mi chiamo mi fido

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– Buongiorno Diego –

– Buongiorno Mi fido –

Ieri sera mio figlio piccolo, in vista della manifestazione del primo maggio, mi ha fatto promettere che non mi sarei arrabbiata e non avrei urlato contro nessuno. E quando gli ho detto che l’avrei fatto, lui mi ha risposto “mi fido”. E mi ha inchiodato alle mie responsabilità.

Verso i miei figli. Se non si smette mai di fare l’insegnante, anche quando si è fuori dalla scuola, non si smette mai di essere un genitore. Anche quando i figli non ci vedono, quando sono lontani, girati di spalle. Perché quando vi volterete e mi guarderete io devo sapere, in coscienza, che quello che avreste visto poco prima non vi avrebbe convinto di qualcosa di sbagliato, non vi avrebbe fatto vergognare, non vi avrebbe deluso. Non vuol dire che non sbaglio, non mi arrabbio, non urlo e non commetto errori. Vuol dire che, come chiedo a voi, cerco di fare sempre del mio meglio, di non voltarmi di fronte alle ingiustizie, di amare prima di tutto il confronto e la democrazia, di sostenere i miei valori con intensità, costanza e forza. Anche quando sono in minoranza, anche quando non sono di moda. Vuol dire che, come chiedo a voi, mi assumo le responsabilità delle mie azioni e delle mie debolezze e provo a lavorarci.

Buon primo maggio, ragazzi miei, manifestare con voi mi riempie sempre di orgoglio, speranza e gioia.

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alla fine il tuo compleanno

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Ho attraversato questa settimana tutta di corsa, senza voltarmi indietro, senza fermarmi ai rifornimenti, senza farmi troppe domande, senza ascoltare troppo le accelerazioni del mio cuore.

Ho attraversato questa settimana come in una bolla, come quando si sta con la testa nell’acqua e i rumori intorno arrivano diversi, più attutiti e moltiplicati. L’ho percorsa così, consapevole che sarebbe finita col tuo compleanno e avrei voluto che fosse una giornata speciale, per te.

Avrei voluto scriverti una lettera, solo per te, per dirti che vederti crescere è un privilegio, che la tua sensibilità è un dono prezioso, la tua empatia mi accompagna in ogni momento, quelli belli e quelli difficili. Avrei voluto preparare tutto alla perfezione, pensarti di più, coccolarti di più, farti sentire tutto il mio amore per te, non solo fartelo intuire.

E tu sei stata felice oggi, anche se la mia lettera per te è rimasta nella mia testa, anche se tutto non era perfetto, anche se tra le cose pratiche da fare ti ho abbracciato poco, non ti ho quasi fotografato. Sei stata felice, libera come tu sai essere.

Sei stata te stessa, con la tua forza sbadata, il tuo istinto, la tua allegria mai scontata, la tua profondità che resta sempre molto intima, che fai scoprire a pochi.

Adesso sei lì che ti rigiri nel letto e non riesci a dormire, troppo agitata per questi 12 anni, con troppe emozioni in questa settimana di morte e di vita. Con tutta la tua energia concentrata nel diventare quella che vuoi diventare.

Buon compleanno amore mio, cuore limpido e sguardo in avanti. Il bello è appena iniziato.

per me il solito

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Siamo esattamente al 50% del fine settimana, che a casa nostra è un modo diverso per dire “tetris”.

Perché in questa 48 ore che spezza la routine, siamo soliti incastrare una miriade di impegni, principalmente dei figli. E visto che abbiamo avuto la sfacciataggine di farne tre, gli incastri sono particolarmente ambiziosi.

Chiunque conosca me e l’altra metà della mela, sa che non facciamo, né abbiamo mai fatto parte della categoria “sportivi”. Eppure gli impegni più frequenti il sabato e la domenica sono quelli agonistici dei ragazzi, tra una gara di marcia e una partita di basket, ovviamente in due posti diversi del Piemonte. E anche se questo vuol dire pranzi trangugiati, nessun pisolino sul divano, due ore al freddo su spalti di cemento o in un palazzetto maleodorante, io continuo a pensare che questo sia un bel modo di passare il mio fine settimana.

Perché il mio posto è sulle gradinate a incitare Luci all’ultimo giro di pista, quando le altre hanno già finito la gara, e vederla avanzare dritta metro dopo metro verso il traguardo. È lì che voglio stare, di fianco alla sua strada, pronta ad accogliere le sue lacrime e il suo sforzo, il suo impegno e la sua perseveranza.

Il mio posto è nel palazzetto del basket, a festeggiare ogni canestro di quei ragazzi che sono la squadra di mio figlio, a osservare ogni passaggio di Jacopo, a intercettare i suoi sguardi prima che si arrabbi con l’arbitro.

Il mio posto è su una panchina della piscina, a guardare i progressi in corsia di Diego o in una palestra di scuola a riprendere col telefonino il suo esordio in un’amichevole di un gioco che un giorno diventerà il basket, ma oggi è un mix tra bowling e rugby.

Il mio posto è lì, dove loro si impegnano, dove crescono con gli altri, dove imparano a sfidare i loro limiti, dove sentono la soddisfazione e la delusione, la gioia e la fatica. Dove si impegnano in un gioco serio, come sono tutti i giochi degni di essere giocati.

Cosa prendo per il prossimo fine settimana? Per me il solito, grazie. Un bel po’ di sport, con i miei ragazzi.

dimmi come giochi (e ti dirò se sei una mamma)

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Natale vuol dire giochi da tavolo, sfide familiari in cui bisogna darsi un limite temporale per finire la partita, alleanze tra fratelli e strategie a volte fallimentari.

Tradizionalmente chi perdeva era Lucia, troppo creativa e mutevole nel suo giocare per puntare alla vittoria. Nella partita a TorinoXXL (un gioco tipo Monopoli ambientato a Torino) questo pomeriggio invece le cose sono andate diversamente e l’accoppiata dei figli maschi è naufragata nei debiti, a causa della sfortuna e delle politiche espansionistiche azzardate del grande, accolte con fiducia cieca dal piccolo.

E di fronte alla disfatta dei figli, ci sono due possibili reazioni, quella della mamma e quella del papà. Io festeggiavo segretamente ogni volta che passavo sopra una loro proprietà perché i miei 20 sold cercavano di risanare un po’ il loro buco di bilancio. Flavio sottolineava ogni passaggio dei figli sulle sue strade con un celebrativo “tintintin”, suono delle monetine che andavano ad aumentare il suo gruzzolo. Io mi rattristavo e lui andava avanti imperterrito nella partita, dimenticando che il sangue del suo sangue stava subendo una débâcle clamorosa.

Io avrei barato per farli “non perdere” (perché chi stava vincendo era l’altra figlia), Flavio seguiva scrupolosamente il libretto di istruzioni, forse in caso di irregolarità avrebbe fatto ricorso al tar.

A Natale siamo tutti più buoni: voglio pensare che sia per usare il valore educativo della sconfitta. Speruma bin.

amore di mamma

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Diego sta studiando la preistoria: big bang, pangea, era arcaica, meteoriti, piogge interminabili lo affascinano e fanno nascere in lui nuove domande. Soprattutto sente il bisogno di padroneggiare l’idea del tempo, così lontano da risultare irreale, così esteso che la sua (e anche mia) immaginazione non riesce ad abbracciarlo tutto.

Questo fine settimana deve studiare i dinosauri, carnivori ed erbivori, grandi e piccoli. Legge ad alta voce la pagina del libro, mentre io cucino.

– “Iguanodonte. Fu uno dei primi dinosauri a essere scoperti, i primi ritrovamenti risalgono al …” Mamma, tu quando sei nata? –

– Nel 1975 –

– Allora eri già nata! –

– No Diego, sono vecchia, ma non così tanto –

– Ma non quando esisteva l’iguanodonte, quando l’hanno ritrovato “i primi ritrovamenti risalgono al 1822” –

Il bambino è confuso sulle date, meglio insistere per fargli capire il concetto di linea del tempo.

di miti greci e percy jackson

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Si sa che l’educazione dei figli porta delle sfide sempre avvincenti e spesso la scoperta di talenti che pensavamo di non avere. Ad esempio ho creato vestiti di carnevale che fossero più elaborati di una mascherina di carta davanti agli occhi e ho cucinato torte per le feste di compleanno (ma raramente perché più spesso le fa mia sorella che è decisamente più brava di me). Ma la sfida più difficile e per me la più importante, quella che continuo a raccogliere, è quella di far capire ai miei figli che la conoscenza e la cultura sono la vera felicità nella vita.

Le prime settimane della terza elementare sono state uno scontro continuo tra me e il piccolo, per capire come funziona il metodo scientifico, conoscere la teoria della deriva dei continenti, inventare le legende di ipotetiche carte tematiche sulla quantità di scuole in ciascuna regione italiana. È uno sforzo che sostengo quasi ogni giorno, su materie diverse, cercando di far cogliere le analogie tra una materia e un’altra, facendo collegamenti con la sua vita quotidiana, con le sue esperienze (“Diego ti ricordi il confine tra la Bosnia e la Croazia questa estate?” “Si, era dove c’era la casetta dei poliziotti” “Ma a parte quella casetta tu vedevi altri segni, c’era un muro? una recinzione?” “… no” “Ecco la carta politica evidenzia dei confini che sono stabiliti dagli Stati ma che poi non trovi sul territorio, perché il bosco è tutto uguale, anche se da una parte è Bosnia e dall’altra Croazia). È uno sforzo che come risultato visibile da delle domande a cui non so rispondere (“mamma, io voglio sapere quanto dobbiamo andare indietro nel tempo, partendo da oggi, per arrivare a quando si è formata la Terra” “Diego, non sono sicura della risposta, magari chiedi alla maestra”), ma d’altronde queste sono le domande migliori: quelle che ti spingono a cercare le risposte attraverso nuove conoscenze.

Ieri ho aiutato Lucia a studiare epica, argomento i miti: quelli della creazione, del diluvio, della metamorfosi e degli eroi. E mentre approfondivamo i testi, dalla Genesi alla storia di Gilgamesh, da Prometeo e il Minotauro a Perseo e Medusa, interrompevo sempre la lettura per farle notare che autori diversi, di epoche diverse usavano quasi le stesse parole in certe fasi del racconto; per dirle che i supereroi di Stan Lee riprendevano gli eroi greci e romani, quelli che si ritrovavano con poteri soprannaturali loro malgrado e sfidavano gli dei per cambiare la vita degli uomini. Non le ho detto che il labirinto del Minotauro secondo me ha qualcosa in comune con il labirinto dell’Overlook Hotel di Shining perché non avrebbe capito il riferimento, ma l’ho pensato e mi sono sentita illuminata come se in quel momento si fosse aperto un circuito mentale.

Dovevo uscire con la mia amica ieri sera e invece sono rimasta a casa a far ripetere epica a Lucia. Ma sentivo l’urgenza, proprio ieri sera, di compiere quello sforzo per far capire ai miei ragazzi che ciò che studiano a scuola è una porta aperta sul mondo di oggi e una bussola per capire quello di domani, che conoscere i miti o la deriva dei continenti renderà i film di Percy Jackson o l’Era glaciale ancora più avvincenti, che la cultura è tutta uguale, non c’è quella alta e quella bassa, c’è solo la conoscenza e la fame mai saziata di scoprirla.

– Quindi dici che il successo di saghe e film come quelli dei supereroi derivano dal fatto che si rifanno ai miti del passato? – dice Flavio a tavola.

Certo, perché dobbiamo renderci conto che non ci inventiamo quasi mai nulla di nuovo, ma riscriviamo con nuovi linguaggi sempre la stessa storia. Perché sempre le stesse sono le domande, che si viva in una caverna scaldati dal fuoco o si abbia in mano uno smartphone e si viaggi su un’auto elettrica.

ma poi perché

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Esistono le giornate storte, quelle in cui tutto potrebbe proseguire sereno e magari anche felice e invece una tessera per volta inizia a oscillare, ad appoggiarsi pericolosamente a quella dopo e poi a quella dopo ancora e poi è un unico crollo, un movimento armonico nel suo precipitare. Ci sono quelle giornate in cui raccogli il contrario di quello che hai seminato: non rispetto degli orari e dei patti, distrazione e incuria nel fare i compiti, dimenticanze continue, un po’ di superficialità e sfuggevolezza nei rapporti. E ti chiedi: e che cazzo, ma poi perché?

Ma poi perché devo sentirmi sempre responsabile degli insuccessi e quasi mai dei successi dei figli? Se loro sbagliano un compito quanto meno non li ho seguiti abbastanza nello studio, se prendono un voto bello sono brillanti.

Ma poi perché se li metto in castigo e li mando a dormire quando normalmente non abbiamo ancora iniziato a cenare, loro dormono tutta la notte tranquilli e io, dopo una serata di nervosismo in solitaria, mi sveglio alle 6 del mattino?

Ma poi perché litigo prima di uscire di casa e mentre io cerco di cancellare il cattivo umore per dedicarmi a un lavoro che dovrebbe mettermi di buon umore, l’altra parte del litigio vive sereno e pacifico come se nulla fosse successo?

Ma poi perché c’è chi a domande collettive pensa di dover rispondere in prima persona e altri invece sembrano ricoperti di grasso di foca e si fanno scivolare addosso le cose, si mimetizzano nell’ambiente, si nascondono che neanche da piccoli giocando a nascondino, dimostrando una capacità di evitare gli incarichi degna di una medaglia olimpica?

Oggi è un altro giorno, parto di cattivo umore, così almeno sono già pronta.