multi genitore

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Questo weekend ho fatto i compiti.

Ho interrogato di latino il grande (“chiedimi la forma attiva mamma, la so”: dopo due domande era chiaro che non la sapesse a sufficienza. “Studia ancora, non la sai”). Oggi avrei dovuto interrogarlo sulla forma passiva, ma sostiene di saperla, vedremo.

Ho fatto ricopiare al piccolo un esercizio con errori di italiano che non riesco neanche a concepire (domanda “Ti è mai capitato di essere escluso?” Risposta “si, mie capitato”) e soprattutto non so come insegnare ad evitarli. L’ho interrogato di scienze e, come nelle precedenti due esperienze, ho cercato di evitare la ripetizione a pappagallo delle parole esatte del libro.

Ho aiutato a dare una forma più corretta al testo di italiano della media in cui descriveva il suo peluche preferito (“Pi ha subito molte operazioni”) e devo ammettere che, a parte qualche dubbio sulla costruzione del discorso, il racconto mi ha piacevolmente stupito per l’ironia in cui riconosco la pazzerella che lo ha scritto.

Vedo genitori di figli unici concentrati sulla prole con una dedizione e un affaticamento che non posso provare, perché proprio mi mancano le condizioni necessarie. Io il sabato mattina, con tre tavoli diversi su cui stanno facendo i compiti, mi sento come un ferroviere che gestisce gli scambi di una stazione piena di binari. E questa sensazione si ripete identica quando bisogna far quadrare gli accompagnamenti ai vari sport e impegni di ciascuno di loro tre.

E dire che l’altra mattina, tornando dall’accompagnamento a scuola, ho visto una donna con diversi bambini intorno. Ci ho messo un po’ a contarli: due in un passeggino doppio, due attaccati ai lati del passeggino, altri due un paio di metri indietro, con il grembiule e le cartelle per la scuola elementare. Totale 6 minorenni. Erano in ritardo per la scuola , ma come biasimarla?

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i migliori anni

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Lunedì tornavo a casa con Lucia e ho incontrato la mia professoressa di chimica del liceo. Dopo le chiacchiere e gli aggiornamenti sulla famiglia, i figli miei e i nipoti suoi, siamo arrivate a parlare di politica, studenti e manifestazioni. E quella che mi richiamava alla calma e all’equilibrio quando avevo 25 anni in meno, si è rivelata una “pasionaria” da barricate. Lo intuivo già, nella luce che si accendeva nei suoi occhi quando ci parlava della tavola degli elementi, precipitati e soluzioni. O quando ci sosteneva come membro interno alla maturità.

Martedì ho riordinato un po’ di vestiti dei ragazzi e ho ritrovato, nella stessa scatola (e non credo sia stata una coincidenza), il colbacco di mio nonno e la mia kefia, quella che ho addosso in qualsiasi fotografia scattata tra i 15 e i 19 anni. Poi sono stata a fare la tessera nella biblioteca civica della zona con Jacopo. Ho firmato moduli di autorizzazione all’utilizzo dei suoi dati e a lui si è aperto un mondo. Quello dei libri in prestito, dei giornali italiani e stranieri da poter scaricare e leggere on line, degli audiolibri.

Mercoledì sono andata all’elezione dei rappresentanti di classe della scuola media e ho fatto la scrutatrice, perché già non mi ero candidata come rappresentante di classe e non fare nulla mi faceva sentire in colpa. Ho raccontato alla professoressa di italiano dei miei figli di un nuovo progetto dedicato ai ragazzi e alla lettura, abbiamo parlato di un libro che le ho regalato questa estate e di altri che stanno per uscire. Ho chiacchierato con il mio professore di filosofia e storia della quinta liceo, con cui ho condiviso l’esperienza del consiglio d’istituto per due anni, di politica, di onestà e competenza dei rappresentanti del governo. Ho parlato con altri genitori di gruppi di whatsapp da parte dei ragazzi, di educazione e alfabetizzazione sull’uso dei social, di ruolo della scuola e della famiglia.

Ho tre figli che crescono, cambiano e mi impongono di cambiare con loro. Ho tre figli che hanno una vita che mi regala continui flashback e viaggi nel tempo: mi riporta indietro a quando ho usato un rasoio usa e getta sulle mie gambe all’insaputa di mia mamma o a quando avevo deciso di iscrivermi alla gara di sci della scuola avendo messo gli sci ai piedi un paio di volte nella vita; mi riporta alle gare di verbi che ci faceva fare la maestra Dina, al mio compagno di classe che era scappato di casa in quinta elementare, alle mie amicizie molto selezionate; mi riporta agli anni della scuola superiore, ai collettivi studenteschi, alle elezioni dei rappresentanti di classe, ai consigli di istituto, alle interrogazioni di latino, agli intervalli in corridoio, ai “lunedì letterari”, ai libri.

La loro vita, che corre e cambia, che prende tutte le possibilità che incrocia per la strada, con la fame implacabile dei loro anni, mi riporta alla mia vita che è stata, a quegli anni intensi e felici, appassionati e pieni di incontri, confronti, scontri, prese di posizione nette e questioni di principio. E mi ritrovo a sorridere dentro, con un po’ di nostalgia e molto affetto per quella che sono stata.

ps. nella foto un passo di “L’autunno dell’innocenza – Il corpo” di Stephen King

cerco

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Cerco la possibilità di riconoscermi in ciò che ho intorno a me.
Cerco altre persone che abbiano la mia stessa scala di valori: l’umanità, la giustizia, l’equità, l’altruismo, la fratellanza, la libertà, il senso collettivo dello Stato, per dirla con Gaber.
Cerco un mondo gentile, in cui si respiri fiducia e positività, ottimismo, responsabilità.
Cerco istituzioni con il senso del loro ruolo, al servizio del cittadino, competenti e affidabili.
Cerco una politica che non fomenti la violenza, la paura, la regressione, la mancanza di rispetto verso gli altri, la sopraffazione e la perpetrazione dell’ingiustizia.
Cerco impegni, non slogan.
Cerco cittadini protagonisti, responsabili del bene comune, impegnati nella costruzione di una società civile aperta e ospitale.
Cerco la fatica della conquista, il lavoro condiviso, la dignità dell’esistenza di ciascuno.
Cerco chi dice “posso farlo io”, non chi proclama “puoi farlo tu!”, chi fa un passo avanti nella fila, non chi si sposta indietro per lasciar un altro avanti.
Cerco un sogno che mi è rimasto addosso, un’illusione con cui sono stata cresciuta, una speranza che cerco di testimoniare ai miei figli: che uomini e donne insieme sappiano costruire qualcosa più grande di sé, sappiano dare forma a un noi che non è solo la somma delle singole parti di ciascuno, ma un progetto più ampio, che fa fare respiri profondi e sogni leggeri, che fa splendere ciascuno anche della luce riflessa dell’altro vicino a me. Che moltiplica i talenti e condivide gli errori. Che fa evolvere e non involvere.

Cerco qualcosa che non trovo più e a volte penso che sono stanca di cercare.

servono molti noi

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Per costruire il mio io servono molti noi.

Il noi della mia famiglia, che è troppo grande per stare sotto un unico cognome, ne servono almeno tre a fare un’istantanea di questo momento. È un noi stratificato, con qualcuno che c’è ancora e altri che se ne sono andati, ma con cui continuo a parlare, con ricordi che si perdono quando ancora avevo denti che cadevano, trecce e graffi sulle ginocchia. E forti arrabbiature, ma quelle continuo ad averle.

Il noi del territorio in cui vivo, la scuola, il quartiere, la città. Il nido dove sono passati tutti i miei figli, con l’albero di natale con le foto dei bambini e la castagnata, la scuola elementare con le feste di inizio anno per ridipingere le aule, la scuola media coi concerti e le pietre d’inciampo. La casa nel parco e le cene tra amici, i tour tra le vie di queste case costruite per ospitare gli operai della fabbrica, quella che ha preso il nome del quartiere, quella dove nonno teneva alta la testa e la schiena dritta.

Il noi della mia esperienza scout, fatta di fantastico, avventura, scoperta, servizio, competenza. È un noi pieno dei colori dei fazzolettoni che ho avuto addosso, ma che si ritrova in ogni colore. È un noi che non ha una casa, ma trova la sua sede in ogni luogo dove costruisce relazioni e ogni volta che torna li, che siano passati due giorni o vent’anni si sente di nuovo a casa. È un noi che non sa stilare una lista di chi ne fa parte, ma che riconosce gli altri come lui in uno sguardo, una stretta di mano, un modo di fare.

Il noi di generazioni diverse che si trovano insieme, che si studiano e si scoprono ricche e preziose l’una per l’altra. Che si completano e si confondono, in un circolo in cui gli estremi si toccano.

Il noi dei valori, del senso di giustizia e uguaglianza che mi parla incessantemente dentro, del senso positivo dell’azione collettiva, della voglia di dialogo e incontro, della ricchezza della diversità, del primato dell’educazione permanente. Della fiducia nella bontà dell’uomo, animale sociale per eccellenza che solo quando si riconosce nel noi può dire di aver veramente costruito il suo io.

è iniziata la scuola, anzi no

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È iniziata la scuola, ormai tre settimane fa. Alle superiori si sta imparando a gestire passaggi di autobus, materie nuove, libretto delle assenze, una lingua nuova (il latino), interrogazioni di fisica in una lingua che non è la propria (l’inglese). Gli orari lunghi di uscita da scuola e il pranzo a metà pomeriggio. Anzi no, perché per la terza settimana consecutiva Jacopo ha un orario ridotto (4 ore al giorno), perché ancora non ci sono tutti i professori nella scuola (e nella sua classe manca il docente di storia e geografia).

Alla scuola elementare ci si ritrova dopo le vacanze, coi compiti finiti nei primi giorni di settembre per essere belli freschi di competenze al rientro in classe, con la voglia di incontrare di nuovo i compagni, con l’entusiasmo di affrontare la terza elementare, la classe più complicata, quella in cui si inizia a studiare veramente, con la cartolina comprata in vacanza da attaccare di fianco alla lavagna, in quei riti di inizio anno che fanno rientrare nella routine. Con la voglia di rivedere le maestre, che sono anche un po’ amiche. Anzi no, perché le maestre sono entrambe malate, una in infortunio capitato a scuola dopo la prima settimana di scuola. E in queste tre settimane si sono alternate insegnanti sempre diverse della scuola, senza alcuna supplente fissa, infatti il diario è intonso, la cartolina è ancora a casa e le competenze rinfrescate a settembre saranno tornate a fare i castelli di sabbia.

Al nido, dopo i primi giorni di settembre in una scuola diversa perché la propria era chiusa, finalmente si torna a “casa”: in un posto che si conosce, con compagni ed educatrici che ti danno sicurezza, con una regolarità che permette di fare passi in avanti, di crescere, di diventare autonomi. Anzi no, perché dall’oggi al domani la scuola viene chiusa per interventi urgenti alla struttura e resterà chiusa per tutto l’anno, con le sezioni divise in altri asili della città, con servizio navetta su cui saliranno bambini di 2 anni e mezzo.

La scuola è iniziata il 10 settembre qui in Piemonte, anzi no. Perché dopo 16 giorni le magagne in ogni istituto sono ancora talmente tante che c’è da chiedersi se più di uno, tra miur e servizi educativi cittadini, si sia dimenticato di mettere la sveglia e creda ancora di essere ad agosto, tra fenicotteri gonfiabili e mojito sulla spiaggia. I ragazzi, dagli 0 ai 19 anni, sono a scuola e stanno aspettando di poterla iniziare. Veramente.

gallea democratico

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Ieri sera, ore 21, Jacopo cena da solo dopo allenamento; io e suo papà siamo seduti a tavola con lui anche se abbiamo già mangiato.

– In classe abbiamo deciso che, quando ce l’avremo, il rappresentante di classe avrà il compito di scrivere su un’agenda tutti i compiti e a fine settimana manderà sul gruppo whatsapp della classe le foto di tutta la settimana successiva –

Già dopo pranzo avevo avuto un piccolo momento di gioia.

– Stamattina mi hanno dato un volantino di una manifestazione il 30 settembre, contro il razzismo –

Tra le cose belle che la scuola superiore ci porta in casa c’è la democrazia, l’esercizio diretto di questa meravigliosa forma di convivenza che richiede ascolto, dialogo, condivisione, scontro, responsabilità, scelta, delega e a volte compromesso.

Il dopo pranzo l’ho passato a illustrare a Jacopo le tre regole degli scioperi: 1. si fanno gli scioperi di cui si condivide l’argomento, ad esempio lo sciopero contro il razzismo; 2. si fanno gli scioperi di cui si condivide l’argomento e gli strumenti per portarlo avanti, ad esempio lo sciopero contro il razzismo che prevede un girotondo multietnico intorno alla sede di casa pound, non uno sciopero contro il razzismo che prevede il lancio di uova e fumogeni verso la sede di casa pound; 3. gli scioperi prevedono sempre una manifestazione, quindi se si fa sciopero si va alla manifestazione, altrimenti si entra a scuola. In un momento di lucidità da madre ho detto anche che bisogna considerare quali lezioni e momenti si perdono a scuola, ma questa è una postilla che probabilmente farò fatica a ricordare.

La cena è stata una sequela di domande e risposte su come funzionano le assemblee studentesche, le elezioni, le liste dei candidati, il ruolo del rappresentante di classe e di istituto, la campagna elettorale e i collettivi studenteschi (posti in cui, per alleggerire un po’ l’argomento, ho aggiunto che si trovano fidanzate e fidanzati).

– Quindi tra qualche settimana darò il mio primo voto nullo! – è la risposta (credo ironica) del liceale, futuro elettore.

Nonno, Gallea Democratico, fulminalo adesso, inceneriscilo sulla sedia con le carote a metà strada tra la forchetta e la bocca. Altrimenti lo faccio io.

d’innanzi a voi mi impegno

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Ci sono vestiti che ti stanno addosso per un po’ e in certi periodi sembrano anche donarti molto: perché sei abbronzata, hai i capelli appena tagliati, hai un chilo in più (o in meno) nel punto giusto.

Ci sono abitudini passeggere, che mentre le frequenti sembra non debbano passare mai, fedeli e radicate, ma poi un giorno non te le trovi più intorno e non sai neanche a quale bivio le hai perse per strada.

E poi ci sono loro: quelle parti di te, quei tratti della tua identità che ti sono entrate dentro giorno dopo giorno, fatica dopo fatica, una goccia di sudore dopo l’altra, un sorriso dopo l’altro. Sono quegli abiti che non puoi togliere, sono la tua stessa pelle. Quella che ti sta sempre a pennello, pallida o abbronzata, cicciota o magra, spettinata e senza trucco.

Ho cantato tempo fa “d’innanzi a voi m’impegno” e quella parola è diventata la mia natura. M’impegno, cioè mi sento coinvolta, nelle cose che faccio, nella vita quotidiana, nel lavoro, nelle relazioni, nell’educazione. Mi sento coinvolta e sento di appartenere a questo tempo, questo spazio, questa comunità.

È questo che mi porta un venerdì sera a preparare disegni per le magliette dei bambini, file per le iscrizioni, insalata di pasta. E a tornare a casa il sabato sera, sporca di pittura, stanca nel corpo e nell’anima, spettinata, ricca degli incontri con altre persone che come me si sono impegnate, coinvolte e hanno sentito un forte senso di appartenenza.

So vivere solo così, oltre il buco della serratura, mettendo in acqua la mia canoa e conducendola dove la corrente mi spinge. È così che io sto bene, proprio ora, proprio qui.