avevo tre mesi di tempo

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Avevo tre mesi di tempo, eppure stamattina prima di andare a lavoro ho cercato le cartelle in sgabuzzino e le ho annusate per capire se a giugno le avessi lavate. Non ricordo di averlo fatto e quindi si sono vinte un giro in lavatrice.

Avevo tre mesi di tempo, eppure non so se Diego abbia un grembiule che gli starà per tutto l’anno che ha di fronte. Quello della terza elementare era bello vissuto, da lui e da almeno un paio di altri bambini, tra fratello, cugino e amici di famiglia. Ammetto anche che lo scorso anno aveva il grembiule con un nome ricamato sulla tasca. Non era il suo nome.

Avevo tre mesi di tempo, eppure sabato andrò a comprare penne, colle e quaderni con righe di quarta (ma poi esistono le righe di quarta? Io non riesco mai ad associare la riga alla classe). E quando tornerò a casa molto probabilmente troverò la scorta di copertine arancio per i quadernoni, fogli ruvidi squadrati e matite con mina HB. Tutte cose che avremmo potuto non comprare anche quest’anno. E invece, ne avremo comprato la confezione convenienza, quella più grande.

Avevo tre mesi di tempo, eppure due dei miei figli non hanno ancora tutti i libri. No, non è che non sono arrivati: è che non ho neanche pensato dove ordinarli. Arriveranno per i Santi, probabilmente.

Avevo tre mesi di tempo e sono volati. Lunedì inizia la scuola e noi siamo sistematicamente impreparati.

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io ho l’abbonamento

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– Ehi, è il mio letto, mica un parco giochi! –

Diego nella casa in Corsica dorme da solo nel soggiorno, sul divano. Ha ottenuto il privilegio in una sfida alle terze a pari e dispari con suo fratello e adesso difende lo spazio quando qualcuno di noi ci si siede.

Se a sedersi sono i suoi fratelli o suo papà, il costo è sempre uguale: 5 euro.

– Tu mamma siediti pure, per te è gratis. Hai l’abbonamento –

– E perché mamma ha l’abbonamento e io no? – chiede Flavio.

– Mi dispiace, mi hanno dato un blocchetto da 1. Il prossimo blocchetto mi arriva… (pausa come per controllare lo stato dell’ordine) …tra un anno. –

Lui, ovviamente, ha l’abbonamento sul mio letto.

da che parte stare

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Sto facendo dei pensieri in questi, giorni, settimane, mesi. E non sono pensieri leggeri. La mia vita è felice, incasinata il giusto o leggermente un po’ più del giusto. Le strade di fronte a me e ai miei ragazzi sono aperte, potranno essere quello che vorranno, che sapranno sognare e realizzare. I miei amici e colleghi sono persone con cui condivido progetti, valori, azioni e principi. Va tutto bene.

Ma quando esco dalla mia bolla il mondo intorno è colmo di brutture, di rabbia, di violenza, di ingiustizia. E ogni giorno che passa tutto questo aumenta e diventa normale, accettabile, nella migliore delle ipotesi un effetto collaterale che dobbiamo accettare: per garantirci la “sicurezza”, perché “mica gli altri prima erano tanto meglio”, perché “prima i nostri”.

Sto pensando che mentre la mia vita procede, intorno ci sono vite in pericolo. Quella di Angele e di tutti i ragazzi e le ragazze di colore, magari adottati da famiglie che quando li mandano da soli in pullman o in pizzeria con gli amici sperano che non gli capiti di incontrare qualcuno che si senta in diritto di insultarli e dirgli di tornare “a casa loro”. E si permetteranno di dirlo a loro, non ai miei figli che hanno la pelle del colore “giusto”.

Quella di Manuela che è sposata con una donna e ha la corazza dura e non mi racconta la fatica, le discriminazioni, i giudizi. Ma sono tutte ferite dentro di lei, cicatrici che la segnano.

Quella dei ragazzi che Lucrezia ed Enrica incontrano ogni giorno, arrivati in Italia di nascosto, che vivono in un tempo di attesa, senza diritti, senza prospettiva, senza possibilità di progettare il proprio futuro.

Mentre la mia vita va avanti, c’è un altro pezzo di questo stesso mondo che non ha diritto a una vita dignitosa, che rischia ogni giorno per il solo fatto di essere com’è: nero, omosessuale, povero. E in questo tram su cui sono adesso, potremmo contare quanti pensano che questo sia un effetto collaterale che dobbiamo accettare, una stortura del mondo che non possiamo caricarci addosso. E non ci basterebbero le dita delle mani e dei piedi di molti di noi.

Stiamo scivolando su un piano inclinato, rotolando sempre più giù, accettando il degrado più folle e inumano. Come se fosse normale, accettabile, inevitabile.

Tutto questo mi sta logorando, mi sta consumando dentro. E non posso più incontrare le persone e fare finta di niente: non posso comprare la frutta o il pane da qualcuno che pensa che i porti debbano restare chiusi e le navi delle ong affondate, non posso salutare un vicino di casa che pensa che l’omosessualità sia una malattia, non posso cenare con degli ex colleghi che pensano che sparare a un uomo alle spalle che ha rubato a casa tua sia legittima difesa. Si difende la vita, prima di tutto.

Non posso più, perché l’imparzialità sui valori non può esistere. Perché siamo tutti, per sempre coinvolti e responsabili di ciò che sta accadendo intorno a noi. Perché è il momento di scegliere da che parte stare e ce n’è una che rispetta l’umanità e poi c’è l’altra. Che la maltratta, la violenta, la lascia morire, la uccide.

ps. nella foto, una rosa di Sarajevo

mi chiamo mi fido

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– Buongiorno Diego –

– Buongiorno Mi fido –

Ieri sera mio figlio piccolo, in vista della manifestazione del primo maggio, mi ha fatto promettere che non mi sarei arrabbiata e non avrei urlato contro nessuno. E quando gli ho detto che l’avrei fatto, lui mi ha risposto “mi fido”. E mi ha inchiodato alle mie responsabilità.

Verso i miei figli. Se non si smette mai di fare l’insegnante, anche quando si è fuori dalla scuola, non si smette mai di essere un genitore. Anche quando i figli non ci vedono, quando sono lontani, girati di spalle. Perché quando vi volterete e mi guarderete io devo sapere, in coscienza, che quello che avreste visto poco prima non vi avrebbe convinto di qualcosa di sbagliato, non vi avrebbe fatto vergognare, non vi avrebbe deluso. Non vuol dire che non sbaglio, non mi arrabbio, non urlo e non commetto errori. Vuol dire che, come chiedo a voi, cerco di fare sempre del mio meglio, di non voltarmi di fronte alle ingiustizie, di amare prima di tutto il confronto e la democrazia, di sostenere i miei valori con intensità, costanza e forza. Anche quando sono in minoranza, anche quando non sono di moda. Vuol dire che, come chiedo a voi, mi assumo le responsabilità delle mie azioni e delle mie debolezze e provo a lavorarci.

Buon primo maggio, ragazzi miei, manifestare con voi mi riempie sempre di orgoglio, speranza e gioia.

alla fine il tuo compleanno

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Ho attraversato questa settimana tutta di corsa, senza voltarmi indietro, senza fermarmi ai rifornimenti, senza farmi troppe domande, senza ascoltare troppo le accelerazioni del mio cuore.

Ho attraversato questa settimana come in una bolla, come quando si sta con la testa nell’acqua e i rumori intorno arrivano diversi, più attutiti e moltiplicati. L’ho percorsa così, consapevole che sarebbe finita col tuo compleanno e avrei voluto che fosse una giornata speciale, per te.

Avrei voluto scriverti una lettera, solo per te, per dirti che vederti crescere è un privilegio, che la tua sensibilità è un dono prezioso, la tua empatia mi accompagna in ogni momento, quelli belli e quelli difficili. Avrei voluto preparare tutto alla perfezione, pensarti di più, coccolarti di più, farti sentire tutto il mio amore per te, non solo fartelo intuire.

E tu sei stata felice oggi, anche se la mia lettera per te è rimasta nella mia testa, anche se tutto non era perfetto, anche se tra le cose pratiche da fare ti ho abbracciato poco, non ti ho quasi fotografato. Sei stata felice, libera come tu sai essere.

Sei stata te stessa, con la tua forza sbadata, il tuo istinto, la tua allegria mai scontata, la tua profondità che resta sempre molto intima, che fai scoprire a pochi.

Adesso sei lì che ti rigiri nel letto e non riesci a dormire, troppo agitata per questi 12 anni, con troppe emozioni in questa settimana di morte e di vita. Con tutta la tua energia concentrata nel diventare quella che vuoi diventare.

Buon compleanno amore mio, cuore limpido e sguardo in avanti. Il bello è appena iniziato.

per me il solito

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Siamo esattamente al 50% del fine settimana, che a casa nostra è un modo diverso per dire “tetris”.

Perché in questa 48 ore che spezza la routine, siamo soliti incastrare una miriade di impegni, principalmente dei figli. E visto che abbiamo avuto la sfacciataggine di farne tre, gli incastri sono particolarmente ambiziosi.

Chiunque conosca me e l’altra metà della mela, sa che non facciamo, né abbiamo mai fatto parte della categoria “sportivi”. Eppure gli impegni più frequenti il sabato e la domenica sono quelli agonistici dei ragazzi, tra una gara di marcia e una partita di basket, ovviamente in due posti diversi del Piemonte. E anche se questo vuol dire pranzi trangugiati, nessun pisolino sul divano, due ore al freddo su spalti di cemento o in un palazzetto maleodorante, io continuo a pensare che questo sia un bel modo di passare il mio fine settimana.

Perché il mio posto è sulle gradinate a incitare Luci all’ultimo giro di pista, quando le altre hanno già finito la gara, e vederla avanzare dritta metro dopo metro verso il traguardo. È lì che voglio stare, di fianco alla sua strada, pronta ad accogliere le sue lacrime e il suo sforzo, il suo impegno e la sua perseveranza.

Il mio posto è nel palazzetto del basket, a festeggiare ogni canestro di quei ragazzi che sono la squadra di mio figlio, a osservare ogni passaggio di Jacopo, a intercettare i suoi sguardi prima che si arrabbi con l’arbitro.

Il mio posto è su una panchina della piscina, a guardare i progressi in corsia di Diego o in una palestra di scuola a riprendere col telefonino il suo esordio in un’amichevole di un gioco che un giorno diventerà il basket, ma oggi è un mix tra bowling e rugby.

Il mio posto è lì, dove loro si impegnano, dove crescono con gli altri, dove imparano a sfidare i loro limiti, dove sentono la soddisfazione e la delusione, la gioia e la fatica. Dove si impegnano in un gioco serio, come sono tutti i giochi degni di essere giocati.

Cosa prendo per il prossimo fine settimana? Per me il solito, grazie. Un bel po’ di sport, con i miei ragazzi.

dimmi come giochi (e ti dirò se sei una mamma)

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Natale vuol dire giochi da tavolo, sfide familiari in cui bisogna darsi un limite temporale per finire la partita, alleanze tra fratelli e strategie a volte fallimentari.

Tradizionalmente chi perdeva era Lucia, troppo creativa e mutevole nel suo giocare per puntare alla vittoria. Nella partita a TorinoXXL (un gioco tipo Monopoli ambientato a Torino) questo pomeriggio invece le cose sono andate diversamente e l’accoppiata dei figli maschi è naufragata nei debiti, a causa della sfortuna e delle politiche espansionistiche azzardate del grande, accolte con fiducia cieca dal piccolo.

E di fronte alla disfatta dei figli, ci sono due possibili reazioni, quella della mamma e quella del papà. Io festeggiavo segretamente ogni volta che passavo sopra una loro proprietà perché i miei 20 sold cercavano di risanare un po’ il loro buco di bilancio. Flavio sottolineava ogni passaggio dei figli sulle sue strade con un celebrativo “tintintin”, suono delle monetine che andavano ad aumentare il suo gruzzolo. Io mi rattristavo e lui andava avanti imperterrito nella partita, dimenticando che il sangue del suo sangue stava subendo una débâcle clamorosa.

Io avrei barato per farli “non perdere” (perché chi stava vincendo era l’altra figlia), Flavio seguiva scrupolosamente il libretto di istruzioni, forse in caso di irregolarità avrebbe fatto ricorso al tar.

A Natale siamo tutti più buoni: voglio pensare che sia per usare il valore educativo della sconfitta. Speruma bin.