amore di mamma

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Diego sta studiando la preistoria: big bang, pangea, era arcaica, meteoriti, piogge interminabili lo affascinano e fanno nascere in lui nuove domande. Soprattutto sente il bisogno di padroneggiare l’idea del tempo, così lontano da risultare irreale, così esteso che la sua (e anche mia) immaginazione non riesce ad abbracciarlo tutto.

Questo fine settimana deve studiare i dinosauri, carnivori ed erbivori, grandi e piccoli. Legge ad alta voce la pagina del libro, mentre io cucino.

– “Iguanodonte. Fu uno dei primi dinosauri a essere scoperti, i primi ritrovamenti risalgono al …” Mamma, tu quando sei nata? –

– Nel 1975 –

– Allora eri già nata! –

– No Diego, sono vecchia, ma non così tanto –

– Ma non quando esisteva l’iguanodonte, quando l’hanno ritrovato “i primi ritrovamenti risalgono al 1822” –

Il bambino è confuso sulle date, meglio insistere per fargli capire il concetto di linea del tempo.

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mulino grigio

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Ci sono le mattine da mulino grigio, quelle in cui se venissero a girare un spot sui prodotti da forno per la colazione nessuno comprerebbe quei biscotti. Ci sono le mattine in cui i figli vanno a scuola solo con nel cuore la consapevolezza che quando torneranno a casa potranno dormire. Ci sono le mattine in cui dimentichi le cose da fare appena dopo averle pensate, scappano probabilmente dalle orecchie o dalle narici e tu non te ne accorgi neanche.

Ci sono le mattine in cui ogni saluto è una dichiarazione, verbale o meno, di stanchezza. E allora abbracci il figlio grande appena uscito dalla doccia e lui ti dice che è stanco. Incroci la figlia di mezzo seduta sul coperchio del water che piange perché ha sonno. Abbracci nel corridoio tuo marito e tutti e due vi appoggiate un po’ di più sull’altro, col rischio di riaddormentarsi subito. Guardi il piccolo seduto di fronte a te a tavola e vedi che farà colazione con lo sguardo perso e due lacrime a metà guancia che non hanno la forza di scendere fino a cadere.

Ci sono le mattine da mulino grigio perché non siamo capaci mai di rinunciare a una possibilità, che sia l’allenamento doppio di basket, il corso di coro, la presentazione di un libro in una libreria, la spesa a km 0 e il recupero delle ceste di verdura alle nove di sera. Perché a nessuno dei miei figli capita mai che una proposta che sentono a scuola, da un amico, agli scout o per la strada a loro non interessi. E allora comprimiamo un po’ più le ore e stringiamo più forte i denti, così riusciamo a cogliere anche quella occasione di crescita, stimoli, confronti, approfondimento.

– Per arrivare al natale dobbiamo sopravvivere a dicembre – ho detto stamattina ai ragazzi e siamo partiti tutti per i nostri impegni quotidiani. Ci mancano 19 giorni, pieni di eventi, recite, compiti, allenamenti, alberi di natale e addobbi da fare, vita. Sopravvivremo. Stanchi e felici.

con chi sono solidale

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Si è seduto al tavolo dove c’ero anch’io, di fronte la figlia, di fianco la moglie. Ha ascoltato a lungo quello che avevamo da dire su legalità, giustizia e tanti pensieri che partivano dal concreto e andavano sui massimi sistemi. Ha fatto un paio di battute sul fatto che chi dovrebbe amministrare la giustizia non è sempre onesto, sulla classe politica di cui non ci si può fidare.

E poi ci ha raccontato una storia che non potevo immaginare, che mentre la raccontava mi sentivo sempre più strana dentro: insignificante nei miei pensieri di poco prima, grata perché ce la stava affidando. 

Aveva subito minacce 30 anni prima nel suo lavoro, aveva ricevuto telefonate che gli dicevano che sapevano dove andavano a scuola i suoi figli. Aveva denunciato e aveva vissuto sotto scorta per dei mesi, con una macchina sempre sotto casa che lo seguiva mentre andava a lavoro. Aveva preso il porto d’armi, per sentirsi più sicuro, per proteggere la sua famiglia, aveva avuto una pistola addosso ogni volta che era uscito. E poi una sera, spaventato per una macchina che lo seguiva, per dei ragazzi che facevano gli sbruffoni con lui, era sceso dalla macchina, aveva tirato fuori la pistola e l’aveva puntata verso di loro. I ragazzi erano scappati e lui era tornato a casa, aveva chiuso la pistola in cassaforte e non l’aveva mai più tirata fuori. Spaventato da se stesso, consapevole che la paura può trasformarti in qualcosa che non sei. Abbastanza lucido da fermarsi in tempo e da restare quello che era:  una persona per bene.

Credevo fosse venuto all’incontro sulla legalità, prima dell’intervento di don Luigi Ciotti, trascinato dalla moglie e dalla figlia, credevo che il suo contributo sarebbe stato centrato su un generico “tanto sono tutti ladri”. E invece lui aveva una storia vera di legalità da raccontare a me, che mi sento coraggiosa quando chiedo lo scontrino. Ce l’ha regalata così, una sera di ottobre, intorno a un tavolo di un oratorio, con le torte salate e i biscotti fatti in casa di fronte. 

È con lui che sono solidale oggi, con lui che si è saputo fermare in tempo per proteggere la sua dignità di persona per bene, con lui che ha avuto paura di se stesso e della sua stessa paura. Con lui che ha deciso che era più importante poter continuare a guardare i suoi figli in faccia, senza rimorsi per ciò che aveva fatto. Con lui che nonostante la disillusione, ha deciso che era più importante rimanere dalla parte della legalità. E aspettare giustizia, non farsela da solo.

Nella foto: l’ulivo di via d’Amelio 21 a Palermo

vado forte

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Da quattro anni sono entrata nel magico mondo della palestra. In versione soft e decisamente poco modaiola, perché le lezioni per strada con musica, movimenti coordinati e sorrisi di plastica non mi si addicono molto. Anche in versione poco chiacchierona, perché in fondo resto sempre una timida e pure un po’ stronza, quindi quei quarti d’ora di assenza in cui sento solo la fatica del mio corpo sono qualcosa che non mi infastidisce per niente.

Ho un’insegnante invidiabile, da tutti i punti di vista: perché è una donna bella, intelligente, capace di fare movimenti armonici, eleganti e al tempo stesso di una potenza incredibile. Porta avanti un gruppo misto di età e capacità con fermezza e rigore, spingendo ciascuna a fare un po’ di più, a credere che possiamo migliorare. E io ci provo a crederlo, ma quando mi trovo ingarbugliata nel tessuto come se fossi un salame anziché riuscire a fare la posizione del giaguaro, penso che in fondo lei mi tiene nel corso come mascotte, esempio di come tutti possano provarci (non riuscirci). E mentre sei lì, in uno sforzo sovraumano per capire cosa devi fare e farlo meno peggio di come ti verrebbe naturale, quando la senti che si avvicina ti dici “ecco, sto sbagliando”.

Ieri eravamo lì, gambe appese al tessuto e culo per terra, a fare addominali e lei ha iniziato a passeggiare tra una e l’altra. Ho imparato, non solo in palestra, che la miglior tattica è ammettere subito le proprie debolezze perché in qualche modo dispone l’altro (e spero sempre anche me stessa) in un atteggiamento comprensivo e accomodante. E così quando si è fermata di fianco a me le ho subito chiesto se sbagliavo a far l’esercizio, perché lei aveva detto di tirare su braccia, testa e spalle e io andavo oltre.

– No va benissimo, stavo appunto notando che con gli addominali vai forte –

Ho finito la mia lezione con somma gioia, un briciolo di autostima in più e pensando che l’indomani mattina avrei pagato l’esuberanza dell’addominale, non riuscendo neanche a piegarmi per allacciare le scarpe. E invece tutto tace intorno all’ombelico e io mi godo quel silenzio.

i diritti dei bambini

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I bambini hanno diritto di arrivare in orario: a scuola, ai loro allenamenti sportivi, alle feste di compleanno, agli appuntamenti della loro vita. Perché quello che fanno è importante e l’attenzione che noi genitori mettiamo nell’accompagnarli nei tempi giusti dà loro la dimensione del valore del loro impegno.

I bambini hanno diritto di sbagliare e di avere qualcuno che li corregge: perché senza errori non si cresce e, senza qualcuno che gli dice che hanno sbagliato, crederanno di essere infallibili e saranno frustrati quando non otterranno i risultati voluti.

I bambini hanno diritto di avere dei confini: nelle loro possibilità di azione e movimento, nella loro autonomia, nella realizzazione dei loro desideri. Perché sono i confini che danno sicurezza e un territorio conosciuto in cui mettere alla prova le proprie capacità e sono quegli stessi confini che fanno nascere il desiderio di superarli, di scoprire il mondo fuori, di cambiare la forma del recinto perché sia adatti alla forma del proprio essere.

I bambini hanno diritto di mettersi alla prova, di fare cose difficili, di rischiare: altrimenti crederanno di non potercela mai fare, di saper camminare solo perché c’è la mano della mamma che li tiene, di non essere all’altezza delle loro ambizioni.

I bambini hanno diritto di avere altri punti di riferimento che non siano i genitori: perché il mondo è così grande che non lo esploreranno mai tutto se devono sempre stare attaccati alle nostre gambe, perché a volte serve un altro parere diverso dal nostro, perché anche noi siamo fallibili.

I bambini hanno diritto di avere i loro gusti e di manifestarli: nel vestire, nel leggere, nello sport e nelle attività artistiche, nei giochi. Non è attraverso di loro che realizziamo quello che non siamo riusciti a fare nella nostra vita. Non sono dei nostri cloni, ma persone diverse da noi, con un pensiero autonomo e talenti personali.

I bambini hanno diritto di fare i bambini, perché hanno intorno degli adulti che hanno il dovere di fare gli adulti:  che danno il giusto valore ai loro impegni, dalla scuola allo sport, alle loro relazioni sociali; che gli fanno notare i loro errori e si siedono lì a fianco per stimolarli a trovare il modo di correggerli; che mettono loro dei limiti e dei vincoli e li richiamano a rispettarli, negoziando con loro i cambiamenti quando sono necessari; che li lasciano liberi di provare anche quando pensano che forse non ce la faranno, che li spingono ad assumersi il rischio di fare cose nuove; che lavorano in rete con gli altri adulti e non si sentono sminuiti nel loro ruolo o fanno a gara quando condividono la responsabilità di educarli con insegnanti, allenatori, amici, familiari; che non li plasmano a immagine e somiglianza di quello che piace a loro o di quello che a loro sarebbe piaciuto essere.

I bambini hanno diritto di essere oggi quello che sono, per poter diventare le persone migliori che potranno essere domani.

di miti greci e percy jackson

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Si sa che l’educazione dei figli porta delle sfide sempre avvincenti e spesso la scoperta di talenti che pensavamo di non avere. Ad esempio ho creato vestiti di carnevale che fossero più elaborati di una mascherina di carta davanti agli occhi e ho cucinato torte per le feste di compleanno (ma raramente perché più spesso le fa mia sorella che è decisamente più brava di me). Ma la sfida più difficile e per me la più importante, quella che continuo a raccogliere, è quella di far capire ai miei figli che la conoscenza e la cultura sono la vera felicità nella vita.

Le prime settimane della terza elementare sono state uno scontro continuo tra me e il piccolo, per capire come funziona il metodo scientifico, conoscere la teoria della deriva dei continenti, inventare le legende di ipotetiche carte tematiche sulla quantità di scuole in ciascuna regione italiana. È uno sforzo che sostengo quasi ogni giorno, su materie diverse, cercando di far cogliere le analogie tra una materia e un’altra, facendo collegamenti con la sua vita quotidiana, con le sue esperienze (“Diego ti ricordi il confine tra la Bosnia e la Croazia questa estate?” “Si, era dove c’era la casetta dei poliziotti” “Ma a parte quella casetta tu vedevi altri segni, c’era un muro? una recinzione?” “… no” “Ecco la carta politica evidenzia dei confini che sono stabiliti dagli Stati ma che poi non trovi sul territorio, perché il bosco è tutto uguale, anche se da una parte è Bosnia e dall’altra Croazia). È uno sforzo che come risultato visibile da delle domande a cui non so rispondere (“mamma, io voglio sapere quanto dobbiamo andare indietro nel tempo, partendo da oggi, per arrivare a quando si è formata la Terra” “Diego, non sono sicura della risposta, magari chiedi alla maestra”), ma d’altronde queste sono le domande migliori: quelle che ti spingono a cercare le risposte attraverso nuove conoscenze.

Ieri ho aiutato Lucia a studiare epica, argomento i miti: quelli della creazione, del diluvio, della metamorfosi e degli eroi. E mentre approfondivamo i testi, dalla Genesi alla storia di Gilgamesh, da Prometeo e il Minotauro a Perseo e Medusa, interrompevo sempre la lettura per farle notare che autori diversi, di epoche diverse usavano quasi le stesse parole in certe fasi del racconto; per dirle che i supereroi di Stan Lee riprendevano gli eroi greci e romani, quelli che si ritrovavano con poteri soprannaturali loro malgrado e sfidavano gli dei per cambiare la vita degli uomini. Non le ho detto che il labirinto del Minotauro secondo me ha qualcosa in comune con il labirinto dell’Overlook Hotel di Shining perché non avrebbe capito il riferimento, ma l’ho pensato e mi sono sentita illuminata come se in quel momento si fosse aperto un circuito mentale.

Dovevo uscire con la mia amica ieri sera e invece sono rimasta a casa a far ripetere epica a Lucia. Ma sentivo l’urgenza, proprio ieri sera, di compiere quello sforzo per far capire ai miei ragazzi che ciò che studiano a scuola è una porta aperta sul mondo di oggi e una bussola per capire quello di domani, che conoscere i miti o la deriva dei continenti renderà i film di Percy Jackson o l’Era glaciale ancora più avvincenti, che la cultura è tutta uguale, non c’è quella alta e quella bassa, c’è solo la conoscenza e la fame mai saziata di scoprirla.

– Quindi dici che il successo di saghe e film come quelli dei supereroi derivano dal fatto che si rifanno ai miti del passato? – dice Flavio a tavola.

Certo, perché dobbiamo renderci conto che non ci inventiamo quasi mai nulla di nuovo, ma riscriviamo con nuovi linguaggi sempre la stessa storia. Perché sempre le stesse sono le domande, che si viva in una caverna scaldati dal fuoco o si abbia in mano uno smartphone e si viaggi su un’auto elettrica.

cos’è Torino

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Cara Elasti,
leggo il tuo blog regolarmente per una somiglianza delle nostre vite che a volte mi ha preoccupato e molto più spesso mi ha consolato e divertito. Tra le differenze, io vivo a Torino. Si, in quella città che ti mette da sempre soggezione, come hai scritto pochi giorni fa nel tuo blog. Allora te lo racconto io cos’è Torino e chi siamo noi torinesi.

Torino è la città in cui se cammini guardandoti i piedi ti perdi molto. Le montagne, prima di tutto, che ci ricordano ogni giorno che siamo incredibilmente piccoli come uomini e donne, ma anche che la cima è lì, alla portata del nostro lavoro costante e del nostro impegno, parola che non spaventa quasi mai un torinese. Le montagne sono il nostro orizzonte abituale, soprattutto nelle giornate di febbraio, quelle fredde e limpide, in cui la luce del sole fa brillare la neve sulle vette.
Ti perdi i palazzi, quelli dei re e delle regine, di un’eleganza che bada all’essenziale, di una bellezza pura che ti riempie gli occhi e il cuore. Ti perdi gli alberi, tanti, che ombreggiano i nostri corsi e controviali, che svelano parchi cittadini in ogni angolo, che abbracciano piazze con i turet con l’acqua fresca che scorre sempre. Ti perdi “l’arco rosso”, la passerella che collegava il villaggio olimpico con il centro congressi del Lingotto e la pista per le auto sul tetto di quella che un tempo era una fabbrica. Ti perdi il nuovo skyline, fatto di pochi grattacieli, la nuova Porta Susa, una balena di vetro e acciaio che si è sdraiata in centro per ingoiare i treni e la metropolitana, tra le vie di Cit Turin in cui le signore hanno veramente le perle.

Torino è la città in cui il basso e l’alto si incontrano e si mischiano. In quelle che erano fabbriche nasce qualcosa di nuovo: poli espositivi come le OGR (Officine Grandi Riparazioni, dove si riparavano i treni) con una programmazione di eventi capace di far dialogare i diversi linguaggi dell’arte e della cultura; luoghi promiscui come Eataly, un po’ ristoranti stellati, un po’ banconi alti per un pranzo condiviso, un po’ supermercati, un po’ laboratori in cui tutto gira intorno al cibo che mangiamo, a come viene prodotto a quale idea del lavoro dell’uomo e di rapporto con l’ecosistema si vuole promuovere.
È la città del primo re d’Italia e dell’antifascismo degli operai della Fiat, che insieme coi partigiani difesero le fabbriche, i ponti, i servizi di pubblica utilità fino ad arrivare a liberare la città il 28 aprile 1945 dall’occupazione nazifascista.

Torino è la città dei confronti e degli scontri: qui nasce nella seconda metà degli anni 60  l’Arte Povera, che rompe con i canoni artistici precedenti e da quel momento l’arte contemporanea è diventata un tratto forte dell’identità cittadina, che a novembre ospita una Fiera internazionale di arte contemporanea come Artissima e una fiera che ormai definire minore è ridicolo, come Paratissima, che ospita le opere di artisti non ancora scoperti dalle gallerie d’arte internazionali. È da Palazzo Campana, sede delle facoltà umanistiche dell’Università di Torino, occupato nel 1967 dagli studenti torinesi che inizia la stagione delle proteste negli altri atenei italiani ed europei.

Nel periodo preparatorio delle Olimpiadi invernali del 2006 c’era uno slogan per la città “Always on the move” che contrastava con l’appellativo tipico dei torinesi “bugia nen”, che in dialetto significa “che non si muovono”. Siamo entrambe le cose, noi torinesi: creativi e rigorosi, disciplinati e disobbedienti, riservati e leali, fieri e accoglienti, saldi nei nostri principi e aperti a strade laterali ancora inesplorate.

È vero, baciamo e abbracciamo poco, diamo del lei quando incontriamo qualcuno che non conosciamo e stringiamo la mano anziché dare il cinque. Però ascoltiamo veramente, conosciamo il valore del gioco di squadra, non ci spaventiamo davanti al lavoro, siamo equilibrati e raramente eccessivi, e questo in effetti è strano in un’epoca di esagerazioni. Conserviamo qualcosa del “bugia nen”: i piedi ben piantati per terra nella realtà, lo sguardo verso il cielo, perché è lì che la nostra immaginazione disegna i nostri progetti futuri.

La prossima volta che tornerai a Torino, Elasti, non sentirti in soggezione se non ti chiediamo l’autografo o non ti abbracciamo come se ci conoscessimo da una vita: stacci di fianco e scoprici un po’ per volta, un amico di Torino va assaporato pian piano, come il cioccolato.