figli grandi

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Figli grandi, problemi grandi. Si dice.

Ma avere dei figli grandi in vacanza vuol dire non portarsi al mare 253 giochini da spiaggia che poi si riempiono di sabbia e non sai se è preferibile portarli sgocciolanti a casa o trasformare una formina macchinina nei gormiti della terra.

Vuol dire poter nuotare al largo da sola o anche in compagnia, ma senza aver qualcuno che ti si aggrappa alle spalle scottate per tenersi a galla dimenticandosi che anche tu nel tuo metro e sessantacinque scarso non puoi toccare, a 300 metri dalla riva.

Vuol dire non portarsi mutande di ricambio e poi cercare di infilarle senza farle sfiorare due zampette sporche di alghe e sabbia. Ultimo bagno, doccia fredda et voilà, si va via con l’asciugamano avvolto in testa per ripararsi dal sole.

Vuol dire poter fare viaggi in macchina senza prevedere soste ogni 2 ore, senza sentire sempre la stessa canzone dello zecchino d’oro (che io odio con tutta me stessa, da sempre, anche da quando ero dell’età da zecchino d’oro), senza dover portare mille intrattenimenti, senza viaggiare col gomito slogato per dare la mano a qualcuno nel sedile dietro. Ognuno ha la propria musica nelle cuffie e, se decidiamo di ascoltare qualcosa insieme, mettiamo gli Statuto.

Certo, ci sono i compiti che non volete fare, le risposte taglienti, le discussioni per chi di voi ieri ha steso un costume in più o in meno, c’è l’eritema che non passa perché tre giorni fa qualcuno diceva “a me la crema non serve più”.

E poi ci sono le vostre schiene abbronzate che contrastano con le lenzuola bianche, le immersioni in mare aperto a prendere le alghe sulle pietre, i tuffi dalle spalle. E io quest’anno sono quella che si tuffa (o almeno ci provo).

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avrei potuto

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Avrei potuto fotografarti con lo zaino pieno fino a scoppiare, il guidone in mano, la schiena un po’ curva. Ma in quell’inquadratura non ci sarebbe stata la tua determinazione a proseguire quella strada anche se partite in 2 anziché in 5. Non ci sarebbe stata la tua emozione perché anche quest’anno la tua capo reparto vivrà il campo con voi, testimone in carne e ossa di quell’articolo della legge scout che sembra da stupidi e invece è il centro di tutto, l’inizio e la fine: sorridono e cantano anche nelle difficoltà.

Avrei potuto scattare un’immagine di te, con quei pantaloncini che in pochi mesi sono diventati corti e stretti, del tuo sorriso aperto e dei tuoi occhi brillanti sotto la visiera del cappellino verde. Ma quell’immagine non mi avrebbe dato la tua voce allegra e decisa, il tuo impegno nel cercare le tracce degli animali per la tua specialità, le tue relazioni così spontanee e profonde.

Avrei potuto immortalarti coi tuoi occhiali da sole con la bandiera americana e lo zaino portato fino alla partenza del pullman. Ma quella foto, divertente non c’è dubbio, non avrebbe potuto contenere il tuo entusiasmo, la tua ironia, la tua fiducia nel mondo, la tua sete di vita e di esperienze da fare con gli altri.

Avrei potuto tenermi delle immagini di voi, io che non so mai resistere a fermare gli attimi. Ma voi non ci state lì dentro, uscite fuori strabordanti, come la pasta della pizza che lievita in un contenitore troppo piccolo. Non c’è recipiente che possa contenere la vostra vita e questo è il bello della vostra età, ragazzi miei. Buona nuotata, buona caccia e buon sentiero.

le parole che ho da darti

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Ci ho messo un po’ di giorni a scrivere per il tuo compleanno, perché la mia testa è troppo piena e c’è poco spazio per i pensieri, indispensabili per far nascere le parole.

Sono proprio queste il regalo più grande che ti ho fatto, le parole. Da leggere e da scrivere, da ascoltare e da pronunciare. L’amore per le parole che danno vita alle cose, che rendono reali e concrete le emozioni, che mettono in relazione mondi e persone.

Saranno state le ore passate insieme a Pietra Ligure, in cui cantavo e parlavo con te in braccio davanti all’incubatrice. Saranno state le lettere che ho iniziato da subito a scriverti, per dirti le mie paure, ma anche la mia fiducia sconfinata che ne saremmo usciti insieme, che se le cose non vanno da subito per il verso giusto la tua caparbietà e il tuo lavoro instancabile le sapranno riportare sulla via che hai deciso. La consapevolezza che la forza non è rigidità, ma rigore.

E adesso sei qui, coi tuoi 14 anni e tre giorni, con le tue parole di giustizia e rabbia, con un libro sempre sul comodino, con la tua lingua che non sa trattenere i tuoi pensieri, con la tua intelligenza brillante e sempre accesa. Sei qui con le debolezze che riconosco anche in me e che cerco di affrontare con te, per accettarle entrambi, per impedire che diventino ostacoli al tuo cammino. Sei qui con la tua ambizione, coi tuoi sogni, con il tuo sguardo dritto e aperto sul futuro.

E anche se è vero che chi si loda si imbroda, riconosco che mi emoziono a guardarti, a osservare il tuo percorso, ad apprezzare la tua compagnia, non solo perché sei mio figlio, ma perché sei una giovane persona ricca e piena di possibilità. Non mi stupisco però, Jacopo, di quello che sei diventato in questi 14 anni: lo vedevo già in quella mano aggrappata al mio dito, in quella forza inesorabile che hai messo per crescere, perdere le piume e aprire le ali verso il mondo.

Buon compleanno, amore mio, continua a essere quello che sei: è tutto ciò che puoi fare nella vita e sarà tanto, se lo farai fino in fondo.

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Ci sono quelli che non riescono a guardarti negli occhi mentre ti parlano tanto sono timidi e poi sfoggiano capelli dai colori e dai tagli improbabili, quanti sfrontati.

Ci sono quelli che sembrano acque tranquille e poi basta una domanda per trasformarli in torrenti saltellanti e carichi di spinta.

Ci sono quelli che contestano ogni cosa e sono quasi sempre polemici, ma poi sono sereni e allegri, capaci di esprimere la loro opinione e consapevoli del fatto che hanno dei talenti, magari non sanno bene quali siano ma sanno che prima o poi verranno fuori.

Ci sono quelli che dicono sempre “scusa” e “grazie infinite” e temono che qualcuno si offenda o si possa sentire discriminato per ogni loro pensiero e allora non lo esprimono. Il loro corpo, i loro movimenti nello spazio, i loro occhi e le loro parole raccontano una sofferenza enorme, troppo grande per quei 17 anni, troppo totale per non soffocare tutta la vita che hanno davanti.

Ci sono quelli che non vanno più a scuola, che vedi fumare dalla finestra di camera loro che si affaccia sul tuo stesso cortile, che riempiono con i propri amici l’ascensore e sbattono i loro corpi contro le pareti e le porte, rischiando di romperle. E tu corri per 8 piani di scale per arrivare in tempo a trovarli nell’androne, per dirgli che essere maleducati non è rivoluzionario, essere menefreghisti non è figo, rovinare le cose comuni è stupido. E per fissare i tuoi occhi nei suoi, perché lui si ricordi che chi sta parlando è qualcuno che l’ha visto alle recite della scuola materna, alle uscite scout, agli allenamenti di calcio. Qualcuno che gli vuole bene e non può accettare di stare in silenzio quando lo vede sprecare la sua vita.

Ci sono quelli che si agitano per l’esame di terza media e ripetono lo schema che hanno preparato alla nonna e non vogliono adulti ad ascoltare, solo i loro amici. E poi quando l’esame è finito, escono felici e saltellanti da scuola, parlando a ruota libera, finalmente sorridendo.

Ci sono loro, le ragazze e i ragazzi che stanno affrontando la vita che si srotola davanti ai loro occhi. E poi ci siamo noi, gli adulti, le donne e gli uomini che cercano un passo sufficientemente stabile, per dar loro sicurezza, e leggero, per entrare nella loro vita in punta di piedi.

Non so quale sia il compito più difficile, se il loro o il nostro. So che tutti e due sono indispensabili.

a rimini

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A Rimini porto un po’ di stanchezza e una testa troppo piena. Scendo dal treno, organizzo la cena e alla prima birra in piedi in piazza, i discorsi che mi affollavano la mente iniziano a uscire. La stanchezza resta, per togliere quella servirebbe una settimana di assenza dal mondo.

A Rimini arrivo dopo aver parlato troppo, con la mia voce che mi rimbomba nelle orecchie. Dopo la fase di logistica necessaria, ascolto molto più di quanto parlo. E ricomincio a fare pensieri nuovi, a far crescere dubbi, a coltivare speranze.

A Rimini divento egoista e mi isolo da ciò che è quotidiano, dalle malattie che lascio a casa, dalla stanchezza degli altri, dalle persone di cui sento che dovrei prendermi cura. A volte il quotidiano mi trova anche qui, ma io cerco di tenere la porta chiusa e rimando a quando scenderò dal treno e tornerò a casa.

A Rimini faccio fatica a definirmi è un po’ mi sembra di barare. Non sono una giornalista o una scrittrice, non sono una libraia o un’insegnante. Non c’è un’etichetta che mi stia addosso, che aderisca bene alla mia professionalità, che spieghi e motivi il mio essere lì.

A Rimini penso ai 6 mesi che restano di questo anno e sento forte la responsabilità. Di spenderli bene, di tracciare le strade che vorrei percorrere, di fare il lavoro che vorrei fare. Di trovare la mia etichetta.

A Rimini mi sono sdraiata in spiaggia e mi sono sentita come la bambina portoghese della canzone di Guccini, sola nel sole. E sono stata bene.

la corsa della vita (non solo la tua)

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Salgo sul tram una domenica pomeriggio e dopo di me sale una persona che conosco, più giovane, due figli che potranno avere 5 e 8 anni. Ci siamo conosciute come scout e se non ricordo male lei fa la maestra. Si siedono di fianco a me e mentre lei controlla sul telefonino il percorso da fare e i cambi di mezzo, i figli si appendono alle maniglie del tram, si dondolano in piedi sul posto in cui dovrebbero stare seduti, si sdraiano. Con poca convinzione lei interviene di tanto in tanto “per favore siediti… te lo dico ancora una volta gentilmente… se non vuoi stare seduto stai in piedi così si siede qualcun’altro” e il figlio minore immediatamente si sdraia.

Giusto stamattina pensavo all’educazione dei figli, a quale attenzione costante richieda. L’educazione non sono i 100 metri e neanche una maratona. È la corsa della vita, la tua e quella dei figli. Non è un impegno, ma un modo di essere che permea ogni cosa: il modo di svegliarsi al mattino, di preparare da mangiare, di partecipare alle riunioni e alle recite di classe, di comprare i regali di Natale, di stare a tavola, di andare in vacanza, di salire sul pullman, di andare in bici per strada. Di essere mamma, figlia, compagna, donna.

Non è una fatica e neanche una passeggiata. È un’esigenza, di due persone: chi educa e chi è educato. È appartenenza, quell’ “avere gli altri dentro di sé” che Gaber ha saputo descrivere così bene. È qualcosa da cui non ti distrai o ti distacchi mai. È qualcosa che impari a fare provando, sbagliando, restando sempre lì.

È qualcosa di cui sento fortemente il bisogno in questo momento di priorità variabili, di disturbi dell’attenzione, quelli certificati dei bambini e quelli lampanti degli adulti. Di responsabilità lasciate andare e di occasioni perse su un tram una domenica pomeriggio.

quello che vale

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Quelli che vale è fare del proprio meglio ogni volta che si fa qualcosa, da una torta a un compito in classe, dal proprio lavoro a una corsa nel parco al mattino, a una partita di basket, a una recita di fine anno.

Quello che vale è mettere a frutto, i propri talenti e le passioni, le situazioni che si vivono, le relazioni e i rapporti con le persone.

Quello che vale è mantenere il rispetto di se stessi, senza scendere a compromessi ma restando aperti e disponibili a cambiare idea.

Quello che vale è essere corretti e prendersi le proprie responsabilità, collaborare con gli altri per trovare le soluzioni, non cercare i colpevoli.

Quello che vale è giocare tutte le carte, non risparmiarsi e non risparmiare intelligenza, passione, cura.

Quello che vale è puntare in alto, andare più in su, anche controvento, camminare sulla strada perché è lì che passa la vita.

E poi il resto verrà: i risultati, le competenze, i progetti, gli errori, la crescita.

Il resto sta arrivando, la sfida è appena iniziata. Siamo pronti tutti e cinque.