facciamo il punto

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Dopo due settimane passate intensamente, tra fatiche e liberazioni, fini e inizi, eventi simbolici e quotidianità, possiamo fare il punto. Di quello che ho riscoperto e imparato.

Ho riscoperto la mia famiglia, i miei amici, quelli che sono sempre vicino, quelli che mi accompagnano anche da lontano, quelli che sentono i miei umori e le mie fatiche, che sanno far nascere i miei sorrisi e liberare le mie lacrime. Ho bisogno di questa famiglia e di questi amici per essere quella che sono, per permettermi di esprimere tutto, la forza e le debolezze. Per sciogliermi in un abbraccio e sostenere il braccio dell’altro.

Ho imparato che quando provo rabbia non sto bene, non vedo bene, non penso bene. E non risolvo nulla. Al contrario, sto ancora peggio e mi faccio del male. Non ho ancora imparato a non provare rabbia, ma almeno adesso so allontanare da me chi mi fa stare così. Non ho risolto il nodo che ho dentro, ma lo congelo, fino alla prossima volta in cui dovrò affrontarlo, sperando mi faccia meno male e sia diventato un po’ più piccolo.

Ho riscoperto il piacere di organizzare le cose, di coordinare gli sforzi, di avere grandi progetti e portarli avanti, anche se non tutti giocano con la stessa intensità, passione e trasporto questo gioco che abbiamo scelto insieme. Ho imparato che io so giocare solo così e che se tengo a qualcosa difficilmente mi faccio fermare dal poco entusiasmo degli altri. Non sono fatta per i balzi da gallina, aspiro e tento, con risultati non sempre incoraggianti, di essere un’aquila che sorvola le cime.

Ho riscoperto quanto l’educazione sia il centro di ogni cosa e quanto lo strumento più potente, forse l’unico che funzioni veramente, sia la testimonianza. Impariamo per imitazione tutto: dal parlare al mangiare, dal leggere all’andare in bicicletta, dalla raccolta differenziata a potare gli ulivi. E questo vuol dire che non c’è educazione senza comunità, che non costruiamo il futuro se non costruiamo la società in cui viviamo. Che l’individualismo ha i giorni contati, mentre la solidarietà fa guadagnare a tutti giorni in più.

Ho imparato che la vita è fatta di incontri e di relazioni: che ti capitano per caso, ma poi crescono solo se le alimenti, che ti vengono in aiuto quando hai bisogno, che agiscono per contagio. Il buon umore è contagioso, la voglia di fare è contagiosa, l’impegno è contagioso, l’assumersi delle responsabilità è contagioso.

Ho confermato che amo vivere in periferia, perché è qui, tra le diversità e i contrasti, che la mia intelligenza trova stimoli, che mi sento a casa mia. Nell’imperfezione che stimola la creatività, nelle difficoltà che provocano le reazioni e la spinta verso il cambiamento.

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l’educazione stabile in un mondo fluido

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Questo mondo è fluido, non c’è alcun dubbio. E fluido diventa anche il mio di tempo, diviso tra lavori part time e full time, tra consegne e referenti che si sovrappongono, tra auto dalle cilindrate esorbitanti ed eventi per ragazzi, con una valigia che contiene pantaloncini e costumi, tra rossetto e sandali da mare.

Questo tempo è fluido e a volte fatico a ritrovarmi, a mantenere un equilibrio e a non farmi travolgere dall’entusiasmo o dallo sconforto, a giorni alterni. Fatico a definire la mia identità professionale, a trovare le parole giuste per dire “che lavoro faccio” (mia figlia sostiene che io distribuisca cappellini al Salone dell’Auto, perché quello mi ha visto fare mentre preparavo il materiale per l’evento del giorno dopo), a far capire il livello di stanchezza, impegno, flessibilità e rapidità di cambiamento che ogni giorno vivo.

Ma tra i vantaggi di questo tempo, del suo essere così mutevole nella forma, c’è quello di rendere l’educazione dei miei ragazzi ferma, organizzata, stabile. Perché non ho tempo di chiedermi se sia il caso di portare a metà mattina a scuola la pizza al figlio di seconda media, perché altri si stanno organizzando per portare da mangiare per far festa e mio figlio non mi ha detto niente. E se lo trovassi quel tempo, mi risponderei che in seconda media devi avere l’autonomia di scegliere se portare o meno la pizza l’ultimo giorno di scuola. Perché i ragazzi, dopo il terzo anno di mie assenze, hanno capito che anche se l’ultimo giorno di scuola non vado a prenderli e soprattutto non suono trombe da stadio io e loro padre ci siamo stati ogni giorno di quell’anno di scuola, abbiamo condiviso con loro ogni momento e di striscioni e celebrazioni plateali non ne abbiamo bisogno. Perché ho lasciato autonomia ai miei figli, costruendo con loro un rapporto di fiducia in cui hanno possibilità di movimento, libertà di scelta su alcune cose, responsabilità rispetto alle decisioni che prendono. E io non devo esserci sempre per fare al posto loro, ma sanno sempre di avere una casa in cui tornare per rileggere la realtà insieme, discutere di ciò che è giusto e sbagliato, parlare dei valori e non solo degli eventi.

Viviamo in un tempo fluido e spetta a noi che educazione vogliamo dare ai ragazzi che abbiamo vicino: quella che offre strumenti per interpretare la realtà o quelle che cerca di dare disperatamente soluzioni, che si riveleranno inefficaci appena usciremo fuori dal nido.

sto offrendo un regalo ai miei figli

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Sto offrendo un regalo ai miei ragazzi. Lo costruisco da sempre, da prima che nascessero, forse anche da prima che abitassero i miei pensieri. Ogni giorno lo arricchisco di un particolare nuovo, di un dettaglio inaspettato ma coerente con tutto il resto. Niente è superfluo: tutto è sostanza e contenuto, a nulla si potrebbe rinunciare senza cambiare la natura del regalo stesso. E come succede sempre, ad ogni natale e compleanno, non so occuparmi del pacchetto, ma questa volta sono giustificata: non servono colori per renderlo più prezioso, non servono fiocchetto e nastrini per tenerlo insieme. Non voglio nasconderlo dietro una carta, non voglio costringerlo in una forma, ma metterlo nelle loro mani così com’è, scoperto e fluido, mutevole e impossibile da ingabbiare.

Sto offrendo ai miei ragazzi una famiglia, il più bel regalo che si possa ricevere. Una famiglia che non è fatta solo di legami biologici e parentele, ma anche di esperienze condivise e di passi fatti insieme. Una famiglia che non conosce barriere di età, con grandi e piccoli insieme, che si aiutano a crescere e imparano l’uno dall’altro. Una famiglia che a volte preferisce azioni e gesti ai discorsi, ma che sa trovare il modo di dare parole alle emozioni per renderle reali, per condividerle e farsene carico. Una famiglia che ha un linguaggio condiviso, quelle parole maestre che sanno condensare significati e valori, impegni e promesse. Una famiglia che è obiettivo e punto di partenza insieme, luogo di riposo e di impegno. Una famiglia che ci fa sentire che non siamo soli quando la strada si fa dura, ma ci lascia camminare con le nostre gambe. Una famiglia che non toglie la fatica e la notte, ma la rende meno buia e impenetrabile, che da speranza e cerca insieme a noi un significato anche nei momenti difficili. Una famiglia che percorre strade diverse, ma sa trovare occasioni e spazi per ritrovarsi, belli o brutti che siano.

Sto offrendo ai miei ragazzi una famiglia perché questo è quello che ho avuto anche io. Nella casa dei nonni e nelle estati con loro, tra funghi e partite a scopa. Nelle giostre a carnevale e nelle vacanze in camper con gli amici. Nelle giornate dei genitori agli scout e nella salita al colle in route. Nelle cene di natale e nelle grigliate estive, negli aperitivi e nelle chat per scegliere i regali per i compleanni. Nei matrimoni, nei battesimi, nei funerali.

Sto offrendo ai miei ragazzi una famiglia perché la vita gustata in questo modo è ben più saporita.

ps. nella foto il tramonto sulla route nazionale a san rossore, il 10 agosto 2014

l’involuzione della specie

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Questo è un post incazzato. Con la specie umana e soprattutto la sottospecie che incontro quotidianamente davanti a scuola, dal panettiere, in palestra, sulle chat di whatsapp della classe, quella di cui leggo sui giornali e di cui vedo le gesta in tv.

È un post per dire che se tuo figlio ogni settimana arriva coi compiti scritti male sul diario, metà delle cose fatte a scuola da completare e dimenticando ogni quaderno e libro possibile, a me, a fine gennaio della prima elementare, non frega proprio niente e potresti smetterla di ammorbare le altre 24 famiglie chiedendo sulla chat “come si fa questo esercizio? mi mandate le fotografie del quaderno d’italiano dal giorno 1° novembre? quanti soldi dobbiamo dare per la gita?”. E se alle 16,37 del venerdì pomeriggio chiedi già come si fa un compito le cose sono due, entrambe vere: prima di tutto, non hai niente da fare perché le persone normali alle 16,37 ancora non sono entrate in casa visto che i bambini sono usciti alle 16,30; seconda cosa non posso credere che tu mamma, almeno 30enne e che le scuole dell’obbligo dovresti aver frequentato con successo, abbia realmente provato a trovare la soluzione. Semplicemente hai pensato che sarebbe stato più rapido, efficace e coinvolgente fare la domanda nella chat di classe, “ke se non ci fosse questo gruppo non saprei kome fare! Grazie mamme…” (le k le regalano, evidentemente).

È un post per dire che le macchine ferme in tripla fila di fronte alle palestre frequentate dai ragazzini mi fanno andare in bestia, quasi quanto quelle parcheggiate immancabilmente sulle strisce davanti a scuola o quelle che sostano davanti al nuovo centro scommesse del quartiere (il terzo, per la cronaca). In tutti questi casi vorrei un carro attrezzi o uno spazzaneve per trascinare via le macchine messe dove non dovrebbero stare, senza neanche fare la fatica di chiedere di spostarle. Perché se ti fermi in terza fila, se parcheggi sulle strisce o se frequenti il centro scommesse (e hai un’urgenza tale da non poter neanche cercare un parcheggio ma devi abbandonare l’auto lì dove capita), ti meriti prima lo spazza neve e poi lo sfascia carrozze. E ringrazia che ti avviso e ti do il tempo di scendere dalla macchina prima che il braccio meccanico trasformi il tuo mezzo a quattro ruote in una scatoletta di tonno.

È un post per dire che è sempre successo che nei bagni delle scuole (dalle medie in avanti) ci siano i nomi dei professori accompagnati da parolacce e offese della peggior specie. Ma se i genitori di fronte a un 6 in condotta del proprio figlio, già sospeso e salito agli onori delle cronache per aver venduto illegalmente merendine a scuola ai compagni, lasciano dichiarazioni ai giornali dicendo che con un comportamento così dei professori non ci si può stupire se poi ci sono alunni che fanno stragi nelle scuole non solo abbiamo toccato il fondo, ma sguazziamo nella merda e ci illudiamo di fare i fanghi termali.

Questo è un post inutile, di una persona incredula di fronte a ciò che ha intorno, illusa di poter costruire qualcosa di diverso, imbecille perché pensa che ciò che governa il mondo sia l’evoluzione dell’essere umano. Invece, quello che sarà vincente, sul lungo periodo, sarà l’involuzione della specie: da umano a subumano.

quando l’acqua tocca il culo

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16 anni fa, quando in Piemonte c’è stata l’alluvione che ha coinvolto la val Chisone, io ero lì, nel cuore della val Chisone con tutto il gruppo scout. Ci siamo svegliati la domenica mattina con le notizie di mezza valle bloccata e noi eravamo dall’altra parte del fiume, con 80 ragazzi tra gli 8 e i 19 anni, con il pranzo al sacco e senza nulla per cena o per colazione, con il fiume che si vedeva sempre più grosso dal campo di gioco di fronte alla casa. Quando parte del ponte che ci avrebbe portato verso la strada è crollato, quando siamo rimasti bloccati tra due frane, una a monte e una a valle, che impedivano a chiunque di venirci a prendere, ci siamo organizzati, abbiamo diviso i panini, abbiamo fatto il giro delle case del paesino in cui eravamo chiedendo dei dadi, patate, pastina per fare la minestra ai ragazzi, formaggio e pane. Abbiamo spostato tutti a dormire all’ultimo piano e abbiamo fatto i turni di notte, noi capi, per controllare che quel fiume che si ingrossava sempre di più non arrivasse a bussarci alla porta. Abbiamo parlato coi carabinieri che ci hanno detto “vegliate e se succede qualcosa ci vediamo questa notte”. Quando due giorni dopo è smesso di piovere e le case del paese avevano il fango nei piani bassi, nelle cantine e nei garage i ragazzi più grandi ci hanno detto che volevano andare a liberarle dal fango. È stato naturale, nessuno gliel’ha suggerito, è stato un gesto spontaneo di vicinanza più che di solidarietà. Eravamo lì, tutti nella stessa situazione e la cosa normale da fare era aiutarsi, non perché il giorno prima ci avevano regalato 3 dadi da brodo e 5 patate, ma perché non potevamo restare a guardare quando di fianco a noi qualcuno aveva bisogno.

6 anni prima tanti di quei capi erano andati ad Alba, a spalare fango quando il Tanaro aveva invaso il paese, le fabbriche, le case. Io non c’ero e ancora me ne pento. E tanti dopo sono andati in molti altri posti, chiamati non dalle tragedie ma dalla propria scelta di essere buoni cittadini.

Quando pochi mesi fa abbiamo visto in tv le immagini dell’ultima alluvione in Piemonte, Jacopo ci ha detto “sarebbe bello andare ad aiutare in quelle situazioni”. Nel mio estremismo, credo che dovrebbe essere obbligatorio per tutti dedicare una settimana nella propria vita ad aiutare dopo un terremoto, un’alluvione, una frana. Un qualsiasi evento in cui ciò che stai cercando di portare in salvo o di riportare alla normalità è tuo, ma al tempo stesso non è tuo: non è la tua casa o il tuo negozio o il tuo amico, ma è la tua dignità di essere umano. Che non si volta dall’altra parte, che non cerca colpevoli, che non prega e basta o manda sms solidali: si tira su le maniche e sorride e canta anche nelle difficoltà, trova energie che sembrano inesauribili e si prende cura del mondo che ha intorno. E cerca di lasciarlo un po’ migliore di come l’ha trovato, un po’ più umano. Non è bontà, è scegliere, sentire di essere persone per bene. Mia nonna dice spesso “quando l’acqua tocca il culo si impara a nuotare”: dovremmo tutti tenere il culo un po’ più a bagno, per ricordarci che sappiamo nuotare e non solo stare a galla.

buon compleanno

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Avevi occhi grigi sempre attenti ed espressivi, dita magre con le unghie mangiate, un corpo lungo e nodoso, un gomito sempre coperto dalle maniche di una camicia arrotolata portata d’estate e d’inverno.

Avevi serietà e rigore, disciplina e voglia di capire, avevi sempre un libro in mano, un giornale o la settimana enigmistica. Avevi in tasca gomme minuscole, mozziconi di matita, fazzoletti puliti. Avevi coraggio e pazienza, passione e volontà, capacità di guardare lontano e di fare un passo alla volta, senza rischiare troppo, cauto e piemontese, perché sabaudo non lo sei mai stato. Avevi ironia, voglia di scherzare, fedeltà agli amici e ai tuoi ideali. Avevi capacità di inclusione, voglia di spiegare e far capire, generosità nel dare il tuo tempo agli altri. Avevi la capacità di stare solo, guardavi le tue paure in faccia e le affrontavi. Avevi la dignità di non cambiare le tue posizioni e la flessibilità di far evolvere le tue idee. Avevi un forte senso della scelta, della vita che implica delle responsabilità e delle decisioni. Avevi bisogno di libertà perché avevi vissuto cosa voleva dire non essere libero, avevi la tua bicicletta che era sempre stato il tuo mezzo per andare nel mondo. Avevi la passione educativa, la voglia di confrontarti coi giovani, la curiosità di scoprire il loro mondo, avevi netta la consapevolezza che raccontare il passato fosse un compito della tua generazione.

Sei stato capace di volermi bene completamente, senza aspettative, senza freni, senza qualcosa che ci separasse mai. Mi hai insegnato ad andare in bici, a riconoscere un fungo buono da uno cattivo, a supatare l’albero dei ramasin, a curare le rose nell’orto, a scoprire un bosco in città. Mi hai insegnato a essere democratica, mi hai trasmesso la passione e la testardaggine, l’intolleranza verso l’ingiustizia, il rigore e la fatica di portare sulle spalle questi doni così poco moderni. Mi hai lasciato un orologio, anzi te l’ho preso, per ricordarmi di vivere ogni momento con la stessa intensità con cui l’hai vissuto tu, con la stessa sete di futuro, con la stessa speranza nell’uomo.

Oggi avresti festeggiato 100 anni e io festeggio. Perché continui a essere nella mia vita, continui a ispirare i miei pensieri, continui a grattarmi il pollice mentre mi stringi la mano.

Buon compleanno nonno, questo mondo avrebbe ancora così tanto bisogno di te.

quello a cui non so rinunciare

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Non so rinunciare ai pensieri profondi di un amico che vede nel futuro e che sogna mondi possibili, che con rigore, logica e disciplina cerca di costruirli. Non so rinunciare ad ascoltarlo incantata e ammirata per il suo coraggio, orgogliosa di essere parte della sua vita, grata perché lui fa parte della mia.

Non so rinunciare a osservare i miei ragazzi che vanno nel mondo autonomi e sereni, vederli correre con degli amici con cui condividono giochi, regole, vita quotidiana e progetti, ascoltarli mentre parlano tra loro e si raccontano la giornata.

Non so rinunciare a cercare qualcuno che mi aiuti ogni giorno nel mio lavoro di genitore, che siano amici o parenti, che siano insegnanti o allenatori, che siano i capi dei miei ragazzi. Da soli, Flavio e io, saremmo più spaventati e impauriti, stanchi e incerti, dubitanti e poco creativi.

Non so rinunciare a vivere con gli altri, a invitare a cena degli amici, a parlare con loro del mio lavoro e della mia famiglia, a crescere insieme ad altre famiglie, ad aprire la porta a chi arriva, a vedere altri bambini girare per casa, a riconoscere le felpe e le giacche che una volta mettevano i miei figli indossate da altri.

Non so rinunciare a sentirmi coinvolta e a vivere il contesto intorno a me, a vedere l’arte contemporanea da sola e con i miei ragazzi, a respirare l’aria carica di aspettative e idee di una città viva e in fermento, ad arrabbiarmi per ciò che non mi piace, a parlare con la radio accesa quando ascolto il radio giornale, come faceva mio nonno.

Non so rinunciare a prendermi cura delle mie piante, a essere felice per le loro foglie nuove, a coprirle per l’inverno e salutarle, in attesa della prossima primavera e delle prossime foglie nuove. Non so rinunciare alla meraviglia di una passeggiata nel bosco, allo stupore di fronte ai colori perfetti di una gazza ladra, al rumore delle foglie cadute sotto i miei passi.

Non so rinunciare ad andare avanti, a cercare di non piangermi addosso, a inventarmi modi nuovi per sentirmi realizzata, a chiedere tanto a me stessa e agli altri, a essere rigorosa e intransigente, a essere ottimista, a manifestare quello che penso, a pretendere di essere felice.