di bikini e burkini sul lago

IMG_7157
Standard

Nella connessione a singhiozzo delle vacanze leggo che in alcuni stati (anche nella mia amata Francia) si vieta l’utilizzo del burkini, il costume completo che indossano alcune donne musulmane per fare il bagno.

A luglio, con 24 adolescenti siamo andati a fare una gita al lago, per farci il bagno. Durante il resto della settimana tra le ragazze c’è chi non ha mai tolto i leggins da sotto i pantaloncini e si è sempre coperta sotto una felpa oversize, chi si è truccata e passata la cheratina sui capelli tutte le mattine, chi ha indossato short talmente corti da non lasciare quasi nulla all’immaginazione, chi camice ampie forse per nascondere un seno generoso e una corporatura esuberante, chi ha messo sempre solo jeans rotti e magliette nere.

Siamo scesi al lago, con questi 24 esemplari di giovani donne e uomini occidentali, e abbiamo fatto il bagno nel lago.

C’è chi ha sfoggiato costumi in colori fosforescenti che si vedevano anche dal confine svizzero, chi si è immerso con la maglietta, chi con i pantaloncini, chi completamente vestito, chi non si è bagnato ed è stato tutto il giorno con calze e scarpe da ginnastica rigorosamente allacciate. E poi ci siamo stati noi 6 adulti, che abbiamo esposto il nostro corpo in costumi imprestati, con i nostri rotolini, il nostro pallore, le nostre imperfezioni con cui forse abbiamo fatto pace (o forse non abbiamo mai veramente litigato).

Abbiamo fatto il bagno tutti insieme, abbiamo fatto gare di nuoto e di tuffi, giochi, schizzi e chiacchiere seduti a riva. Abbiamo preso il sole e mangiato insieme. E i nostri corpi, il nostro modo di bagnarci, di vestirci o svestirci raccontava qualcosa di certo (il campo era sulla narrazione, come avrebbe potuto essere diverso?). Ogni racconto era ugualmente dignitoso, rispettoso degli altri e della nostra cultura, in parte comune e in parte diversa. Ogni donna e ogni uomo si è sentito libero di godersi la giornata al lago e il bagno (o il non bagnarsi) secondo i propri bisogni e la propria sensibilità.

Non c’erano burkini o bikini, semplicemente c’erano persone insieme. Che guardavano oltre i vestiti e oltre i corpi per vedere quello che di vero e profondo c’è: la nostra umanità, nuda e cruda.

alfabeto delle vacanze 

img_0637-1
Standard

Ci sono cose indispensabili per definire una vacanza e altre meno. Un alfabeto che diventa check list da spuntare a fine agosto.

A – abbronzarsi: se non cambi colore non sei stato in vacanza, se non hai almeno un segno (del costume, dell’orologio, dei sandali) vuol dire che hai sprecato il tuo tempo e ti sentirai dire al ritorno a casa “ma tu vacanze niente?”. Ho passato 40 anni a sentire questa frase, evitatela.

B – bruciarsi: quelli che come me non riescono a diventare tinta caffellatte le provano tutte, soprattutto quando hanno poco tempo o sono alla fine dell’estate. Il risultato è che si bruciano dalla testa ai piedi, dimenticando la crema protettiva e illuminando le stanze di luce propria (quella fucsia generata dal proprio corpo).

C – code: se non stai un po’ in coda in autostrada non rientri nelle statistiche dei Tg di chi parte nei giorni da bollino rosso. Noi quest’anno siamo stati ligi e per evitare code ci siamo lanciati in statali francesi sconosciute. Risultato: 12 ore in macchina, 3 passi a 1000 mt di altezza per raggiungere la costa, figli che piangono per crampi alle gambe e mal di schiena.

D – derive: l’estate porta con sé l’eccesso. Come il troppo sole farà marcire frutta e verdura, così ogni buono spunto prenderà una deriva malsana e fastidiosa. E la battuta divertente dei ragazzi diventerà il tormentone che ripeteranno alla nausea in macchina finché li costringerai al silenzio facendo entrare in vigore la legge marziale.

E – esplorare: non è vacanza se non si esplora qualcosa, un’altra cultura, un ambiente naturale, una parte di se stessi. Non è vacanza se quello che vediamo o facciamo non ci trasforma almeno un po’.

F – fatica: di fare le valigie per partire e rifarle per tornare. Cerchi sempre di dividere le cose sporche da quelle pulite per evitarti una lavatrice, poi arrivi a casa e in lavatrice ci finiscono pure i borsoni.

G – guide: sono quei volumi enormi, pieni di suggerimenti che ti porti nella borsa senza mai consultarle per i primi 5 giorni. Quando al sesto deciderai che farsi venire la gobba non era un obiettivo dell’estate e lascerai i volumi a casa, ovviamente ne avrai bisogno per scegliere il ristorante nella zona periferica ma molto di moda. E non mangerai (almeno non li).

H – ho: il verbo preferito dei figli in vacanza, soprattutto girando per città e musei. Ho fame, ho sonno, ho sete, ho male ai piedi. Ho sviluppato nel tempo una sordità selettiva e sono bravissima a ignorare queste prese di posizione, almeno finché non sfociano nell’immobilismo del figlio di turno che si ancora al palo della luce, pisciatoio di tutti i cani del circondario, facendo aderire bene tutto il corpo.

I – ignoranza: mentre ascolti l’audio guida del museo XY scopri che hai dimenticato o forse mai saputo moltissime cose. E che se avessi studiato meglio storia, geografia, letteratura e arte alle superiori adesso capiresti un po’ di più di quello che stai vedendo.

L – letto: è la cosa che sei più felice di rivedere quando torni a casa tua. Perché hai dormito su reti sfondate, materassi a imbuto che raccolgono tutto al centro, letti alla francese, che vuol dire talmente stretti che appena muovi un piede tocchi quello del marito. 

M – menomalechesietetornati: è la frase con cui ti accoglie sempre mia nonna a fine agosto. Non lo dice pensando alle code in autostrada o al rischio incidenti. Semplicemente a lei l’estate infastidisce e tu in vacanza ancora di più.

N – noia: in vacanza dovrebbe essere non solo concessa ma resa obbligatoria. Perché rallentare i ritmi serve a tutti per rigenerarsi. E tu, che normalmente sei restia a concederti questo lusso, stai imparando. Non ci fosse sempre un figlio pronto a dirti “mi sto annoiando, giochiamo a palla/carte/ricoprirti i piedi di sabbia?” ci riusciresti anche.

O – oh: in vacanza devi vedere dei posti che ti facciano dire “oh”. Che siano i vetri della Saint Chapelle o Le spiagge dello sbarco o i ragazzi che vanno in bici in libertà coi nuovi amici francesi. Quella esclamazione apparentemente ininfluente sarà carburante per l’inverno e le sue fatiche, per il mese di ottobre e la routine che ti schiaccia.

P – pasta: è la seconda cosa che ti manca di più, o forse a me la prima. Va bene la tradizione culinaria di altri paesi, ma un piatto di pasta col pomodoro è tutto quello che ti serve quando torni a casa.

Q – quando: è l’inizio di ogni frase dei tuoi figli in vacanza: quando siamo arrivati? Quando andiamo a mangiare? Quando posso comprarmi il regalino che mi avevi detto? E la risposta è sempre una misura di tempo indefinibile: tra un po’, mezz’oretta, più tardi. E la risposta non placa mai la sete di conoscenza.

R – ristoranti: quando le vacanze si facevano in due si sceglievano sulla base di quanto fossero originali e tipici del posto. Adesso in 5 appena guardi il menù pensi se c’è qualcosa che susciterà l’entusiasmo del piccolo che non siano nuggets di pollo e patatine fritte. 

S – spiaggia (di sabbia): d’estate si frequenta, è risaputo e a piccole dosi è anche salutare. Ma dopo una settimana di colonizzazione di un quadrato di terra con ombrellone, borsa dei giochi, asciugamani, costumi di ricambio e di ritorni a casa in cui ti porterai sabbia tra le dita dei piedi, nel costume, nel cellulare, tra le pagine del libro e nelle orecchie, sceglierai solo più litorali di pietre.

T – tempo: non esiste buono o cattivo tempo ma solo buono o cattivo equipaggiamento. Però diciamo che se non piove e ci sono più di 15 gradi con vento, la vacanza riesce meglio. Almeno per noi mediterranei.

U – unghie: dipinte in colori brillanti e perfette quelle di tuo figlio di sei anni che ha voluto lo smalto, almeno quanto rovinate e con il colore che cade a pezzi le tue. Non te lo spieghi, ma è sempre così: tu cedi al fascino di quel boccettino rosso corallo e il tuo sforzo dopo un giorno sarà inutile.

V – vestiti: ci sono quelle che in qualsiasi località sfoggiano il vestito giusto: a Parigi la gonna con le tasche dove mettere di tutto, ma al tempo stesso un po’ “magico mondo di Amelie”, sulla passeggiata al mare il pareo legato come fosse un vestito cucito addosso da uno stilista. Io ho sempre qualcosa che non esce dalla valigia talmente era sbagliata e sempre ho degli abbinamenti improbabili e inadeguati. Così a cena a Parigi avrò il pantaloncino tecnico da montagna e nell’escursione a Disneyland mi ritroverò col vestito un po’ sbarazzino e le scarpe da ginnastica.

Z – zaino: una volta era grande e capiente, capace di contenere tutto il necessario per due settimane di scoperta. Adesso è più piccolo e contiene i compiti. A casa nostra abita un mostro dispettoso che estrae sempre qualche libro o quaderno dopo che è stato preparato con cura dai figli. E cosi ti trovi al mare per tre settimane senza il libro di inglese per fare i compiti, quello che “ma io l’avevo proprio messo nello zaino”.

la vache qui rit

img_0599
Standard

In Francia c’è una marca di formaggini che compravamo sempre per le gite e che io lasciavo alle mie amiche perché non mi piacevano. La vache qui rit si chiama e sulla confezione c’è la tipica mucca felice e sorridente.

Nel nostro viaggio estivo abbiamo attraversato il paese da nord a sud, vedendo campi infiniti con le balle di fieno, boschetti, pale eoliche, centrali nucleari, passi sulle Alpi marittime, fiumi pieni di gente che fa il bagno e kayak, gorges e discese sul mare. E in mezzo la fattoria che amo da anni e di cui si sono innamorati anche i miei figli. E la vache non può che ridere in quel mondo in cui può avere uno stagno in cui bagnarsi se fa caldo, un prato in cui riposarsi o camminare con la calma che solo i bovini sanno avere. E ridono anche le galline che hanno un’aia in cui razzolare senza confini, la libertà di scegliere dove covare le proprie uova, in una vecchia carrozzina oppure di fianco alla gabbia dei conigli. E ride il cane, che dorme fuori di casa e non conosce collare, ma ha bambini con cui giocare, biciclette da inseguire, una famiglia che si preoccupa di non lasciarlo solo tutto il giorno.

Nella Francia che conosco io, quella con la fattoria della mia adolescenza, ridono le mucche, i cani, i gatti, le galline e i conigli. Ridono tutti, perché li c’è spazio e rispetto per ogni essere vivente.

Mentre vado via da lì, mi rendo conto che anche io rido, anche se pensavo che avrei pianto. Ma la nostalgia di qualcosa di bello fa sorridere, non piangere.

domani torno a Maillenat 

img_0563
Standard

Avevo capelli corti, cortissimi, non usavo un reggiseno perché purtroppo non ne avevo ancora bisogno. Avevo una bandiera dell’Italia e salopette colorate. 

Avevo due amiche che erano un po’ tutto il mio mondo, nessun fidanzato o amore lasciato a casa. 

Ancora non sapevo bene chi fossi io, ma se ripenso a come mi sentivo allora, non posso dire che fossi scontenta o fragile. Ero nei miei 15 anni, fatti di passioni e determinazione, di spirito polemico e autoironia. 

Quello che mi ha conquistata, a poco a poco, sono stati i modi concreti e semplici. L’assenza di codici formali da rispettare, la spontaneità con cui ci si relazionava e con cui potevo relazionarmi anche io. Non dovevo essere diversa, erano pronti a conoscermi per cosa ero davvero.

Quello che mi è rimasto nel cuore e nell’anima è la solitudine, il potersi ricavare spazi senza gli altri. Poter pensare, correre, pedalare per strada. Non sono mai stata sola, ma non mi sono mai sentita costretta a stare con gli altri.

Domani torno a Maillenat, dopo 23 anni. Ho i capelli di nuovo corti, a tratti  bianchi. Uso il reggiseno anche se gli anni non mi hanno dotato quanto speravo allora. Non so ancora chi sono, ma non mi sento scontenta o fragile. Sono ancora poco avvezza alle formalità e ho bisogno di solitudine spesso.

Domani torno a Maillenat e mi trema il cuore al pensiero di rifare quella strada, riconoscere il comune e i campi da tennis del paese vicino, azzeccare la strada che si addentra nei campi. 

Domani torno a Maillenat e mi sembra di non essermene mai andata.

una vacanza tira l’altra 

img_0507
Standard

Visitiamo Parigi e penso che dovremo anche andare a Lisbona, a Berlino, a New York. Per non parlare di Istanbul, San Pietroburgo, Londra, Praga, Dublino. 

Andiamo a Le Havre e parlo dell’architettura di Mosca, così simile nel suo razionalismo estremo, nelle linee squadrate e nette. Guardiamo il porto e diciamo che dovremmo vedere insieme un film, Miracolo a Le Havre, romantico e umano, pieno di ottimismo e speranza.

Passiamo mezza giornata al Memoriale di Caen e mi ritrovo a progettare altri viaggi, a Dacahu e a Berlino, altre letture, Se questo è un uomo o Il partigiano Jonny, altri film da vedere, Train de vie o Le vite degli altri.

Siamo in vacanza con i ragazzi e a Belleville non abbiamo mangiato il cous cous o cibo cinese, così come a Le Havre non abbiamo visitato la casa modello dell’architettura razionalista, perché avremmo superato il limite della loro elasticità e sopportazione e ne avremmo poi pagato le conseguenze. Però essere in questi posti con loro mette in moto una catena di stimoli e suggerimenti, un elenco praticamente infinito di possibilità. Di viaggiare ancora, di leggere ancora, di vedere ancora, di ascoltare ancora. Di vivere e crescere insieme. E diventare forse un po’ più ricchi, di vita e di attenzione al mondo intero.

ps. nella foto la prima edizione di Se questo è un uomo esposta al Memoriale di Caen.

perché potrei vivere a Parigi 

img_0446
Standard

Dopo 4 giorni di vacanza a Parigi, in cui non venivo da 13 anni, sento di poter dire con certezza che qui potrei vivere.

Perché sul prato di place des Voges ci si può sdraiare a prendere il sole, chiacchierare con le amiche o semplicemente godersi la piazza intorno.

Perché sul prato delle Tuilleries al sabato mattina un gruppo di palestrati di colore fa addominali a non finire, in mezzo ai turisti che passeggiano.

Perché al Centre Pompidou come in molti altri musei fino ai 18 anni si entra gratis e questo è un modo molto concreto e diretto per affermare che la cultura fa crescere bene.

Perché nelle piazze del centro ci sono bagni pubblici gratuiti, pulitissimi e funzionanti.

Perché si può abbandonare l’auto e girare in metropolitana. Anche di sera dopo mezzanotte. Anche con tre figli minorenni.

Perché in giro vedi neri, normanni, nord africani e sono tutti francesi, tutti parlano la stessa lingua e hanno la stessa nazionalità.

Perché alle 21,30 c’è ancora luce e questo compensa, almeno in parte, il freschino costante di agosto e la variabilità continua del meteo, che mi hanno fatto sentire come si sente probabilmente un napoletano a Torino.

Perché hanno il bike sharing in ogni angolo ed è una cosa meravigliosa (che abbiamo anche noi torinesi, infatti non ho mai detto che la mia città non sia meravigliosa).

Perché non è tutto perfetto, ma si respira un senso di bene comune diffuso, qualcosa di cui essere responsabili insieme.

Perché i croissant au beurre danno dipendenza e io sono una persona debole.

date che non riesco a ricordare

11258270_10207194189555235_8182812795623945395_o
Standard

Ho una tendenza autistica coi numeri, ne sono consapevole, in particolare con le date. Ricordo i compleanni (molti), mi fisso sulla bellezza di un numero dispari che si ribella ad una comoda e ordinata divisione perfetta e dimostra carattere col suo voler non fare le cose precisamente uguali.

Ci sono date però che di anno in anno mi scappano dalla mente e dalle mani. Mi scappano le date, non i ricordi che invece sono incollati ancora agli occhi e al corpo. Sono incollati spesso i vestiti che avevo addosso, i posti in cui ero quando ho avuto certe notizie, i movimenti delle mie gambe, delle mie braccia, che si accostano al muro vicino per scomparire, per essere inglobata in quelle piastrelle e mattoni per andar via da quel momento che mi faceva così male: quando papà mi ha detto dell’incidente in cui era morta Anna, quando sono arrivata da mio nonno in ospedale e l’ho visto lì, senza più respiri. Quando mamma mi ha chiamato per dirmi che Enrica se n’era andata.

Ricordo tutto e non ricordo le date, ogni anno devo sforzarmi in mille collegamenti mentali per capire se era il 10 o l’11 aprile, il 3 o il 5 agosto. Ricordo che erano una notte del martedì e una domenica mattina. Ricordo che Enrica e Stefania erano andate via da casa nostra poche ore prima, la sera del lunedì, ed erano venute lì per stare con noi, per non lasciarci sole. Ricordo che ero in un posto che non sentivo giusto, che avevo intorno la spiaggia e le vacanze e volevo invece essere a casa, per correre da lei, da loro. Per non lasciarle sole.

Ricordo tutto, ma non le date. Perché se ricordassi le date voi andreste via di nuovo e invece io ho ancora bisogno della vostra presenza fisica nella mia vita. E non riesco a rassegnarmi al fatto che voi non ci siate più.