mi chiamo mi fido

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– Buongiorno Diego –

– Buongiorno Mi fido –

Ieri sera mio figlio piccolo, in vista della manifestazione del primo maggio, mi ha fatto promettere che non mi sarei arrabbiata e non avrei urlato contro nessuno. E quando gli ho detto che l’avrei fatto, lui mi ha risposto “mi fido”. E mi ha inchiodato alle mie responsabilità.

Verso i miei figli. Se non si smette mai di fare l’insegnante, anche quando si è fuori dalla scuola, non si smette mai di essere un genitore. Anche quando i figli non ci vedono, quando sono lontani, girati di spalle. Perché quando vi volterete e mi guarderete io devo sapere, in coscienza, che quello che avreste visto poco prima non vi avrebbe convinto di qualcosa di sbagliato, non vi avrebbe fatto vergognare, non vi avrebbe deluso. Non vuol dire che non sbaglio, non mi arrabbio, non urlo e non commetto errori. Vuol dire che, come chiedo a voi, cerco di fare sempre del mio meglio, di non voltarmi di fronte alle ingiustizie, di amare prima di tutto il confronto e la democrazia, di sostenere i miei valori con intensità, costanza e forza. Anche quando sono in minoranza, anche quando non sono di moda. Vuol dire che, come chiedo a voi, mi assumo le responsabilità delle mie azioni e delle mie debolezze e provo a lavorarci.

Buon primo maggio, ragazzi miei, manifestare con voi mi riempie sempre di orgoglio, speranza e gioia.

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siam tutti qui sull’autobus

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– Scusi, lei è la mamma di Jacopo? –

– Si –

– E anche di Diego? Io li conosco perché gioco a basket –

– Sono anche la mamma di Lucia, ma lei non gioca s basket e quindi non la conosci… –

– No, lei non la conosco –

Chi mi identifica come madre dei miei figli maschi è un bambino di quinta elementare, piccoletto, col cappellino verde come tutti gli altri compagni con cui sta andando a fare un’attività al Sermig, per scoprire che nel mondo non nasciamo tutti uguali. Mi parla di basket, dell’allenatrice e poi mi presenta un suo compagno che sta proprio lì di fianco.

– Lui è arrivato lo scorso anno da noi, prima viveva in Brasile –

– A San Paolo – mi dice il compagno

– Poi è andato in Germania –

– No, in Giappone, perché io sono anche un po’ giapponese –

– Lui vorrebbe andare in Giappone – dice il baskettaro indicando un biondino, riccioli nascosti dal cappellino verde girato al contrario, apparecchio in bocca.

– Si, io vorrei andare in Giappone – conferma togliendosi l’apparecchio per parlare.

– Rimettiti l’apparecchio che se il tram frena e ti cade si rompe e sono sicura che i tuoi genitori non sarebbero felici – gli consiglio pensando a mia figlia un anno fa con l’apparecchio in mano su un tram strapieno.

Il viaggio prosegue, chiacchierando di come vengono a scuola, se a piedi o in macchina, di maestri samurai, di quale moneta si usi in Giappone, di lingue da imparare, di consigli della maestra. Quando mi guardo intorno vedo una signora elegante e truccata che tira su un bambino per aiutarlo a sedersi su un posto alto per lui, un uomo di 50 anni che ascolta le nostre chiacchiere e sorride, una ragazza che protegge dalle cadute le bambine che chiacchierano e giocano a stare in equilibrio.

Non sono più sul 4, sono sull’autobus di Bertoli, quello in cui la voglia di parlare diventa contagio, le voci dei bambini sono una musica, i loro pensieri detti ad alta voce sono aria fresca. “È nuovo in questo giorno l’autobus del mattino”.

non sarò mai sazia

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Ieri abbiamo spostato libri, buttato fiocchetti usati, pigne impolverate, carte che una volta avevan fatto parte di un mazzo tutto intero. Abbiamo sfogliato agende, riguardato fotografie sgualcite, letto diplomi, attestati e verbali di consigli d’istituto degli anni 80.

Abbiamo ritrovato bambole e biglietti di auguri, un compasso vecchio, occhiali rotondi, un tostapane con ancora la scatola e ho provato un cappotto bellissimo che metterò il prossimo inverno. Abbiamo svuotato bottiglie di liquori e grappa a metà e tenuto molti libri, senza ancora sapere dove finiranno.

Abbiamo iniziato a svuotare la casa dei miei nonni, togliendo da quei mobili tracce di vita e di passato. Abbiamo ritrovato cose che non ricordavamo più, che nonna aveva conservato, come la mia bomboniera della comunione o i biglietti dei confetti di parenti lontani. Abbiamo letto gli appunti di viaggio di nonno quando andava a Sanremo e i suoi scambi con il preside dell’Avogadro, quando era in consiglio di istituto come genitore.

Sono rientrata lì dentro dopo un mese e mezzo, quando ho salutato nonna per l’ultima volta, le ho messo il rossetto sulle labbra e dei fiori raccolti per strada tra le mani. Sono rientrata lì dentro e sono tornata indietro di 18 anni, quando con nonno avevamo dovuto trovare un modo nuovo di comunicare perché lui le parole non le sapeva più trovare.

Non è stato doloroso, è stato necessario, è stato un tempo solo mio, in cui ritrovare le parole di mio nonno fissate sulla carta, incredibilmente precise e “giuste” per uno che ha preso la licenza media quando era già in pensione. Ho ritrovato le gonne di nonna, appese al filo teso dentro l’armadio, i suoi cappotti e le sue camicette, le sue pentole di rame e i suoi piatti azzurri.

Ho nascosto una lettera, senza chiedere se potevo prenderla, senza sapere se ad altri interessasse averla. Perché ho bisogno di qualcosa di concreto, da tenere in mano, in cui nonno ci sia ancora, in cui la sua intelligenza e il suo acume riescano ancora ad illuminarmi. Prenderò una coperta la prossima volta che torno, perché l’abbraccio di nonna e la sua capacità di accogliere resti nella mia casa.

Non prenderò mai abbastanza da quella casa, non smetterò mai di pensare che nonno è andato via troppo in fretta e non l’abbiamo visto invecchiare, non mi passerà mai dalla mente la luce che illuminava gli occhi di nonna quando guardava i miei figli.

Non sarò mai sazia dei ricordi. Anche quando in quella casa vivrà qualcun’altro.

allenatori alla vita

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“Lucia oggi è stata molto brava. Ha tenuto il suo ritmo e alla fine ha accelerato. Complimenti!”

Ci sono allenatori che ti stimolano a migliorare, aiutandoti a riconoscere le tue capacità, il valore del tuo sforzo, la tua progressione e il tuo percorso. E ci sono allenatori che ti umiliano, che non “sprecano tempo” con te, che in gara evidenziano quello che non hai saputo fare (“non la farai mai la ruota sulla trave”) anziché sottolineare il coraggio che hai messo nel provarci, anche se era possibile che tu non ce la facessi.

Ci sono allenatori che in gara non si fermano al risultato del singolo, ma costruiscono la squadra, mettono insieme i ragazzi anche in un sport individuale. E poi ci sono gli allenatori a cui il tuo risultato non basta mai, che alimentano la competizione tra compagni di squadra, senza un minimo di rispetto per l’impegno di ciascuno.

Ci sono allenatori che educano e accompagnano nella crescita gli atleti, che li spingono alla responsabilità e all’autonomia, che li vedono come persone sfaccettate. E poi ci sono allenatori per cui ogni agonista è solo una pedina in più per dimostrare il proprio valore, che li tengono legati a sé attraverso i ricatti e i sensi di colpa, che li lasciano indietro non appena i ragazzi contestano qualcosa.

Dopo anni di agonismo nella ginnastica artistica, Lucia è passata all’atletica e finalmente ha trovato un allenatore del primo tipo. Stiamo curando le ferite lasciate da chi c’è stato prima, da chi umiliava anziché educare. Ma non siamo soli a farlo. Dalla sua parte, Luci ha i suoi allenatori di atletica e la strada fatta insieme è sempre più ricca.

per me il solito

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Siamo esattamente al 50% del fine settimana, che a casa nostra è un modo diverso per dire “tetris”.

Perché in questa 48 ore che spezza la routine, siamo soliti incastrare una miriade di impegni, principalmente dei figli. E visto che abbiamo avuto la sfacciataggine di farne tre, gli incastri sono particolarmente ambiziosi.

Chiunque conosca me e l’altra metà della mela, sa che non facciamo, né abbiamo mai fatto parte della categoria “sportivi”. Eppure gli impegni più frequenti il sabato e la domenica sono quelli agonistici dei ragazzi, tra una gara di marcia e una partita di basket, ovviamente in due posti diversi del Piemonte. E anche se questo vuol dire pranzi trangugiati, nessun pisolino sul divano, due ore al freddo su spalti di cemento o in un palazzetto maleodorante, io continuo a pensare che questo sia un bel modo di passare il mio fine settimana.

Perché il mio posto è sulle gradinate a incitare Luci all’ultimo giro di pista, quando le altre hanno già finito la gara, e vederla avanzare dritta metro dopo metro verso il traguardo. È lì che voglio stare, di fianco alla sua strada, pronta ad accogliere le sue lacrime e il suo sforzo, il suo impegno e la sua perseveranza.

Il mio posto è nel palazzetto del basket, a festeggiare ogni canestro di quei ragazzi che sono la squadra di mio figlio, a osservare ogni passaggio di Jacopo, a intercettare i suoi sguardi prima che si arrabbi con l’arbitro.

Il mio posto è su una panchina della piscina, a guardare i progressi in corsia di Diego o in una palestra di scuola a riprendere col telefonino il suo esordio in un’amichevole di un gioco che un giorno diventerà il basket, ma oggi è un mix tra bowling e rugby.

Il mio posto è lì, dove loro si impegnano, dove crescono con gli altri, dove imparano a sfidare i loro limiti, dove sentono la soddisfazione e la delusione, la gioia e la fatica. Dove si impegnano in un gioco serio, come sono tutti i giochi degni di essere giocati.

Cosa prendo per il prossimo fine settimana? Per me il solito, grazie. Un bel po’ di sport, con i miei ragazzi.

è un problema di asticella

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Era da tempo che avevo la percezione di sbagliare qualcosa. Di essere in qualche modo inadeguata al mondo, inadatta. A volte eccessiva, a volte mancante. In una parola: sbagliata, non conforme.

Non conforme all’idea che la partecipazione può essere alternata: quando posso ci sono, quando non posso arrivederci e grazie. Invece io non riesco a tirarmi indietro e incastro date e appuntamenti per mantenere gli impegni che mi sono presa, per esserci davvero con il corpo e col pensiero nei ruoli che ho deciso di assumermi, che significhi tagliare le fette di panettone e distribuirle alla fine di un concerto della scuola elementare o scrivere la lettera al sindaco a nome dei genitori, che sia piantare alberi in un’area di recupero urbano o spostare macerie e immondizia nel parco stesso tutti i lunedì, quelli di sole e quelli di vento. E insegno la stessa cosa ai miei figli che si mettono l’uniforme scout in uno spogliatoio di atletica per passare dall’allenamento all’attività, che indossano la divisa del basket appena usciti dal sacco a pelo in uscita scout per andare al loro primo torneo, che fino alle 21,30 consultano il catalogo on line di Bricoman per le costruzioni da fare in sede scout, dopo i compiti e l’allenamento.

Non conforme alla convinzione che le regole siano degli ottimi paraventi per non affrontare la realtà e le criticità che ci si presentano, degli alibi alle nostre mancanze e fragilità. Perché la legalità è uno strumento, ma l’obiettivo a cui restare fedeli senza sconti è la giustizia. E allora se il nome ufficiale della scuola non restituisce l’identità completa di chi ci vive dentro, cerco un modo per rappresentare entrambe le identità e non mi nascondo dietro l’ufficialità (discutibile) di una locandina. Perché ci sono le regole ufficiali e poi c’è il sentire reale, quel disagio o piacere che si sente sotto pelle e che lavora dentro di noi nel sentirci parte o meno di una comunità. Ignorarlo, barricandosi dietro alla norma, è inutile e alla lunga dannoso.

 Non conforme all’idea che l’amore sia giustificare sempre ogni errore dei nostri figli, fare al posto loro, eliminare dal percorso ogni ostacolo. E invece l’amore (e l’educazione, che senza amore non c’è) è stare lì, esserci. Ragionare insieme, gioire dei talenti e lavorare sulle difficoltà, amare i successi come le cadute, incoraggiare e fornire uno specchio che restituisca un’immagine veritiera della realtà, non deformata. È studiare insieme epica anche quando si doveva uscire, perché quella è la sera in cui si può imparare veramente qualcosa (e non parlo di miti e di eroi), è ribadire che i voti non sono il centro della questione, ma sono importanti perché fanno capire a che punto si è della propria competenza, è ragionare sull’ultima partita persa, sul disagio in classe e spronare a trovare insieme agli altri una strada possibile, per assumersi le proprie responsabilità e vedere riconosciuti i propri diritti.

Sono non conforme perché la mia asticella è posta troppo in alto, sempre qualche centimetro più su dell’obiettivo da raggiungere. Devo sempre sollevare lo sguardo per vederla, devo sempre sforzarmi per raggiungerla. Non basta quello che so fare, devo sempre imparare qualcosa di nuovo per superarla. E spostarla poi ancora più in alto.

amore di mamma

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Diego sta studiando la preistoria: big bang, pangea, era arcaica, meteoriti, piogge interminabili lo affascinano e fanno nascere in lui nuove domande. Soprattutto sente il bisogno di padroneggiare l’idea del tempo, così lontano da risultare irreale, così esteso che la sua (e anche mia) immaginazione non riesce ad abbracciarlo tutto.

Questo fine settimana deve studiare i dinosauri, carnivori ed erbivori, grandi e piccoli. Legge ad alta voce la pagina del libro, mentre io cucino.

– “Iguanodonte. Fu uno dei primi dinosauri a essere scoperti, i primi ritrovamenti risalgono al …” Mamma, tu quando sei nata? –

– Nel 1975 –

– Allora eri già nata! –

– No Diego, sono vecchia, ma non così tanto –

– Ma non quando esisteva l’iguanodonte, quando l’hanno ritrovato “i primi ritrovamenti risalgono al 1822” –

Il bambino è confuso sulle date, meglio insistere per fargli capire il concetto di linea del tempo.