un’altra estate

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Ieri, tornando in macchina da una festa fuori città.

– Mamma, metti quella canzone che cantavamo tutti insieme in vacanza due anni fa –
– Poi metti quella che partiva da sola all’Argentario ogni volta che accendevamo la macchina –
– Adesso metti quella di quel gruppo che ti ha fatto conoscere papà e poi è piaciuto anche a te, quelli di cui abbiamo sentito il concerto. Ti ricordi quel ragazzo che ballava davanti a noi? –

E abbiamo sentito “non farti cadere le braccia”, “hasta siempre” e canzoni sparse degli Statuto. E le abbiamo cantate tutti insieme, in coro, inventando un po’ le parole se non le ricordavamo.

Ecco quello che mi manca di questa estate che sembra non esserci stata: cantare in macchina, allegri, spensierati, sereni e con tutta la vita davanti. Cantare e non pensare a nulla, spegnere il cellulare di notte e non avere un brivido ogni volta che suona. Essere in un posto solo, tutta intera, non con la testa e il cuore da un’altra parte. Goderci insieme il tempo e pensare che nulla ci aspettava a casa, se non le piante da bagnare e i pupazzi da riabbracciare. Ecco perché vorrei un’altra estate, per andare a un concerto, godermi un pranzo in spiaggia, sentirmi nel posto giusto al momento giusto.

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avanti, si gioca

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– Sai, mia figlia ha un caratterino, non è che dove la metti sta. Poi magari lei prende questo momento come un vedersi con degli amici… –

Stavo per intervenire nella conversazione telefonica dicendo “ecco, hai perfettamente capito cosa intendiamo proporre a Jacopo, vedersi con degli amici e usare l’inglese come una lingua”. Poi l’educazione, o forse un colpo di tosse, mi ha trattenuto il tempo giusto per far terminare la frase a chi stava dall’altra parte del telefono.

– Insomma, non vorrei che prendesse questo momento come un gioco e non si impegnasse abbastanza. È un corso di inglese, quindi magari fatto a scuola si impegna di più –

Stiamo cercando di organizzare per Jacopo un corso di inglese in cui il centro non sia fare esercizi di grammatica o completare frasi di un libro standard, ma dialogare con un ragazzo un po’ più grande di lui nato in un paese anglofono e con altri amici della sua età. Insomma, stiamo cercando di fare in modo che nostro figlio di 13 anni possa capire che l’inglese è una lingua che può utilizzare per parlare con altre persone, che ha un’infinità varietà di vocaboli che lui non conosce (anche perché la sua professoressa non ritiene necessario l’utilizzo di un vocabolario, gliele insegna lei le “paroline”, come le ha definite durante il colloquio con me in prima media). Stiamo cercando di non fargli odiare qualcosa che sarà per lui e per il suo futuro indispensabile. E la ricerca di compagni con cui condividere questo percorso si sta dimostrando complicatissima.

Complicatissima, si, perché pare che lo studio (e il raggiungimento di un risultato) debba prevedere per forza sofferenza, noia, imposizione. Senza sembra non ci sia insegnamento, crescita, acquisizione di competenze. Se è un gioco non vale: se ti diverti, se esprimi te stesso, se hai voglia di stare lì dove sei perché incontri degli amici e parli di cose che ti interessano, allora è inutile e non produrrà risultati.

Come se i giochi non prevedessero impegno, concentrazione, fatica, delusione, sconfitte, regole, disciplina. Come se le strade possibili per l’educazione fossero solo la bacchetta sulle dita e la rigidità del collegio o la libertà completa senza accompagnamento alcuno, senza limiti, senza regole.

Siamo a inizio anno scolastico e si parla tanto di problemi della scuola: insegnanti che mancano, strutture che per essere pulite e ridipinte necessitano dell’intervento delle famiglie, smartphone in classe come strumento per fare didattica o per distrarre i ragazzi.

Se avessi la possibilità di esprimere e veder realizzare un solo desiderio per il percorso scolastico dei miei figli, so che cosa chiederei: che la scuola sia per loro un gioco. Divertente come il basket o l’atletica che praticano 3 volte a settimana; impegnativo come la ginnastica artistica in cui Lucia ha speso 5 anni di allenamento costante; serio come un campo scout di reparto in cui se non pianti bene la tenda ti ritroverai a dormire nel bagnato; arricchente nelle relazioni, nelle conoscenze e nelle competenze com’è per me il camp sulla narrazione che vivo ogni estate. Se la scuola sarà per loro questo gioco sarà più facile diventare persone curiose, felici, ottimiste e responsabili: diventare gli adulti che ogni ragazzo dovrebbe poter incontrare, per giocare insieme.

facciamo il punto

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Dopo due settimane passate intensamente, tra fatiche e liberazioni, fini e inizi, eventi simbolici e quotidianità, possiamo fare il punto. Di quello che ho riscoperto e imparato.

Ho riscoperto la mia famiglia, i miei amici, quelli che sono sempre vicino, quelli che mi accompagnano anche da lontano, quelli che sentono i miei umori e le mie fatiche, che sanno far nascere i miei sorrisi e liberare le mie lacrime. Ho bisogno di questa famiglia e di questi amici per essere quella che sono, per permettermi di esprimere tutto, la forza e le debolezze. Per sciogliermi in un abbraccio e sostenere il braccio dell’altro.

Ho imparato che quando provo rabbia non sto bene, non vedo bene, non penso bene. E non risolvo nulla. Al contrario, sto ancora peggio e mi faccio del male. Non ho ancora imparato a non provare rabbia, ma almeno adesso so allontanare da me chi mi fa stare così. Non ho risolto il nodo che ho dentro, ma lo congelo, fino alla prossima volta in cui dovrò affrontarlo, sperando mi faccia meno male e sia diventato un po’ più piccolo.

Ho riscoperto il piacere di organizzare le cose, di coordinare gli sforzi, di avere grandi progetti e portarli avanti, anche se non tutti giocano con la stessa intensità, passione e trasporto questo gioco che abbiamo scelto insieme. Ho imparato che io so giocare solo così e che se tengo a qualcosa difficilmente mi faccio fermare dal poco entusiasmo degli altri. Non sono fatta per i balzi da gallina, aspiro e tento, con risultati non sempre incoraggianti, di essere un’aquila che sorvola le cime.

Ho riscoperto quanto l’educazione sia il centro di ogni cosa e quanto lo strumento più potente, forse l’unico che funzioni veramente, sia la testimonianza. Impariamo per imitazione tutto: dal parlare al mangiare, dal leggere all’andare in bicicletta, dalla raccolta differenziata a potare gli ulivi. E questo vuol dire che non c’è educazione senza comunità, che non costruiamo il futuro se non costruiamo la società in cui viviamo. Che l’individualismo ha i giorni contati, mentre la solidarietà fa guadagnare a tutti giorni in più.

Ho imparato che la vita è fatta di incontri e di relazioni: che ti capitano per caso, ma poi crescono solo se le alimenti, che ti vengono in aiuto quando hai bisogno, che agiscono per contagio. Il buon umore è contagioso, la voglia di fare è contagiosa, l’impegno è contagioso, l’assumersi delle responsabilità è contagioso.

Ho confermato che amo vivere in periferia, perché è qui, tra le diversità e i contrasti, che la mia intelligenza trova stimoli, che mi sento a casa mia. Nell’imperfezione che stimola la creatività, nelle difficoltà che provocano le reazioni e la spinta verso il cambiamento.

tempo

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C’è il tempo delle corse, delle scadenze da rispettare, degli impegni che si accavallano, degli stimoli da inseguire, delle opportunità da cogliere, dei doveri da osservare.

C’è il tempo che non ti lascia tempo, per pensare, ascoltare, progettare, riflettere, scegliere. Che ti travolge con gli eventi.

C’è il tempo che non passa, seduta su una sedia, in una stanza che non conosci, rumori dietro la porta, respiri faticosi dentro la stanza. Odore di vassoi con cibo che si sta raffreddando, sole che filtra dalle finestre, tende raccolte ai lati, spesse, per far arrivare la notte quando sarà il momento. Fuori la collina, ancora verde d’estate, il fiume che scorre, il parco con persone che corrono, bambini, cani. E ciclisti, quelli della domenica o quelli con i vestiti tecnici, con i pantaloncini imbottiti e la maglia traspirante.

Fuori un altro tempo che non passa, nelle case di chi aspetta: di tornare qui, di avere una notizia. Di concedersi il tempo dei ricordi e delle lacrime. Di sapere che il peggio è arrivato e non devi più aspettarlo, ma puoi concederti di viverlo.

È il tempo della quarta storia, di strappare le pagine di questo libro che non riesce a finire e di leggere l’ultima riga.

il tempo che abbiamo

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Quest’estate ho scattato più di mille foto: col cellulare, con la macchina fotografica, facendomi prestare la scheda di memoria da Lucia, che la mia l’avevo già riempito. Ho fotografato fiori, piante, laghi e lagune, montagne, mare, sentieri, monumenti, cibo. Ho ammorbato parenti e amici, figli che ormai si coprono quando mi vedono con la macchina in mano, ho rallentato il percorso verso un tempio o verso il mulino delle saline per fermarmi a fotografare un dettaglio. Ho intrappolato in un fotogramma sconosciuti, bande musicali, feste di paese, nuvole.

Ho trattenuto momenti che mi stavano dicendo qualcosa, dettagli che sintetizzavano un tutto più grande, emozioni che forse riuscivo a vivere solo così, dietro l’obiettivo che mi copriva gli occhi e il cuore. Ho raccontato quella che sono in quelle foto, quello che vorrei fosse il mondo, quello che la mia mente cerca di capire e interpretare.

E oggi ho ritrovato una foto di 6 estati fa: c’è Diego, ha un anno, nel cortile della casa al mare, intento a infilare un cavallo dentro un camioncino. E di fianco, accovacciato, c’è uno zio, che lo osserva con la stessa espressione seria e concentrata. Intorno a loro forse qualcuno stava litigando (gli altri due miei figli probabilmente), qualcuno prendeva il sole o leggeva sul dondolo, qualcuno bagnava le piante. Ma in quel momento, quello esatto in cui l’otturatore della mia macchina fotografica si è chiuso e la luce ha lasciato quel segno permanente, loro due erano da soli, concentrati in un mondo a parte, fatto di vicinanza, quella che faceva accovacciare un 60enne per stare alla stessa altezza del nipote di un anno, di impegno, quello di un bambino che prova da solo a fare una cosa difficile e non chiede aiuto, di tempo, quello che sapevano di avere davanti e che gli permetteva di non affrettarsi, ma darsi tutto il tempo necessario per riuscire a fare cosa volevano fare.

Non è un caso che quella foto salti fuori proprio oggi e io me la tengo lì, appoggiata addosso, cercando di fare in modo che mi ricordi che per stare insieme serve vicinanza, impegno. E tempo. Tutto quello che c’è , tanto o poco che sia.

parole delle vacanze 11

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#giorno 11 bellezza

– Sai cosa penso?

– Cosa?

– Che questa pista in fondo non è brutta. Anzi

– Ma che cosa dici?

– Visto così, dall’alto uno potrebbe anche pensare che la natura vince sempre, che è ancora più forte dell’uomo. E invece non è così. In fondo tutte le cose, anche le peggiori, una volta fatte poi si trovano una logica, una giustificazione per il solo fatto di esistere! Fanno ‘ste case schifose, con le finestre di alluminio, i mattoni vivi… mI stai seguendo?

– Ti sto seguendo

– La gente ci va ad abitare, ci mette le tendine, i gerani, la televisione e dopo un po’ tutto fa parte del paesaggio: c’è, esiste, nessuno si ricorda più di com’era prima. Non ci vuole niente a distruggerla la bellezza

– Beh, ho capito ma allora?

– E allora invece che la lotta politica, la coscienza di classe tutt’e le manifestazioni e ‘ste fesserie bisognerebbe ricordare alla gente che cos’è la bellezza. Aiutarla a riconoscerla. A difenderla

– La bellezza?

– La bellezza, è importante la bellezza. Da quella scende giù tutto il resto

(dal film “I cento passi”, dedicato alla storia di Peppino Impastato, nato e morto a Cinisi, un paese vicino a Palermo)

quella di quest’isola che ti sorprende, ti emoziona e ti commuove

quella della sua natura rigogliosa, forte e tenace, più degli incendi che lasciano tracce ovunque, più dell’immondizia abbandonata sulla spiaggia di fronte a un mare che resta cristallino, più delle case brutte, non finite, disastrate, poste sulle colline e sulle piane senza una logica

quella di tutte le popolazioni che da qui sono passate, lasciando cultura e arte, templi greci e mosaici bizantini, palazzi normanni e chiese barocche

quella di queste persone che ti accolgono e ti coccolano, che quando ti invitano a casa ti fanno trovare cannoli e paste di mandorla e ti dicono che per loro averti li è “un dovere, un piacere e un onore”

Questa è la parola conclusiva di questo viaggio: bellezza. Quella che ho sentito tutto intorno a me nei posti che ho visto e nelle persone che ho incontrato, quella che mi sono portata da casa, con una famiglia che vive insieme le difficoltà e le gioie, che sa esserci anche nelle diversità, che ama il rapporto tra generazioni diverse, nonni, genitori, figli e nipoti.

Bisogna ricordarsi cos’è la bellezza, riconoscerla e difenderla, per salvarsi e vivere.

parole delle vacanze 10

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#giorno10 migrazioni

quelle delle colombelle bianche che una volta, ci racconta Totò, passavano dal paese a giugno e poi a settembre se ne andavano. E invece adesso non vanno più via, si fermano tutto l’anno

quelle dei tonni che dall’oceano atlantico passano nel mar mediterraneo e vengono catturati nella tonnara alla Riserva dello Zingaro “sono quelli di andata e sono più buoni, perché hanno solo fatto una parte del viaggio e sono meno stanchi” ci spiega Luana al museo della Tonnara dell’Uzzu

quelle di mio papà e della sua famiglia, che ha lasciato la Sicilia per venire a Torino o andare negli Stati Uniti, per trovare un lavoro, lasciare la campagna, poter vivere diversamente. La Sicilia era solo nell’accento degli zii e di papà quando parlava con loro, nei pupi di zucchero che mia zia comprava e che mangiavamo scavandolo da dietro, nei racconti quando andavi a trovare i parenti in America, per cui l’Italia era solo la Sicilia

quelle delle donne velate che camminano nel mercato di Ballarò, degli indiani che vendono bibite in via Maqueda

quelle dei disperati che sono arrivati dall’Africa sulla spiaggia della Riserva di Torre Salsa un giorno prima che fossimo lì vicino, su un barcone

quelle di Paola che spera di avere una cattedra a Torino a settembre per poter fare il suo lavoro, l’insegnante