mulino grigio

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Ci sono le mattine da mulino grigio, quelle in cui se venissero a girare un spot sui prodotti da forno per la colazione nessuno comprerebbe quei biscotti. Ci sono le mattine in cui i figli vanno a scuola solo con nel cuore la consapevolezza che quando torneranno a casa potranno dormire. Ci sono le mattine in cui dimentichi le cose da fare appena dopo averle pensate, scappano probabilmente dalle orecchie o dalle narici e tu non te ne accorgi neanche.

Ci sono le mattine in cui ogni saluto è una dichiarazione, verbale o meno, di stanchezza. E allora abbracci il figlio grande appena uscito dalla doccia e lui ti dice che è stanco. Incroci la figlia di mezzo seduta sul coperchio del water che piange perché ha sonno. Abbracci nel corridoio tuo marito e tutti e due vi appoggiate un po’ di più sull’altro, col rischio di riaddormentarsi subito. Guardi il piccolo seduto di fronte a te a tavola e vedi che farà colazione con lo sguardo perso e due lacrime a metà guancia che non hanno la forza di scendere fino a cadere.

Ci sono le mattine da mulino grigio perché non siamo capaci mai di rinunciare a una possibilità, che sia l’allenamento doppio di basket, il corso di coro, la presentazione di un libro in una libreria, la spesa a km 0 e il recupero delle ceste di verdura alle nove di sera. Perché a nessuno dei miei figli capita mai che una proposta che sentono a scuola, da un amico, agli scout o per la strada a loro non interessi. E allora comprimiamo un po’ più le ore e stringiamo più forte i denti, così riusciamo a cogliere anche quella occasione di crescita, stimoli, confronti, approfondimento.

– Per arrivare al natale dobbiamo sopravvivere a dicembre – ho detto stamattina ai ragazzi e siamo partiti tutti per i nostri impegni quotidiani. Ci mancano 19 giorni, pieni di eventi, recite, compiti, allenamenti, alberi di natale e addobbi da fare, vita. Sopravvivremo. Stanchi e felici.

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felici tutti i giorni

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Domani è il nostro anniversario di matrimonio. 16 anni di scelte insieme, di strada e passi, di discese che con le tue ginocchia sono più faticose delle salite.

5844 giorni felici. Tutti, anche i 29 febbraio. Perché la felicità è sapere di essere in due quando vinci una gara a lavoro e la prima cosa a cui pensi è se puoi chiamare subito l’altro per dirglielo. Perché la felicità è piangere una sera in vacanza, noi due in camera perché non abbiamo più la leggerezza e l’incrollabile fiducia nel futuro di 10 anni fa. Perché la felicità è prepararti i panini per la cena che farai in macchina accompagnando il grande alla partita di basket e aspettare gli aggiornamenti sul punteggio a ogni quarto. Perché la felicità è vedere una mostra insieme, uno spettacolo di teatro, un incontro su l’Europa che vogliamo e parlarne a lungo tornando a casa, perché il mondo intero è l’orizzonte naturale dei nostri pensieri e delle nostre ambizioni. Perché la felicità è parlare dei nostri nipoti, quelli che già ci sono e quelli che arriveranno, installare per l’ennesima volta la stampante a mio padre, accompagnare il tuo a una visita e aver finalmente imparato che preferisce appoggiarsi al braccio sinistro. Perché la felicità è vedere la tua foto profilo di whatsapp e pensare che te l’ho fatta io ed è evidente dal tuo sguardo che in quel momento stavi guardando me.

Perché la felicità è questa corsa continua che viviamo, questo calarci nei nostri ruoli, di compagni, genitori, figli cercando di giocarci fino in fondo sempre, questo essere coppia impegnandoci a non perdere di vista noi come singoli individui, questo vivere la vita di tutti i giorni restando fedeli alla nostra identità, questo continuare a camminare e a farci trasformare dagli incontri che la strada ci offre, dalle relazioni che rendono il nostro progetto di matrimonio quello che è: una casa aperta, un posto di confronto e crescita, un luogo di incontri e condivisione di valori. Una famiglia felice, tutti i giorni.

ps. se mi porti di nuovo a camminare sono ancora più felice

multi genitore

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Questo weekend ho fatto i compiti.

Ho interrogato di latino il grande (“chiedimi la forma attiva mamma, la so”: dopo due domande era chiaro che non la sapesse a sufficienza. “Studia ancora, non la sai”). Oggi avrei dovuto interrogarlo sulla forma passiva, ma sostiene di saperla, vedremo.

Ho fatto ricopiare al piccolo un esercizio con errori di italiano che non riesco neanche a concepire (domanda “Ti è mai capitato di essere escluso?” Risposta “si, mie capitato”) e soprattutto non so come insegnare ad evitarli. L’ho interrogato di scienze e, come nelle precedenti due esperienze, ho cercato di evitare la ripetizione a pappagallo delle parole esatte del libro.

Ho aiutato a dare una forma più corretta al testo di italiano della media in cui descriveva il suo peluche preferito (“Pi ha subito molte operazioni”) e devo ammettere che, a parte qualche dubbio sulla costruzione del discorso, il racconto mi ha piacevolmente stupito per l’ironia in cui riconosco la pazzerella che lo ha scritto.

Vedo genitori di figli unici concentrati sulla prole con una dedizione e un affaticamento che non posso provare, perché proprio mi mancano le condizioni necessarie. Io il sabato mattina, con tre tavoli diversi su cui stanno facendo i compiti, mi sento come un ferroviere che gestisce gli scambi di una stazione piena di binari. E questa sensazione si ripete identica quando bisogna far quadrare gli accompagnamenti ai vari sport e impegni di ciascuno di loro tre.

E dire che l’altra mattina, tornando dall’accompagnamento a scuola, ho visto una donna con diversi bambini intorno. Ci ho messo un po’ a contarli: due in un passeggino doppio, due attaccati ai lati del passeggino, altri due un paio di metri indietro, con il grembiule e le cartelle per la scuola elementare. Totale 6 minorenni. Erano in ritardo per la scuola , ma come biasimarla?

servono molti noi

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Per costruire il mio io servono molti noi.

Il noi della mia famiglia, che è troppo grande per stare sotto un unico cognome, ne servono almeno tre a fare un’istantanea di questo momento. È un noi stratificato, con qualcuno che c’è ancora e altri che se ne sono andati, ma con cui continuo a parlare, con ricordi che si perdono quando ancora avevo denti che cadevano, trecce e graffi sulle ginocchia. E forti arrabbiature, ma quelle continuo ad averle.

Il noi del territorio in cui vivo, la scuola, il quartiere, la città. Il nido dove sono passati tutti i miei figli, con l’albero di natale con le foto dei bambini e la castagnata, la scuola elementare con le feste di inizio anno per ridipingere le aule, la scuola media coi concerti e le pietre d’inciampo. La casa nel parco e le cene tra amici, i tour tra le vie di queste case costruite per ospitare gli operai della fabbrica, quella che ha preso il nome del quartiere, quella dove nonno teneva alta la testa e la schiena dritta.

Il noi della mia esperienza scout, fatta di fantastico, avventura, scoperta, servizio, competenza. È un noi pieno dei colori dei fazzolettoni che ho avuto addosso, ma che si ritrova in ogni colore. È un noi che non ha una casa, ma trova la sua sede in ogni luogo dove costruisce relazioni e ogni volta che torna li, che siano passati due giorni o vent’anni si sente di nuovo a casa. È un noi che non sa stilare una lista di chi ne fa parte, ma che riconosce gli altri come lui in uno sguardo, una stretta di mano, un modo di fare.

Il noi di generazioni diverse che si trovano insieme, che si studiano e si scoprono ricche e preziose l’una per l’altra. Che si completano e si confondono, in un circolo in cui gli estremi si toccano.

Il noi dei valori, del senso di giustizia e uguaglianza che mi parla incessantemente dentro, del senso positivo dell’azione collettiva, della voglia di dialogo e incontro, della ricchezza della diversità, del primato dell’educazione permanente. Della fiducia nella bontà dell’uomo, animale sociale per eccellenza che solo quando si riconosce nel noi può dire di aver veramente costruito il suo io.

d’innanzi a voi mi impegno

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Ci sono vestiti che ti stanno addosso per un po’ e in certi periodi sembrano anche donarti molto: perché sei abbronzata, hai i capelli appena tagliati, hai un chilo in più (o in meno) nel punto giusto.

Ci sono abitudini passeggere, che mentre le frequenti sembra non debbano passare mai, fedeli e radicate, ma poi un giorno non te le trovi più intorno e non sai neanche a quale bivio le hai perse per strada.

E poi ci sono loro: quelle parti di te, quei tratti della tua identità che ti sono entrate dentro giorno dopo giorno, fatica dopo fatica, una goccia di sudore dopo l’altra, un sorriso dopo l’altro. Sono quegli abiti che non puoi togliere, sono la tua stessa pelle. Quella che ti sta sempre a pennello, pallida o abbronzata, cicciota o magra, spettinata e senza trucco.

Ho cantato tempo fa “d’innanzi a voi m’impegno” e quella parola è diventata la mia natura. M’impegno, cioè mi sento coinvolta, nelle cose che faccio, nella vita quotidiana, nel lavoro, nelle relazioni, nell’educazione. Mi sento coinvolta e sento di appartenere a questo tempo, questo spazio, questa comunità.

È questo che mi porta un venerdì sera a preparare disegni per le magliette dei bambini, file per le iscrizioni, insalata di pasta. E a tornare a casa il sabato sera, sporca di pittura, stanca nel corpo e nell’anima, spettinata, ricca degli incontri con altre persone che come me si sono impegnate, coinvolte e hanno sentito un forte senso di appartenenza.

So vivere solo così, oltre il buco della serratura, mettendo in acqua la mia canoa e conducendola dove la corrente mi spinge. È così che io sto bene, proprio ora, proprio qui.

ti ho pensato

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Ti ho pensato a corrente alternata oggi. Un po’ si e un po’ no.

Ti ho pensato senza lacrime e senza tristezza, ma ripensando a ogni lacrima di un anno fa, al vuoto enorme dentro, alle parole e agli abbracci che non bastavano a consolare, a spiegare, ad accettare.

Ti ho pensato ieri, quando sono entrata in un posto pieno di bici, camere d’aria, pedali e scarpette, maglie tecniche e catene.

Ti ho pensato domenica e poi ancora lunedì, passando vicino al posto in cui sono stata seduta di fianco a te per un pomeriggio intero, io ero lì e tu chissà dove stavi pedalando.

Ti ho pensato a ferragosto, mentre ero su una spiaggia croata, diversa da quella camera a 4 letti in cui ti raccontavo dei fichi di Cipressa e della molla del dondolo che si era rotta e tu mi hai detto “la cerco poi io”.

Ti ho pensato in quest’anno, quando il mio limone aveva una malattia e tu non c’eri a dirmi quale prodotto potevo dargli, quando ho pestato il tuo nome su un gradino, quando è nata tua nipote, quando al mare non ho trovato neanche una pompa per gonfiare le ruote della bici di Diego, quando ho riportato D. a prendere la bici dopo il trasloco di M., quando ho trovato il vasetto del tuo peperoncino nella mia dispensa, quando Lucia mi ha detto che il suo più grande desiderio sarebbe di rivederti ancora una volta.

Se ti rivedessi ancora una volta vorrei dirti che ti voglio bene, ma forse non lo farei, per colpa della mia timidezza e anche della tua.

le parole che ho da darti

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Ci ho messo un po’ di giorni a scrivere per il tuo compleanno, perché la mia testa è troppo piena e c’è poco spazio per i pensieri, indispensabili per far nascere le parole.

Sono proprio queste il regalo più grande che ti ho fatto, le parole. Da leggere e da scrivere, da ascoltare e da pronunciare. L’amore per le parole che danno vita alle cose, che rendono reali e concrete le emozioni, che mettono in relazione mondi e persone.

Saranno state le ore passate insieme a Pietra Ligure, in cui cantavo e parlavo con te in braccio davanti all’incubatrice. Saranno state le lettere che ho iniziato da subito a scriverti, per dirti le mie paure, ma anche la mia fiducia sconfinata che ne saremmo usciti insieme, che se le cose non vanno da subito per il verso giusto la tua caparbietà e il tuo lavoro instancabile le sapranno riportare sulla via che hai deciso. La consapevolezza che la forza non è rigidità, ma rigore.

E adesso sei qui, coi tuoi 14 anni e tre giorni, con le tue parole di giustizia e rabbia, con un libro sempre sul comodino, con la tua lingua che non sa trattenere i tuoi pensieri, con la tua intelligenza brillante e sempre accesa. Sei qui con le debolezze che riconosco anche in me e che cerco di affrontare con te, per accettarle entrambi, per impedire che diventino ostacoli al tuo cammino. Sei qui con la tua ambizione, coi tuoi sogni, con il tuo sguardo dritto e aperto sul futuro.

E anche se è vero che chi si loda si imbroda, riconosco che mi emoziono a guardarti, a osservare il tuo percorso, ad apprezzare la tua compagnia, non solo perché sei mio figlio, ma perché sei una giovane persona ricca e piena di possibilità. Non mi stupisco però, Jacopo, di quello che sei diventato in questi 14 anni: lo vedevo già in quella mano aggrappata al mio dito, in quella forza inesorabile che hai messo per crescere, perdere le piume e aprire le ali verso il mondo.

Buon compleanno, amore mio, continua a essere quello che sei: è tutto ciò che puoi fare nella vita e sarà tanto, se lo farai fino in fondo.