quando l’acqua tocca il culo

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16 anni fa, quando in Piemonte c’è stata l’alluvione che ha coinvolto la val Chisone, io ero lì, nel cuore della val Chisone con tutto il gruppo scout. Ci siamo svegliati la domenica mattina con le notizie di mezza valle bloccata e noi eravamo dall’altra parte del fiume, con 80 ragazzi tra gli 8 e i 19 anni, con il pranzo al sacco e senza nulla per cena o per colazione, con il fiume che si vedeva sempre più grosso dal campo di gioco di fronte alla casa. Quando parte del ponte che ci avrebbe portato verso la strada è crollato, quando siamo rimasti bloccati tra due frane, una a monte e una a valle, che impedivano a chiunque di venirci a prendere, ci siamo organizzati, abbiamo diviso i panini, abbiamo fatto il giro delle case del paesino in cui eravamo chiedendo dei dadi, patate, pastina per fare la minestra ai ragazzi, formaggio e pane. Abbiamo spostato tutti a dormire all’ultimo piano e abbiamo fatto i turni di notte, noi capi, per controllare che quel fiume che si ingrossava sempre di più non arrivasse a bussarci alla porta. Abbiamo parlato coi carabinieri che ci hanno detto “vegliate e se succede qualcosa ci vediamo questa notte”. Quando due giorni dopo è smesso di piovere e le case del paese avevano il fango nei piani bassi, nelle cantine e nei garage i ragazzi più grandi ci hanno detto che volevano andare a liberarle dal fango. È stato naturale, nessuno gliel’ha suggerito, è stato un gesto spontaneo di vicinanza più che di solidarietà. Eravamo lì, tutti nella stessa situazione e la cosa normale da fare era aiutarsi, non perché il giorno prima ci avevano regalato 3 dadi da brodo e 5 patate, ma perché non potevamo restare a guardare quando di fianco a noi qualcuno aveva bisogno.

6 anni prima tanti di quei capi erano andati ad Alba, a spalare fango quando il Tanaro aveva invaso il paese, le fabbriche, le case. Io non c’ero e ancora me ne pento. E tanti dopo sono andati in molti altri posti, chiamati non dalle tragedie ma dalla propria scelta di essere buoni cittadini.

Quando pochi mesi fa abbiamo visto in tv le immagini dell’ultima alluvione in Piemonte, Jacopo ci ha detto “sarebbe bello andare ad aiutare in quelle situazioni”. Nel mio estremismo, credo che dovrebbe essere obbligatorio per tutti dedicare una settimana nella propria vita ad aiutare dopo un terremoto, un’alluvione, una frana. Un qualsiasi evento in cui ciò che stai cercando di portare in salvo o di riportare alla normalità è tuo, ma al tempo stesso non è tuo: non è la tua casa o il tuo negozio o il tuo amico, ma è la tua dignità di essere umano. Che non si volta dall’altra parte, che non cerca colpevoli, che non prega e basta o manda sms solidali: si tira su le maniche e sorride e canta anche nelle difficoltà, trova energie che sembrano inesauribili e si prende cura del mondo che ha intorno. E cerca di lasciarlo un po’ migliore di come l’ha trovato, un po’ più umano. Non è bontà, è scegliere, sentire di essere persone per bene. Mia nonna dice spesso “quando l’acqua tocca il culo si impara a nuotare”: dovremmo tutti tenere il culo un po’ più a bagno, per ricordarci che sappiamo nuotare e non solo stare a galla.

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il modo migliore di iniziare l’anno 

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Non c’è modo migliore di iniziare l’anno di quello che hanno avuto la possibilità di provare i miei figli.

Non c’è tempo speso meglio di quello passato con quegli amici con cui cammini e giochi, canti e corri, scambi pupazzi e assaggi le lenticchie (e scopri che sono buonissime). Non c’è tempo speso meglio di quello passato con giovani adulti che studiano racconti per rinnovare ogni anno la meraviglia negli occhi di chi li ascolta, che si scrivono sulle mani – per non dimenticarle – le parole maestre, quel lessico familiare magico che apre la mente a nuove dimensioni e il cuore all’ascolto degli altri.

Non c’è modo migliore per crescere di mettersi in cammino con gli altri, lavorare insieme per preparare la cena, imparare a usare un coltellino, progettare e costruire una slitta, leggere il brano della veglia alle armi e riflettere sul significato della promessa che stai per pronunciare. Non c’è modo migliore per crescere di farsi accompagnare in quel sentiero da donne e uomini che hanno fatto delle scelte, ma ricordano ancora bene quando erano come quelle ragazze e quei ragazzi che hanno di fianco e che hanno il privilegio di veder diventare adulti.

I miei ragazzi sono tornati dai campi scout invernali, con gli occhi che brillano e l’animo pulito. I loro capi sono tornati dai campi scout invernali, con gli occhi che brillano e l’animo pulito. Non c’è modo migliore per iniziare l’anno che farlo con dei compagni di strada così: fratelli e sorelle maggiori sullo stesso sentiero.

perché è bello lasciarvi andare

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Ci sono due zaini pronti in camera, con dentro magliette, calze, pantaloncini e maglioni pesanti. Ci sono due zaini carichi di allegria, paura di qualcosa di nuovo, voglia di godersi l’ultimo campo, entusiasmo, autonomia. Ci sono due zaini che torneranno infangati, con gobbe e sacchetti aggiuntivi appesi fuori perché la roba sporca occupa più posto di quella pulita, pieni di ricordi, emozioni, esperienza.

Lucia e Jacopo partono per il campo scout e io penso che è proprio bello lasciarvi andare.

Perché lontano da me scopro quanto siete autonomi e indipendenti, capaci di cavarvela e pieni di risorse. La mia vicinanza vi impigrisce e rallenta la vostra corsa verso i giorni che vi aspettano.

Perché i vostri piedi hanno misure diverse dai miei e le vostre gambe camminano ad altri ritmi. E nell’andare per il mondo ciascuno deve trovare il proprio passo per poi poter essere capace di stare a fianco degli altri, in un passo comune che tenga conto delle esigenze e dei tempi di tutti.

Perché il mondo è troppo grande e bello e pieno di esperienze per limitarsi a quelle che potremmo fare insieme. Avete l’energia e lo stupore dei vostri anni che non saranno mai gli stessi di quelli miei, perché la vostra sete di scoperta deve trovare più fonti per poter essere soddisfatta e al tempo stesso continuamente alimentata.

Perché non si educa mai da soli, ma con altre persone intorno. E le persone con cui andate sono nostri compagni di strada, fratelli e sorelle nell’educazione, tutti tesi verso lo stesso obiettivo, tutti appassionati dello stesso progetto, tutti innamorati delle stesse persone: la bambina e il ragazzo che siete, la donna e l’uomo che diventerete.

Perché i vostri sorrisi, le vostre chiacchiere, i vostri graffi e la vostra stanchezza raccontano molto più di quanto vedrebbero i miei occhi se fossi lì con voi. Raccontano non solo ciò che è successo fuori, ma quello che si è trasformato dentro di voi, mentre la vita scorreva, mentre mangiavate con gli altri su un tavolo senza tovaglia, mentre scoprivate il bosco, mentre affrontavate la fatica, mentre superavate la timidezza.

Allora andate, ragazzi miei, da soli per la strada. Andate a costruire il vostro futuro, andate a mettere un mattoncino sopra l’altro per dare fondamenta alla vostra persona, andate a scegliervi la strada e i compagni di viaggio, perché ognuno ha la responsabilità di fare delle scelte. Andate a vivere la vostra vita. E io sarò felice e serena, perché so che quello che vi ho dato e continuo a darvi ogni momento, ve lo portate dentro, sulle mani, negli occhi, nel naso e nella bocca, che se fosse solo dentro il cuore non uscirebbe mai dai vostri gesti, dal vostro modo di guardare il mondo, di annusarlo, di assaporarlo.

Sarò felice ed emozionata, perché vedere una bambina e un ragazzo che vanno da soli ad affrontare il mondo è sempre un’emozione fortissima e indimenticabile.

WonderLuci

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Si è svegliata alle 6 del mattino. Ha bevuto il suo the con due biscotti mangiati a secco, giusto perché ormai ha capito che mangiare qualcosa a colazione è un obbligo. Si è messa il body, la tuta della società, ha preso il suo zaino ed è uscita di casa.

In macchina non ha detto una parola o quasi, giusto quelle indispensabili e secondo lei credo che si contino sulle dita di una mano. Ha affrontato un trampolino, delle parallele e la magnesite che le è finita negli occhi, una trave scivolosa e una musica per il corpo libero che non partiva. Ha pianto per gli errori e gioito per i successi inaspettati.

Poi è tornata in spogliatoio e prima che potessi raggiungerla, aveva già l’uniforme scout, la camicia abbottonata e cercava le calze che nel frattempo aveva perso. Ha messo le calze di un’altra bambina, senza battere ciglio, si è infilata il fazzolettone al collo, ha provato a mettersi il cappellino, ma aveva le codine e non ci stava. È risalita in macchina e finalmente ha parlato:

– Posso mangiare? –

Ha aggredito il sacchetto dei taralli, ha detto due parole parlando in vivavoce con suo papà e nel frattempo siamo arrivati agli scout. Ha raggiunto il branco, mi ha salutato velocemente ed è corsa a giocare. È tornata stasera, felice e serena, come se fosse stata tutto il giorno sul divano a poltrire. E adesso finalmente è a letto.

Perché anche per WonderLuci le giornate finiscono. Anche per chi passa senza soluzione di continuità dalla gara di ginnastica artistica all’attività scout al bagno nella vasca con suo fratello, prima o poi arriva il momento di andare a letto. E seria com’è in ogni cosa che fa, rigorosa e serena come solo chi è ben strutturato dentro può essere nelle mille attività fuori, adesso dorme pacifica. In pace con se stessa, per aver dato il meglio in questa giornata intensa. In pace con il mondo intorno, per aver sparso entusiasmo ed energia, ottimismo e buona volontà.

Dormi ragazza, perché domani avrai di nuovo una missione speciale da compiere. Contagiare il mondo con la tua voglia di vivere.

questa è casa mia

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C’è il microfono che non funziona bene e che viene spento e mai riacceso ad ogni intervento.

C’è il ragazzo che sul palco si mette esattamente dietro la scenografia e resta coperto per tutta la sua parte di scenetta, ma penso che sia stata una scelta volontaria.

C’è il gioco di fiducia di quello che si butta sulle braccia dell’altro di spalle, senza guardare, proposto ad adulti che (forse) si conoscono di vista.

Ci sono gli stralci del film I cento passi trasmessi in video, il discorso sulla bellezza che salverà il mondo, la canzone cantata insieme. La stessa che abbiamo cantato per salutare un’amica che aveva deciso di smettere di camminare su questo mondo.

Ci sono i piccoli che non sanno leggere che cantano una canzone che dovrebbero leggere su un cartellone, ma i loro neuroni sono belli freschi ancora e quindi l’hanno imparata a memoria in un pomeriggio.

C’è il ragazzo del Senegal conosciuto in una comunità di accoglienza per profughi seduto in prima fila, nero come il giubbotto di pelle nera che ha addosso,che sale timido sul palco in mezzo a quei ragazzi che ha conosciuto una settimana fa e si commuove a dire che lui in Italia sta benissimo e che è felice di essere con noi stasera.

Ci sono i biscotti al burro fatti passare tra i genitori seduti, preparati dai ragazzi e gli angioletti di carta ritagliati dai bambini oggi pomeriggio, segni di questa serata che ci portiamo a casa. Come un nastrino verde che tre anni fa affidavo a Valeria e che è ancora con lei.

C’è Oh happy day, cantata tutti insieme, e se sei stato scout non puoi non averla già cantata a qualche veglia.

Ci sono le chiacchiere una volta tornati a casa, con i ragazzi ancora in uniforme, con gli occhi che si chiudono dalla stanchezza. E in quel momento intorno al tavolo io trovo il nostro senso di famiglia, che è fatto anche di scoutismo, di condivisione di un’esperienza che tanto significa per ciascuno di noi.

Ci siete voi, bambini, ragazzi e adulti che mi camminate a fianco, amici vecchi e nuovi. Siamo davvero fratelli e sorelle, basta davvero uno sguardo perché i nostri cuori si parlino. Basta aver messo un fazzolettone al collo e aver avuto una promessa cucita all’altezza del cuore per sentirsi a casa questa sera.

vestiti nuovi per avere super poteri

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Fino a venerdì era un normale bambino di 5 anni e mezzo, un po’ piagnone e spesso mammone. Era capace di fare sceneggiate nel cortile dell’asilo per non essere lasciato coi nonni mezz’ora. Non approfittava della possibilità di stare una settimana al mare a fine ottobre pur di non lasciare genitori e fratelli. Non voleva andare ai giardini, ma tornare subito a casa per giocare con le sue cose. Tutto questo fino a ieri. Finché era vestito normale.

Poi è arrivato finalmente il pomeriggio tanto atteso. Ha infilato una maglietta, una camicia azzurra, pantaloncini blu un po’ abbondanti (e infatti ha passato la metà del tempo a tirarli su in vita), una felpa blu scuro, tutto rigorosamente di seconda o terza mano. E si è avviato tranquillo con le mani in tasca.

È arrivato all’appuntamento, ha iniziato a giocare come se lì in mezzo ci fosse sempre stato, ci ha salutato ed è andato senza di noi, con un capo e gli altri nuovi arrivati verso il parco, dove la colonia dei castorini l’avrebbe accolto. Quando siamo tornati a prenderlo la camicia era fuori dai pantaloni, al collo aveva il quadratino che indica la sua appartenenza al gruppo e si era già fatto due nuovi amici.

L’ultimo della famiglia è entrato nel gruppo scout. Ed è stato un evento atteso per anni, mesi, giorni e ore. Da una settimana faceva il conto alla rovescia e non perdeva occasione per ricordarlo a tutti (al telefono “nonna, non devi dirmi niente di importante? te lo ricordi che sabato inizio gli scout?”). E poi, dopo questo lungo sabato del villaggio, dopo questa attesa che si è goduto fino in fondo, l’attività scout è arrivata. E lui è entrato con la naturalezza di chi entra in casa propria. Di chi va a occupare un posto che è stato pensato proprio per lui.

Come SuperPippo si trasforma dopo aver mangiato una speciale nocciolina americana, così Diego ha abbandonato il ruolo del bambino piccolo una volta messa una camicia azzurra. Perché l’abito non farà il monaco, ma i simboli servono proprio a segnare un passaggio, un cambiamento. Che neanche noi sempre abbiamo il coraggio di vivere fino in fondo. Per quello abbiamo bisogno di un segno, un vestito nuovo che ci autorizzi a essere quello che siamo già diventati.

le parole sono importanti

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Sono un’incredibile puntigliosa e rompi palle, questo è una sacrosanta verità. Per natura sono portata a fare le pulci alle cose, soprattutto a quelle che mi stanno a cuore. E la lingua italiana (e il suo utilizzo corretto) riveste un ruolo particolarmente importante nella mia galleria degli affetti. Perché trovo che la cura nell’espressione, la scelta di una parola o di un’altra possano trasmettere la reale essenza delle persone e il significato profondo che diamo alle cose. Non è solo puntiglio, è amore per la precisione, fedeltà del contenitore al contenuto, culto della forma per un amore viscerale e profondo della sostanza.

Chiedete a uno scout se fa volontariato e vi risponderà “no”. Perché nel gergo di questi bambini, ragazzi e adulti, in questo gruppo così variegato, diffuso e al tempo stesso con una forte identità unitaria, il termine “volontariato” non esiste ed è sostituito dal “fare servizio”. Sembra un dettaglio di poco conto, invece non lo è.

Nel concetto di “volontariato” ciò che è in primo piano è la volontarietà dell’atto di chi dedica il proprio tempo a qualcos’altro. C’è la spinta generosa, di certo, ma il fulcro resta il soggetto che agisce, guidato da questo nobile sentimento.

Quando uno scout dice che “fa servizio” vuol dire che ha messo al centro un’altra cosa: il bisogno di qualcuno o di una società, un bisogno che va ascoltato e soddisfatto. Lui, quel ragazzo che dedica il proprio tempo a raccogliere gli avanzi dai banchi del mercato per poi distribuirli alle famiglie che non hanno i soldi per fare la spesa, lei, quella giovane donna che passa il weekend con bambini di 8, 9, 10 anni e da loro autonomia, spazi di crescita, responsabilità, non stanno soddisfacendo il proprio istinto di sentirsi utili. Stanno rispondendo a una necessità che vedono nella realtà che li circonda. Realtà che hanno osservato, di cui hanno individuato i bisogni e le possibilità di crescita, di miglioramento.

È per questo, perché da quando ho 10 anni tra gli scout ci sto in maniera più o meno continuativa, con ruoli che cambiano, ma continuo a starci, che l’altra sera alla riunione della scuola materna, quando si cercava un rappresentante di classe, mi veniva da definire il ruolo un “servizio”. Tranquilli, mi sono morsa la lingua e non ho usato questo termine il cui significato richiama i bagni delle stazioni o dei ristoranti. Perché prima di capire la differenza tra una parola e un’altra bisogna pensare, riflettere, costruire un contesto di significati condivisi, magari partendo da esperienze comuni. E questo nella scuola materna, non è possibile. Non capiamo neanche che i bambini non si possono cambiare sugli armadietti o in piedi sul davanzale, o che l’orario di ingresso a scuola è una regola tassativa, figuriamoci se possiamo far le pulci sulle parole.