contagi sociali

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Davanti alla scuola media, giorno della consegna delle pagelle, chiacchiero con la mamma di F., compagno di classe di Diego. Arriva un’altra mamma che mi saluta e si ferma a parlare con noi, chiacchierando anche con la mamma di F. Nella mia storditaggine completa mi chiedo perché abbia questo tono così amichevole con lei, visto che non si conoscono. E invece no, si conoscono eccome, visto che F. è il fratello di D., compagno di basket di Jacopo e del figlio dell’ultima mamma che si è aggiunta al gruppo.

Inizio a fare confusione, sarà l’età, saranno i figli troppo numerosi, saranno le mille attività che loro e noi genitori facciamo. Vado a un’assemblea di classe e devo fare mente locale per capire quali facce vedrò, accompagno i figli a una gara o a una partita e devo pensare chi conosce chi, cito il nome di un compagno e devo subito aggiungere di quale ambito sto parlando “Sofia di scuola, Agnese degli scout, Fabio allenatore” altrimenti potrei parlare di almeno tre persone diverse.

Con la mia tendenza all’autonomia spinta e all’isolamento tutto questo a volte mi sta stretto e fuggo i capannelli di mamme che chiacchierano alle feste. Ma poi un sabato sera mi ritrovo alla fine dell’attività scout dei figli e incontro: il compagno di basket di Jacopo fuori zona, l’amica della scuola di Lucia, la compagna di classe di Diego nonché figlia di una mamma con cui sono in consiglio di circolo, il papà della compagna di classe di Jacopo che è venuto a prendere la figlia grande dopo la sfilata di carnevale, la ragazza di cui sono stata capo scout 20 anni fa con figli e marito.

È questo sentirsi comunità: sapere che un posto è luogo di incontro e di relazioni, collettore di esigenze particolari che trovano risposta in proposte di gruppo. È osservare i fili di una rete articolata e complessa, con nodi da cui partono altri fili, altre conoscenze, altre opportunità. È non ricordare più perché due persone si conoscono o non sapere tutti i legami che hanno tra loro, volontari o casuali, ma vedere spontaneità e naturalezza nel loro modo di stare insieme in un posto.

Le comunità nascono per vicinanza, spesso involontaria e casuale. Ma crescono se alimentate da occasioni per mettersi a confronto, da luoghi in cui condividere pensieri,  da azioni per costruire opportunità di cammino insieme. Non vivono da sole, hanno bisogno di tutto il nostro impegno, di tutta la nostra voglia di esserci, di tutta la nostra capacità di usare la parola noi anziché la prima persona singolare. E la cosa più bella è che sono contagiose.

volevo un figlio maschio

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Incinta per la prima volta volevo con tutte le mie forze che quello che abitava la mia pancia fosse un maschio. Perché le femmine mi sembravano troppo stereotipate, tutte bambole e collane, tutte mammine e fiocchetti.

Finché non ho conosciuto te.
Che metti in riga le bambole sedute per terra e fai la maestra, dando regole e punizioni, premi e consigli, compiti e divertimento. Ogni tanto ti ho ascoltato dietro la porta chiusa mentre giocavi e un po’ ridevo, un po’ mi facevi paura. Figurati alle bambole, che hanno un cuore di gomma piuma (o al massimo di plastica).

Che hai costruito la mia collana di bottoni mettendoli uno dietro l’altro, senza un ordine preciso e simmetrico, senza un progetto e il risultato è stato un equilibrio magico e raro di dimensioni e di colori, di materiali e di forme. Quell’equilibrio che nasce dalla creatività più pura in cui ogni cosa ha un suo posto senza neanche rendersene conto.

Che quando per un intero weekend ti sei occupata di un’amichetta di appena due anni, che si staccava dalla mamma solo per stare con te, l’hai fatta sedere a mangiare e sei stata di fianco a lei, aspettando che finisse. E quando ha chiesto qualcosa di diverso da quello che aveva nel piatto le hai risposto “prima finisci quello che stai mangiando e poi te ne do ancora, va bene?” e lei ha accettato, di buon grado, di fronte alla sua mamma incredula.

Che metti maglie improponibili con pizzi e ricami, che a me non piacciono e non comprerei mai e neanche ti farei mettere. Ma tu non sei me e hai gusti diversi e ho imparato a vederti con maglie per me inguardabili, tanto non avrei vinto nella lotta di importi i miei gusti, tanto non è quello che indossi che splende intorno.

10 anni fa ho conosciuto te, autonoma e pazza, rigorosa e creativa, implacabile e imprevedibile. Se penso alle immagini più ricorrenti del tuo passato vedo tante risate, i tuoi occhi furbi e la tua espressione concentrata, sento le tue frasi lapidarie e le tue uscite improbabili, vedo il tuo corpo sempre in movimento o capace di dormire per 12 ore di fila.

Le tue compagne ti dicono che sei strana e hanno ragione: perché sei diversa, fuori da ogni stereotipo e ruolo, libera nel costruire la tua identità, leggera nei tuoi passi come nei tuoi pensieri. La prima volta volevo un figlio maschio e poi ho conosciuto te, la mia figlia femmina.

se questo è il giorno di cosa amo

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Quello che amo è la guancia di Diego ancora calda di sonno e umidiccia di sudore quando vado a svegliarlo al mattino. Amo i suoi occhi che restano chiusi mentre gli do i baci passeggiata, che iniziano da una parte e poi viaggiano su tutto il viso, fino a infilarsi nelle pieghe del collo. Amo il suo senso dell’umorismo e le nostre mani che si trovano istintivamente quando andando a scuola ci avviciniamo alla strada da attraversare.

Quello che amo è la lingua di Lucia messa in mezzo alle sue labbra quando si sta concentrando su qualcosa, che sia montare il Lego Friend o fare una capriola sulla trave alta. Amo i 5 minuti in macchina insieme il sabato mattina per andare ad allenamento, tutte e due assonnate ma finalmente sole. Amo i suoi modi sbrigativi e il suo essere diretta e sincera, la sua autonomia e il suo senso pratico.

Quello che amo sono i messaggi vocali di whatsapp che mi manda Jacopo: è quando lo ascolto con le cuffie che scopro che la sua voce sta diventando sempre più profonda, è in quel momento che mi accorgo che quel corpo e quell’anima a me così familiari stanno diventando quelli di un ragazzo. Amo il suo appoggiarsi a me al mattino tra il bagno e la cucina, quando ancora dorme e prende in quell’abbraccio ancora un po’ di caldo e un po’ di energia per iniziare la nuova giornata. Amo il suo credere ai miei scherzi, alle provocazioni che non riesco a trattenere, per vedere l’effetto che fa.

Quello che amo è la sabaudade di Flavio, il suo essere schivo e riservato, le sue parole misurate, mai eccessive, sempre certe. Amo la sua passione profonda, quella che procede costante e continua fino all’obiettivo. Amo la nostra capacità di divertirci insieme, di viaggiare, di scoprire nuovi posti appena abbiamo la possibilità di farlo. Amo il suo amore incondizionato e gratuito verso le nostre famiglie, i nostri genitori di cui accetta sempre tutto, anche quello che a me fa innervosire.

Quello che amo è il nostro circo a tre piste, le nostre cene chiassose, le tovaglie che non vengono mai pulite, il nostro stendino fisso in salotto, il tavolo nero ricoperto di fogli, giochi, pennarelli, calze da piegare. Amo la nostra apertura agli altri, ad amici e altre famiglie, compagni di classe e di lavoro. Amo il nostro bisogno di chiuderci nel nido, di stare solo noi 5 e goderci la nostra famiglia.

l’ora di sdrammatizzazione

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Alle elementari avevo due maestre: Dina, quella più tradizionale, metodica, ordinata. Aveva fatto un enorme cartellone sull’analisi grammaticale che viveva sopra la nostra lavagna e mi ha instillato la fissazione per la lingua che tanto fastidio da ancora ai miei figli. E poi c’era Isabella, quella creativa, alta e ginnica (sempre in pantaloni e scarpe basse, mentre Dina aveva la gonna di ordinanza e i tacchi, forse anche perché era alta poco più di noi bambini). Quella che insegnava matematica e che a metà degli anni 80 insegnava a tutti, maschi e femmine, ad attaccare un bottone alla camicia (novella ora di economia domestica in regime di parità tra i sessi). Con lei andavamo una volta a settimana in un’aula speciale e facevamo l’ora di “drammatizzazione”: mettevamo in scena recite, scenette varie, riprendevamo spot tv di merendine e le trasformavamo per la recita di Natale. L’insegnamento era che la recita serviva a imparare a mettere in scena le proprie emozioni, conoscerle e saperle esprimere per esserne consapevoli (lo deduco adesso, conoscendo la maestra).

Io vorrei che invece le maestre dei miei figli o chi si occupa della loro educazione dedicassero un’ora della settimana all’insegnamento della “sdrammatizzazione”, per imparare a ridare una dimensione corretta alle cose. Ad esempio a dei genitori che vivono i compiti di prima elementare come fosse un esame all’università e usano la lingua in maniera non so se impropria o indicativa di chi quei compiti li sta svolgendo (“come ha 5 gatti la maga PincoPallo? allora l’ho fatto sbagliato…”).  O a quell’allenatore che in una partita di campionato dell’under 13 regionale protesta con l’arbitro e minaccia tuonante “se continuiamo così, io porto via la squadra!”: ecco incamminati se vuoi arrivare per cena, che dovete arrivare a Settimo e qui siamo nel profondo Mirafiori Sud. O a quella bambina che a 6 anni è già fidanzata con un coetaneo e gli impedisce di stare con l’amico a giocare perché deve stare sempre con lei e prende l’amico per il collo, non si sa per quale motivo. Vorrei insegnarlo a quei genitori che discutono se mandare i figli di terza in gita a ciaspolare il giorno dopo perché in montagna è prevista neve: ciaspolare nelle pozzanghere di pioggia in effetti poteva essere più creativo, ma probabilmente meno efficace.

Vorrei l’ora di sdrammatizzazione per ricominciare a sentire le emozioni prima di pensare a come potremmo metterle in scena, per imparare a essere consapevoli che non tutto è straordinario, mentre molto è ordinario. Vorrei quell’ora per essere capaci, quando ci capiterà, a riconoscere davvero il dramma e avere le spalle sufficientemente larghe per portarlo addosso, senza farlo scivolare e perderne pezzi per strada.

mani in pasta

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– Mamma, giovedì può venire a casa nostra il mio compagno G.? –
– Si certo. Cosa dovete fare? –
– Dobbiamo scrivere il discorso –

Questa settimana le attività della scuola media di fronte a casa, quella dove sono andata io e dove va il figlio grande (e a breve ci andranno anche gli altri due, a meno che non cambieremo casa, cosa che escludo categoricamente) si sono interrotte. Niente didattica tradizionale, niente lezioni di matematica e spagnolo, niente verbi irregolari inglesi e brani di epica, tavole da squadrare e pezzi da solfeggiare. Niente cartella con i quaderni, ma computer portatili per chi li ha a disposizione, chiavette usb, manifesti stampati a casa.

Questa settimana, alla scuola media statale che frequenta mio figlio grande c’è la settimana “Mani in pasta“, copio dalla circolare inviata a noi genitori “Per aiutare gli allievi a ritrovare interesse nella scuola (…) abbiamo così deciso di organizzare e proporre ai nostri allievi, (…) dal 6 al 10 Febbraio, una scuola un po’ diversa, che più si avvicini al loro mondo e che li alleni ad affrontare le nuove sfide culturali, facendo scelte consapevoli, risolvendo problemi, adattandosi alle situazioni. (…)” 

E così la classe di Jacopo si ritrova a lavorare sulle elezioni, sono organizzati in partiti, hanno fatto le primarie per trovare il loro candidato, hanno preparato il manifesto elettorale (e domani li attaccheranno in classe), hanno redatto un programma (“i punti sono: calendario quindicinale delle verifiche, la lezione prima di una verifica è dedicata al ripasso, banchi disposti a isole e poi un altro punto che non metteremo…” “quale?” “che quando la lezione di ginnastica è dopo l’intervallo rinunciamo all’intervallo per non far durare troppo poco la lezione” “e perché non lo mettete in programma?” “perché lo voteremmo solo noi maschi!”). Questo nelle ore di italiano, storia e geografia. In quelle di tecnologia hanno affrontato il tema dei manifesti elettorali e delle fotografie dei candidati, in quelle di arte il tema del ritratto come veicolo della fama, in quelle di spagnolo hanno conosciuto l’ascesa e il ruolo del partito Podemos nella storia recente della Spagna, in quelle di musica si occupano degli inni nazionali, quali esempi di composizione musicale a scopo socio-politico. E la classe di Elena sta parlando di dipendenze. E quella di Ilaria del comunismo.

La scommessa è l’educazione, tutto qui. In una scuola con o senza zaino, con i compiti a casa o senza, coi voti in numeri o in lettere. In una scuola che si trasforma per accogliere le esigenze dei ragazzi, che da delle regole e pretende che vengano rispettate, che da fiducia e merita fiducia. Una scuola di persone che si mettono in cammino le une con le altre, che si accompagnano e si rispettano. Che educano e si autoeducano.

Buona settimana, scuola Calamandrei: mettete le mani in pasta, fino ai gomiti. Sporcatevi di vita e di storie, di voci diverse e di confronto. State insieme, ragazzi e insegnanti, dirigente, operatori e famiglie. Sporcatevi di educazione che quella è l’unica strada aperta, l’unica che ci farà andare avanti, tutti insieme.

apocalittici e integrati 2 (tuttosuamadre)

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– Mamma, ti devo poi raccontare una cosa, ma te la dico dopo –

Di solito questa frase, pronunciata dal figlio grande appena uscito da scuola, apre porte sul baratro, spiragli sulla disperazione, finestre sulla madre di tutti i castighi. Per i primi mesi di scuola ogni mercoledì la tradizionale chiamata delle 14 si trasformava in un sermone telefonico su come ci si comporta a scuola e come non ci si comporta, sul rispondere ai professori e mordersi la lingua, sull’opportunità di dire sempre quello che si pensa. Tutto questo per dire che ho tremato quando lunedì scorso (che materie aveva? mica matematica e inglese?) il figlio grande ha chiuso la telefonata così. Ho cercato di insistere perché mi dicesse qualcosa, ho millantato riunioni pomeridiane che mi avrebbero impedito di richiamarlo più tardi, ma lui è stato irremovibile

– Non è una cosa brutta, è una cosa che vorrei fare e secondo me ti piace anche. Ma te la dico dopo –

E così ho aspettato per scoprire più tardi che aveva, con un suo compagno, il progetto di un sito su cui scrivere recensioni di libri e film, articoli di scienze e tecnologia, sport e altre amenità. L’ho presa sul professionale, perché è solo così che so prendere le cose: gli ho parlato di piano editoriale, dell’importanza di avere un minimo di continuità nel pubblicare, di legame coi lettori. E il sito è nato, ieri sera. Abbiamo condiviso pensieri sul nome (meltingpotlab, per la cronaca), ci siamo confrontati su cosa avrebbe potuto scrivere (nel frattempo aveva perso il suo compagno di viaggio) e ho letto la sua prima recensione. Oggi il suo entusiasmo è stato contagioso e quasi tutti i maschi della classe sembra vogliano partecipare al progetto.

A volte mi chiedo se un ragazzo di neanche 13 anni dovrebbe avere questo libero accesso alla rete, come fruitore e come autore di contenuti. A volte mi trovo a chattare con lui, io a lavoro e lui a casa, che mi scrive per dirmi che la lezione di pianoforte è andata benissimo o che non sta bene, ma andrà comunque ad allenamento. A volte mi è capitato di vedere nella cronologia del computer quali video di youtube aveva visto il giorno prima e provare a guardarli per capire se sono appropriati. A volte mi domando se nella sua educazione dovremmo essere più apocalittici e meno integrati. E poi lui apre un sito, passa ore a scrivere e programmare pubblicazioni di articoli e io a leggerli (e poi a fargli notare le sviste e gli errori). E lì capisco (una volta di più) che ogni tecnologia è uno strumento, al servizio della sua crescita e della mia capacità di educare.

Mio figlio grande a 13 anni sente il bisogno, la voglia di scrivere qualcosa che gli altri leggano: i miei pezzi di dna si palesano chiaramente nelle sue azioni e io ne sono orgogliosa.

fili forti e sottilissimi

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Quattro persone intorno a un tavolo, due donne e due uomini. Un’età uguale quasi per tutti, tante giornate vissute insieme di cui parlare, tanta vita passata in mezzo e raccontata a pezzi. Una bottiglia di vino divisa tra tutti, il menù discusso insieme, per prendere cose diverse, per garantirsi più assaggi dai piatti dell’uno e dell’altro. Posizioni politiche molto diverse, discussioni accese e appassionate, senza mai l’ombra dell’offesa, della distanza.

Ieri sono sta a cena con degli amici, ex colleghi con cui ho condiviso l’inizio della mia professione. E quello che mi resta di più dentro non sono le cose che ci siamo detti, quelle di cui abbiamo parlato, ma quelle di cui abbiamo taciuto. Quelle confidenze che ognuno sapeva di uno degli altri e non ha espresso, ma che chiare sono risuonate nella sua mente e nel suo cuore quando il discorso ha toccato certi argomenti: la sanità che funziona o non funziona, i fratelli che non ci sono più, i figli e i padri. Ognuno custodiva dentro di sé un pezzo di vita dell’altro e l’ha tenuta stretta dentro, lasciandogli la libertà di decidere se metterla lì sul banco davanti a tutti, darla per risaputa o tenerla in ombra. Nessuno si è sentito meno importante, escluso da una verità che altri avevano avuto il privilegio di sapere o l’onere di portare. C’erano dei fili forti e sottilissimi tra noi ieri sera, una rete invisibile che si intrecciava fitta trattenendo qualcosa di ciascuno di noi.

Perché essere amici è questo: accompagnarsi lungo la strada, accogliersi reciprocamente nelle proprie gioie e debolezze, accettare le cose non condivise, recuperare il tempo passato lontani in due parole, in una mano appoggiata sulla tua gamba mentre mangi un piatto di pasta. Guardarsi negli occhi e sapere che quello che vedrò negli occhi dell’altro sarà sempre interesse, affetto, vicinanza per la mia vita. Una presenza discreta e continua, capace di annullare il tempo che passa e la parole non dette, capace di far trovare il tempo e lo spazio giusto per raccontarsi la vita, capace di accettare i silenzi e accoglierli.

Tengo dentro le vostre vite, le cose che so perché ero lì vicino in quel momento, quelle che avete voluto dirmi perché dovevate affidarne un pezzo a qualcun’altro, quelle che immagino ma non ho mai osato chiedervi, perché nell’anima degli altri non si entra se non esplicitamente invitati. Vi tengo di fianco ai miei segreti, alle mie fatiche, ai miei nodi da risolvere. E mi sento meno sola, sapendo che tra due mesi o dieci anni troverò sempre i vostri occhi che mi accolgono, la vostra mano sulla mia gamba, l’odore della sigaretta fumata appena prima di abbracciarmi che si appiccica al mio cappotto e alla mia guancia.