suggerimenti

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Autobus, lunedì mattina. Pioggia fuori. E già che non ci sia dentro è qualcosa che ho imparato a non dare per scontato.

Il 63 passa davanti a scuola del figlio piccolo e anche se è più lento lo prendo volentieri, perché di solito mi siedo e riesco a leggere. Passa davanti a varie scuole e tra case popolari, dove molte sono le donne velate che salgono con i bambini piccoli, dopo aver lasciato fratelli e sorelle maggiori a scuola.

Sale un uomo, tra i 45 e i 50 anni, sbraitando e urlando che il problema delle ragazze è che fanno troppi figli.

– Vi riproducete troppo, siamo 9 miliardi sul pianeta, sta scoppiando – le ragazze velate che salgono coi passeggini dopo di lui rispondono e un’altra nera alza la voce, mentre l’uomo continua ad argomentare.

– Non è una questione di razzismo, bianchi, neri, gialli: siamo troppi, bisogna smetterla di fare figli. Perché il figlio suo non è solo suo, è figlio del mondo –

Gli altri passeggeri ridacchiano di spalle, aggiungono mezze frasi “meno male che lui non si è riprodotto”.

– Certo, io non ho figli perché non saprei fare il padre, non come tutti quelli che fanno figli e poi non li sanno educare –

Devo dire la mia, perché è evidente che il suo problema è il genere umano per intero, ma non è un caso che se la sia presa con due ragazze musulmane.

– Se ce l’ha col mondo scenda dal pullman e la smetta – le ragazze adesso ridono tra loro e scambiano sguardi divertiti con i passeggeri intorno; mi guardano sorridendo, ci parliamo a distanza.

– Non ce l’ho col mondo, è il mondo che è troppo pieno. Sta scoppiando. Non si può scopare e fare figli come conigli –

Intervengono due ragazze, spiccato accento del sud Italia.

– Allora la prima che ha sbagliato a riprodursi è stata sua madre –

– Certo che ha sbagliato, se non ero nato mica morivo dal dispiacere. Tu devi studiare: vai a studiare come non rimanere incinta –

Così: per 25 minuti di viaggio, tra l’incredulità generale e discriminazioni sparse. Di religione, colore della pelle e, ovviamente, sesso. E tra la solidarietà femminile, che dei matti misogini sui pullman se ne infischia.

Grazie gtt per la commedia umana itinerante, ho iniziato la settimana col sorriso.

cosa intendiamo quando parliamo di educazione

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L’educazione ha a che fare con alcune parole: attesa, rischio, bellezza, fiducia, presenza.

Attesa dei tempi in cui i semi germoglieranno. Non c’è un acceleratore che ci permette di aver subito il risultato. Non c’è una palla di vetro che ci rassicura che quel risultato arriverà. C’è solo il tempo che deve passare, un minuto per volta. E noi, che dobbiamo continuare a innaffiare perché sotto la terra si sviluppi la vita.

Rischio di credere nel senso del nostro impegno, ma anche nel decidere di assumere una posizione. Dire sì e no. Vuol dire esporsi alle critiche, agli errori, alla necessità di tornare indietro e ammettere lo sbaglio. Vuol dire immergersi nella partita e provarci, smettere i panni di arbitro ed entrare in squadra.

Bellezza da riconoscere e far riconoscere. Quella da vedere negli altri e nelle cose ben fatte, nei lavori curati, nelle relazioni profonde, nei progetti portati a termine. Quella da coltivare dentro di sé, nella dignità della propria coscienza, nella consapevolezza dei propri limiti, nella capacità di vedere nel mondo occasioni di crescita e ricchezza.

Fiducia che i giorni futuri siano tempi di evoluzione, non di involuzione. Che ciò che progredirà non saranno solo le possibilità di ciascuno di noi, ma la nostra umanità, la capacità di stare insieme e avere sogni collettivi.

Presenza, perché bisogna essere lì, insieme nello stesso spazio. Non esiste l’educazione a distanza, esiste il qui e ora, perché educare significa cogliere tutte le occasioni per parlare, riflettere, incontrarsi e scontrarsi. Per aiutarsi reciprocamente a capire chi siamo e chi vogliamo essere.

L’educazione ha a che fare con la vita, dura per sempre e riempie ogni spazio e ogni momento. Non ci sono pause o stand by, come non si può mai smettere di respirare.

la luce della cucina accesa

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Domani a pranzo la casa di nonna non sarà più. Non sarà più sua e nostra insieme, e una nuova vita la animerà.

Se è vero che mi porto dentro tanto di lei e di nonno, è altrettanto vero che tanto sembra sia rimasto custodito tra quei muri. Tra i disegni del pavimento della cucina che prendevano vita quando con lei, Miki e io appoggiavamo il sedere al termosifone e giocavamo a vedere in quelle macchie astratte animali, volti, nuvole e storie.

Nelle fughe delle piastrelle del bagno, che diventavano per noi bambine un mare infestato dai coccodrilli e i tappeti erano zattere di salvataggio. Nel contenitore pieno di borotalco e batuffoli di cotone, l’odore di nonna da sempre, di pulizia e dignità.

Tra le pagine dei libri messi in doppia fila nella libreria, dove le dita di nonno, ingiallite dalla sigaretta, hanno lasciato l’impronta indelebile della sua voglia di sapere e di capire. Lui che aveva imparato a leggere in fabbrica.

Nelle grinze di colore dei quadri di cui era piena la casa. Quadri che nonno dipingeva a Lantaret, metodico più che creativo, disciplinato nella sua ricerca dei colori e delle forme. Sempre curioso e aperto a ogni forma di narrazione.

Domani a pranzo si chiuderà quella porta e non sentirò più il rumore del campanello di casa, non riconoscerò più il quinto piano dal segno sull’angolo in basso a destra della porta dell’ascensore. Mi mancherà quella casa e so che sempre, passando sulla strada, alzerò lo sguardo per vedere se vi vedo salutarmi dalla finestra o se la luce della cucina è accesa. Lasciatela accesa quella luce, così vi potrò ritrovare per sempre.

avevo tre mesi di tempo

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Avevo tre mesi di tempo, eppure stamattina prima di andare a lavoro ho cercato le cartelle in sgabuzzino e le ho annusate per capire se a giugno le avessi lavate. Non ricordo di averlo fatto e quindi si sono vinte un giro in lavatrice.

Avevo tre mesi di tempo, eppure non so se Diego abbia un grembiule che gli starà per tutto l’anno che ha di fronte. Quello della terza elementare era bello vissuto, da lui e da almeno un paio di altri bambini, tra fratello, cugino e amici di famiglia. Ammetto anche che lo scorso anno aveva il grembiule con un nome ricamato sulla tasca. Non era il suo nome.

Avevo tre mesi di tempo, eppure sabato andrò a comprare penne, colle e quaderni con righe di quarta (ma poi esistono le righe di quarta? Io non riesco mai ad associare la riga alla classe). E quando tornerò a casa molto probabilmente troverò la scorta di copertine arancio per i quadernoni, fogli ruvidi squadrati e matite con mina HB. Tutte cose che avremmo potuto non comprare anche quest’anno. E invece, ne avremo comprato la confezione convenienza, quella più grande.

Avevo tre mesi di tempo, eppure due dei miei figli non hanno ancora tutti i libri. No, non è che non sono arrivati: è che non ho neanche pensato dove ordinarli. Arriveranno per i Santi, probabilmente.

Avevo tre mesi di tempo e sono volati. Lunedì inizia la scuola e noi siamo sistematicamente impreparati.

la prima cosa bella

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La mia prima cosa bella di questa mattina è il senso di famiglia con cui mi sono svegliata.

È una sensazione profonda e viscerale, che si stringe intorno alle mie gioie e alle mie fatiche.

Ha la forma di un abbraccio, di due corpi che si stringono insieme e insieme sussultano, per i singhiozzi che in quell’abbraccio si possono permettere di salire dal centro del cuore.

Ha la forza delle dita che insieme si intrecciano a quelle di un’altra mano, in una preghiera, un saluto, un gesto spontaneo che contemporaneamente dice “sono qui” e “non lasciarmi da sola”.

Ha la tenerezza di occhi lucidi, di sguardi che si incrociano e accarezzano guance, anime.

Ha la melodia di canti che sappiamo a memoria, che richiamano boschi, fuochi di bivacco, tende umide e cieli stellati.

Ha la forza di un racconto che abbiamo raccontato a tanti bambini e bambine che stavano vivendo il momento del passaggio, ansiosi e felici insieme.

Ha il rigore e la comodità di un fazzolettone al collo, di una camicia azzurra e pantaloni di velluto. Tutti uguali e tutti diversi, tutti fratelli e sorelle che sorridono e cantano anche nella difficoltà.

Quel senso di famiglia, quel sentirmi intera e completa non l’ho mai provato da nessuna altra parte e non importa se il fazzolettone non l’ho più al collo. Sono scout, per sempre. E questa è la mia famiglia. Ed è una cosa bella, di cui godo nei giorni felici e che scopro nella sua forza immensa in quelli tristi.

le elezioni

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– Quando ero piccolo il giorno delle elezioni era una festa –

Mi ha detto così un amico l’altro giorno in macchina, tra una chiacchiera e l’altra: le figlie a scuola insieme, il suo lavoro incerto, i nostri nonni entrambi comunisti.

Anche per me il giorno delle elezioni era ed è una festa. Perché provo un’emozione speciale ad andare a fare il mio dovere, un rito laico fondamentale per la mia identità. Entro nel seggio e sorrido di più: al vigile nell’atrio della scuola, a chi è in fila davanti a me, a chi lavora al seggio. Sorrido e penso che devo essere felice di poter votare, di esprimere il mio parere. Devo essere consapevole dell’importanza della mia goccia nel mare. Sorrido di più perché nel riconoscermi cittadina vedo una parte della mia dignità personale: non sono solo una mamma, una lavoratrice, una donna, una paziente quando vado in ospedale. Sono un’elettrice, una persona che va al seggio esprimendo un voto per la costruzione del bene comune.

Il giorno delle elezioni è mio nonno che va a votare presto, mia nonna che si fa accompagnare da me in quella che era la mia scuola elementare, mio marito che viene a letto troppo tardi perché aspetta i risultati. È la paura di sbagliare e rendere nullo il mio voto, è la voglia di riconoscersi in un progetto più grande, è una serata nella piazza del municipio a stringere la mano al mio sindaco e a brindare con vino in bicchieri di plastica. È la telefonata con un amico il giorno prima del voto. Perché ultimamente io e lui perdiamo sempre e il lunedì è sempre una giornata troppo difficile per sentirsi. È la bandiera europea che ho comprato e stasera appenderò al balcone.

Allora, buona giornata di elezioni all’amico col nonno comunista come il mio; a Matilde, Ludovica, Lorenzo e ai ragazzi che ho incontrato nelle scuole in queste settimane e che per la prima volta in vita loro voteranno; a chi si candida a Sindaco e alla sua famiglia. A me, che continuo a emozionarmi e a sentire forte quel bisogno di appartenenza che è “avere gli altri dentro di sé”

le notizie belle

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Le notizie belle sono belle belle quando hai l’imbarazzo della scelta a chi dirle per primo: a tuo marito o ai ragazzi, che anche se non capiranno fino in fondo quello che significa saranno felici per il solo fatto che tu sei felice. Ai tuoi genitori o ai tuoi suoceri, che sono sempre lì vicini a te e che ti appoggiano con una fiducia forte e costante. A tua sorella, a cui non racconti sempre subito tutto perché sei fatta così, ma senti di doverle lo ius prime noctis quando i pezzi del puzzle tornano a posto, anche se lei non sapeva che stavi giocando a questo gioco. Alla tua amica di sempre o ai tuoi due amici che sono anche marito e moglie (chi chiamo dei due? questo il dubbio amletico di questa mattina), che hanno sempre ascoltato le mie soddisfazioni e le mie fatiche, che sanno dirmi la parola giusta al momento giusto (“lo sai che questa non è fortuna, vero?”). A quei tre amici che ti hanno stimolato e insegnato a costruire questa nuova tappa, che ti hanno aiutato a tirar fuori quello che tu hai dentro, o alla tua amica ex collega, che prima condivideva un ufficio e adesso condivide tutta la vita, fatiche comprese.

Le notizie belle sono belle belle quando arrivano a sorpresa, ma non per caso. Quando senza neanche rendertene conto veramente le hai costruite un pezzo per volta, senza neanche sapere dove sarebbero andate a parare. Quando hai scommesso su qualcosa che sembrava difficile da capire ai più e invece è diventata la chiave per una nuova strada, che potrà farti battere forte il cuore come la prima che hai percorso, quella che ti ha insegnato tanto e in cui hai dato tutta te stessa a lungo.

Le notizie belle sono belle belle quando mettono gioia, ma non sorprendono chi vive tutti i giorni con te, perché sa che quando ti metti su una strada, difficilmente la abbandoni a metà. E quando cadi ti rialzi, più consapevole di prima, più determinata ad arrivare in fondo.

Mi godo le notizie belle e il fatto che diventino ancora più belle più le condivido con gli altri.