inseguimenti

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Credo sia colpa dell’età. Di questi anni troppo pieni: di competenza, di relazioni, di ruoli, di responsabilità, di talenti scoperti, di progetti, di sete di sogni collettivi.

È colpa di questa età così piena di possibilità se passo ogni secondo della mia esistenza all’inseguimento. Delle idee che mi vengono, dei progetti in cui mi tuffo con testa, mani, pancia, cuore, gambe. Delle relazioni in cui non mi basta mai un livello superficiale, devo sempre essere attenta, empatica, sincera, profonda. Della vita quotidiana che voglio portare avanti in un certo modo, con cene cucinate, verdura a tavola, biancheria piegata, piante rigogliose in balcone. Della fame che il mio cervello ha di stimoli, siano musica, teatro, mostre, libri (qui apriamo una parentesi: non riuscire a leggere quanto vorrei, essere così stanca da non trovare mai il tempo per concentrarmi su nuove storie è una sofferenza fisica). Della crescita dei miei figli, con i loro impegni, i loro cambiamenti, le loro domande, la loro vita in cui continuano a chiamarmi dentro, in cui io voglio continuare a stare.

È colpa dell’età così ricca di voglia di cambiare il mondo se corro tutto il giorno su un tapis roulant senza mai arrivare a conquistare tutti i traguardi. Sarà colpa di quello che ho imparato quando ero più giovane “quando guardate, guardate lontano, e anche quando credete di star guardando lontano, guardate ancor più lontano“.

Perché, anche se l’inseguimento a volte è faticoso, quello che dà gioia non è il traguardo, ma il percorso. Non è la vetta, ma la strada.

la prima cosa bella

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La mia prima cosa bella di questa mattina è il senso di famiglia con cui mi sono svegliata.

È una sensazione profonda e viscerale, che si stringe intorno alle mie gioie e alle mie fatiche.

Ha la forma di un abbraccio, di due corpi che si stringono insieme e insieme sussultano, per i singhiozzi che in quell’abbraccio si possono permettere di salire dal centro del cuore.

Ha la forza delle dita che insieme si intrecciano a quelle di un’altra mano, in una preghiera, un saluto, un gesto spontaneo che contemporaneamente dice “sono qui” e “non lasciarmi da sola”.

Ha la tenerezza di occhi lucidi, di sguardi che si incrociano e accarezzano guance, anime.

Ha la melodia di canti che sappiamo a memoria, che richiamano boschi, fuochi di bivacco, tende umide e cieli stellati.

Ha la forza di un racconto che abbiamo raccontato a tanti bambini e bambine che stavano vivendo il momento del passaggio, ansiosi e felici insieme.

Ha il rigore e la comodità di un fazzolettone al collo, di una camicia azzurra e pantaloni di velluto. Tutti uguali e tutti diversi, tutti fratelli e sorelle che sorridono e cantano anche nella difficoltà.

Quel senso di famiglia, quel sentirmi intera e completa non l’ho mai provato da nessuna altra parte e non importa se il fazzolettone non l’ho più al collo. Sono scout, per sempre. E questa è la mia famiglia. Ed è una cosa bella, di cui godo nei giorni felici e che scopro nella sua forza immensa in quelli tristi.

servono molti noi

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Per costruire il mio io servono molti noi.

Il noi della mia famiglia, che è troppo grande per stare sotto un unico cognome, ne servono almeno tre a fare un’istantanea di questo momento. È un noi stratificato, con qualcuno che c’è ancora e altri che se ne sono andati, ma con cui continuo a parlare, con ricordi che si perdono quando ancora avevo denti che cadevano, trecce e graffi sulle ginocchia. E forti arrabbiature, ma quelle continuo ad averle.

Il noi del territorio in cui vivo, la scuola, il quartiere, la città. Il nido dove sono passati tutti i miei figli, con l’albero di natale con le foto dei bambini e la castagnata, la scuola elementare con le feste di inizio anno per ridipingere le aule, la scuola media coi concerti e le pietre d’inciampo. La casa nel parco e le cene tra amici, i tour tra le vie di queste case costruite per ospitare gli operai della fabbrica, quella che ha preso il nome del quartiere, quella dove nonno teneva alta la testa e la schiena dritta.

Il noi della mia esperienza scout, fatta di fantastico, avventura, scoperta, servizio, competenza. È un noi pieno dei colori dei fazzolettoni che ho avuto addosso, ma che si ritrova in ogni colore. È un noi che non ha una casa, ma trova la sua sede in ogni luogo dove costruisce relazioni e ogni volta che torna li, che siano passati due giorni o vent’anni si sente di nuovo a casa. È un noi che non sa stilare una lista di chi ne fa parte, ma che riconosce gli altri come lui in uno sguardo, una stretta di mano, un modo di fare.

Il noi di generazioni diverse che si trovano insieme, che si studiano e si scoprono ricche e preziose l’una per l’altra. Che si completano e si confondono, in un circolo in cui gli estremi si toccano.

Il noi dei valori, del senso di giustizia e uguaglianza che mi parla incessantemente dentro, del senso positivo dell’azione collettiva, della voglia di dialogo e incontro, della ricchezza della diversità, del primato dell’educazione permanente. Della fiducia nella bontà dell’uomo, animale sociale per eccellenza che solo quando si riconosce nel noi può dire di aver veramente costruito il suo io.

avrei potuto

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Avrei potuto fotografarti con lo zaino pieno fino a scoppiare, il guidone in mano, la schiena un po’ curva. Ma in quell’inquadratura non ci sarebbe stata la tua determinazione a proseguire quella strada anche se partite in 2 anziché in 5. Non ci sarebbe stata la tua emozione perché anche quest’anno la tua capo reparto vivrà il campo con voi, testimone in carne e ossa di quell’articolo della legge scout che sembra da stupidi e invece è il centro di tutto, l’inizio e la fine: sorridono e cantano anche nelle difficoltà.

Avrei potuto scattare un’immagine di te, con quei pantaloncini che in pochi mesi sono diventati corti e stretti, del tuo sorriso aperto e dei tuoi occhi brillanti sotto la visiera del cappellino verde. Ma quell’immagine non mi avrebbe dato la tua voce allegra e decisa, il tuo impegno nel cercare le tracce degli animali per la tua specialità, le tue relazioni così spontanee e profonde.

Avrei potuto immortalarti coi tuoi occhiali da sole con la bandiera americana e lo zaino portato fino alla partenza del pullman. Ma quella foto, divertente non c’è dubbio, non avrebbe potuto contenere il tuo entusiasmo, la tua ironia, la tua fiducia nel mondo, la tua sete di vita e di esperienze da fare con gli altri.

Avrei potuto tenermi delle immagini di voi, io che non so mai resistere a fermare gli attimi. Ma voi non ci state lì dentro, uscite fuori strabordanti, come la pasta della pizza che lievita in un contenitore troppo piccolo. Non c’è recipiente che possa contenere la vostra vita e questo è il bello della vostra età, ragazzi miei. Buona nuotata, buona caccia e buon sentiero.

#lavitaèbella

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Torniamo a casa oggi, dopo il matrimonio della cognata giovane, quella che quando mi sono sposata viveva le sue giornate spiaggiata sul divano dei suoceri, quella che si scambiava i vestiti con le sue amiche quando usciva di nascosto da sua madre, quella che aveva l’età di mio figlio grande quando mi sono sposata io.

Torniamo a casa dalle Marche, regione che non avevamo mai visto e in cui il nuovo zio dei ragazzi è nato e cresciuto.

Torniamo in macchina, ma c’è chi si è fatto un viaggio in pullman di 20 ore in due giorni (10+10) per venire qui.

Torniamo e sono consapevole di alcune cose.

Che i miei ragazzi a volte mi fanno arrabbiare e mi sembrano capricciosi e viziati, ma poi la naturalezza con cui si aprono alle nuove conoscenze e la disponibilità con cui si adattano alle situazioni è qualcosa di non scontato e prezioso.

Che il senso di abbandono di stare su una spiaggia con gli occhi chiusi, sdraiato al sole, passando dalla veglia al sonno accompagnato dai frammenti di discorsi che ci sono intorno a te ha un che di poetico e ineguagliabile. Purtroppo precluso a una madre con tre figli.

Che l’amore conta sempre, è l’unica cosa che conta. E quando di amore ne metti tanto nelle relazioni, non importa più se tu sei quello acquisito nella famiglia o se in quel tavolo di parenti di sangue non ce n’è nemmeno uno. Sarà tutta un’unica cosa, difficile da definire, impegnativa, ma che per me è naturale da costruire e vivere.

Che quando si dice “sorelle e fratelli di ogni altra guida e scout” si pensa sia uno slogan. Poi si viene qui e si sente una preghiera in cui si parla dell’odore di quel fuoco da una testimone emozionata. Si sente cantare Somewhere over the rainbow con una gioia e un trasporto speciale e si scopre poi che chi canta è stato il caporeparto dello sposo e si chiacchiera con lo stesso linguaggio. Si conosce in spiaggia un amico col kayak che con pazienza e allegria spiega ai tuoi figli come usarlo e li porta ad affrontare le onde, temerario ma non spavaldo e la sera parla di campi di competenza e specialità scout. Siamo davvero sorelle e fratelli di ogni altra guida e scout: abbiamo accenti diversi, ma la parlata nuova è la stessa, il modo di affrontare la vita è uguale, l’apertura verso l’altro è una parte di noi.

Torniamo dalle Marche e, come dopo ogni esperienza intensa, penso davvero che la vita è bella, nonostante le fatiche, le delusioni, le malattie, le assenze di questi due giorni. È bella e bisogna ricordarselo sempre.

quando l’acqua tocca il culo

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16 anni fa, quando in Piemonte c’è stata l’alluvione che ha coinvolto la val Chisone, io ero lì, nel cuore della val Chisone con tutto il gruppo scout. Ci siamo svegliati la domenica mattina con le notizie di mezza valle bloccata e noi eravamo dall’altra parte del fiume, con 80 ragazzi tra gli 8 e i 19 anni, con il pranzo al sacco e senza nulla per cena o per colazione, con il fiume che si vedeva sempre più grosso dal campo di gioco di fronte alla casa. Quando parte del ponte che ci avrebbe portato verso la strada è crollato, quando siamo rimasti bloccati tra due frane, una a monte e una a valle, che impedivano a chiunque di venirci a prendere, ci siamo organizzati, abbiamo diviso i panini, abbiamo fatto il giro delle case del paesino in cui eravamo chiedendo dei dadi, patate, pastina per fare la minestra ai ragazzi, formaggio e pane. Abbiamo spostato tutti a dormire all’ultimo piano e abbiamo fatto i turni di notte, noi capi, per controllare che quel fiume che si ingrossava sempre di più non arrivasse a bussarci alla porta. Abbiamo parlato coi carabinieri che ci hanno detto “vegliate e se succede qualcosa ci vediamo questa notte”. Quando due giorni dopo è smesso di piovere e le case del paese avevano il fango nei piani bassi, nelle cantine e nei garage i ragazzi più grandi ci hanno detto che volevano andare a liberarle dal fango. È stato naturale, nessuno gliel’ha suggerito, è stato un gesto spontaneo di vicinanza più che di solidarietà. Eravamo lì, tutti nella stessa situazione e la cosa normale da fare era aiutarsi, non perché il giorno prima ci avevano regalato 3 dadi da brodo e 5 patate, ma perché non potevamo restare a guardare quando di fianco a noi qualcuno aveva bisogno.

6 anni prima tanti di quei capi erano andati ad Alba, a spalare fango quando il Tanaro aveva invaso il paese, le fabbriche, le case. Io non c’ero e ancora me ne pento. E tanti dopo sono andati in molti altri posti, chiamati non dalle tragedie ma dalla propria scelta di essere buoni cittadini.

Quando pochi mesi fa abbiamo visto in tv le immagini dell’ultima alluvione in Piemonte, Jacopo ci ha detto “sarebbe bello andare ad aiutare in quelle situazioni”. Nel mio estremismo, credo che dovrebbe essere obbligatorio per tutti dedicare una settimana nella propria vita ad aiutare dopo un terremoto, un’alluvione, una frana. Un qualsiasi evento in cui ciò che stai cercando di portare in salvo o di riportare alla normalità è tuo, ma al tempo stesso non è tuo: non è la tua casa o il tuo negozio o il tuo amico, ma è la tua dignità di essere umano. Che non si volta dall’altra parte, che non cerca colpevoli, che non prega e basta o manda sms solidali: si tira su le maniche e sorride e canta anche nelle difficoltà, trova energie che sembrano inesauribili e si prende cura del mondo che ha intorno. E cerca di lasciarlo un po’ migliore di come l’ha trovato, un po’ più umano. Non è bontà, è scegliere, sentire di essere persone per bene. Mia nonna dice spesso “quando l’acqua tocca il culo si impara a nuotare”: dovremmo tutti tenere il culo un po’ più a bagno, per ricordarci che sappiamo nuotare e non solo stare a galla.

il modo migliore di iniziare l’anno 

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Non c’è modo migliore di iniziare l’anno di quello che hanno avuto la possibilità di provare i miei figli.

Non c’è tempo speso meglio di quello passato con quegli amici con cui cammini e giochi, canti e corri, scambi pupazzi e assaggi le lenticchie (e scopri che sono buonissime). Non c’è tempo speso meglio di quello passato con giovani adulti che studiano racconti per rinnovare ogni anno la meraviglia negli occhi di chi li ascolta, che si scrivono sulle mani – per non dimenticarle – le parole maestre, quel lessico familiare magico che apre la mente a nuove dimensioni e il cuore all’ascolto degli altri.

Non c’è modo migliore per crescere di mettersi in cammino con gli altri, lavorare insieme per preparare la cena, imparare a usare un coltellino, progettare e costruire una slitta, leggere il brano della veglia alle armi e riflettere sul significato della promessa che stai per pronunciare. Non c’è modo migliore per crescere di farsi accompagnare in quel sentiero da donne e uomini che hanno fatto delle scelte, ma ricordano ancora bene quando erano come quelle ragazze e quei ragazzi che hanno di fianco e che hanno il privilegio di veder diventare adulti.

I miei ragazzi sono tornati dai campi scout invernali, con gli occhi che brillano e l’animo pulito. I loro capi sono tornati dai campi scout invernali, con gli occhi che brillano e l’animo pulito. Non c’è modo migliore per iniziare l’anno che farlo con dei compagni di strada così: fratelli e sorelle maggiori sullo stesso sentiero.