questo post è per voi

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Questo post è una lettera personale, per i miei ragazzi. Magari funziona anche per altre madri e altri figli, non lo so. È un post per dir loro tutto quello che non trovo il tempo e l’occasione di dirgli nella vita quotidiana. Tutto quello che spero riesca a fare il viaggio che va dalla mia carne alla loro, passando attraverso la mia e la loro pelle.

Vi sgrido mille volte al giorno, vi prometto castighi, vi lascio i vestiti che non avete messo nel cesto della biancheria sporca suo cuscino, vi striglio e vi sprono, vi pungolo e vi riprendo. Non mi do sosta in questo che credo sia parte del mio ruolo: continuare a stimolarvi, sollecitarvi perché voi possiate diventare ciò che siete. È stancante farlo, richiede una tensione continua, un’attenzione costante a non lasciare nulla al caso, a osservare, ascoltare, esprimere pareri, condurre e lasciare che gli sbagli avvengano, offrire sempre un’altra possibilità, ricominciare ogni giorno insieme. Non abbandonare mai il campo.

È un impegno più che quotidiano, qualcosa che occupa ogni centesimo di secondo. Perché siete sempre nei miei pensieri, nella mia giornata, nel mio percorso. Ogni cosa è letta anche attraverso gli occhiali che ho addosso da quando sono vostra mamma: sono lenti che rendono tutto più intenso, le gioie e i dolori. Le belle notizie, che sono da festeggiare pensando anche a quale influenza avranno su di voi; le brutte notizie, che sono da digerire perché nella condivisione con voi ci sia un lumicino acceso, una speranza che vi permetterà di continuare a costruire, progettare, vivere. Avere fiducia in quello che verrà.

Faccio tutto questo non perché me lo chiedete, ma perché è qualcosa di naturale, che sento muoversi da dentro, un senso di responsabilità continua nei vostri confronti, un cordone ombelicale invisibile che sento continuamente teso tra la mia pancia, quel posto dove nascono le passioni e gli istinti, e voi.

E quando vi guardo sento che l’impegno non è vano, vedo che quello che il cordone mi rimanda indietro di voi è qualcosa di cui sono orgogliosa, come non lo sono di nient’altro.

Sono orgogliosa della vostra intelligenza sempre pronta e accesa, della vostra sete e fame di stimoli, informazioni, esperienze, cultura. Sono orgogliosa della vostra tenacia e perseveranza, del vostro continuare a provare, del vostro insistere per ottenere il risultato. Sono orgogliosa del vostro coraggio, della vostra passione per la giustizia, della vostra autonomia di pensiero, della vostra fedeltà alla verità. Sono orgogliosa della vostra sensibilità, delle vostre lacrime inaspettate, dei vostri pugni contro gli stipiti della porta, della vostra ironia per sdrammatizzare. Sono orgogliosa della vostra riservatezza, della serenità, del vostro assumervi il ruolo di costruttori negli ambiti di vita che frequentate.

Sono orgogliosa di voi, perché siete delle belle persone. E io sono una mamma fortunata.

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il gioco che non smetterai mai di giocare

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Quando sei riuscita a far pace coi tuoi sogni di ubiquità e hai accettato di non andare all’evento più importante dell’anno scout di tuoi figlio piccolo, per accompagnare la figlia di mezzo a una delle due gare di ginnastica artistica dell’anno, quelle per cui si allena 13 ore e mezza la settimana, peschi subito la carta “imprevisto”.

Quando sei riuscita a incastrare quasi alla perfezione un pomeriggio complesso di lavoro, festa di compleanno a cui è invitato il piccolo, allenamento della media e partita di basket del grande (e gli hai pure detto “porto la macchina fotografica e il cavalletto così vi faccio delle foto”), ecco che il dado rotola sulla faccia “probabilità”.

Quando ti permetti una serata fuori, abbandonando i figli maschi da soli a casa per un’ora circa, in attesa dell’arrivo del padre che intanto va a prendere ad allenamento la media, quando hai messo a tacere la tua stanchezza cosmica di queste serate per concederti quattro chiacchiere con delle amiche perché altrimenti resteremo tutti schiacciati sotto il macigno della pigrizia e delle cose che dobbiamo fare, senza ricordarci che quelle che vogliamo fare ci danno ali per andare a respirare aria fresca, sicuramente capiterai nella casella “stai fermo un giro”.

Svegliarsi con una figlia con 38 di febbre un venerdì come questo vuol dire rivoluzionare tutti i tuoi piani che già si reggevano in piedi per miracolo. Scoprire che la febbre nel pomeriggio è arrivata a 39,5 vuol dire rivoluzionare anche quelli degli altri 3 componenti della famiglia. Nulla di anomalo, tutto nelle regole del gioco: la carta “imprevisto” è il segnalibro di ogni mamma, la faccia “probabilità” è quella che viene più spesso ad ogni lancio di dado, la casella “stai ferma un giro” capita ogni volta che invece sai che dovresti correre.

Poi vedi una foto della festa a cui è andato il piccolo e riconosci la compagna di scuola arrivata ieri, coi capelli talmente corti che non si vedono, col sorriso in un viso gonfio di cortisone, con la voglia di stare tra i suoi compagni più forte degli imprevisti, capace di cercare probabilità dove forse sembrava non ce ne fossero, che ha accettato di stare ferma un giro per poi tornare a correre. Poi guardi in tv un bambino che emerge da un buco di neve e ti vengono i brividi. Poi vedi la sua mamma che esce poco dopo e il suo braccio teso verso quel buco che l’ha inghiottita, per indicare che là sotto c’è ancora sua figlia “c’è mia figlia là”. E ti metti a piangere e pensi che gli imprevisti, le probabilità e le soste fanno parte del gioco che hai scelto e che non smetterai mai di giocare.

se me lo dicevi prima

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Quando ero incinta del primo figlio non me l’ha detto che lui non avrebbe mai imparato a sollevare il tappeto di fronte alla doccia dopo averlo usato, almeno sarei riuscita ad aprire la porta senza incastrarlo. Non me l’ha detto che gli scontri sulle questioni di principio sarebbero stati infiniti ed estenuanti e che avrei trovato uno testardo quanto me. Non me l’ha detto che sarei stata vendicativa e creativa, abbandonando sul suo letto sfatto tutto quello che non si era ricordato di riordinare, dai quaderni lasciati sulla scrivania alle scarpe da ginnastica parcheggiate davanti al divano.

Quando la mia pancia ospitava la secondogenita non me l’ha detto che avrei scoperto con uno sguardo le sue bugie, che hanno gambe talmente corte che si trascinano sui gomiti, ma che lei continua a dire, convinta forse di poter migliorare il suo talento. Non me l’ha detto che sarebbe stata lunatica e poco comunicativa al mattino, praticamente un orso. Non me l’ha detto che pur di non ammettere che ha bisogno di aiuto avrebbe messo su il muso e fatto quello che doveva fare singhiozzando e guardando in basso o sarebbe rimasta 10 passi dietro di me nel percorso per andare a scuola.

Quando nella più completa incoscienza decidevo di ritentare un’altra volta non me l’ha detto che l’ultimo della famiglia sarebbe stato scaltro e ironico, fino a portarti all’esasperazione quando ti ride in faccia mentre lo sgridi. Non me l’ha detto che sarebbe stato un perfezionista ansioso sui suoi doveri, salvo accampare scuse incredibili per le sue dimenticanze. Non me l’ha detto che portarlo a nuoto sarebbe stata una fatica reiterata ogni settimana per anni, per poi sentirsi dire dalla maestra che lui sostiene di essere molto portato per questo sport.

Quando era evidente che sarei diventata mamma (e per ben 3 volte), mia mamma non me l’ha detto che avrei coabitato con tre esseri complicati, impegnativi, a volte estenuanti. Non me l’ha detto che non avrei mai fatto abbastanza per loro, che avrei sempre avuto da quel momento il piede in più scarpe: quella della mia vita e quelle delle loro vite, che vogliono procedere su strade diverse ma poi casualmente cercano punti ristoro sempre sulla mia di strada. Non me l’ha detto che avrei nuotato in un acquitrino, tra foglie e rami, fango e sorgenti improvvise. Non me l’ha detto che avrei avuto dei figli coi miei stessi difetti.

Mamma, se me lo dicevi prima magari mi compravo un biglietto aperto per Buenos Aires: andata 13 anni fa, ritorno… chi può dirlo.

cos’è una mamma 

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“Geniale 11enne cerca signora 40enne dolce e disponibile per lavori domestici, cucinare, riordinare”  questo l’annuncio che il mio 11enne scriverebbe per cercare una nuova mamma. Analizziamolo con distacco, come se in alcun modo fossi coinvolta:

– una quarantenne non può essere definita una “signora”, perché questo appellativo si riserva a chi è avanti con l’età, appesantita dagli anni e gravata dalle esperienze di vita. Una quarantenne può essere definita una donna, nel pieno delle sue possibilità.

– quando si pensa alla “‘mamma” si pensa all’amore, alle cure, all’affetto, ai pranzi dei giorni di festa. Non ai lavori domestici, ai pasti della settimana, alla capacità di domare il disordine di una famiglia.

– da sempre la mamma non si sceglie, ma ti capita, spesso adeguata a quello che sei tu. Mia nonna ha un detto “sei nato nella culla sbagliata” e in quella culla ci rimani, anche perché su questo argomento non funziona la legge della domanda e dell’offerta (perché qualsiasi 40enne sana di mente non si accollerebbe un 11enne qualsiasi (.

Comunque. Prendo atto che mio figlio 11enne mi vuole cambiare. Meno male che quello di 5 anni invece mi apprezza. Giocando a “indovina chi”, mi chiede 

– è un animale da compagnia? –

– si – rispondo. Ci pensa un po’ e poi ha un’illuminazione.

– Mamma! –

Sono un animale da compagnia. 

ti regalerei una macchina del tempo

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Se potessi farti un regalo speciale ti regalerei una macchina del tempo.

Per andare nel passato a chiacchierare con la tua amica o stare in silenzio una vicino all’altra perché non avevate bisogno di parlare sempre. Per tornare bambina a casa dei tuoi genitori, quando tuo papà ti teneva la mano sul tavolo, quando in bici giocavi al giro d’Italia e poi cadevi e tua mamma ti sgridava. Per ritornare in una delle tante classi in cui hai insegnato, in cui hai dato amore e passione, regole e creatività. Con quei bambini che sono stati tutti i tuoi bambini.

Per restare nel presente coi tuoi nipoti che ti riempiono la testa di parole e la tavola di piatti sporchi, la casa di vestiti della recita da cucire. Per continuare a camminare sulla tua strada, anche se fai fatica, anche se a volte hai bisogno di sfogarti, anche se spesso non ti lamenti e ti porti dentro tutti i dubbi e le preoccupazioni. Per continuare a occuparti così tanto delle tue figlie, indispensabile compagna di squadra per la nostra quotidianità.

Per andare nel futuro e vedere che ci saranno ancora viaggi insieme a papà, ancora momenti spensierati e leggeri, ancora sfide da affrontare e salite. Per ascoltare i concerti di nuovi violinisti e pianisti, nuove recite, nuove gare di ginnastica. Per continuare a insegnarci la pazienza, l’equilibrio, la passione. Per essere quella che vuoi essere tu, senza doveri e obblighi, senza abitudini che ti stanno strette. Libera fuori, come sei libera dentro.

Auguri mamma, vorrei avere una macchina del tempo per rivivere tutto con te, i momenti belli e quelli difficili. Perché sempre ho avuto qualcosa da imparare dal tuo modo di affrontare le cose.

le cose che non ho imparato da mia mamma (e invece avrei dovuto)

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Per anni lottiamo contro forze oscure per differenziarci, per diventare diversi e, crediamo, migliori di chi ci cresce. Per anni da figli giuriamo che saremo genitori diversi, più “giusti”, comprensivi di quelli che abbiamo avuto noi.

E poi scopriamo le cose che non abbiamo imparato dai nostri genitori, dalle nostre mamme. Quelle cose che avremmo dovuto assorbire come una spugna.

Non ho imparato a cucinare il fritto di pesce, gli anellini di totani di cui mi rimpinzo quando lei li prepara il sabato e la tavola è apparecchiata per 13 tra nipoti, figlie, generi, marito e mamma (sua).

Non ho imparato ad avere il frigo pieno e con tutto ciò che serve per un’intera settimana, da venerdì a venerdì, giorno da sempre dedicato alla spesa al supermercato. Ricordo una volta che lei e mio papà sono tornati da un viaggio a Londra di 5 giorni e il loro frigo era più ben fornito del mio, che non mi ero mai mossa da casa.

Non ho imparato, sempre parlando di spesa, a comprare il venerdì sapendo già cosa cucinerò il giovedì della settimana successiva, abbinando il primo e il secondo, decidendo il menù sulla base della deperibilità dei diversi cibi.

Non ho imparato a fare chignon, trecce e codine dritte e ordinate. Faccio sgorbi e righe storte peggio che se fossi ubriaca.

Non ho imparato la pazienza e la capacità di vedere lontano, senza lasciarsi distogliere dagli incidenti di percorso, dagli errori lungo la strada, dagli sbandamenti. Non ho imparato a non intervenire continuamente coi miei figli, a fare il grillo parlante e la voce (fastidiosa) della coscienza.

Non ho imparato la sua gratuità, il suo non lamentarsi mai, il suo tenere sulle spalle, nel cuore e nella testa ogni fatica, ansia, dubbio di tutta la famiglia, dai grandi ai piccoli, da quelli di sua mamma a quelli delle sue figlie, da quelli di suo marito a quelli dei suoi nipoti.

Non ho imparato a coccolarmi come sa fare lei, che si fa spazio tra le mie spine, che mi da acqua quanta me ne serve senza inondarmi, che sa aspettarmi lungo la strada per fare il tifo per me quando passo. Che sa volermi bene, nonostante a volte io faccia finta di non averne bisogno.

i diritti di una mamma

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Sulla porta della camera dei ragazzi c’è da anni un poster della Pimpa in cui sono elencati i diritti dei bambini. Da qualche mese penso che mi piacerebbe chiedere ai miei ragazzi quali sono i loro diritti, perché in fondo quell’elenco è fatto da un grande. Ecco, non l’ho ancora fatto, anche se continua a sembrarmi una buona idea; però riguardando quel poster mi viene in mente che bisognerebbe stilare i diritti delle mamme. E secondo me sarebbero questi:

uguaglianza: una mamma ha diritto a essere uguale a un papà, non assolutamente indispensabile e insostituibile, ad ogni ora del giorno e della notte (quante volte avete sentito la frase “voglio mamma” “il naso me lo soffia mamma” “le scarpe me le mette mamma” “a scuola mi accompagna mamma”? Io troppe)

protezione: dagli attacchi dei figli ai giardinetti, quando giocano che tu sei il mostro e loro ti devono sconfiggere. La simulazione diventa talmente verosimile che si avvicinano a te con bastoni e fare minaccioso. Ma si sa, i bambini hanno bisogno di giochi di immedesimazione per imparare ad affrontare le difficoltà della vita, mica vuoi che crescano insicuri e imbranati?

istruzione: che nel caso di una mamma si traduce nel diritto di leggere un libro senza mille interruzioni (perché i figli ti parlano anche se tu sei nascosta dietro la copertina di Guerra e pace, per dirti solitamente nulla di improcrastinabile, tipo quale mostro hanno appena sconfitto nel gioco che stanno facendo)

salute: ogni mamma ha diritto a rimanere in salute e non essere contagiata dai microbi mutanti dei propri figli, dopo che per notti li ha vegliati o li ha avuti smocciolanti nel letto, attaccati tipo cozze alla schiena. Ma ha anche diritto a essere malata, nel vero senso della parola, godendosi le tre L: letto, libro, libertà. E aggiungerei una S: solitudine

identità: una donna non può essere sempre e solo definita “la mamma di” e ammetto di avere anche io alcuni contatti salvati sul cellulare come “XY mamma di YX”; ma è davvero fastidioso, oltre che alienante nel caso una abbia più di un figlio (perché diventa più persone contemporaneamente). Abbiamo un nome (e anche un cognome che spesso non è quello dei nostri figli), riappropriamocene!

gioco e tempo libero: e qui si intende non quello usato per intrattenere i bambini in una giornata di pioggia o durante le vacanze estive; ma di tempo passato esattamente come si vuole, senza intenti educativi, senza perdere per forza a carte perché altrimenti i figli si arrabbiano, senza scegliere un’attività che sappiamo piacerà anche a loro.

disabilità: ogni mamma ha diritto a non essere abile a fare qualcosa, come cucire, cucinare i biscotti o le polpette, dipingere i fondali della recita scolastica, fare i braccialetti con gli elastici, preparare vestiti di carnevale da urlo. E questo senza sentirsi dire “ma la mamma di X lo sa fare…” da uno dei figli (frase che scatena i sensi di colpa e l’ansia da prestazione e spesso genera tentativi goffi e frustranti insuccessi).

minoranze: ognuna ha diritto a non essere minoranza, stando fuori dal gruppo delle alternative che cucinano solo cibo bio, non hanno la tv e tanto meno la wii, frequentano il corso di danza afro mamma e figlia, per insegnare alla piccola donna l’importanza del dialogo  col proprio io interiore e il contatto con la madre terra. Possiamo vedere film stupidi, mangiare hamburger e bere bevande gasate, andare a fare shopping con nostra figlia il sabato mattina. In fondo anche le maggioranze hanno qualcosa da insegnare.

partecipazione: è il diritto di partecipare nelle dosi che si ritengono non tossiche per il proprio equilibrio psicofisico alle feste di compleanno, alle cene di classe, ai laboratori di creatività a scuola, ai tornei di basket, alle gare di ginnastica artistica e alle lezioni di nuoto. Perché se “libertà è partecipazione” è anche vero il contrario.

nutrizione: abbiamo diritto di fare pranzo con le patatine e i marron glacé (entrambi), sfondarci di cioccolato fondente alle nocciole o di caramelle gommose al pompelmo, senza preoccuparci di dare il cattivo esempio. Non stiamo dando l’esempio in quel momento, stiamo nutrendo la nostra anima.