d’innanzi a voi mi impegno

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Ci sono vestiti che ti stanno addosso per un po’ e in certi periodi sembrano anche donarti molto: perché sei abbronzata, hai i capelli appena tagliati, hai un chilo in più (o in meno) nel punto giusto.

Ci sono abitudini passeggere, che mentre le frequenti sembra non debbano passare mai, fedeli e radicate, ma poi un giorno non te le trovi più intorno e non sai neanche a quale bivio le hai perse per strada.

E poi ci sono loro: quelle parti di te, quei tratti della tua identità che ti sono entrate dentro giorno dopo giorno, fatica dopo fatica, una goccia di sudore dopo l’altra, un sorriso dopo l’altro. Sono quegli abiti che non puoi togliere, sono la tua stessa pelle. Quella che ti sta sempre a pennello, pallida o abbronzata, cicciota o magra, spettinata e senza trucco.

Ho cantato tempo fa “d’innanzi a voi m’impegno” e quella parola è diventata la mia natura. M’impegno, cioè mi sento coinvolta, nelle cose che faccio, nella vita quotidiana, nel lavoro, nelle relazioni, nell’educazione. Mi sento coinvolta e sento di appartenere a questo tempo, questo spazio, questa comunità.

È questo che mi porta un venerdì sera a preparare disegni per le magliette dei bambini, file per le iscrizioni, insalata di pasta. E a tornare a casa il sabato sera, sporca di pittura, stanca nel corpo e nell’anima, spettinata, ricca degli incontri con altre persone che come me si sono impegnate, coinvolte e hanno sentito un forte senso di appartenenza.

So vivere solo così, oltre il buco della serratura, mettendo in acqua la mia canoa e conducendola dove la corrente mi spinge. È così che io sto bene, proprio ora, proprio qui.

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ti ho pensato

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Ti ho pensato a corrente alternata oggi. Un po’ si e un po’ no.

Ti ho pensato senza lacrime e senza tristezza, ma ripensando a ogni lacrima di un anno fa, al vuoto enorme dentro, alle parole e agli abbracci che non bastavano a consolare, a spiegare, ad accettare.

Ti ho pensato ieri, quando sono entrata in un posto pieno di bici, camere d’aria, pedali e scarpette, maglie tecniche e catene.

Ti ho pensato domenica e poi ancora lunedì, passando vicino al posto in cui sono stata seduta di fianco a te per un pomeriggio intero, io ero lì e tu chissà dove stavi pedalando.

Ti ho pensato a ferragosto, mentre ero su una spiaggia croata, diversa da quella camera a 4 letti in cui ti raccontavo dei fichi di Cipressa e della molla del dondolo che si era rotta e tu mi hai detto “la cerco poi io”.

Ti ho pensato in quest’anno, quando il mio limone aveva una malattia e tu non c’eri a dirmi quale prodotto potevo dargli, quando ho pestato il tuo nome su un gradino, quando è nata tua nipote, quando al mare non ho trovato neanche una pompa per gonfiare le ruote della bici di Diego, quando ho riportato D. a prendere la bici dopo il trasloco di M., quando ho trovato il vasetto del tuo peperoncino nella mia dispensa, quando Lucia mi ha detto che il suo più grande desiderio sarebbe di rivederti ancora una volta.

Se ti rivedessi ancora una volta vorrei dirti che ti voglio bene, ma forse non lo farei, per colpa della mia timidezza e anche della tua.

le parole che ho da darti

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Ci ho messo un po’ di giorni a scrivere per il tuo compleanno, perché la mia testa è troppo piena e c’è poco spazio per i pensieri, indispensabili per far nascere le parole.

Sono proprio queste il regalo più grande che ti ho fatto, le parole. Da leggere e da scrivere, da ascoltare e da pronunciare. L’amore per le parole che danno vita alle cose, che rendono reali e concrete le emozioni, che mettono in relazione mondi e persone.

Saranno state le ore passate insieme a Pietra Ligure, in cui cantavo e parlavo con te in braccio davanti all’incubatrice. Saranno state le lettere che ho iniziato da subito a scriverti, per dirti le mie paure, ma anche la mia fiducia sconfinata che ne saremmo usciti insieme, che se le cose non vanno da subito per il verso giusto la tua caparbietà e il tuo lavoro instancabile le sapranno riportare sulla via che hai deciso. La consapevolezza che la forza non è rigidità, ma rigore.

E adesso sei qui, coi tuoi 14 anni e tre giorni, con le tue parole di giustizia e rabbia, con un libro sempre sul comodino, con la tua lingua che non sa trattenere i tuoi pensieri, con la tua intelligenza brillante e sempre accesa. Sei qui con le debolezze che riconosco anche in me e che cerco di affrontare con te, per accettarle entrambi, per impedire che diventino ostacoli al tuo cammino. Sei qui con la tua ambizione, coi tuoi sogni, con il tuo sguardo dritto e aperto sul futuro.

E anche se è vero che chi si loda si imbroda, riconosco che mi emoziono a guardarti, a osservare il tuo percorso, ad apprezzare la tua compagnia, non solo perché sei mio figlio, ma perché sei una giovane persona ricca e piena di possibilità. Non mi stupisco però, Jacopo, di quello che sei diventato in questi 14 anni: lo vedevo già in quella mano aggrappata al mio dito, in quella forza inesorabile che hai messo per crescere, perdere le piume e aprire le ali verso il mondo.

Buon compleanno, amore mio, continua a essere quello che sei: è tutto ciò che puoi fare nella vita e sarà tanto, se lo farai fino in fondo.

quello che vale

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Quelli che vale è fare del proprio meglio ogni volta che si fa qualcosa, da una torta a un compito in classe, dal proprio lavoro a una corsa nel parco al mattino, a una partita di basket, a una recita di fine anno.

Quello che vale è mettere a frutto, i propri talenti e le passioni, le situazioni che si vivono, le relazioni e i rapporti con le persone.

Quello che vale è mantenere il rispetto di se stessi, senza scendere a compromessi ma restando aperti e disponibili a cambiare idea.

Quello che vale è essere corretti e prendersi le proprie responsabilità, collaborare con gli altri per trovare le soluzioni, non cercare i colpevoli.

Quello che vale è giocare tutte le carte, non risparmiarsi e non risparmiare intelligenza, passione, cura.

Quello che vale è puntare in alto, andare più in su, anche controvento, camminare sulla strada perché è lì che passa la vita.

E poi il resto verrà: i risultati, le competenze, i progetti, gli errori, la crescita.

Il resto sta arrivando, la sfida è appena iniziata. Siamo pronti tutti e cinque.

abbiamo chiuso il girotondo

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Ce lo chiedi quando siamo soli, i tuoi fratelli due passi avanti, o sul divano a guardare la tv. Ci vieni vicino, a me e a papà, e con la tua aria sicura ci dici “siamo soli, adesso potete dirmelo: chi è il vostro figlio preferito?”

Tu sei il figlio che mi stupisce di più, con la tua sicurezza, una fiducia nelle tue possibilità serena, di chi sembra non aver bisogno di dimostrazioni.

Tu sei il l figlio che mi scioglie con le sue tenerezze gratuite, con le sue attenzioni verso gli altri e la sua generosità inaspettata. Quello che al mattino si sveglia e con gli occhi chiusi mi dice “mamma sei bella”.

Tu sei il figlio che mi fa ridere di gusto con la sua ironia naturale e adulta, che coglie la nota diversa in una melodia e sa metterla al centro di una battuta, svelando che le cose si possono sempre osservare da almeno due punti di vista: quello frontale e piatto oppure quello laterale, ironico e dissacrante. Sembra incredibile che questa capacità sia in un bambino di 8 anni, ma tu sei sempre stato dotato di tempi comici in modo spontaneo.

Se tuo fratello è stato la meraviglia della scoperta, tua sorella la forza dirompente, tu sei il cerchio che si chiude, l’elemento che collega il girotondo. Sei il fratello che sa tenere gli altri per mano e sa unirli, rivelargli quell’amore che a volte non si sanno mostrare.

Non ho un figlio preferito, ne ho tre. Perché siete tre cose diverse e una cosa sola. Oggi è la tua festa e tu sei il centro dei nostri pensieri, perché 8 anni fa ci hai preso per mano e abbiamo chiuso il girotondo. E siamo stati bene, nella nostra famiglia.

qualcun’altro lo farà (chissà quando)

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A volte vorrei credere veramente che qualcuno farà quello che io dimentico o che non ho tempo e voglia di fare.

Qualcuno prima o poi piegherà le calze e le mutande lavate e abbandonate mezze umidicce e spiegazzate sulla cassettiera. Odio stendere calze e mutande e quindi dopo un giorno di decantazione nella bacinella, il passaggio diretto è ribaltare la bacinella e tutto il suo contenuto sulla cassettiera. E lì calzini solitari e mutande di 5 misure diverse si seccano in posizioni innaturali e quasi artistiche.

Qualcuno porterà prima di ferragosto il sacchetto con le calze della befana in cantina, così potranno ricongiungersi a tutti gli altri addobbi natalizi che ho già ritirato domenica sera. I figli erano ai campi scout e le calze ripiene di dolcetti e sorprese li aspettavano attaccate alle maniglie dell’armadio, succose e disciplinate. E quindi serve un nuovo giro in cantina, per cancellare quell’ultimo segno delle vacanze di Natale. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore.

Qualcuno ritirerà l’ombrello che ho lasciato fuori dalla porta quando sembrava che vivessimo nella stagione dei monsoni. Lo vedo ogni volta che scendo dall’ascensore o che esco sul pianerottolo e una vocina dentro di me dice “dovresti chiuderlo, ripiegarlo nella sua custodietta e metterlo in casa”. E ogni volta non ho tempo, non ho voglia, non so dove sia la custodia. Risultato: l’ombrello sta lì, a ricordarmi che la pioggia potrebbe tornare da un momento all’altro.

Qualcuno piegherà le coperte che abbandoniamo sul divano al mattino, dopo che la sera ci siamo addormentati io e il mio socio e al mattino i ragazzi hanno strappato ancora 10 minuti di sonno, trascinandosi fin lì dal letto prima della colazione. Lo so che le useremo di nuovo dopo 12 ore o poco più, ma entrare in casa e vedere le coperte abbandonate sul divano mi da quell’impressione di una famiglia scappata da casa per una calamità naturale. Mi accontenterei anche che qualcuno, al posto mio, le buttasse una sull’altra sulla sedia che è messa dietro il divano, così dovrei fare un passo in ingresso prima di vedere l’accampamento abbandonato prima del disastro.

Qualcuno pulirà gli scarponcini da montagna di Lucia e di Jacopo, infangati dopo la pioggia incessante dei loro campi scout invernali. Li spazzolerà, li metterà sotto un termosifone per farli asciugare, spruzzerà nuovamente l’impermeabilizzante e poi li rimetterà al loro posto nella scarpiera. Altrimenti li troveremo tra un mese, un blocco unico di fango e muffa, un minuto prima di partire per la prossima uscita scout. E avremo di fronte due scelte: far partire i ragazzi con ai piedi o quelle bombe batteriologiche o le scarpe di tela, a febbraio. Quando si dice aver l’imbarazzo della scelta.

Sono sicura che qualcuno farà tutte le cose che io non ho voglia di fare. Probabilmente un mio clone.

di porte aperte e firme sui gradini

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Puoi chiudere le porte dopo che qualcuno se n’è andato. Puoi lasciare lì dentro gli oggetti a trattenere il dolore, i brutti ricordi e la fatica. Puoi lasciare che la polvere si accumuli sulla memoria, rendendola opaca e ferma, tagliarle le gambe e lasciarla senza fiato. Una memoria che non dice più niente a nessuno, un mausoleo che incute timore e non insegna niente.

Ma puoi scegliere di fare altro.

Dare aria alle stanze, fare uscire i ricordi perché vadano in giro a incontrare la vita che continua. Puoi distribuire gli oggetti, perché ciascuno abbia qualcosa, un segno delle esperienze passate insieme. Puoi aprire le porte, vivere quegli spazi con gli altri, dare voce alle emozioni, alle immagini che tornano alla memoria. Ridere e piangere, sentire la tristezza e continuare ad amare la vita.

In questa casa c’è una porta chiusa, invalicabile. E c’è anche una firma su un gradino di cemento, che d’estate calpesto decine di volte al giorno. E più lo calpesto e più quel nome mi resta dentro e mi parla di cura, di passione, di capacità manuali e di amore.