ci credo ogni volta

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Mi intestardisco. Ci credo ogni volta. Fermo il cuore e il respiro. Col pensiero ci provo, a fermarlo, ma lui va avanti nonostante i miei sforzi. Mi convinco che sarà una storia diversa, che prenderà un’altra piega, che la sorte girerà e il vento soffierà forte per allontanarci da qui, per portarci in un posto tranquillo.

E poi il tempo ricomincia e io devo fare i conti con il cuore che rincorre i battiti che ha perso, col fiato corto, con i pensieri che cavalcano e gli occhi che scorrono il calendario per vedere di 21 giorni in 21 giorni fino a quale data arriviamo. Più indietro possibile o più avanti possibile, non so cosa sia meglio.

Il vento continua a soffiare, nella stessa direzione, ostinata e contraria a quella che vorrei io e il posto calmo sembra essere solo una promessa dei piani di evacuazione. E restano viaggi in sospeso, vacanze difficili da programmare, tappe che meriterebbero serenità. E sforzi da fare, tanti, per restare fermi e non sbandare. Energie da trovare e lamentele da ricacciare indietro.

Alzati le maniche e ricomincia a nuotare in apnea, non hai alternative. Schiena dritta e guarda avanti.

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una coperta coi buchi

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Ho una coperta di lana sul divano, di quelle che si usavano una volta, fatta con tutti gli avanzi della lana comprata per fare le maglie con i ferri. Mia mamma faceva le maglie a noi figlie (se ci ripenso alcune erano veramente inguardabili, scusami mamma, ma bisogna ammettere le proprie turbe d’infanzia) e mia nonna raccoglieva i gomitoli iniziati e faceva le coperte, che poi distribuiva a tutta la famiglia. Ne ho una anche io, che uso sul divano quando guardo la tv o leggo o mi addormento. Nessun’altro la vuole usare, perché punge un po’ e i ragazzi di oggi sono abituati alle coperte di pile, regolari come una colata di asfalto.

Io invece trovo che quei punti stretti l’uno all’altro, sappiano sviluppare un calore che arriva fin dentro il mio corpo, supera la pelle e gli strati superficiali per accomodarsi proprio negli angolo più nascosti dei mie organi interni. Quei colori diversi, quegli spessori irregolari si adattano alle pieghe del mio corpo, alla curva delle gambe rannicchiate, alla schiena appoggiata al divano, alle braccia che spuntano lo stretto necessario a tenere in mano il libro. I nodi che uniscono un settore a un altro spuntano un po’, creano degli inciampi alle dita che accarezzano la superficie, sono spunto per i miei figli per giocare con le mani mentre guardano la tv.

La mia coperta ha iniziato da un po’ di tempo ad avere dei buchi, prima piccolini, causati probabilmente dai figli che giocavano con i nodi, poi sempre più grandi e allora ho pensato che forse in casa ci sono le camole. Ho provato a riannodarli, a stringere di nuovo le maglie una all’altra, ma manca qualcosa e il rattoppo non tiene. Perché probabilmente manca il materiale, manca la lana, quella che avanzava mia mamma e riutilizzava mia nonna. O forse mancano i ferri, la capacità di usare quegli strumenti che trasformano fili singoli in una trama resistente.

Oggi ho chiacchierato con un’amica, su un suo progetto sul territorio in cui viviamo entrambe. E ho pensato alla mia coperta e ai suoi buchi. Ho pensato che questa amica sta cercando i ferri che sappiano trasformare la lana e riuscire a rattoppare i buchi sociali che ci lasciano vicini ma da soli, distanti l’uno dall’altro non così tanto, ma in quella misura sufficiente a non permetterci di sviluppare calore. I miei nonni sapevano usare gli strumenti e trovare quella lana nella loro esperienza che aveva trasformato il modo di vivere la vita, il lavoro, la famiglia, la passione politica ed educativa. I miei genitori l’hanno identificata da ragazzi nelle assemblee e negli scontri di piazza per costruire una scuola diversa, in cui anche gli studenti potessero essere protagonisti, o in una dignità tutta da costruire a mille km dal posto in cui sei nato, in una città che per diffidenza ti tiene distante e a cui devi dimostrare tutto, da adulti nelle scuole mia e di mia sorella in cui mettevano le loro ore libere e le loro competenze professionali per costruire insieme alle maestre stimoli e occasioni per tutti noi bambini. La coperta era ancora intera, aveva qualche maglia un po’ più larga, qualche nodo di troppo. Ma stava insieme e il calore era costante e condiviso tra tutti.

Adesso abbiamo una coperta bucata e non sappiamo dove trovare la lana e quali debbano i ferri da usare, rinchiusi nel nostro guscio, agguerriti non più per conquistarci un posto al sole ma per mantenere la nostra posizione. Tutti infreddoliti e incapaci di vedere che solo se costruiamo nuove maglie, nuovi punti con colori e spessori diversi l’uno dall’altro, possiamo riparare i buchi e avere di nuovo il calore di cui abbiamo bisogno per continuare a sentirci persone.

un essere speciale

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Lucia è un fenicottero, sta in equilibrio su una gamba sola. Vive in equilibrio tra la pigrizia a cui è una fedele e talentuosa devota, e la tenacia inarrestabile, che la fa procedere superando ostacoli che i comuni mortali non proverebbero nemmeno ad avvicinare.

Sta in equilibrio tra la sua capacità di accorgersi delle esigenze e occuparsi naturalmente degli altri e le sue risposte scontrose, i suoi modi secchi, le sue battute senza filtro.

In piedi su una sola gamba, ondeggia tra le sue energie inesauribili e i black out (più o meno programmati) che la colpiscono improvvisamente, quando ad esempio si siede per terra appena scesa dal pullman della gita perché lei è stanca.

Lucia è in equilibrio sui suoi 11 anni, tra l’essere una bambina che gioca con le barbie e la voglia di diventare una ragazza che ha le chiavi di casa, sente i cambiamenti dentro e fuori di sé, cerca autonomia e spazi di ribellione.

Quando 11 anni fa eravamo io e lei in un ospedale, lei dentro e io fuori, lei pigra e io impaziente, lei piccola e io grossa come una mongolfiera dovevo immaginarlo.

Dovevo immaginare, da come ha deciso di venire al mondo, con pigrizia ma mettendo fretta a mezzo ospedale, che non sarebbe stata una persona capace di passare inosservata. Non lo fa apposta, le viene naturale. È un essere speciale, con due zampe, ma capace di stare in equilibrio su una sola.

Auguri figlia fenicottero!

quando si parla di comunità educante

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La scorsa settimana, ad un incontro sul territorio in cui abito tutti i giorni, chi parlava ha usato spesso il termine “comunità educante” e io ho istintivamente annuito convinta, concordando rispetto al ruolo fondamentale che questa ha nella crescita dei ragazzi. Ma forse se me ne avessero chiesto una definizione, avrei descritto qualcosa di poco concreto e verificabile.

Invece oggi la comunità educante l’ho incontrata. E ci ho anche parlato per venti minuti al telefono, fuori dagli orari di lavoro. E posso dirvi che cos’è.

La comunità educante è una maestra che parla col genitore del bambino che ha ripreso il giorno prima per un comportamento non corretto, per spiegare qual è il motivo di quella annotazione sul diario, raccontare il contesto in cui è avvenuto, sottolineare il valore educativo di quell’intervento.

La comunità educante è una coppia di genitori che nel leggere la nota sul diario del figlio approfondiscono con lui il motivo di quella segnalazione, restano sulle loro posizioni di fronte alle sue lacrime, ribadiscono il valore del dire la verità e assumersi la responsabilità delle proprie azioni.

La comunità educante sono due fratelli maggiori che si accorgono che la situazione è un po’ tesa e che siamo di fronte a un momento in cui possiamo dare una svolta, possiamo insegnare tutti che la verità è importante ed è un valore non negoziabile. E allora si mettono da parte, non prendono in giro per la nota il più piccolo della famiglia, lasciano intimità al momento della confessione dell’errore, non sono morbosi nella richiesta di informazioni.

La comunità educante sono tante altre persone, che si sono accorte del problema, l’hanno segnalato con discrezione, hanno giocato il proprio ruolo e si sono assunte la propria parte di responsabilità.

È tutto molto concreto, verificabile: sono azioni (prendere il telefono e prima di andare a scuola parlare 20 minuti con un genitore), risorse di tempo utilizzate (stare a parlare col figlio in questione tutta la sera o quasi e quindi cenare tutti in ritardo, dare lo spazio e il tempo per riuscire a tirare fuori il rospo che sta lì fermo in gola di un piccolo uomo di 7 anni), cose non fatte (insistere per sapere qual è stato il gesto sbagliato, restare nella stanza in cui qualcuno sta raccontando qualcosa di cui si vergogna).

È mettere al centro quel piccolo uomo di 7 anni, averlo tutti bene in mente e nel cuore, sapere che ogni cosa che facciamo e diciamo avrà un’influenza sulla sua crescita. E decidere di giocare in squadra questo gioco, parlarsi, confrontarsi e remare tutti nella stessa direzione.

Oggi ho incontrato la comunità educante che mette al centro mio figlio Diego e penso che avrà una strada ricchissima di possibilità, perché così tanti remano insieme a lui finché avrà bisogno di aiuto per imparare a guidare da sé la sua canoa.

il cubo di rubik

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Ho una personalità sfaccettata, che è un modo originale e artistico per dire che la mia quotidianità è un puzzle di difficile composizione, a volte piuttosto sgraziata.

Ho un lavoro che è composto da tanti pezzettini, qualcuno che richiede rossetto e tacchi, altri che necessitano di pantaloncini, grembiuli da cucina e sandali da trekking. Ho tre biglietti da visita in contemporanea e a volte passare da un ambito all’altro mi lascia confusa. Sulle mie capacità di parlare coi proprietari di supercar o di entrare veramente in relazione con degli adolescenti.

Ho la tendenza a dare autonomia ai figli e poi una naturale propensione al presenzialismo. Che mi porta a non perdermi una recita scolastica (a parte se capita nel periodo del “rossettotuttigiorni”), una riunione, una visita dal dentista, una gara di atletica o una partita di basket.

Ho l’antipatia per le chiacchiere e i rapporti di cortesia davanti alla scuola e poi frequento le attività del quartiere, dalle feste con laboratori creativi ai forum con convegni e tavole rotonde, dalle passeggiate in bicicletta alla scoperta del territorio ai mercatini di natale con tombolata.

Ho bisogno di conferme e di attestati di stima e poi fuggo i complimenti e quando arrivano penso sempre di non averli meritati del tutto (e forse me li stanno facendo per educazione).

Il risultato è che mi sento sempre scomposta: in una mano un cellulare e nell’altra un pennarello a punta spessa. Un occhio truccato e l’altro con le occhiaie come mi sono svegliata. In un piede le scarpe col tacco e nell’altro i sandali da tedesco. Un quadro di Picasso, con lineamenti discontinui e un effetto di confusione costante.

Mi sento l’eterna stagista di me stessa, che ancora sta imparando la professione e non può veramente sentirsi competente. Ho 42 anni e quando guardo il mio specchio interiore, mi trovo sempre 15enne, senza forma e con tanti contenuti confusi. Un cubo di Rubik che rinuncio a risolvere. Magari un giorno il mondo scoprirà che il cubo è molto più interessante con quelle facce casuali e multicolor.

gli indispensabili

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L’altra sera i miei figli hanno avuto una brillante idea: dividersi la stanza, per creare un’area maschi e un’area femmina. Forti della superiorità numerica, sembra che abbiano intenzione di lasciare una striscia risicata a Lucia, ma che lei si faccia rinchiudere in un posto angusto è qualcosa a cui non penso assisterò a breve. L’idea è nata tra un lavaggio dei denti e un pigiama da infilare e anche io sono stata informata di questo progetto mentre distribuivo baci della buona notte.

– Mamma, abbiamo pensato di dividerci la camera io e i miei fratelli, proprio tirando su un muro. Possiamo farlo? – mi dice Lucia
– Certo, ve lo costruisco coi lego… –
– No, dai dico sul serio. Lo fate? –

Ho lasciato cadere la richiesta e sono tornata a dormire sul divano. Loro però si sono portati avanti e hanno progettato le due nuove stanze, collocando tutto ciò di cui non si può fare a meno. Questa la lista degli indispensabili:

maschi:
mobiletto per la TV
mobiletto per l’xbox
TV e xbox (e un numero indefinito di controller)
letto matrimoniale (padre “cosa ve ne fate”, figlio piccolo “lo usiamo come ring per gli incontri di wrestling”)
libreria
una scrivania per due
due sedie (“di quelle che girano”)
canestro per giocare a basket
il campanello (“così prima di entrare potete suonare”)

femmina:
letto
poltrona morbidosa che ha anche l’appoggia gambe
scrivania
attaccapanni per i vestiti

Nella stanza di Lucia non esiste un posto per i libri perché lei ancora non ha scoperto che li amerà (oh sì che li amerà, la ritengo una missione personale); in quella di Jacopo e Diego non esiste un posto dove posare i vestiti, probabilmente perché ritengono di non doverli mai cambiare e di poterli indossare finché non si ridurranno in polvere direttamente sul loro corpo.

– Secondo me non ci faranno mai dividere la stanza in due – sento dire da Lucia agli altri due – Sarebbe un miracolo lo facessero –

Ho dei figli perspicaci, nulla da dire.

a che punto sta la verità

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C’è una linea su cui ci sono delle tacche, una al centro più marcata e poi le altre a sinistra e a destra, a distanza regolare una dall’altra. Possiamo mettere tutto su questa linea: le persone, gli eventi, le emozioni, le opinioni, le relazioni. La tacca più marcata è il punto di equilibrio, tra due parti, tra il male e il bene, il prima e il dopo, la mia opinione e la tua.

A che punto sta la verità su questa linea? Sento una versione di cosa è successo e sposto la verità tutta verso sinistra, dove ci sei tu che mi parli in una lingua che non conosci ancora abbastanza e stai cercando di imparare, tu con gli occhi che quasi mai si fermano sui miei. Coi tuoi anni che mi sembrano troppo pochi per essere sposata, in un paese che non è il tuo, con una persona che non hai conosciuto se non al telefono. Con così pochi sogni in tasca, come se fossi rassegnata a vivere la vita che ti è stata data. Ne ho più io di sogni, coi miei anni che sono l’inverso dei tuoi, con una strada già tracciata, con un sacco di tacche alle mie spalle, quelle della vita che ho già vissuto. Tu con il tuo racconto che mi sembra agghiacciante e mi chiedo se davvero lo sto ascoltando, seduta su un divano su cui i miei figli si sdraiano a guardare la tv, mentre in cucina loro mangiano e io sto qui di fianco a te, accarezzandoti piano la gamba.

E poi incontro lui, che mi sembra così normale, una persona per bene. Lui che mi dice quanto siano diversi i nostri modi di vivere la vita e le relazioni tra uomo e donna, lui che ho conosciuto un paio di anni fa, ad una festa in cortile. Era sorridente, grato di essere in un condominio in cui le feste dei bambini si fanno in cortile e chi passa si può fermare per fare due chiacchiere e mangiare una fetta di torta. Sentirsi a casa, anche se la casa è nel cuore di un altro continente. Lui che racconta un’altra versione dei fatti, plausibile quanto la tua, credibile e veritiera per chi lo conosce da tempo, per chi lo ha accompagnato in questi anni in questo percorso per conquistarsi una vita diversa, per costruire un futuro più giusto.

Non so dove stia la verità, forse in mezzo o più spostata verso uno di voi due. So che questa è una piccola storia triste, piena di paura, piena di ingiustizie, piena di disuguaglianze. Prima fra tutte quella fra me e voi due: io che sperimento la libertà di vivere con chi amo, scegliere il mio percorso, essere consapevole dei miei diritti, sentirmi sicura di poter ricevere aiuto se dovessi essere in pericolo. E voi due, che sperimentate ogni giorno il costo di essere ai margini, di non avere diritti, di dover passare inosservati per non destare sospetti.

Non so dove stia la verità di questa storia in cui mi sono trovata per caso, non so se ho detto le cose giuste quando vi ho parlato. So che penso a entrambi e mi sento triste comunque, qualunque sia la verità.