parole delle vacanze

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#giorno1 stupore

quello di Diego che per la prima volta sale su un aereo e vola. Per tutto il viaggio, passato al finestrino, a fianco del nonno, ha risposto ad ogni mia domanda (“tutto bene? Hai visto che c’è il mare? hai le orecchie tappate?”) mostrando il pollice alzato. Arrivato in albergo ha ammirato la stanza quadrupla in cui dorme con nonni e cugina più grande e poi ha detto alla nonna “certo, bello l’albergo, però è difficile rifare i letti così bene domani mattina”

il mio stupore quando riscopro che un paesaggio nuovo, vigneti e campi gialli di grano tagliato, rocce e montagne che si buttano a picco sul mare risvegliano la mia voglia di capire, sapere, conoscere

libera nos a libri delle vacanze

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Le piaghe dell'estate sono molte, ma qualcuna è peggio di altre.
Le zanzare si possono sconfiggere, con zampironi anni 80 puzzolenti, candele al geranio e lozioni più o meno efficaci; la sabbia al fondo del letto e tra le dita dei piedi si elimina frequentando spiagge di sassi; il caldo si sopporta con gite in montagna e docce frequenti.
La piaga più devastante dell'estate, quella che ti fa prendere lo sconforto cosmico e non ti abbandona per anni e anni sono i compiti delle vacanze dei figli.
Capiamoci: non sono della setta dei genitori anticompiti, li faccio fare tutti ogni fine settimana e durante l'anno non li patisco (sarà che non li controllo mai per nessuno dei tre figli o quasi). Capisco che i compiti a casa servano per far sedimentare le competenze acquisite in classe e che lo studio individuale abbia un valore per i ragazzi. Però, maestre, maestri, professoresse e professori, vi comunico che i compiti servono anche a noi genitori. Per non dimenticare.
Non dimenticare quanto i nostri figli siano portati per la sceneggiata napoletana, quella che fa strappare i capelli, rigare il volto di lacrime e stracciare le vesti (e pure le palle del genitore di turno).
Non dimenticare quanto un'estate sia troppo corta per far stare tutto: il campo di basket, quello scout, gli allenamenti di atletica dopo aver visto i mondiali in TV, i tuffi dalle spalle e i giochi in cortile. Per i compiti, attività che chiede concentrazione e un minimo di lucidità, davvero non c'è abbastanza tempo.
Non dimenticare quanto possiamo essere capaci di litigare con il sangue del nostro sangue e la carne della nostra carne, quanto arriviamo a non sopportarci quando siamo troppo vicini. E visto che l'estate già ci darà occasioni di eccesso di vicinanza, l'assenza dei compiti potrebbe salvare delle famiglie.
Io sono una ligia alle regole, estremamente disciplinata e scrupolosa. Ma non me la sento di giurare al miur che per le prossime 7 estati (quelle che mancano fino alla terza media del più piccolo) farò fare i compiti delle vacanze ai miei figli. Non me ne vogliano le maestre e i professori. Si chiama istinto di sopravvivenza. La mia e la loro.

i figli sono piante grasse

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I figli sono piante grasse. Per toccarli devi mettere i guanti altrimenti ti ritroverai le mani piene di piccole spine, difficili da vedere, ma che rendono faticoso e doloroso ogni movimento quotidiano.

Hanno bisogno di vasi “giusti”, non troppo stretti, altrimenti non potrebbero crescere, ma neanche troppo larghi perché con uno spazio sconfinato intorno sembreranno sempre piccoli e indifesi. Devi capire tu quando’è il momento giusto per cambiar loro il vaso e di solito devi aspettare che abbiano conquistato ogni centimetro di terra, arrivando a toccare i bordi.

Hanno corpi voluminosi e che si alzano spesso verso l’alto e radici poco profonde, che un giorno potrebbero non essere più sufficienti per tenerli ancorati al terreno. Allora dovrai mettere un bastone di fianco, un palo e un cordino che cerchi di tenerli in piedi attirandoli a sé, capace di contrastare la loro naturale tendenza centrifuga, ma che gli lasci libertà di movimento per crescere nella propria direzione.

Hanno fiori meravigliosi, che ti stupiscono con la loro grazia ed eleganza, che crescono su corpi bitorzoluti e goffi. Li vedi che si preparano per settimane, a volte per mesi, crescendo ogni giorno impercettibilmente. Poi una mattina, uscendo in balcone, li troverai aperti al giorno nuovo, magari un po’ storti dal peso della loro stessa bellezza. È un privilegio uscire in balcone proprio quella mattina, di cui essere consapevoli: tre ore dopo saranno appassiti e ripiegati su loro stessi, per poi seccarsi pian piano, ancora attaccati al corpo informe e spinoso.

Il loro tempo si misura in anni, non in giorni o stagioni. Ti sembreranno inanimati per così tanto tempo che a volte rischierai di dimenticare di bagnarli e di alimentare le loro potenzialità di crescita. Continuerai ad accudirli per abitudine e con quel senso di fiducia e generosità cieco che è tipico di chi non si aspetta nulla in cambio. E loro staranno lì, assorbendo l’acqua e godendo del sole a cui li hai esposti, come se non avessero intenzione di restituire mai nulla. Ma hai presente le piante grasse che si arrampicano sui muri assolati delle case in Liguria? Sono uno spettacolo meraviglioso, come ogni figlio che diventa grande.

continua a farmi innamorare 

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Di te amo la sensibilità, quelle antenne che ti fanno cogliere ciò che accade intorno, che ti rendono così capace di essere emotivamente coinvolto nella vita degli altri.

Amo l’affidabilità, il valore che dai al “meritare fiducia”, il fastidio e disagio che provi quando vieni meno a un impegno che ti sei preso.

Amo la passione per le storie da leggere e quelle da raccontare, per le parole e la lingua, strumenti che ti permettono di condividere il mondo sfaccettato che hai dentro.

Amo lo spirito critico, l’istinto naturale a non accettare regole imposte dall’alto, ma solo quelle che sono entrate dentro di te e che hai condiviso e scelto intimamente.

Amo la sete di giustizia, il bisogno continuo di correttezza che ti fa infiammare, che ti indigna quando non lo vedi in ciò che ti circonda.

Amo te. Quando mi racconti le tue delusioni andando a dormire, quando ti vedo in un cerchio in mezzo ad amici conosciuti da due giorni, quando in macchina scorgo i tuoi occhi lucidi mentre ti aggiorno su come sta una persona che per te conta molto. Quando abbracci nonna Bruna e la guardi negli occhi, mentre lei si perde nel tuo abbraccio, si scioglie nei tuoi occhi in cui vede il passato e il futuro. È questo ciò di cui sei fatto: un passato più lungo dei tuoi 13 anni compiuti oggi, un futuro che spetta a te costruire, con la sensibilità, l’affidabilità, la passione, l’indipendenza e la correttezza che ti rendono meraviglioso come sei. 

Auguri Jacopo, continua a farmi innamorare ogni giorno.

a Rimini ho visto 

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A Rimini ho visto centinaia di biciclette sfrecciare tra la folla, nel sotto passaggio verso il mare, aspettare fiduciose i padroni davanti a un bar senza essere legate.

A Rimini ho visto due gemelle coi capelli rossi, nate da madre riminese e padre torinese ed è stato bello conoscerle, incontrare questa famiglia (rigorosamente in bici), sentire sempre forte il legame  con le sorelle e i fratelli scout.

A Rimini ho visto insegnanti studiare una didattica nuova per avvicinare i ragazzi alla lettura, vivere l’autonomia scolastica con quella leggerezza e responsabilità che rende l’aula una cosa (e una casa) meravigliosa e non un posto privo di controllo e abbandonato.

A Rimini ho parlato con ragazzi che leggono 150 libri all’anno e quindi ne sanno molto più di me e mi hanno insegnato molte cose, alcune fondamentali, come sapere cos’è una ship (no, non è solo una barca). 

A Rimini ho detto ad alcuni ragazzi dove mettere il portafoglio per non perderlo, ho insegnato a lavare i finocchi, ho imprestato asciugamani per la spiaggia, ho dato orari di rientro. 

A Rimini ho lavorato con persone che diventano ogni giorno un po’ più amici, oltre che colleghi, ho conosciuto donne con cui sentì quell’affinità elettiva che te le fa abbracciare forte quando ti saluti al binario di un treno.

A Rimini ho visto ragazzi allegri, impegnati, responsabili, protagonisti, efficienti, frizzanti e cazzari. Ho visto ragazzi amati e pensati, di quell’amore e quei pensieri che ti liberano dentro e ti danno fiducia nel mondo e nei tuoi talenti. 

A Rimini ho ballato con i ragazzi perché un amico ha detto che gli adulti di solito camminano davanti a loro, come per dire “seguimi”, oppure un po’ indietro, come per dire “controllo i tuoi passi”. E invece ieri sera camminavamo insieme, occupando lo stesso marciapiede.

A Rimini ho attraversato una ronda di Forza Nuova e non so dire se avevo più i brividi o la rabbia che mi saliva da dentro e rischiava di diventare parola. Sono rimasta di sasso di fronte a due 16enni che mi hanno chiesto cosa fossero il fascismo e il nazismo e mi sono chiesta come sia possibile che mio nonno mi raccontasse la storia dei fratelli Cervi e della loro mamma che ogni sera apparecchiava il tavolo anche per loro e questi ragazzi non sappiano da quale barbarie è nata la nostra Repubblica. 

A Rimini mi sono sentita a casa e ho pensato tanto alla mia casa, che mi porto sempre dentro, di cui parlo in continuazione, che mi permette di volare.

culodritto

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Sto preparando l’ennesima borsa per un viaggio dei miei figli. Questa volta è piccolissima, con dentro solo poche cose: magliette, costume, biancheria. Il resto del viaggio, Lucia, lo passerai in tuta o più probabilmente in body e scalza.

Buon viaggio amore mio. Porta con te tutta la tua leggerezza per volare tra le parallele e saltare oltre gli errori. Porta le tue battute sempre spiazzanti e ironiche per superare la paura di questa cosa nuova e l’imbarazzo di non sapere se sei in grado di farla.
Porta il tuo stupore e la tua intelligenza che ti permette di interpretare le situazioni senza bisogno di parole, dette da te o da altri. Porta il tuo senso pratico e la tua autonomia, la tua capacità di cavartela sempre, di tornare in piedi dopo una caduta, di camminare anche se hai preso una storta alla caviglia.

E porta anche le lacrime, quelle che a volte escono esagerate e inattese. Usale se ne hai bisogno per far scendere la temperatura interna, se hai dei rospi da buttar fuori che ti saltano nello stomaco. Dopo, i tuoi occhi saranno più puliti e vedrai meglio il sole.

Un paio di anni fa, per il tuo compleanno, ti ho comprato un libro che non ti ho mai dato. Non è una storia, è una canzone di un padre alla propria figlia. È la trasposizione in parole di quell’emozione che noi genitori proviamo di fronte a voi ragazzi: quel misto di paura e onore, quell’idea che siete molto più dei nostri errori, di quello che vi abbiamo dato, di quello che avremmo osato sperare, di quello che pensavamo di meritare. Vola Culodritto, dove nessuno di noi ha mai volato, sicura e forte nella consapevolezza di quella che sei. Io sto a casa, a terra, e ti guardo librarti, ti guardo crescere e scoprire il mondo. Ti guardo e preparo il nido, per quando tornerai a riposarti.

Buon viaggio amore mio. Sono orgogliosa di essere la tua mamma.

ti aggiorno

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Ciao nonno,
oggi 16 anni fa correvo in ospedale per darti ancora un bacio. E tu mi accarezzavi la guancia, col dorso della mano, in quel modo ruvido e intimo che usavi tu con me. Io ho la certezza, e nessuno me la può togliere, che in quel momento eri completamente lucido e consapevole che mi stavi salutando. Che da quel momento non ci saremmo più toccati, ma solo parlati.

16 anni sono tanti e allora ti aggiorno un po’ su come è andato avanti il mio e il nostro mondo nel frattempo. Sono nati 8 bambini nella nostra famiglia e oggi avresti 8 tra nipoti e pronipoti nuovi: tutti loro ti conoscono, parlano di te come se ti avessero incontrato, perché non hai mai smesso di essere nelle nostre vite, nei nostri racconti. Diego viene a raccogliere fiori con me nei parchi per portarteli, Jacopo si rompe le unghie delle mani come facevi tu, Lucia ti ricorderebbe tanto me da piccola coi suoi musi lunghi.
Ci sono stati 2 matrimoni, quello di zio e Simona e il mio con Flavio. Mi sei mancato incredibilmente, ma l’idea che tu l’abbia conosciuto comunque, mio marito, mi conforta un po’. So che ti sarebbe piaciuto, so che mi vedi felice e sei felice per me.
La tua casa è sempre la stessa, con gli stessi mobili in cucina, una poltrona spostata dal salotto al soggiorno, la stessa tovaglia ricamata da nonna sul tavolo. Le tue foto sono ovunque, da solo, con nonna, di fianco a quella di Cino. La tua Bruna ha imparato ad andare ai giardini senza di te, a tenersi compagnia da sola, continuando a parlarti, ad accettare di invecchiare. Adesso è lì, rugosa come tu non hai avuto il tempo di diventare, sempre mite e forte, generosa nel suo affetto, solida e stabile come l’hai scelta tu, per quella sua capacità di essere la casa in cui potevi tornare.
La piccola Dori ha spalle sempre più grosse e resistenti, porta avanti con la tua stessa caparbietà la vita sua e di chi le gravita intorno, con l’abnegazione che le hai insegnato, con rigore e senza presentare mai il conto a nessuno. Credo che non cambierà mai e credo che proprio questo me la fa amare così tanto.
Adri ha sempre la barba, più corta di quando era un ragazzo coi jeans stropicciati e mille amiche che frequentavano casa vostra. Si occupa di lavoro anche lui, di persone, di relazioni. Non ha più i jeans stropicciati, ha la giacca e la cravatta e sono convinta che dentro di sé conduca trattative continue con te quando deve prendere una decisione.
Il mondo va storto e tante volte ho pensato che ti saresti arrabbiato moltissimo. Io a volte commento ad alta voce le notizie del tg, lanciando improperi contro il politico di turno e risento i tuoi improperi, rivedo la tua rabbia e delusione. Ci sono state nuove persone che hanno parlato di te, hanno usato le tue parole per lasciare ad altri, che non ti avevano conosciuto un messaggio: di speranza e ottimismo, di capacità di scegliere, di senso civico.
Credo di assomigliarti, in molte cose: nella rigidità, nel rigore, negli arrovellamenti interiori, nell’essere un po’ permalosa, nella sobrietà, nell’ironia e autoironia, nella capacità di lavorare e andare avanti a testa bassa. Credo che vorrei assomigliarti sempre di più. Credo che, come dice una canzone di Gino Paoli, se il mondo fosse più simile a te, ci starei meglio.

Ho ancora bisogno di te, ogni giorno. Ho il tuo colbacco, il tuo orologio e un pezzetto originale del tuo cinturino. Ho le tue mani nelle mie ancora, ho il segno della tua ultima carezza sulla mia guancia destra.