cosa intendiamo quando parliamo di educazione

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L’educazione ha a che fare con alcune parole: attesa, rischio, bellezza, fiducia, presenza.

Attesa dei tempi in cui i semi germoglieranno. Non c’è un acceleratore che ci permette di aver subito il risultato. Non c’è una palla di vetro che ci rassicura che quel risultato arriverà. C’è solo il tempo che deve passare, un minuto per volta. E noi, che dobbiamo continuare a innaffiare perché sotto la terra si sviluppi la vita.

Rischio di credere nel senso del nostro impegno, ma anche nel decidere di assumere una posizione. Dire sì e no. Vuol dire esporsi alle critiche, agli errori, alla necessità di tornare indietro e ammettere lo sbaglio. Vuol dire immergersi nella partita e provarci, smettere i panni di arbitro ed entrare in squadra.

Bellezza da riconoscere e far riconoscere. Quella da vedere negli altri e nelle cose ben fatte, nei lavori curati, nelle relazioni profonde, nei progetti portati a termine. Quella da coltivare dentro di sé, nella dignità della propria coscienza, nella consapevolezza dei propri limiti, nella capacità di vedere nel mondo occasioni di crescita e ricchezza.

Fiducia che i giorni futuri siano tempi di evoluzione, non di involuzione. Che ciò che progredirà non saranno solo le possibilità di ciascuno di noi, ma la nostra umanità, la capacità di stare insieme e avere sogni collettivi.

Presenza, perché bisogna essere lì, insieme nello stesso spazio. Non esiste l’educazione a distanza, esiste il qui e ora, perché educare significa cogliere tutte le occasioni per parlare, riflettere, incontrarsi e scontrarsi. Per aiutarsi reciprocamente a capire chi siamo e chi vogliamo essere.

L’educazione ha a che fare con la vita, dura per sempre e riempie ogni spazio e ogni momento. Non ci sono pause o stand by, come non si può mai smettere di respirare.

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come mi sento io qui

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– Perché ti piace così tanto la Francia? – mi ha chiesto Diego l’altro giorno a Bastia.

– Mi piace la lingua, ho degli amici francesi a cui voglio molto bene, ho dei bei ricordi… non saprei… –

Non ho una risposta precisa. La Francia è il posto delle gite coi nonni quando eravamo a Sanremo o con mamma e papà quando eravamo in montagna. Facevamo pochi chilometri e cambiavano le cose: le autostrade erano indicate col blu e le statali in verde, le R diventavano più importanti in ogni parola, le banconote dei franchi sembravano dei lenzuoli e non ci stavano nel portafoglio. Alla frontiera ti facevano segno di passare senza neanche uscire dal gabbiotto perché quelli erano posti di transito. Non era proprio come essere a casa, ma non era neanche così diverso. Era come una gita fuori porta, in un posto che comunque apparteneva a un torinese, con una lingua con molte somiglianze rispetto al dialetto piemontese che parlavano tra loro i nonni.

La Francia sono tante vacanze fatte con gli amici di sempre, roulotte e tende montate in campeggi in riva al lago, nel paese di montagna, al mare o nell’area parcheggio a Sainte Marie de la Mer, con i tori che ci passavano tutt’intorno. Sono cartoline scritte sul tavolo del campeggio, piscine comunali, ristoranti in cui scoprire le rane, fiumi in cui nuotare, zanzare e partite a carte. Sono gli anni in cui qualcuno ha seminato dentro di me la curiosità per i posti nuovi, i cibi diversi, le domande che nascono se si apre la porta di casa e si esce sulla strada. Sono gli anni in cui sei adulti mi hanno regalato una famiglia allargata, un’amica per la vita, la consapevolezza che stare insieme richiede pazienza e capacità di adattarsi. Ma è ciò che ci rende felici.

La Francia è una casa al centro del mondo. Dalle finestre vedevi campi arati, mucche, l’aia con galline e biciclette vecchie, stalle e stagni. Nella cucina c’era posto per tutto: italiani, francesi, bambini di età diverse, allevatori, adolescenti parigine, figli naturali e figli in affido. C’era posto per crescere e scoprire se stessi, per farsi insieme delle domande, per trovare risposte che generavano sempre nuove domande.

La Francia è tutto questo. Non è casa, ma un posto in cui so di poter stare come se fossi a casa. Ha una lingua diversa, un cibo diverso, un modo di salutarsi diverso e addirittura un modo di usare la punteggiatura diverso. Ma qui, come a casa, mi sento libera di essere me stessa, di sentirmi parte di una umanità aperta, curiosa, consapevole che ogni incontro ci trasforma e ci fa evolvere. Cittadina di un territorio che non può venire realmente separato attraverso dei confini. Quelli stanno solo sulla carta politica appesa nella mia classe delle elementari. Sul mare e in terra non esistono: esistono solo le persone e il loro diritto di spostarsi.

la prima cosa bella

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La mia prima cosa bella di questa mattina è il senso di famiglia con cui mi sono svegliata.

È una sensazione profonda e viscerale, che si stringe intorno alle mie gioie e alle mie fatiche.

Ha la forma di un abbraccio, di due corpi che si stringono insieme e insieme sussultano, per i singhiozzi che in quell’abbraccio si possono permettere di salire dal centro del cuore.

Ha la forza delle dita che insieme si intrecciano a quelle di un’altra mano, in una preghiera, un saluto, un gesto spontaneo che contemporaneamente dice “sono qui” e “non lasciarmi da sola”.

Ha la tenerezza di occhi lucidi, di sguardi che si incrociano e accarezzano guance, anime.

Ha la melodia di canti che sappiamo a memoria, che richiamano boschi, fuochi di bivacco, tende umide e cieli stellati.

Ha la forza di un racconto che abbiamo raccontato a tanti bambini e bambine che stavano vivendo il momento del passaggio, ansiosi e felici insieme.

Ha il rigore e la comodità di un fazzolettone al collo, di una camicia azzurra e pantaloni di velluto. Tutti uguali e tutti diversi, tutti fratelli e sorelle che sorridono e cantano anche nella difficoltà.

Quel senso di famiglia, quel sentirmi intera e completa non l’ho mai provato da nessuna altra parte e non importa se il fazzolettone non l’ho più al collo. Sono scout, per sempre. E questa è la mia famiglia. Ed è una cosa bella, di cui godo nei giorni felici e che scopro nella sua forza immensa in quelli tristi.

le elezioni

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– Quando ero piccolo il giorno delle elezioni era una festa –

Mi ha detto così un amico l’altro giorno in macchina, tra una chiacchiera e l’altra: le figlie a scuola insieme, il suo lavoro incerto, i nostri nonni entrambi comunisti.

Anche per me il giorno delle elezioni era ed è una festa. Perché provo un’emozione speciale ad andare a fare il mio dovere, un rito laico fondamentale per la mia identità. Entro nel seggio e sorrido di più: al vigile nell’atrio della scuola, a chi è in fila davanti a me, a chi lavora al seggio. Sorrido e penso che devo essere felice di poter votare, di esprimere il mio parere. Devo essere consapevole dell’importanza della mia goccia nel mare. Sorrido di più perché nel riconoscermi cittadina vedo una parte della mia dignità personale: non sono solo una mamma, una lavoratrice, una donna, una paziente quando vado in ospedale. Sono un’elettrice, una persona che va al seggio esprimendo un voto per la costruzione del bene comune.

Il giorno delle elezioni è mio nonno che va a votare presto, mia nonna che si fa accompagnare da me in quella che era la mia scuola elementare, mio marito che viene a letto troppo tardi perché aspetta i risultati. È la paura di sbagliare e rendere nullo il mio voto, è la voglia di riconoscersi in un progetto più grande, è una serata nella piazza del municipio a stringere la mano al mio sindaco e a brindare con vino in bicchieri di plastica. È la telefonata con un amico il giorno prima del voto. Perché ultimamente io e lui perdiamo sempre e il lunedì è sempre una giornata troppo difficile per sentirsi. È la bandiera europea che ho comprato e stasera appenderò al balcone.

Allora, buona giornata di elezioni all’amico col nonno comunista come il mio; a Matilde, Ludovica, Lorenzo e ai ragazzi che ho incontrato nelle scuole in queste settimane e che per la prima volta in vita loro voteranno; a chi si candida a Sindaco e alla sua famiglia. A me, che continuo a emozionarmi e a sentire forte quel bisogno di appartenenza che è “avere gli altri dentro di sé”

mi chiamo mi fido

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– Buongiorno Diego –

– Buongiorno Mi fido –

Ieri sera mio figlio piccolo, in vista della manifestazione del primo maggio, mi ha fatto promettere che non mi sarei arrabbiata e non avrei urlato contro nessuno. E quando gli ho detto che l’avrei fatto, lui mi ha risposto “mi fido”. E mi ha inchiodato alle mie responsabilità.

Verso i miei figli. Se non si smette mai di fare l’insegnante, anche quando si è fuori dalla scuola, non si smette mai di essere un genitore. Anche quando i figli non ci vedono, quando sono lontani, girati di spalle. Perché quando vi volterete e mi guarderete io devo sapere, in coscienza, che quello che avreste visto poco prima non vi avrebbe convinto di qualcosa di sbagliato, non vi avrebbe fatto vergognare, non vi avrebbe deluso. Non vuol dire che non sbaglio, non mi arrabbio, non urlo e non commetto errori. Vuol dire che, come chiedo a voi, cerco di fare sempre del mio meglio, di non voltarmi di fronte alle ingiustizie, di amare prima di tutto il confronto e la democrazia, di sostenere i miei valori con intensità, costanza e forza. Anche quando sono in minoranza, anche quando non sono di moda. Vuol dire che, come chiedo a voi, mi assumo le responsabilità delle mie azioni e delle mie debolezze e provo a lavorarci.

Buon primo maggio, ragazzi miei, manifestare con voi mi riempie sempre di orgoglio, speranza e gioia.

i vestiti (di casa)

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Ho trovato una nuova casa, anche se ancora non so quali siano i cassetti da non aprire. Anche se nelle foto di famiglia ancora non ci sono e quando si parla di quel parente alla lontana e di quel pranzo di Natale, io non capisco minimamente di chi si stia parlando.

Ho trovato una nuova casa e ho iniziato a lasciare dei pezzi di me: caramelle e fazzoletti, una crema per le mani, quaderni di appunti, gesti che diventano routine, chiacchiere che sanno di abitudini.

Ho trovato una nuova casa e scoperto che si può fare un lavoro bellissimo, parlando sempre di libri, di valori, di educazione, di idee e ideali. Incontrando ragazzi e ragazze, scrivendo progetti e newsletter.

Ho trovato una nuova casa dove abitano persone così simili a me che ho voglia di vederle al mattino quando apro la porta. E posso essere quella che sono, inveire contro i politici, commentare l’attualità, aprire la finestra e sorridere orgogliosi della manifestazione studentesca sotto l’ufficio. Pensare che non sono un alieno, o almeno loro lo sono con me.

Ho trovato una casa, la prova è finita. Lunedì mi porto le ciabatte e i vestiti. Quelli di casa.

servono molti noi

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Per costruire il mio io servono molti noi.

Il noi della mia famiglia, che è troppo grande per stare sotto un unico cognome, ne servono almeno tre a fare un’istantanea di questo momento. È un noi stratificato, con qualcuno che c’è ancora e altri che se ne sono andati, ma con cui continuo a parlare, con ricordi che si perdono quando ancora avevo denti che cadevano, trecce e graffi sulle ginocchia. E forti arrabbiature, ma quelle continuo ad averle.

Il noi del territorio in cui vivo, la scuola, il quartiere, la città. Il nido dove sono passati tutti i miei figli, con l’albero di natale con le foto dei bambini e la castagnata, la scuola elementare con le feste di inizio anno per ridipingere le aule, la scuola media coi concerti e le pietre d’inciampo. La casa nel parco e le cene tra amici, i tour tra le vie di queste case costruite per ospitare gli operai della fabbrica, quella che ha preso il nome del quartiere, quella dove nonno teneva alta la testa e la schiena dritta.

Il noi della mia esperienza scout, fatta di fantastico, avventura, scoperta, servizio, competenza. È un noi pieno dei colori dei fazzolettoni che ho avuto addosso, ma che si ritrova in ogni colore. È un noi che non ha una casa, ma trova la sua sede in ogni luogo dove costruisce relazioni e ogni volta che torna li, che siano passati due giorni o vent’anni si sente di nuovo a casa. È un noi che non sa stilare una lista di chi ne fa parte, ma che riconosce gli altri come lui in uno sguardo, una stretta di mano, un modo di fare.

Il noi di generazioni diverse che si trovano insieme, che si studiano e si scoprono ricche e preziose l’una per l’altra. Che si completano e si confondono, in un circolo in cui gli estremi si toccano.

Il noi dei valori, del senso di giustizia e uguaglianza che mi parla incessantemente dentro, del senso positivo dell’azione collettiva, della voglia di dialogo e incontro, della ricchezza della diversità, del primato dell’educazione permanente. Della fiducia nella bontà dell’uomo, animale sociale per eccellenza che solo quando si riconosce nel noi può dire di aver veramente costruito il suo io.