna che accompagna ogni mattina a scuola i suoi ragazzi, ma ha difeso con tenacia la possibilità di fare un lavoro che le piace e che a volte la porta lontano dai suoi figli.

Una donna che ancora non sa bene cosa è capace di fare, che si sente continuamente in cammino e sotto esame, che si stupisce quando la chiamano signora e le danno del lei.

Una donna che punta sul (suo) contenuto, perché del (suo) contenitore è perennemente insoddisfatta. Che si sente goffa e imprecisa e spia le altre donne così a loro agio nel loro corpo, vestito, trucco.

Una donna che piange, quasi sempre da sola. Perché non è timida per ciò che riguarda le sue opinioni, ma si imbarazza per i sentimenti.

Una donna che cerca parole per spiegarsi il mondo, per dare forma ai pensieri e agli eventi.

Una donna che fatica a essere ottimista, ma pensa di non potersi permettere lo sconforto. Perché sei occhi la guardano quando affronta i contrattempi e le difficoltà della vita quotidiana. Perché sei orecchie imparano dalle parole che usa per descrivere gli eventi che la misura e l’equilibrio ci aiutano a non perdere la direzione.

Una donna che è una pianta grassa, spine che durano sempre e fiori che vivono un giorno.

Sono solo la donna che sono, #justthewomaniam. E oggi ho camminato, con altre donne forti e deboli come me. Ho camminato non perché abbia una incrollabile fiducia nel domani. Ma non abbiamo altra scelta, se non camminare.

una coperta coi buchi

Standard

Ho una coperta di lana sul divano, di quelle che si usavano una volta, fatta con tutti gli avanzi della lana comprata per fare le maglie con i ferri. Mia mamma faceva le maglie a noi figlie (se ci ripenso alcune erano veramente inguardabili, scusami mamma, ma bisogna ammettere le proprie turbe d’infanzia) e mia nonna raccoglieva i gomitoli iniziati e faceva le coperte, che poi distribuiva a tutta la famiglia. Ne ho una anche io, che uso sul divano quando guardo la tv o leggo o mi addormento. Nessun’altro la vuole usare, perché punge un po’ e i ragazzi di oggi sono abituati alle coperte di pile, regolari come una colata di asfalto.

Io invece trovo che quei punti stretti l’uno all’altro, sappiano sviluppare un calore che arriva fin dentro il mio corpo, supera la pelle e gli strati superficiali per accomodarsi proprio negli angolo più nascosti dei mie organi interni. Quei colori diversi, quegli spessori irregolari si adattano alle pieghe del mio corpo, alla curva delle gambe rannicchiate, alla schiena appoggiata al divano, alle braccia che spuntano lo stretto necessario a tenere in mano il libro. I nodi che uniscono un settore a un altro spuntano un po’, creano degli inciampi alle dita che accarezzano la superficie, sono spunto per i miei figli per giocare con le mani mentre guardano la tv.

La mia coperta ha iniziato da un po’ di tempo ad avere dei buchi, prima piccolini, causati probabilmente dai figli che giocavano con i nodi, poi sempre più grandi e allora ho pensato che forse in casa ci sono le camole. Ho provato a riannodarli, a stringere di nuovo le maglie una all’altra, ma manca qualcosa e il rattoppo non tiene. Perché probabilmente manca il materiale, manca la lana, quella che avanzava mia mamma e riutilizzava mia nonna. O forse mancano i ferri, la capacità di usare quegli strumenti che trasformano fili singoli in una trama resistente.

Oggi ho chiacchierato con un’amica, su un suo progetto sul territorio in cui viviamo entrambe. E ho pensato alla mia coperta e ai suoi buchi. Ho pensato che questa amica sta cercando i ferri che sappiano trasformare la lana e riuscire a rattoppare i buchi sociali che ci lasciano vicini ma da soli, distanti l’uno dall’altro non così tanto, ma in quella misura sufficiente a non permetterci di sviluppare calore. I miei nonni sapevano usare gli strumenti e trovare quella lana nella loro esperienza che aveva trasformato il modo di vivere la vita, il lavoro, la famiglia, la passione politica ed educativa. I miei genitori l’hanno identificata da ragazzi nelle assemblee e negli scontri di piazza per costruire una scuola diversa, in cui anche gli studenti potessero essere protagonisti, o in una dignità tutta da costruire a mille km dal posto in cui sei nato, in una città che per diffidenza ti tiene distante e a cui devi dimostrare tutto, da adulti nelle scuole mia e di mia sorella in cui mettevano le loro ore libere e le loro competenze professionali per costruire insieme alle maestre stimoli e occasioni per tutti noi bambini. La coperta era ancora intera, aveva qualche maglia un po’ più larga, qualche nodo di troppo. Ma stava insieme e il calore era costante e condiviso tra tutti.

Adesso abbiamo una coperta bucata e non sappiamo dove trovare la lana e quali debbano i ferri da usare, rinchiusi nel nostro guscio, agguerriti non più per conquistarci un posto al sole ma per mantenere la nostra posizione. Tutti infreddoliti e incapaci di vedere che solo se costruiamo nuove maglie, nuovi punti con colori e spessori diversi l’uno dall’altro, possiamo riparare i buchi e avere di nuovo il calore di cui abbiamo bisogno per continuare a sentirci persone.

inciampatevi

Standard

Oggi vi ho visto tutti vicini, allegri e concentrati. Oggi avete suonato il violino per la strada e sembrava che foste nati con quello strumento in mano. Oggi avete letto la storia di una persona, avete raccontato come si chiamavano i suoi genitori, come si chiamava lui, cosa aveva studiato e quale lavoro faceva. Dove è nato e dove è morto.

Vi auguro di inciamparvi spesso nella vostra vita. Nelle storie degli altri, che se ascoltate a fondo possono aiutarvi a costruire la vostra. Nei nomi di chi vi vive a fianco e dei loro genitori, per farvi riscoprire il valore dell’identità personale e della storia da cui si proviene, per farci capire che l’anonimato e l’assenza di storia sono pericolosi e innaturali. Inciampatevi nella memoria di quello che è accaduto, per imparare che i cambiamenti, positivi o negativi che siano, avvengono un giorno per volta, decisione dopo decisione, scelta dopo scelta. Ed in questa libertà di scelta, che tutti abbiamo, sta la nostra responsabilità nel mondo. Inciampatevi nei vostri talenti e nelle vostre debolezze e prendetevi l’impegno di fare i conti con entrambi. Richiederà impegno, sacrificio e fatica a volte. Ma sarà l’unico modo per essere appieno voi stessi.

Insegnateci a inciamparci ancora, in questa pietra che avete posato oggi e in quelle che dobbiamo ancora riconoscere, perché a qualsiasi età abbiamo bisogno di cadere per imparare a rialzarci.

facciamo il punto

Standard

Dopo due settimane passate intensamente, tra fatiche e liberazioni, fini e inizi, eventi simbolici e quotidianità, possiamo fare il punto. Di quello che ho riscoperto e imparato.

Ho riscoperto la mia famiglia, i miei amici, quelli che sono sempre vicino, quelli che mi accompagnano anche da lontano, quelli che sentono i miei umori e le mie fatiche, che sanno far nascere i miei sorrisi e liberare le mie lacrime. Ho bisogno di questa famiglia e di questi amici per essere quella che sono, per permettermi di esprimere tutto, la forza e le debolezze. Per sciogliermi in un abbraccio e sostenere il braccio dell’altro.

Ho imparato che quando provo rabbia non sto bene, non vedo bene, non penso bene. E non risolvo nulla. Al contrario, sto ancora peggio e mi faccio del male. Non ho ancora imparato a non provare rabbia, ma almeno adesso so allontanare da me chi mi fa stare così. Non ho risolto il nodo che ho dentro, ma lo congelo, fino alla prossima volta in cui dovrò affrontarlo, sperando mi faccia meno male e sia diventato un po’ più piccolo.

Ho riscoperto il piacere di organizzare le cose, di coordinare gli sforzi, di avere grandi progetti e portarli avanti, anche se non tutti giocano con la stessa intensità, passione e trasporto questo gioco che abbiamo scelto insieme. Ho imparato che io so giocare solo così e che se tengo a qualcosa difficilmente mi faccio fermare dal poco entusiasmo degli altri. Non sono fatta per i balzi da gallina, aspiro e tento, con risultati non sempre incoraggianti, di essere un’aquila che sorvola le cime.

Ho riscoperto quanto l’educazione sia il centro di ogni cosa e quanto lo strumento più potente, forse l’unico che funzioni veramente, sia la testimonianza. Impariamo per imitazione tutto: dal parlare al mangiare, dal leggere all’andare in bicicletta, dalla raccolta differenziata a potare gli ulivi. E questo vuol dire che non c’è educazione senza comunità, che non costruiamo il futuro se non costruiamo la società in cui viviamo. Che l’individualismo ha i giorni contati, mentre la solidarietà fa guadagnare a tutti giorni in più.

Ho imparato che la vita è fatta di incontri e di relazioni: che ti capitano per caso, ma poi crescono solo se le alimenti, che ti vengono in aiuto quando hai bisogno, che agiscono per contagio. Il buon umore è contagioso, la voglia di fare è contagiosa, l’impegno è contagioso, l’assumersi delle responsabilità è contagioso.

Ho confermato che amo vivere in periferia, perché è qui, tra le diversità e i contrasti, che la mia intelligenza trova stimoli, che mi sento a casa mia. Nell’imperfezione che stimola la creatività, nelle difficoltà che provocano le reazioni e la spinta verso il cambiamento.

l’educazione stabile in un mondo fluido

Standard

Questo mondo è fluido, non c’è alcun dubbio. E fluido diventa anche il mio di tempo, diviso tra lavori part time e full time, tra consegne e referenti che si sovrappongono, tra auto dalle cilindrate esorbitanti ed eventi per ragazzi, con una valigia che contiene pantaloncini e costumi, tra rossetto e sandali da mare.

Questo tempo è fluido e a volte fatico a ritrovarmi, a mantenere un equilibrio e a non farmi travolgere dall’entusiasmo o dallo sconforto, a giorni alterni. Fatico a definire la mia identità professionale, a trovare le parole giuste per dire “che lavoro faccio” (mia figlia sostiene che io distribuisca cappellini al Salone dell’Auto, perché quello mi ha visto fare mentre preparavo il materiale per l’evento del giorno dopo), a far capire il livello di stanchezza, impegno, flessibilità e rapidità di cambiamento che ogni giorno vivo.

Ma tra i vantaggi di questo tempo, del suo essere così mutevole nella forma, c’è quello di rendere l’educazione dei miei ragazzi ferma, organizzata, stabile. Perché non ho tempo di chiedermi se sia il caso di portare a metà mattina a scuola la pizza al figlio di seconda media, perché altri si stanno organizzando per portare da mangiare per far festa e mio figlio non mi ha detto niente. E se lo trovassi quel tempo, mi risponderei che in seconda media devi avere l’autonomia di scegliere se portare o meno la pizza l’ultimo giorno di scuola. Perché i ragazzi, dopo il terzo anno di mie assenze, hanno capito che anche se l’ultimo giorno di scuola non vado a prenderli e soprattutto non suono trombe da stadio io e loro padre ci siamo stati ogni giorno di quell’anno di scuola, abbiamo condiviso con loro ogni momento e di striscioni e celebrazioni plateali non ne abbiamo bisogno. Perché ho lasciato autonomia ai miei figli, costruendo con loro un rapporto di fiducia in cui hanno possibilità di movimento, libertà di scelta su alcune cose, responsabilità rispetto alle decisioni che prendono. E io non devo esserci sempre per fare al posto loro, ma sanno sempre di avere una casa in cui tornare per rileggere la realtà insieme, discutere di ciò che è giusto e sbagliato, parlare dei valori e non solo degli eventi.

Viviamo in un tempo fluido e spetta a noi che educazione vogliamo dare ai ragazzi che abbiamo vicino: quella che offre strumenti per interpretare la realtà o quelle che cerca di dare disperatamente soluzioni, che si riveleranno inefficaci appena usciremo fuori dal nido.

sto offrendo un regalo ai miei figli

Standard

Sto offrendo un regalo ai miei ragazzi. Lo costruisco da sempre, da prima che nascessero, forse anche da prima che abitassero i miei pensieri. Ogni giorno lo arricchisco di un particolare nuovo, di un dettaglio inaspettato ma coerente con tutto il resto. Niente è superfluo: tutto è sostanza e contenuto, a nulla si potrebbe rinunciare senza cambiare la natura del regalo stesso. E come succede sempre, ad ogni natale e compleanno, non so occuparmi del pacchetto, ma questa volta sono giustificata: non servono colori per renderlo più prezioso, non servono fiocchetto e nastrini per tenerlo insieme. Non voglio nasconderlo dietro una carta, non voglio costringerlo in una forma, ma metterlo nelle loro mani così com’è, scoperto e fluido, mutevole e impossibile da ingabbiare.

Sto offrendo ai miei ragazzi una famiglia, il più bel regalo che si possa ricevere. Una famiglia che non è fatta solo di legami biologici e parentele, ma anche di esperienze condivise e di passi fatti insieme. Una famiglia che non conosce barriere di età, con grandi e piccoli insieme, che si aiutano a crescere e imparano l’uno dall’altro. Una famiglia che a volte preferisce azioni e gesti ai discorsi, ma che sa trovare il modo di dare parole alle emozioni per renderle reali, per condividerle e farsene carico. Una famiglia che ha un linguaggio condiviso, quelle parole maestre che sanno condensare significati e valori, impegni e promesse. Una famiglia che è obiettivo e punto di partenza insieme, luogo di riposo e di impegno. Una famiglia che ci fa sentire che non siamo soli quando la strada si fa dura, ma ci lascia camminare con le nostre gambe. Una famiglia che non toglie la fatica e la notte, ma la rende meno buia e impenetrabile, che da speranza e cerca insieme a noi un significato anche nei momenti difficili. Una famiglia che percorre strade diverse, ma sa trovare occasioni e spazi per ritrovarsi, belli o brutti che siano.

Sto offrendo ai miei ragazzi una famiglia perché questo è quello che ho avuto anche io. Nella casa dei nonni e nelle estati con loro, tra funghi e partite a scopa. Nelle giostre a carnevale e nelle vacanze in camper con gli amici. Nelle giornate dei genitori agli scout e nella salita al colle in route. Nelle cene di natale e nelle grigliate estive, negli aperitivi e nelle chat per scegliere i regali per i compleanni. Nei matrimoni, nei battesimi, nei funerali.

Sto offrendo ai miei ragazzi una famiglia perché la vita gustata in questo modo è ben più saporita.

ps. nella foto il tramonto sulla route nazionale a san rossore, il 10 agosto 2014