il mio anno e quello intorno

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Il mio anno è il ragazzo nero che davanti al supermercato di zona mi saluta ogni mattina e mi chiede “come sta mamma?”; è quello del pomeriggio che parla in inglese con i bambini della materna in lingua che entrano lì di fianco.
L’anno intorno sono i cori razzisti allo stadio, gli articoli che parlano di aggressioni a persone di colore sui mezzi pubblici, gli slogan “prima gli italiani” che leggi ogni giorno sui social network e senti dire, magari con parole diverse, a voce sempre più alta al mercato.

Il mio anno è una famiglia di origine marocchina che è andata in Francia, forse per le vacanze di Natale o forse per la vita. Perché qui il papà non trova lavoro da quasi un anno e la mamma fa qualche ora in casa nostra, ma non abbastanza per mantenersi. E anche se i figli di 12 e 8 anni non vorrebbero andar via da qui, dal paese in cui sono nati e vanno a scuola, dovranno seguire i loro genitori, la loro mamma così coraggiosa e mite. E le sue lacrime, quando ci siamo salutate, mi sono rimaste addosso. Aspetto l’inizio della scuola qui in Italia per scoprire se torneranno a casa o se proveranno una nuova vita lì, dove sembra ci siano più opportunità, dove Fatima potrà offrire ai suoi figli qualcosa in più forse.
L’anno intorno sono barche cariche di donne, uomini e bambini lasciate nel mare, con sopra i volontari che cercano di alleviare la fatica. Intorno ci sono stati che chiudono i porti e ne vanno orgogliosi. Sopra elicotteri che sollevano sospeso nel vuoto un bambino di pochi giorni e la sua mamma, per portarli in un ospedale, per dargli una speranza di vita.

Il mio anno sono maestre e professori che abbraccio come se fossero amiche e sorelle, con un affetto che si nutre di giorno in giorno, di figlio in figlio, di colloquio in colloquio. Sono figli che imparano a faticare e a raccogliere i risultati del loro impegno, che scoprono che la lettura e la conoscenza possono essere ciò che rende bella la loro vita, gli strumenti per costruire il loro futuro.
L’anno intorno mi parla di atti di bullismo di genitori contro i professori dei loro figli, di insegnanti che hanno gettato la spugna e non vedono nei ragazzi che hanno di fronte le potenzialità enormi che si nascondo dietro a un trucco troppo pesante, ai brufoli sulla fronte, ai modi strafottenti o timidi. Mi parla di personaggi pubblici che della loro mancanza di cultura e studio ne fanno un vanto, che non percepiscono la differenza tra chi è competente e chi è incompetente, che parlano di ogni argomento senza la minima preparazione.

Il mio anno sono vecchi amici che si ritrovano nelle difficoltà, di malattie che sanno far emergere l’amore e la vicinanza, di prove difficili affrontate insieme, con coraggio e speranza. Sono nuovi incontri, intorno a un progetto bello che parla di bene comune, di prendersi cura del nostro territorio, di cittadinanza e rapporto con gli altri, che prima sono persone e tutto il resto viene dopo. Sono famiglie che festeggiano insieme non per perpetrare una farsa, ma perché siamo legati, nella buona e nella cattiva sorte, nei giorni normali e in quelli di festa.
L’anno intorno è il pessimismo di chi dice che tanto non cambia niente e così è giustificato a non fare, di chi rinuncia a manifestare il proprio dissenso perché sono tutti ladri, di chi accetta leggi e atti inaccettabili e inumani perché “gli altri non hanno fatto di meglio”. Di chi passa il tempo a dire cosa dovrebbero fare gli altri e non si mette mai a fare.

Per il 2019, vi auguro il mio anno.

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il prima e il poi (l’io e il noi)

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Nota: il post è da leggere ascoltando una canzone di Gaber (a caso); se non sapete quale scegliere suggerisco questa “La parola io“.

Prima c’è il diritto, quello di livello alto, “costituzionale”, inalienabile, inappellabile, insuperabile (come il tonno).
Poi c’è la scelta di vivere in una comunità e di accettarne le regole di comportamento, le prassi, i principi morali.

Prima c’è la patria potestà, che poi si potrebbe anche dire “e qui comando io, e questa è casa mia”, con la non sottile differenza che il qui è un figlio e la casa è qualsiasi posto egli frequenti, dalla scuola al campo di basket, dall’oratorio al corso di inglese, dall’estate ragazzi al campo scout.
Poi c’è la scelta di delegare un pezzo della propria patria potestà ad altri (gli insegnanti, gli allenatori, gli animatori, i capi scout) perché in ogni ambito che nostro figlio frequenta ci sia qualcuno che definisce regole per un gruppo (e non solo per lui) con lo scopo di costruire insieme il bene comune.

Prima ci sono i principi, su cui non si può transigere, che non vanno mai messi in discussione, che pretendono guerre sante e nuove crociate per affermarli, oltre ogni ragionevolezza. Che parlano spesso di forma, quelli per cui “il fine giustifica i mezzi”.
Poi ci sono i valori, quelli che non dovrebbero essere negoziabili, quello che richiedono umanità ed empatia per essere affermati e diffusi, come un contagio positivo che ci lascia più umani e interi. Che parlano di contenuti, quelli per cui non puoi distinguere tra fini e mezzi, è un tutt’uno.

Prima ci sono io.
Poi ci siamo noi.

Per adesso siamo nel prima. Impantanati in questa libertà che possiamo anche tradurre con “facciamo il cazzo che ci pare”. Barricati dietro la patria potestà che diventa “tu a mio figlio non puoi dire niente, solo io lo posso educare”. Armati di principi (e questioni di principio) che ci impediscono di avere mani, mente e cuore libero per parlare e confrontarci sui valori, sulla senso di comunità e solidarietà, sulla costruzione e responsabilità verso il bene comune. Sull’io, prima persona singolare, che non ammette il plurale.

Forse arriveremo al poi (e al noi), ma stasera non vedo la strada.

il cibo rende felici (anche quello avanzato)

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Ieri, davanti alla scuola elementare, sento il dialogo tra padre e figlio che riporto fedelmente qui sotto.

Padre – Hai mangiato oggi? –
Il figlio risponde qualcosa che non sento bene, ma è una risposta incerta, di quelle che servono a prendere tempo accampando varie scuse.
Padre – Così non va bene, anche ieri non hai mangiato. Ieri sera ti abbiamo chiesto cosa volevi mangiare. Guarda che vado a ritirare il foglio in segreteria e torni a mangiare alla mensa scolastica –

Qui si apre la necessità dei sottotitoli per i lettori che non hanno figli alle scuole elementari o medie, che non abitano a Torino o provincia, che sono felicemente ignari circa la questione delle mense scolastiche.

Da quest’anno i bambini delle elementari e i ragazzi delle medie potranno non essere iscritti alla mensa scolastica fornita dal comune e portarsi il pasto da casa. Ancora non si capisce bene come potranno consumarlo, dove, come sarà conservato e di chi sarà la responsabilità di controllare che non ci siano scambi di alimenti. Le scuole, oltre a doversi occupare di supplenti non ancora nominati, cattedre vacanti e strutture scolastiche non sempre idonee, si stanno occupando di trovare una quadra tra il “diritto al pasto da casa” e il valore educativo della condivisione dello stesso pasto per bambini e ragazzi dai 6 ai 14 anni. I genitori si dividono in fazioni, tra chi indossa l’armatura per combattere la battaglia del panino, vissuta come un diritto inalienabile dell’uomo sancito dalla costituzione, dalle nazioni unite e forse anche dalla legge cosmica, chi per nulla al mondo farebbe rinunciare al figlio al momento educativo del pranzo in mensa, chi riconosce il momento educativo ma “a scuola non mi mangia niente, invece a casa mangia di tutto. Beh, certo a parte le verdure…” .

Io sono della seconda specie, anche un po’ estrema. Io sono di quelle che quando organizza il pigiama party con le amiche della figlia di mezzo fa valere la stessa regola che vige tutti i giorni a casa: per colazione si finiscono i biscotti aperti, se non li mangi vuol dire che non hai fame. Io sono della specie per cui quando al centro estivo in cui lavoravo un bambino ha buttato un’albicocca dopo aver dato un morso perché era un po’ aspra, l’ho raccolta dal cestino, l’ho lavata e gliel’ho ridata da finire.

Quando ho sentito l’edificante dialogo tra padre e figlio sono stata felice. Perché l’educazione non è una gara dei cento metri piani, ma una maratona. E se oggi cedi ai capricci del figlio e gli cucini ogni sera quello che vuole, al traguardo dei 42 km non ci arriverai. E non ci arriverà neanche lui.

Vado a mangiare gli avanzi di ieri sera, mentre Diego per la prima volta affronta il refettorio della scuola elementare, il vassoio da prendere, i compagni di fianco a cui sedersi, il cibo della mensa.
Buon appetito ragazzo, aspetto questa sera per sentire i tuoi racconti.

A volte fa bene

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Dopo un periodo di festa tutti abbiamo dei peccati da confessare. A volte riguardano la gola e le coccole alimentari che ci siamo concessi. A volte l’ingordigia di eventi, incontri, relazioni che ci lasciano più stanchi di quando lavoriamo.

Se sei una mamma e hai almeno un figlio (ma se ne hai almeno due è quasi una certezza), i peccati che hai commesso riguarderanno quasi sicuramente l’ira, quella che si impadronisce di te di fronte ai tuoi figli che litigano, si picchiano, non riordinano, scappano pur di non fare i compiti.

E se avrai il coraggio di confessare le tue colpe scoprirai che non sei sola. Che un papà che sembra la quint’essenza della serenità alza la voce di fronte alle sue figlie quando loro si mettono a ridere se lui le sgrida (e mia figlia lo fa, reagisce alla mia rabbia con una risata isterica a cui io reagisco a mia volta lavandole la faccia con l’acqua fredda).

Che una mamma con due figli che a te sembrano sempre super educati a volte si fa scappare una sculacciata e anche i suoi figli mettono le braccia davanti al corpo come per proteggersi appena lei è arrabbiata e li sgrida.

Che un’amica che quando parla sorride e ride sempre, usa le tue stesse parole per sgridare i suoi figli e li mette in castigo per un mese come fai tu, segnando la data sul calendario.

Come in un gruppo di auto mutuo aiuto, a volte fa bene confessare le proprie colpe, i propri attacchi d’ira e i propri eccessi, anche quelli di cui ci si vergogna (e io ne ho). Perché si scopre che siamo in tanti a essere umani, che i figli e i genitori in fondo replicano dei comportamenti simili a quelli di altri figli e altri genitori. E dopo aver confessato le proprie colpe siamo più pronti a perdonarci e a perdonare i nostri figli.

questa è casa mia

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C’è il microfono che non funziona bene e che viene spento e mai riacceso ad ogni intervento.

C’è il ragazzo che sul palco si mette esattamente dietro la scenografia e resta coperto per tutta la sua parte di scenetta, ma penso che sia stata una scelta volontaria.

C’è il gioco di fiducia di quello che si butta sulle braccia dell’altro di spalle, senza guardare, proposto ad adulti che (forse) si conoscono di vista.

Ci sono gli stralci del film I cento passi trasmessi in video, il discorso sulla bellezza che salverà il mondo, la canzone cantata insieme. La stessa che abbiamo cantato per salutare un’amica che aveva deciso di smettere di camminare su questo mondo.

Ci sono i piccoli che non sanno leggere che cantano una canzone che dovrebbero leggere su un cartellone, ma i loro neuroni sono belli freschi ancora e quindi l’hanno imparata a memoria in un pomeriggio.

C’è il ragazzo del Senegal conosciuto in una comunità di accoglienza per profughi seduto in prima fila, nero come il giubbotto di pelle nera che ha addosso,che sale timido sul palco in mezzo a quei ragazzi che ha conosciuto una settimana fa e si commuove a dire che lui in Italia sta benissimo e che è felice di essere con noi stasera.

Ci sono i biscotti al burro fatti passare tra i genitori seduti, preparati dai ragazzi e gli angioletti di carta ritagliati dai bambini oggi pomeriggio, segni di questa serata che ci portiamo a casa. Come un nastrino verde che tre anni fa affidavo a Valeria e che è ancora con lei.

C’è Oh happy day, cantata tutti insieme, e se sei stato scout non puoi non averla già cantata a qualche veglia.

Ci sono le chiacchiere una volta tornati a casa, con i ragazzi ancora in uniforme, con gli occhi che si chiudono dalla stanchezza. E in quel momento intorno al tavolo io trovo il nostro senso di famiglia, che è fatto anche di scoutismo, di condivisione di un’esperienza che tanto significa per ciascuno di noi.

Ci siete voi, bambini, ragazzi e adulti che mi camminate a fianco, amici vecchi e nuovi. Siamo davvero fratelli e sorelle, basta davvero uno sguardo perché i nostri cuori si parlino. Basta aver messo un fazzolettone al collo e aver avuto una promessa cucita all’altezza del cuore per sentirsi a casa questa sera.

apocalittici e integrati

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Quando andavo all’università si parlava molto (e devo ammettere di non averlo mai letto) di un saggio di Umberto Eco, Apocalittici e integrati, per rappresentare due atteggiamenti opposti rispetto ai mezzi di comunicazione di massa. Il saggio è del 1964 e da allora di passi in avanti (o indietro) se ne sono fatti molti. Ho sempre pensato che si debba avere un atteggiamento da integrati consapevoli: dei punti di forza e di quelli di debolezza di strumenti che possono trasmettere qualsiasi messaggio, ma che possono anche trasformarlo, proprio per le loro caratteristiche intrinseche.

Da una settimana il web è stato il centro delle mie giornate, con un controllo compulsivo dei social network alla ricerca di aggiornamenti su ciò che mi sta a cuore, di modi per allargare la cerchia di “persone informate sui fatti”, di sostegno da offrire e da ricevere. Ed è stato il mondo anche di mio figlio Jacopo che durante le partite dei mondiali chatta (attraverso il mio telefono) con un buffo gruppo di ascolto, composto da 12enni e 40enni, amici suoi (che usano il telefono delle mamme) e amici miei (che si ritrovano improvvisamente giovani).

Il web e le chat in questa settimana hanno avuto un fortissimo potere aggregante, hanno sostituito il trovarsi fisicamente in un posto (cosa che sarebbe stata difficile o innaturale) e mi hanno connesso con molte persone, di cui conoscevo solo in parte le storie. Mi hanno trasmesso quel senso di comunità che nei momenti difficili ti fa stare a galla, quel calore che ti serve quando l’attesa diventa estenuante e sembra essere senza un orizzonte. E hanno dato un senso alle partite viste da Jacopo, come quando noi eravamo giovani e ci ritrovavamo tutti insieme a vederle.

Forse le prossime partite le vedremo tutti insieme, forse le stesse persone di cui leggo su fb le incontrerò tra poco, per festeggiare la fine della paura. Ma adesso sappiamo, una volta di più, di essere comunità. E abbiamo bisogno di comunità, di vicinanza. Di affrontare insieme il domani.

«nessuno è mai morto di pidocchi»

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Il suggerimento me lo da mio marito, che legge sul post questo articolo sui pidocchi (I pidocchi sono sopravvalutati?).

Ho passato serate a spulciare i miei figli, a inseguire animaletti e animaloni, uova vive e uova morte, a mettere i pupazzi in prigione nel sacchetto di nylon chiuso ermeticamente. Con risultati altalenanti e spesso non proporzionali alla fatica, allo stress, al nervoso che veniva a tutta la famiglia (i bambini che ti supplicano di non rifargli il trattamento perché tanto non funziona… come se per te fosse un’attività piacevole, quasi uno svago). Ho fatto trattamenti in casa, in campeggio, in albergo, a capodanno. Ho visto davanti a scuola bambini con fasce e bandane in testa per evitare di essere “contagiati”, ho assistito a riunioni di classe in cui i genitori si scagliavano gli uni contro gli altri, divisi dalla scelta di rimandare o meno i figli a scuola dopo aver fatto il trattamento, ho ricevuto come rappresentante di classe telefonate da una mamma che non mandava più la figlia a scuola per i pidocchi (figlia a cui dalla nascita non avevano mai tagliato i capelli) e che mi chiedeva di intervenire (tipo ghostbusters?), ho partecipato a una riunione sul “protocollo operativo per la gestione della pediculosi nelle comunità” organizzato dalla asl. E ho sentito una mamma che ha addirittura “studiato” l’origine dei pidocchi (e non ho osato chiedere cos’abbia scoperto).

E nonostante questo pedigree di tutto rispetto i miei figli i pidocchi li hanno presi ripetutamente, li hanno passati ad altri (un paio di volte anche a me), li hanno cresciuti e allevati come animali domestici, si sono grattati come pazzi.

Ma come dice Jacopo “se tanto tornano comunque, mamma, perché perdere tempo e soldi a cercare di mandarli via?”. Forse perché abbiamo paura, da mamme, di essere additate come quelle che i figli non li controllano, non li guardano, diffondono le malattie.

Quando poi le malattie più gravi sono l’ignoranza e la stupidità. Malattie congenite, dalle quali è difficile guarire!