sono anti democratica

1836621_10204730628047737_3863766401530389559_o
Standard

Io mi sforzo nell’educazione dei miei figli, ogni giorno, ogni minuto, ogni istante. Quando fanno colazione e vige la regola che i biscotti che si mangiano sono quelli aperti anche se a loro non piacciono; quando fanno la cartella e gli insegno che se c’è un cordino bisogna chiuderlo, altrimenti la cartella sarà aperta e sbrindellata; quando arriviamo a scuola puntuali perché se c’è un orario di ingresso è giusto, per rispetto loro, dei loro compagni e delle insegnanti rispettarlo; quando non li infilo tra un bambino e l’altro sotto la doccia in piscina, tanto è solo un attimo, cosa vuoi che succeda; quando li mando a scuola senza compiti se hanno dimenticato i quaderni sotto il banco; quando spengo la televisione mentre mangiamo, non accetto avanzi nel loro piatto e prima di alzarsi da tavola devono aver finito almeno loro tre e devono portarsi il piatto, il bicchiere e le posate nel lavandino; quando suggerisco il regalo di squadra, anziché quello individuale, per la ragazzina che festeggerà a fine allenamento il suo compleanno.

Mi sforzo ogni giorno e ci sono dei momenti in cui sono intransigente e antipatica, quasi dispotica con le mie fisse. Ci sono  i momenti (e non sono pochi), in cui i miei figli mi dicono che sono noiosa e che con me non si può fare niente.

Perché nel mondo che incontrano si può mangiare quello che si vuole e quando si vuole, come se fosse sempre un eterno momento del pasto, gli avanzi nel piatto sono la normalità e nessuno si turba per lo spreco. Nel mondo in cui vivono le cose vengono fatte a metà, in maniera approssimativa e disordinata, come capita. Nelle loro classi ci sono bambini che entrano alle 8,35, quando la campanella è suonata da 10 minuti e tutti dovrebbero poter già essere al lavoro, maestre e bambini. Nella loro fila a bere ai giardinetti, c’è sempre una mamma, un nonno, un bambino che si infila tra uno e l’altro, come se tutti quelli in coda fossero lì per vedere il miracolo dell’acqua che cade e non per bere anche loro. Nelle loro attività ci sono continuamente giustificazioni di qualche adulto per ogni dimenticanza, genitori che al campo scout portano dopo due giorni il materiale dimenticato, mamme che si scambiano fotografie sui gruppi di whatsapp ogni fine settimana, perché la dimenticanza ormai è cronica e costante. Nei loro pasti a scuola ognuno può mangiare quello che vuole, il cibo viene buttato senza neanche essere assaggiato e quando a qualcuno non piace si dice “fa schifo”.

Allora, se questo è il mondo in cui i miei figli devono andare, se questa è la democrazia, io divento antidemocratica. Voglio una sana dittatura che ci imponga la convivenza sociale, fatta di regole, doveri e sanzioni. Perché in questa democrazia non riesco più a trovare dei valori, ma solo dei capricci; perché la democrazia è qualcosa che va esercitato con maturità e rispetto, non con la spregiudicatezza di chi è interessato solo ad arrivare al traguardo.

sarò muscolosissimo 

img_0784
Standard

– quando saremo grandi dovremo fare i turni per andare a mangiare da mamma –

– perché Diego? –

– perché siamo troppi –

– beh, dai nonni andiamo sempre tutti, sia noi che gli zii e i cugini. È vero che voi siete uno in più… –

– perché solo uno? Io voglio dei figli –

– io ne avrò solo uno, guarda –

– perché ti schiacci il polso Lucia? –

– guarda, viene una sola gobbetta, vuol dire che farò un solo figlio –

– ah, veramente scientifico come metodo –

– io invece farò tanti figli –

– davvero Diego? –

– si, sarò muscolosissimo e porterò i miei quattro figli in braccio, così, guarda –

E il futuro uomo muscolosissimo, che camminerà con 4 bambini aggrappati addosso (i miei nipoti), mostra i bicipiti, per far vedere che non mente.

Saranno pranzi affollati.

 

a volte serve ringraziare

img_0779
Standard

Questo è un post pieno di link, perché è un post di ringraziamenti, che a volte ci si rende conto che è il momento di farli.

Nella forma non sempre definita che ha assunto il mio lavoro da quando sono rimasta senza lavoro, ci sono degli aspetti faticosi, ma anche delle belle scoperte o riscoperte. Una di questa è accorgersi di quanto quello che è sempre stato il modo di occupare il mio tempo libero, cioè pensare al territorio che abito come a un posto da far crescere insieme ad altri, pensare ai rapporti tra le persone come maglie di una rete che ci tiene insieme e che ci porta più lontano, possa diventare qualcosa da fare nel tempo occupato. Un’altra è sostenere con forza e azioni che l’educazione è il centro delle nostre possibilità di sviluppo. Tutto parte da lì, passa da lì e ritorna lì: dai bambini a cui insegnare a essere autonomi, a mangiare tutti insieme, a prendersi cura delle cose proprie e di quelle in comune con gli altri, ad amare e curare il posto in cui vivono; dai ragazzi a cui dare diritto di pensiero e di parola, a cui insegnare l’equilibrio e il rispetto degli altri, a cui far vedere che il mondo è fuori dalla finestra.

E allora, per questa estate di scoperte lavorative e non solo, ringrazio Toscience per avermi dato la possibilità di riscoprire la meraviglia dei ragazzi e i loro talenti pronti a sbocciare; Pop Economix per avermi anche quest’anno coinvolto nell’organizzazione di Percorsi tra economia e felicità, la sezione dell’ISAO festival che sa far dialogare i concetti apparentemente astratti dell’economia con le pratiche quotidiane di tanti uomini e donne; VOV102 perché anche la decisione di dove comprare per la propria famiglia può diventare quella scelta politica che ho promesso di fare quotidianamente quando ho preso la partenza agli scout; Usato&Donato perché nello scambio e nel dono ieri ci siamo portati a casa qualcosa che non si indossa e non si consuma, ma si vive attraverso la relazione con gli altri; Officine Creative Cecchi Point perché hanno offerto a bambini e adulti la possibilità di costruire qualcosa con le proprie mani e di scoprire che i gesti, le competenze manuali e gli oggetti possono esprimere quello che siamo e questo è un dono prezioso; La Casa di Gionni perché raccontare le storie è una responsabilità fondamentale, perché una società senza storie (e senza memoria) è una società più povera, più debole, più vulnerabile.

Oggi mi sento più ricca e anche più bella. Perché è di fianco agli altri che possiamo splendere davvero, non di luce propria né di luce riflessa, ma di luce comune.

il cibo rende felici (anche quello avanzato)

10298568_10203802326040767_7092136922950274922_o
Standard

Ieri, davanti alla scuola elementare, sento il dialogo tra padre e figlio che riporto fedelmente qui sotto.

Padre – Hai mangiato oggi? –
Il figlio risponde qualcosa che non sento bene, ma è una risposta incerta, di quelle che servono a prendere tempo accampando varie scuse.
Padre – Così non va bene, anche ieri non hai mangiato. Ieri sera ti abbiamo chiesto cosa volevi mangiare. Guarda che vado a ritirare il foglio in segreteria e torni a mangiare alla mensa scolastica –

Qui si apre la necessità dei sottotitoli per i lettori che non hanno figli alle scuole elementari o medie, che non abitano a Torino o provincia, che sono felicemente ignari circa la questione delle mense scolastiche.

Da quest’anno i bambini delle elementari e i ragazzi delle medie potranno non essere iscritti alla mensa scolastica fornita dal comune e portarsi il pasto da casa. Ancora non si capisce bene come potranno consumarlo, dove, come sarà conservato e di chi sarà la responsabilità di controllare che non ci siano scambi di alimenti. Le scuole, oltre a doversi occupare di supplenti non ancora nominati, cattedre vacanti e strutture scolastiche non sempre idonee, si stanno occupando di trovare una quadra tra il “diritto al pasto da casa” e il valore educativo della condivisione dello stesso pasto per bambini e ragazzi dai 6 ai 14 anni. I genitori si dividono in fazioni, tra chi indossa l’armatura per combattere la battaglia del panino, vissuta come un diritto inalienabile dell’uomo sancito dalla costituzione, dalle nazioni unite e forse anche dalla legge cosmica, chi per nulla al mondo farebbe rinunciare al figlio al momento educativo del pranzo in mensa, chi riconosce il momento educativo ma “a scuola non mi mangia niente, invece a casa mangia di tutto. Beh, certo a parte le verdure…” .

Io sono della seconda specie, anche un po’ estrema. Io sono di quelle che quando organizza il pigiama party con le amiche della figlia di mezzo fa valere la stessa regola che vige tutti i giorni a casa: per colazione si finiscono i biscotti aperti, se non li mangi vuol dire che non hai fame. Io sono della specie per cui quando al centro estivo in cui lavoravo un bambino ha buttato un’albicocca dopo aver dato un morso perché era un po’ aspra, l’ho raccolta dal cestino, l’ho lavata e gliel’ho ridata da finire.

Quando ho sentito l’edificante dialogo tra padre e figlio sono stata felice. Perché l’educazione non è una gara dei cento metri piani, ma una maratona. E se oggi cedi ai capricci del figlio e gli cucini ogni sera quello che vuole, al traguardo dei 42 km non ci arriverai. E non ci arriverà neanche lui.

Vado a mangiare gli avanzi di ieri sera, mentre Diego per la prima volta affronta il refettorio della scuola elementare, il vassoio da prendere, i compagni di fianco a cui sedersi, il cibo della mensa.
Buon appetito ragazzo, aspetto questa sera per sentire i tuoi racconti.

ci vorrebbe un corso

12186461_10208192328388082_3689124413664135098_o
Standard

Settembre è il mese dei corsi, delle iscrizioni, della scelta tra i balli di gruppo, gli scacchi e la lotta greco romana. È il mese dei buoni propositi e dei progetti, è l’ultima frazione della staffetta che ti porterà alla fine dell’anno. Con la differenza, sostanziale, che hai percorso tutte le frazioni da solo e adesso ti tocca lo sprint finale per arrivare al traguardo della fine dell’anno.

Io avrei bisogno di un corso che probabilmente non c’è e che non so come dovrebbe essere strutturato, ma so molte altre cose a proposito. Si chiamerebbe “corso di auto consapevolezza ed equilibrio per donne nel mezzo del cammin della loro vita” e avrebbe materie quali: fondamenti di autostima in assenza di dimostrazioni esplicite di apprezzamento, grazie al quale poter camminare serene per la strada imboccata senza chiedersi sempre se in fondo non stiamo sbagliando tutto; complementi di autoassoluzione, che insegna a padroneggiare strumenti e mezzi per perdonarsi dimenticanze e piccoli errori, sviste lievi che di solito le allieve interpretano come segnali di una crisi profonda e radicata, di quella parabola discendente che stanno compiendo a passi da gigante; teoria e tecnica dell’accettazione della propria normalità, per capire che i super poteri non sono qualcosa di umanamente raggiungibile, neanche per una donna, neanche per una plurimamma; ginnastica posturale, per imparare a tenere la schiena dritta e le spalle ben aperte in modo che il mondo che abbiamo lasciato si appoggiasse sopra di noi con la sua zavorra che pesa più di un elefante indiano obeso, riesca a scivolare e schiantarsi per terra.

Come uscirebbero le allieve alla fine del corso? Apparentemente uguali a come sono entrate. Imperfette, distratte e con la sindrome da accudimento verso ogni vivente e non vivente graviti attorno a loro. Ma più magnanime con loro stesse, più capaci di vedere quali sono i loro talenti e le loro capacità, di perdonarsi e di accettare gli errori senza viverli come fallimenti e peccati originali da cui non si purificheranno mai. Finiranno il corso e forse sapranno guardare con maggior serenità e rispetto il loro lavoro di cui ancora non capiscono il capo e la coda, quell’impegno talmente flessibile e mutevole che non sempre riescono a considerarlo una professione, con una dignità e un suo ruolo sociale.

Inizio a pensare che verrei bocciata.

passione educativa

14047206_10210552992083199_4124002596466364469_o
Standard

Loro sono istintivi e impulsivi. Hanno la mente sveglia e la lingua pronta, ancora più rapida dei loro pensieri a volte. Devono rispondere a delle urgenze interne che li spingono a prendere posizione su ogni cosa sulla base dei movimenti della loro pancia, dei sussulti del loro cuore, dei ronzii che circolano intorno alle loro orecchie.

Noi dovremmo essere capaci di apprezzare la loro voglia di partecipare al mondo, di esprimere un parere, di entrare nelle questioni mettendoci la faccia e la voce. Ma anche di fornire strumenti per mettere in relazione la pancia e il cervello, il cuore e la razionalità, le orecchie e la propria coscienza.

Loro sono estremi: tutto si pone ai margini di una scala di misurazione, nei territori del bianco abbagliante o del nero più cupo. Non ci sono vie di mezzo, non ci sono considerazioni su situazioni e frangenti diversi.

Noi dovremmo imparare dalla loro incapacità di prendere in considerazione il compromesso come possibilità, così forse smetterebbe di essere una prassi consolidata nelle nostre prese di posizione quotidiane. Ma anche aiutarli a togliere il paraocchi che gli fa  vedere solo una parte della questione e allenarli a indagare il tutto, considerando il contesto, provando a immedesimarsi nella situazione, esplorando la gamma infinita dei colori e delle sfumature che compongono lo spettro tra il bianco e il nero e che tutti i giorni abbiamo tutti davanti agli occhi.

Loro sono autonomi, vogliono fare da soli e camminare con le proprie gambe. Chiedono finestre per affacciarsi verso il mondo, strumenti per aprirsi verso una socialità ampia, che vada oltre i confini del condominio in cui vivono o della scuola che frequentano. Sono impavidi e fiduciosi che sapranno gestire i rischi, affrontare i pericoli e risolvere ogni situazione. Come nelle favole, dove l’eroe esce sempre vittorioso.

Noi dovremmo essere incantati di fronte all’ottimismo naturale che hanno nei confronti del mondo e all’autostima ancora tutta intatta, quella che gli fa pensare che hanno tutte le carte in regola per farcela, quella che le esperienze e i nostri cattivi insegnamenti intaccheranno irrimediabilmente. Ma dovremmo anche fornirgli il vocabolario per tradurre i messaggi che il mondo gli lancia addosso, la grammatica per conoscerne le regole, la bussola per sapersi orientare e ritrovare la propria strada. Dovremmo lasciarli andare ma tenere la porta aperta, perché sappiano sempre di poter tornare in casa a chiedere consigli, a trovare orecchie che li sappiano ascoltare e parole che sappiano aiutarli a interpretare ciò che vedono e ciò che provano, a trovare una mano tesa perché la possano stringere.

La famiglia cresce in età e i percorsi cambiano, ognuno gioca nel proprio ruolo di adolescente o di adulto e per la buona riuscita del gioco non può dimenticarsi di quello che è. Gli interrogativi diventano più grandi e mi coinvolgono direttamente perché per provare a trovare delle risposte possibili devo scavare dentro quello che sono, nei valori che fondano il mio essere e spingono il mio agire. La passione educativa è sempre lì, in agguato dentro di me, ogni volta che un ragazzo gravita attorno alla mia vita. Perché vederlo esplorare se stesso e il mondo è estremamente affascinante.

urbanizzazione della prole

img_0697
Standard

– Mamma “chi” in inglese si dice “Why”? –

– Me lo stai chiedendo davvero? –

– Si, non lo so. Come si dice? –

– Who –

– È vero! Ma sono tutti con la w doppia… –

– Il 6 nell’8 ci sta zero volte, … –

– Stai scherzando Lucia? Pensaci bene –

Guarda il vuoto con lo sguardo perso, come se le stessi parlando in eschimese o le stessi chiedendo il risultato della radice quadrata di 39mila735miliardi.

I figli sono tornati a casa e finiscono i compiti, con impegno discutibile e risultati scoraggianti. Proprio domenica scorsa, mentre un’amica maestra spiegava che i compiti delle vacanze servono perché i ragazzi non ricomincino a settembre senza più saper fare cosa facevano a giugno, io pensavo che i miei figli secondo me si ricordavano le cose e che i compiti li avevano fatti quasi tutti.

Oggi dopo una breve sessione mattutina di compiti mi sento un po’ meno fiduciosa. La fase di urbanizzazione della prole passa anche per le tabellone e le frasi da tradurre di inglese.

Adesso vado a controllare il libro delle vacanze di Lucia; pensavo di non farlo, ma forse un’occhiata conviene darla.