è di notte

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Vado avanti, ogni giorno, sorridendo dentro e fuori perché sto vivendo settimane stimolanti, ricche, intense. Mi sto sentendo competente e viva, piena di energia, di voglia di imparare, di superare i miei limiti.

Ma il mio inconscio mi presenta il conto. Di notte, con sogni così terribili da aver paura a ricordarne i dettagli, con immagini così tetre e cupe, da non riuscire a trasformarle in parole.

E in questi sogni c’è sempre una porta, dietro cui succede l’inimmaginabile, che cerca di nascondere quello che non si può dire. Cerca, perché io lo so cosa c’è lì dietro. L’ho visto e sono andata via, ho evitato di riaprire la porta.

Forse è il mostro di 7 minuti dopo la mezzanotte che viene a raccontarmi le storie che di giorno non potrei sopportare, perché mi toglierebbero le energie, la concentrazione, la voglia di fare. Deve essere lui, che non mi è venuto a trovare prima e adesso mi accompagna nel mio percorso, che non posso fare che da sola, per metabolizzare l’ultimo mese e mezzo.

Torna a trovarmi, mostro: ti farò entrare nei miei sogni ogni notte, finché non potremo aprirle tutte le porte. È difficile, ma è l’unica strada possibile.

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voi avete dei problemi

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È evidente, non si può più fingere che non sia così. Posso cercare di non accorgermi di tante cose, posso cercare di “stareserenaserenella”, posso distrarmi a oltranza. Ma voi siete più bravi a farvi beccare. Anzi, non vi fate neanche beccare, siete talmente inconsapevoli della questione che tutto ciò vi sembra normale.

Ma voi, cari colleghi genitori, cari altri adulti che come me avete messo al mondo dei figli e vi siete assunti la responsabilità di farli crescere, avete dei problemi seri. Delle malattie inguaribili.

Perché altrimenti non mi spiego perché date a scuola a bambini di prima o seconda elementare un cellulare e dite anche candidamente alle maestre, che vi fanno notare che non è proprio opportuno, “perché siamo più tranquilli se possiamo chiamarlo”. Quindi il problema ce l’avete voi e vostro figlio a 6 anni deve avere un cellulare in classe? È evidente, avete una malattia, si può chiamare in molti modi: deficienza, insicurezza, incapacità di stare al proprio posto, infantilismo emotivo.

Così come deve essere sintomo di una malattia grave, probabilmente inguaribile, organizzare per ragazzi di prima superiore la raccolta di moduli che i rappresentanti dei ragazzi stessi devono portare in segreteria entro una certa data. Hanno problemi a leggere i vostri figli in prima liceo e non vedono la scadenza sul modulo? gli fate la cartella al mattino e gli preparate i vestiti? il latte lo prendono nella tazza o nel bicchiere col beccuccio? hanno il cellulare perché così a metà mattina potete ricordargli di andare a fare la pipì che oggi non hanno portato il cambio?

E per finire, sempre voi, genitori di liceali, spiegatemi quale disturbo vi porta a dover chiedere, nella chat di classe ad altri genitori, chi domani dei ragazzi andrà a scuola e chi farà sciopero? avete paura che vadano a scuola da soli o che scendano in piazza?

Io non lo so che problemi avete e sinceramente non mi interessa neanche tanto conoscerli, men che meno capirli. Se avete avuto un’infanzia insoddisfacente, un’adolescenza rovinata dai capelli cotonati degli anni 80, una giovinezza passata a sognare che il camper di Stranamore si fermasse sotto casa vostra (*), ho solo una cosa da dirvi: cazzi vostri. Smettetela di rovinare la vita di quei poveretti che si sono ritrovati a essere vostri figli. Hanno già il marchio genetico che li segnerà per sempre. E soprattutto, non pretendete che le vostre turbe diventino normali per altri: tenetele nascoste per sempre nel segreto dei vostri cuori e portatele nella tomba.

(*) io una compagna che in quinta liceo sognava che il camper di stranamore si fermasse sotto casa sua l’ho avuta davvero e a vederla oggi, alle feste di via a ballare il latino americano e ascoltare il neomelodico con camicia sbottonata e crocifisso d’oro che emerge dal pelo brizzolato del petto, capisco che certe “ambizioni” lasciano il segno per sempre

alla fine il tuo compleanno

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Ho attraversato questa settimana tutta di corsa, senza voltarmi indietro, senza fermarmi ai rifornimenti, senza farmi troppe domande, senza ascoltare troppo le accelerazioni del mio cuore.

Ho attraversato questa settimana come in una bolla, come quando si sta con la testa nell’acqua e i rumori intorno arrivano diversi, più attutiti e moltiplicati. L’ho percorsa così, consapevole che sarebbe finita col tuo compleanno e avrei voluto che fosse una giornata speciale, per te.

Avrei voluto scriverti una lettera, solo per te, per dirti che vederti crescere è un privilegio, che la tua sensibilità è un dono prezioso, la tua empatia mi accompagna in ogni momento, quelli belli e quelli difficili. Avrei voluto preparare tutto alla perfezione, pensarti di più, coccolarti di più, farti sentire tutto il mio amore per te, non solo fartelo intuire.

E tu sei stata felice oggi, anche se la mia lettera per te è rimasta nella mia testa, anche se tutto non era perfetto, anche se tra le cose pratiche da fare ti ho abbracciato poco, non ti ho quasi fotografato. Sei stata felice, libera come tu sai essere.

Sei stata te stessa, con la tua forza sbadata, il tuo istinto, la tua allegria mai scontata, la tua profondità che resta sempre molto intima, che fai scoprire a pochi.

Adesso sei lì che ti rigiri nel letto e non riesci a dormire, troppo agitata per questi 12 anni, con troppe emozioni in questa settimana di morte e di vita. Con tutta la tua energia concentrata nel diventare quella che vuoi diventare.

Buon compleanno amore mio, cuore limpido e sguardo in avanti. Il bello è appena iniziato.

allenatori alla vita

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“Lucia oggi è stata molto brava. Ha tenuto il suo ritmo e alla fine ha accelerato. Complimenti!”

Ci sono allenatori che ti stimolano a migliorare, aiutandoti a riconoscere le tue capacità, il valore del tuo sforzo, la tua progressione e il tuo percorso. E ci sono allenatori che ti umiliano, che non “sprecano tempo” con te, che in gara evidenziano quello che non hai saputo fare (“non la farai mai la ruota sulla trave”) anziché sottolineare il coraggio che hai messo nel provarci, anche se era possibile che tu non ce la facessi.

Ci sono allenatori che in gara non si fermano al risultato del singolo, ma costruiscono la squadra, mettono insieme i ragazzi anche in un sport individuale. E poi ci sono gli allenatori a cui il tuo risultato non basta mai, che alimentano la competizione tra compagni di squadra, senza un minimo di rispetto per l’impegno di ciascuno.

Ci sono allenatori che educano e accompagnano nella crescita gli atleti, che li spingono alla responsabilità e all’autonomia, che li vedono come persone sfaccettate. E poi ci sono allenatori per cui ogni agonista è solo una pedina in più per dimostrare il proprio valore, che li tengono legati a sé attraverso i ricatti e i sensi di colpa, che li lasciano indietro non appena i ragazzi contestano qualcosa.

Dopo anni di agonismo nella ginnastica artistica, Lucia è passata all’atletica e finalmente ha trovato un allenatore del primo tipo. Stiamo curando le ferite lasciate da chi c’è stato prima, da chi umiliava anziché educare. Ma non siamo soli a farlo. Dalla sua parte, Luci ha i suoi allenatori di atletica e la strada fatta insieme è sempre più ricca.

le notizie belle

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Le notizie belle sono belle belle quando hai l’imbarazzo della scelta a chi dirle per primo: a tuo marito o ai ragazzi, che anche se non capiranno fino in fondo quello che significa saranno felici per il solo fatto che tu sei felice. Ai tuoi genitori o ai tuoi suoceri, che sono sempre lì vicini a te e che ti appoggiano con una fiducia forte e costante. A tua sorella, a cui non racconti sempre subito tutto perché sei fatta così, ma senti di doverle lo ius prime noctis quando i pezzi del puzzle tornano a posto, anche se lei non sapeva che stavi giocando a questo gioco. Alla tua amica di sempre o ai tuoi due amici che sono anche marito e moglie (chi chiamo dei due? questo il dubbio amletico di questa mattina), che hanno sempre ascoltato le mie soddisfazioni e le mie fatiche, che sanno dirmi la parola giusta al momento giusto (“lo sai che questa non è fortuna, vero?”). A quei tre amici che ti hanno stimolato e insegnato a costruire questa nuova tappa, che ti hanno aiutato a tirar fuori quello che tu hai dentro, o alla tua amica ex collega, che prima condivideva un ufficio e adesso condivide tutta la vita, fatiche comprese.

Le notizie belle sono belle belle quando arrivano a sorpresa, ma non per caso. Quando senza neanche rendertene conto veramente le hai costruite un pezzo per volta, senza neanche sapere dove sarebbero andate a parare. Quando hai scommesso su qualcosa che sembrava difficile da capire ai più e invece è diventata la chiave per una nuova strada, che potrà farti battere forte il cuore come la prima che hai percorso, quella che ti ha insegnato tanto e in cui hai dato tutta te stessa a lungo.

Le notizie belle sono belle belle quando mettono gioia, ma non sorprendono chi vive tutti i giorni con te, perché sa che quando ti metti su una strada, difficilmente la abbandoni a metà. E quando cadi ti rialzi, più consapevole di prima, più determinata ad arrivare in fondo.

Mi godo le notizie belle e il fatto che diventino ancora più belle più le condivido con gli altri.

per me il solito

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Siamo esattamente al 50% del fine settimana, che a casa nostra è un modo diverso per dire “tetris”.

Perché in questa 48 ore che spezza la routine, siamo soliti incastrare una miriade di impegni, principalmente dei figli. E visto che abbiamo avuto la sfacciataggine di farne tre, gli incastri sono particolarmente ambiziosi.

Chiunque conosca me e l’altra metà della mela, sa che non facciamo, né abbiamo mai fatto parte della categoria “sportivi”. Eppure gli impegni più frequenti il sabato e la domenica sono quelli agonistici dei ragazzi, tra una gara di marcia e una partita di basket, ovviamente in due posti diversi del Piemonte. E anche se questo vuol dire pranzi trangugiati, nessun pisolino sul divano, due ore al freddo su spalti di cemento o in un palazzetto maleodorante, io continuo a pensare che questo sia un bel modo di passare il mio fine settimana.

Perché il mio posto è sulle gradinate a incitare Luci all’ultimo giro di pista, quando le altre hanno già finito la gara, e vederla avanzare dritta metro dopo metro verso il traguardo. È lì che voglio stare, di fianco alla sua strada, pronta ad accogliere le sue lacrime e il suo sforzo, il suo impegno e la sua perseveranza.

Il mio posto è nel palazzetto del basket, a festeggiare ogni canestro di quei ragazzi che sono la squadra di mio figlio, a osservare ogni passaggio di Jacopo, a intercettare i suoi sguardi prima che si arrabbi con l’arbitro.

Il mio posto è su una panchina della piscina, a guardare i progressi in corsia di Diego o in una palestra di scuola a riprendere col telefonino il suo esordio in un’amichevole di un gioco che un giorno diventerà il basket, ma oggi è un mix tra bowling e rugby.

Il mio posto è lì, dove loro si impegnano, dove crescono con gli altri, dove imparano a sfidare i loro limiti, dove sentono la soddisfazione e la delusione, la gioia e la fatica. Dove si impegnano in un gioco serio, come sono tutti i giochi degni di essere giocati.

Cosa prendo per il prossimo fine settimana? Per me il solito, grazie. Un bel po’ di sport, con i miei ragazzi.

il mio anno e quello intorno

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Il mio anno è il ragazzo nero che davanti al supermercato di zona mi saluta ogni mattina e mi chiede “come sta mamma?”; è quello del pomeriggio che parla in inglese con i bambini della materna in lingua che entrano lì di fianco.
L’anno intorno sono i cori razzisti allo stadio, gli articoli che parlano di aggressioni a persone di colore sui mezzi pubblici, gli slogan “prima gli italiani” che leggi ogni giorno sui social network e senti dire, magari con parole diverse, a voce sempre più alta al mercato.

Il mio anno è una famiglia di origine marocchina che è andata in Francia, forse per le vacanze di Natale o forse per la vita. Perché qui il papà non trova lavoro da quasi un anno e la mamma fa qualche ora in casa nostra, ma non abbastanza per mantenersi. E anche se i figli di 12 e 8 anni non vorrebbero andar via da qui, dal paese in cui sono nati e vanno a scuola, dovranno seguire i loro genitori, la loro mamma così coraggiosa e mite. E le sue lacrime, quando ci siamo salutate, mi sono rimaste addosso. Aspetto l’inizio della scuola qui in Italia per scoprire se torneranno a casa o se proveranno una nuova vita lì, dove sembra ci siano più opportunità, dove Fatima potrà offrire ai suoi figli qualcosa in più forse.
L’anno intorno sono barche cariche di donne, uomini e bambini lasciate nel mare, con sopra i volontari che cercano di alleviare la fatica. Intorno ci sono stati che chiudono i porti e ne vanno orgogliosi. Sopra elicotteri che sollevano sospeso nel vuoto un bambino di pochi giorni e la sua mamma, per portarli in un ospedale, per dargli una speranza di vita.

Il mio anno sono maestre e professori che abbraccio come se fossero amiche e sorelle, con un affetto che si nutre di giorno in giorno, di figlio in figlio, di colloquio in colloquio. Sono figli che imparano a faticare e a raccogliere i risultati del loro impegno, che scoprono che la lettura e la conoscenza possono essere ciò che rende bella la loro vita, gli strumenti per costruire il loro futuro.
L’anno intorno mi parla di atti di bullismo di genitori contro i professori dei loro figli, di insegnanti che hanno gettato la spugna e non vedono nei ragazzi che hanno di fronte le potenzialità enormi che si nascondo dietro a un trucco troppo pesante, ai brufoli sulla fronte, ai modi strafottenti o timidi. Mi parla di personaggi pubblici che della loro mancanza di cultura e studio ne fanno un vanto, che non percepiscono la differenza tra chi è competente e chi è incompetente, che parlano di ogni argomento senza la minima preparazione.

Il mio anno sono vecchi amici che si ritrovano nelle difficoltà, di malattie che sanno far emergere l’amore e la vicinanza, di prove difficili affrontate insieme, con coraggio e speranza. Sono nuovi incontri, intorno a un progetto bello che parla di bene comune, di prendersi cura del nostro territorio, di cittadinanza e rapporto con gli altri, che prima sono persone e tutto il resto viene dopo. Sono famiglie che festeggiano insieme non per perpetrare una farsa, ma perché siamo legati, nella buona e nella cattiva sorte, nei giorni normali e in quelli di festa.
L’anno intorno è il pessimismo di chi dice che tanto non cambia niente e così è giustificato a non fare, di chi rinuncia a manifestare il proprio dissenso perché sono tutti ladri, di chi accetta leggi e atti inaccettabili e inumani perché “gli altri non hanno fatto di meglio”. Di chi passa il tempo a dire cosa dovrebbero fare gli altri e non si mette mai a fare.

Per il 2019, vi auguro il mio anno.