continua a farmi innamorare 

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Di te amo la sensibilità, quelle antenne che ti fanno cogliere ciò che accade intorno, che ti rendono così capace di essere emotivamente coinvolto nella vita degli altri.

Amo l’affidabilità, il valore che dai al “meritare fiducia”, il fastidio e disagio che provi quando vieni meno a un impegno che ti sei preso.

Amo la passione per le storie da leggere e quelle da raccontare, per le parole e la lingua, strumenti che ti permettono di condividere il mondo sfaccettato che hai dentro.

Amo lo spirito critico, l’istinto naturale a non accettare regole imposte dall’alto, ma solo quelle che sono entrate dentro di te e che hai condiviso e scelto intimamente.

Amo la sete di giustizia, il bisogno continuo di correttezza che ti fa infiammare, che ti indigna quando non lo vedi in ciò che ti circonda.

Amo te. Quando mi racconti le tue delusioni andando a dormire, quando ti vedo in un cerchio in mezzo ad amici conosciuti da due giorni, quando in macchina scorgo i tuoi occhi lucidi mentre ti aggiorno su come sta una persona che per te conta molto. Quando abbracci nonna Bruna e la guardi negli occhi, mentre lei si perde nel tuo abbraccio, si scioglie nei tuoi occhi in cui vede il passato e il futuro. È questo ciò di cui sei fatto: un passato più lungo dei tuoi 13 anni compiuti oggi, un futuro che spetta a te costruire, con la sensibilità, l’affidabilità, la passione, l’indipendenza e la correttezza che ti rendono meraviglioso come sei. 

Auguri Jacopo, continua a farmi innamorare ogni giorno.

a Rimini ho visto 

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A Rimini ho visto centinaia di biciclette sfrecciare tra la folla, nel sotto passaggio verso il mare, aspettare fiduciose i padroni davanti a un bar senza essere legate.

A Rimini ho visto due gemelle coi capelli rossi, nate da madre riminese e padre torinese ed è stato bello conoscerle, incontrare questa famiglia (rigorosamente in bici), sentire sempre forte il legame  con le sorelle e i fratelli scout.

A Rimini ho visto insegnanti studiare una didattica nuova per avvicinare i ragazzi alla lettura, vivere l’autonomia scolastica con quella leggerezza e responsabilità che rende l’aula una cosa (e una casa) meravigliosa e non un posto privo di controllo e abbandonato.

A Rimini ho parlato con ragazzi che leggono 150 libri all’anno e quindi ne sanno molto più di me e mi hanno insegnato molte cose, alcune fondamentali, come sapere cos’è una ship (no, non è solo una barca). 

A Rimini ho detto ad alcuni ragazzi dove mettere il portafoglio per non perderlo, ho insegnato a lavare i finocchi, ho imprestato asciugamani per la spiaggia, ho dato orari di rientro. 

A Rimini ho lavorato con persone che diventano ogni giorno un po’ più amici, oltre che colleghi, ho conosciuto donne con cui sentì quell’affinità elettiva che te le fa abbracciare forte quando ti saluti al binario di un treno.

A Rimini ho visto ragazzi allegri, impegnati, responsabili, protagonisti, efficienti, frizzanti e cazzari. Ho visto ragazzi amati e pensati, di quell’amore e quei pensieri che ti liberano dentro e ti danno fiducia nel mondo e nei tuoi talenti. 

A Rimini ho ballato con i ragazzi perché un amico ha detto che gli adulti di solito camminano davanti a loro, come per dire “seguimi”, oppure un po’ indietro, come per dire “controllo i tuoi passi”. E invece ieri sera camminavamo insieme, occupando lo stesso marciapiede.

A Rimini ho attraversato una ronda di Forza Nuova e non so dire se avevo più i brividi o la rabbia che mi saliva da dentro e rischiava di diventare parola. Sono rimasta di sasso di fronte a due 16enni che mi hanno chiesto cosa fossero il fascismo e il nazismo e mi sono chiesta come sia possibile che mio nonno mi raccontasse la storia dei fratelli Cervi e della loro mamma che ogni sera apparecchiava il tavolo anche per loro e questi ragazzi non sappiano da quale barbarie è nata la nostra Repubblica. 

A Rimini mi sono sentita a casa e ho pensato tanto alla mia casa, che mi porto sempre dentro, di cui parlo in continuazione, che mi permette di volare.

culodritto

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Sto preparando l’ennesima borsa per un viaggio dei miei figli. Questa volta è piccolissima, con dentro solo poche cose: magliette, costume, biancheria. Il resto del viaggio, Lucia, lo passerai in tuta o più probabilmente in body e scalza.

Buon viaggio amore mio. Porta con te tutta la tua leggerezza per volare tra le parallele e saltare oltre gli errori. Porta le tue battute sempre spiazzanti e ironiche per superare la paura di questa cosa nuova e l’imbarazzo di non sapere se sei in grado di farla.
Porta il tuo stupore e la tua intelligenza che ti permette di interpretare le situazioni senza bisogno di parole, dette da te o da altri. Porta il tuo senso pratico e la tua autonomia, la tua capacità di cavartela sempre, di tornare in piedi dopo una caduta, di camminare anche se hai preso una storta alla caviglia.

E porta anche le lacrime, quelle che a volte escono esagerate e inattese. Usale se ne hai bisogno per far scendere la temperatura interna, se hai dei rospi da buttar fuori che ti saltano nello stomaco. Dopo, i tuoi occhi saranno più puliti e vedrai meglio il sole.

Un paio di anni fa, per il tuo compleanno, ti ho comprato un libro che non ti ho mai dato. Non è una storia, è una canzone di un padre alla propria figlia. È la trasposizione in parole di quell’emozione che noi genitori proviamo di fronte a voi ragazzi: quel misto di paura e onore, quell’idea che siete molto più dei nostri errori, di quello che vi abbiamo dato, di quello che avremmo osato sperare, di quello che pensavamo di meritare. Vola Culodritto, dove nessuno di noi ha mai volato, sicura e forte nella consapevolezza di quella che sei. Io sto a casa, a terra, e ti guardo librarti, ti guardo crescere e scoprire il mondo. Ti guardo e preparo il nido, per quando tornerai a riposarti.

Buon viaggio amore mio. Sono orgogliosa di essere la tua mamma.

ti aggiorno

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Ciao nonno,
oggi 16 anni fa correvo in ospedale per darti ancora un bacio. E tu mi accarezzavi la guancia, col dorso della mano, in quel modo ruvido e intimo che usavi tu con me. Io ho la certezza, e nessuno me la può togliere, che in quel momento eri completamente lucido e consapevole che mi stavi salutando. Che da quel momento non ci saremmo più toccati, ma solo parlati.

16 anni sono tanti e allora ti aggiorno un po’ su come è andato avanti il mio e il nostro mondo nel frattempo. Sono nati 8 bambini nella nostra famiglia e oggi avresti 8 tra nipoti e pronipoti nuovi: tutti loro ti conoscono, parlano di te come se ti avessero incontrato, perché non hai mai smesso di essere nelle nostre vite, nei nostri racconti. Diego viene a raccogliere fiori con me nei parchi per portarteli, Jacopo si rompe le unghie delle mani come facevi tu, Lucia ti ricorderebbe tanto me da piccola coi suoi musi lunghi.
Ci sono stati 2 matrimoni, quello di zio e Simona e il mio con Flavio. Mi sei mancato incredibilmente, ma l’idea che tu l’abbia conosciuto comunque, mio marito, mi conforta un po’. So che ti sarebbe piaciuto, so che mi vedi felice e sei felice per me.
La tua casa è sempre la stessa, con gli stessi mobili in cucina, una poltrona spostata dal salotto al soggiorno, la stessa tovaglia ricamata da nonna sul tavolo. Le tue foto sono ovunque, da solo, con nonna, di fianco a quella di Cino. La tua Bruna ha imparato ad andare ai giardini senza di te, a tenersi compagnia da sola, continuando a parlarti, ad accettare di invecchiare. Adesso è lì, rugosa come tu non hai avuto il tempo di diventare, sempre mite e forte, generosa nel suo affetto, solida e stabile come l’hai scelta tu, per quella sua capacità di essere la casa in cui potevi tornare.
La piccola Dori ha spalle sempre più grosse e resistenti, porta avanti con la tua stessa caparbietà la vita sua e di chi le gravita intorno, con l’abnegazione che le hai insegnato, con rigore e senza presentare mai il conto a nessuno. Credo che non cambierà mai e credo che proprio questo me la fa amare così tanto.
Adri ha sempre la barba, più corta di quando era un ragazzo coi jeans stropicciati e mille amiche che frequentavano casa vostra. Si occupa di lavoro anche lui, di persone, di relazioni. Non ha più i jeans stropicciati, ha la giacca e la cravatta e sono convinta che dentro di sé conduca trattative continue con te quando deve prendere una decisione.
Il mondo va storto e tante volte ho pensato che ti saresti arrabbiato moltissimo. Io a volte commento ad alta voce le notizie del tg, lanciando improperi contro il politico di turno e risento i tuoi improperi, rivedo la tua rabbia e delusione. Ci sono state nuove persone che hanno parlato di te, hanno usato le tue parole per lasciare ad altri, che non ti avevano conosciuto un messaggio: di speranza e ottimismo, di capacità di scegliere, di senso civico.
Credo di assomigliarti, in molte cose: nella rigidità, nel rigore, negli arrovellamenti interiori, nell’essere un po’ permalosa, nella sobrietà, nell’ironia e autoironia, nella capacità di lavorare e andare avanti a testa bassa. Credo che vorrei assomigliarti sempre di più. Credo che, come dice una canzone di Gino Paoli, se il mondo fosse più simile a te, ci starei meglio.

Ho ancora bisogno di te, ogni giorno. Ho il tuo colbacco, il tuo orologio e un pezzetto originale del tuo cinturino. Ho le tue mani nelle mie ancora, ho il segno della tua ultima carezza sulla mia guancia destra.

le cose che mi piacciono 

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Mi piace vedere i miei figli stanchi e un po’ scalcagnati dopo una giornata intensa di sport o di attività scout. Mi piace guardare le loro unghie sporche e i gomiti sbucciati per avere toccato la terra, corso e lottato per una palla fino a strisciare sul parquet. Mi piace vedere i lividi da trave sulle anche di Lucia e le guance colorite dopo una giornata in caccia.

Mi piace salutarli nel letto stanchi la domenica sera, svuotati di energie e colmi di possibilità vissute. Mi piace vederli coi loro amici, ascoltarli parlare sui sedili posteriori, vederli che si scattano selfie improbabili, sentirmi salutare con un ciao dai loro compagni di squadra o di classe e vedere altri genitori che si occupano di loro, controllano la strada mentre attraversano o gli sistemano il cappuccio della felpa.

Mi piace stare dove stanno loro, i miei ragazzi. Mi piace riallacciare le nostre vite il sabato e la domenica, accompagnarli in uscita, alle gare, alle feste. Mi piace tornare stanca a casa la domenica e pensare che questa fatica costante, questo impegno continuo nell’educarli e dargli stimoli e possibilità è come vivere in lavatrice, ma dà i suoi frutti. 

Li vedo nei loro occhi, li sento nei loro abbracci, li ascolto nei movimenti dei loro corpi. 

la scommessa più grande

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Il venerdì si è chiuso con una riunione della scuola media, in cui i professori hanno richiamato noi genitori alla responsabilità di educare questi ragazzi, che sono nel pieno delle loro fragilità, nel pieno di cambiamenti emotivi, intellettivi, fisici (“mio figlio ha preso 23 cm in un anno” mi dice una mamma e io penso a come si deve sentire questo 13enne in un corpo che si modifica in modo così importante in così poco tempo, se si riconosce ancora, se si piace o no, se sa cosa farsene di quei piedi enormi, di quelle gambe lunghe ma ancora troppo magre).

Il sabato si è chiuso con chiacchiere nel letto con il 13enne, che ci ha consegnato il cellulare perché, come suggerito nella riunione di cui sopra, controllassimo le sue chat. Cosa abbiamo trovato? Chiacchiere inutili tra adolescenti, non più di quelle che ritrovo in alcune mie chat, con la mia amica o nel gruppo di basket o di ginnastica; qualche richiesta di dire una bugia, qualche offerta rifiutata. Fondamentalmente abbiamo trovato quello che già sapevamo e la lettura non ha offeso nessuno: non ne sentivamo il bisogno e non credo che lo faremo di nuovo a breve. Ma è stata l’occasione per ribadire che noi genitori, su di lui, come sui suoi fratelli, facciamo una scommessa: che quello che diciamo e gli mostriamo con la testimonianza serva a dargli una mappa di come muoversi nel mondo. Ed è una scommessa, non possiamo avere la certezza che tutto andrà bene, che i consigli saranno giusti e che lui li seguirà. Ma non c’è alternativa: l’educazione è fiducia e speranza, non controllo e paura.

La domenica è iniziata all’alba, per altro col cambio dell’ora per facilitare il tutto. E la mattina è passata tra una gara di artistica e una gara di corsa, vissute a distanza, ma fortemente partecipate. E penso che questa fosse la giusta conclusione di questa tre giorni. Penso che sentire il proprio corpo che si muove nello spazio, che fatica, suda, parla con la testa per chiedere di rallentare il ritmo di corsa, di stringere più forte la parallela tra le mani per evitare di scivolare sia qualcosa di fortemente educativo e sano, per una ragazza di 10 anni e per una donna di 41. Perché se questo corpo lo conosciamo, lo usiamo, lo ascoltiamo ogni giorno, fin da quando siamo piccole probabilmente avremo maggior rispetto di lui. Non lo metteremo su social e chat con leggerezza, lo condivideremo per amore e non solo per crescere in fretta, per stare al passo con gli altri. Se questo corpo diventa parte di noi, di quello che siamo impareremo a prendercene cura, ad amarne i pregi e i difetti, ad accettarlo e a valorizzarlo, a vederlo come una parte del tutto, importante quanto il resto, funzionale a esprimere noi stesse.

Ci vuole impegno, costanza e una buona dose di fiducia e speranza per educare. Ci vuole tempo e intenzionalità, in ogni momento, senza pause e black out, perché la posta in gioco è enorme, la scommessa è la più grande che potremo mai fare.

nostro meglio (va più in su, più in là)

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– Ci sono le difficoltà, ma ci sono anche le eccellenze e una scuola è veramente democratica se fornisce strumenti di crescita e formazione sia alle une che alle altre –

L’ha detto una maestra di prima elementare, di fronte ai genitori di 25 bambini di vario genere: ci sono quelli che piangono quando entrano a scuola, quelli che passano l’intervallo a menarsi tipo lottatori di wrestling, quelli che non raccontano niente a casa, quelli che non finiscono in tempo i lavori in classe e quelli che sanno leggere in stampatello minuscolo. Se come genitori proviamo a essere onesti con noi stessi e a osservare i nostri figli togliendoci tutte le lenti deformanti (per troppo amore o troppe aspettative) sappiamo con un’approssimazione abbastanza bassa dove si collocano i pargoli nella linea che collega le difficoltà e le eccellenze. Ma forse non è questo il punto e non era questo ciò su cui la maestra voleva risvegliare la nostra attenzione.

Il punto sta lì, tutto nel motto “nostro meglio” che mia figlia ripete agli scout e che i miei genitori mi hanno incastrato nella coscienza, in una posizione mai completamente comoda, così da non dimenticarlo. La questione non è il punto di arrivo e ancor meno quello di partenza, che è qualcosa di cui nessuno è responsabile, nel bene e nel male. La questione è il percorso, il cammino necessario per andare avanti e il modo di farla quella strada. Nessun talento ci porterà a destinazione e nessuna disabilità o difficoltà ci costringerà a stare fermi al punto di partenza. E allora cosa c’è in mezzo, tra il punto A e il punto di arrivo, diverso per tutti? C’è “il nostro meglio”, l’impegno, la costanza, la disciplina necessaria a esercitarsi, provare, sfidare i propri limiti, conoscere le proprie difficoltà e affinare i propri talenti. C’è il non accontentarsi del minimo indispensabile o di quello che ci viene facile e riteniamo sufficiente, ma impegnarsi a mettere a frutto ciò che siamo.

Ieri mio figlio grande ha preso un bel voto di geografia, ma le cartine e gli schemi del quaderno non era curate come la sua preparazione orale e giustamente la professoressa glielo ha fatto notare nel dargli il voto. Perché del proprio meglio bisogna farlo sempre, senza mettere un tetto alle proprie possibilità di miglioramento, al proprio impegno. Soprattutto a 13 anni, età di grandi sogni, di voli da gabbiani, non balzi da gallina che resta sempre nell’aia.