le elezioni

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– Quando ero piccolo il giorno delle elezioni era una festa –

Mi ha detto così un amico l’altro giorno in macchina, tra una chiacchiera e l’altra: le figlie a scuola insieme, il suo lavoro incerto, i nostri nonni entrambi comunisti.

Anche per me il giorno delle elezioni era ed è una festa. Perché provo un’emozione speciale ad andare a fare il mio dovere, un rito laico fondamentale per la mia identità. Entro nel seggio e sorrido di più: al vigile nell’atrio della scuola, a chi è in fila davanti a me, a chi lavora al seggio. Sorrido e penso che devo essere felice di poter votare, di esprimere il mio parere. Devo essere consapevole dell’importanza della mia goccia nel mare. Sorrido di più perché nel riconoscermi cittadina vedo una parte della mia dignità personale: non sono solo una mamma, una lavoratrice, una donna, una paziente quando vado in ospedale. Sono un’elettrice, una persona che va al seggio esprimendo un voto per la costruzione del bene comune.

Il giorno delle elezioni è mio nonno che va a votare presto, mia nonna che si fa accompagnare da me in quella che era la mia scuola elementare, mio marito che viene a letto troppo tardi perché aspetta i risultati. È la paura di sbagliare e rendere nullo il mio voto, è la voglia di riconoscersi in un progetto più grande, è una serata nella piazza del municipio a stringere la mano al mio sindaco e a brindare con vino in bicchieri di plastica. È la telefonata con un amico il giorno prima del voto. Perché ultimamente io e lui perdiamo sempre e il lunedì è sempre una giornata troppo difficile per sentirsi. È la bandiera europea che ho comprato e stasera appenderò al balcone.

Allora, buona giornata di elezioni all’amico col nonno comunista come il mio; a Matilde, Ludovica, Lorenzo e ai ragazzi che ho incontrato nelle scuole in queste settimane e che per la prima volta in vita loro voteranno; a chi si candida a Sindaco e alla sua famiglia. A me, che continuo a emozionarmi e a sentire forte quel bisogno di appartenenza che è “avere gli altri dentro di sé”

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è tutta vostra la scuola

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Le cartelle sono pronte, i pennarelli e le matite etichettate. Il diario non lo avete perché io mi sono dimenticata di portare la ricevuta del pagamento in segreteria. I quaderni sono tutti nuovi, i libri dei compiti hanno ancora qualche pagina con i segni della vacanza: una pagina spiegazzata, l’altra gonfia di umidità.

Oggi si va a scuola e nella foto di famiglia ci sarà un solo grembiule azzurro. Oggi si va in terza elementare, prima media e prima liceo, con tre orari diversi di inizio e di fine giornata (spero che non faremo errori nell’accompagnarvi).

Buon nuovo anno di scuola ragazzi, ai miei e agli altri. Affrontatelo con entusiasmo e passione, indipendenza di pensiero e autonomia, disobbedienza e responsabilità, protagonismo e curiosità. Accostatevi alle materie con mente sgombra e intelligenza brillante, ai compagni con rispetto per i loro pensieri e la loro storia, agli adulti che vi accompagnano con onestà e disponibilità a crescere insieme.

Non è niente la scuola senza di voi, sono solo muri scrostati e banchi scheggiati, piastrelle del bagno scritte e palestre con reti da pallavolo cadenti. Potrà essere tutto la scuola con il vostro impegno, le vostre idee, la vostra vita: laboratorio di nuove possibilità, famiglia felice, esercizio di democrazia, comunità e società civile.

È tutta vostra la scuola, non sprecate questa possibilità. Fareste del male a voi e a noi. Che stiamo fuori dalla porta e vi guardiamo crescere.

inciampatevi

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Oggi vi ho visto tutti vicini, allegri e concentrati. Oggi avete suonato il violino per la strada e sembrava che foste nati con quello strumento in mano. Oggi avete letto la storia di una persona, avete raccontato come si chiamavano i suoi genitori, come si chiamava lui, cosa aveva studiato e quale lavoro faceva. Dove è nato e dove è morto.

Vi auguro di inciamparvi spesso nella vostra vita. Nelle storie degli altri, che se ascoltate a fondo possono aiutarvi a costruire la vostra. Nei nomi di chi vi vive a fianco e dei loro genitori, per farvi riscoprire il valore dell’identità personale e della storia da cui si proviene, per farci capire che l’anonimato e l’assenza di storia sono pericolosi e innaturali. Inciampatevi nella memoria di quello che è accaduto, per imparare che i cambiamenti, positivi o negativi che siano, avvengono un giorno per volta, decisione dopo decisione, scelta dopo scelta. Ed in questa libertà di scelta, che tutti abbiamo, sta la nostra responsabilità nel mondo. Inciampatevi nei vostri talenti e nelle vostre debolezze e prendetevi l’impegno di fare i conti con entrambi. Richiederà impegno, sacrificio e fatica a volte. Ma sarà l’unico modo per essere appieno voi stessi.

Insegnateci a inciamparci ancora, in questa pietra che avete posato oggi e in quelle che dobbiamo ancora riconoscere, perché a qualsiasi età abbiamo bisogno di cadere per imparare a rialzarci.

1 settimana, 7 giorni, 168 ore

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Tutto è cominciato con una spia che ho finto di ignorare, una piccola luce rossa lampeggiante sul pavimento e un suono leggero ma insistente, un bip ripetuto senza sosta. Abbiamo trovato soluzioni alternative, parziali ma comunque dignitose, ma si sa che si impara ad accontentarsi. Poi però abbiamo ceduto e dopo qualche tentennamento abbiamo pensato di smetterla di fare gli struzzi, mettendo la testa sotto la sabbia, e abbiamo deciso di affrontare la questione. Non sapevamo che quella sarebbe stata una strada senza ritorno.

L’assenza mi ha colpito dritto nello stomaco. Quella voragine, seppur attesa e programmata, ha trascinato le mie ultime energie di una giornata iniziata troppo presto, con troppe ore passate in macchina, con troppa tensione accumulata.

Dal mattino dopo la mia mania di controllo di ogni situazione ha preso il sopravvento e ho cercato di imporre a me stessa un’organizzazione ferrea, per dimostrare ancora una volta che “non esiste buono o cattivo tempo, ma solo buono o cattivo equipaggiamento”. E quindi mi sono equipaggiata e ho immerso ogni sera le mani nell’acqua calda e insaponata, ho accatastato pentole, piatti e bicchieri su uno scolapiatti minuscolo e ho evitato ogni spreco di risorse, riutilizzando le forchette e i bicchieri, senza sprecare neanche un contenitore.

Intanto però sentivo dei cigolii, dei rumori come di ingranaggi che si muovono armonicamente, un lento scrosciare d’acqua.

Invece no. Domani è una settimana che viviamo senza lavastoviglie. I primi giorni mi sembrava di potercela fare, il figlio piccolo addirittura si è offerto di aiutare (“domani sera mamma li lavo io i piatti” “grazie Diego, ma posso farlo io” ho risposto, già immaginando il disastro di schiuma, acqua, piatti rotti e pentole rimaste sporche) e di fronte all’amica che mi ha chiesto se stessi usando i piatti di plastica ho sorriso e affermato convinta ” ma vaaa”. Poi, quando la sera sul divano mi è sembrato di sentire dei rumori in cucina, ho capito il senso profondo del concetto “arto fantasma”: la lavastoviglie non c’è, ma è come se io la sentissi ancora respirare, muoversi, produrre quel movimento regolare e confortante. La lavastoviglie non c’è e io sto diventando l’incubo telefonico della signorina dell’assistenza, che sento con regolarità da venerdì scorso. La lavastoviglie non c’è e io so che sarò disposta a rinunciare a tutto quando mi daranno l’appuntamento per riportarla a casa. La lavastoviglie non c’è e io ringrazio la mia buona stella che ha evitato di farmi organizzare pranzi o cene con amici in questi giorni di feste e weekend allungati. La lavastoviglie non c’è e ogni volta che guardo la porta del balcone tutto il mio ottimismo e la mia energia viene risucchiata in quel buco a fianco del lavandino. La lavastoviglie non c’è ancora e io sono una donna sull’orlo di una crisi di nervi (e ho quasi finito il detersivo per lavare i piatti).

 

sogni di spazio

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Vorrei cercare gli orari dei treni, per Napoli ad esempio, perché ieri ho visto una fiction ambientata lì e mi è venuta voglia di tornarci. O dei voli per Praga, Vienna o Budapest, tutti posti  che ancora non ho visto e che vorrei visitare. O per Gerusalemme o Marrakech, immaginando di avere addirittura una settimana di tempo per visitarle, altrimenti non vale la pena. Oppure mi basterebbe cercare un ristorante per la cena e un film da vedere prima o dopo. Ma non lo faccio, perché ho senso della realtà, perché alla fine ci resto male quando mi rendo conto che i miei sogni di evasione si fermano sempre al portone di casa, sullo zerbino consumato su cui ogni giorno trascino i piedi.

Più che sogni di evasione sono sogni di spazio: per me, per quello di cui ho bisogno, per un po’ di aria nuova, per qualche centimetro quadrato di spazio insaturo in cui far nascere pensieri e progetti, per un po’ di irresponsabilità e di solitudine. Spazio senza obblighi, senza cene da preparare, borse degli sport, compiti da controllare, diari da firmare e matite a cui fare la punta. Spazio senza i racconti della giornata degli altri, senza gli incastri quotidiani di impegni non miei. Spazio per rileggere un racconto e cambiarlo, per passeggiare nella neve, per recuperare una lezione in palestra senza pensare quando questo crei meno problemi al precario equilibrio in cui ci muoviamo quotidianamente.

Continuo a chiuderli in un cassetto questi sogni, sperando che ci stiano. Che il rischio vero non è che si espandano a dismisura fino a far esplodere la cassettiera, ma che diventino polvere, qualcosa di impalpabile, praticamente non presente. E un giorno mi dimentichi di averli fatti.

il prima e il poi (l’io e il noi)

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Nota: il post è da leggere ascoltando una canzone di Gaber (a caso); se non sapete quale scegliere suggerisco questa “La parola io“.

Prima c’è il diritto, quello di livello alto, “costituzionale”, inalienabile, inappellabile, insuperabile (come il tonno).
Poi c’è la scelta di vivere in una comunità e di accettarne le regole di comportamento, le prassi, i principi morali.

Prima c’è la patria potestà, che poi si potrebbe anche dire “e qui comando io, e questa è casa mia”, con la non sottile differenza che il qui è un figlio e la casa è qualsiasi posto egli frequenti, dalla scuola al campo di basket, dall’oratorio al corso di inglese, dall’estate ragazzi al campo scout.
Poi c’è la scelta di delegare un pezzo della propria patria potestà ad altri (gli insegnanti, gli allenatori, gli animatori, i capi scout) perché in ogni ambito che nostro figlio frequenta ci sia qualcuno che definisce regole per un gruppo (e non solo per lui) con lo scopo di costruire insieme il bene comune.

Prima ci sono i principi, su cui non si può transigere, che non vanno mai messi in discussione, che pretendono guerre sante e nuove crociate per affermarli, oltre ogni ragionevolezza. Che parlano spesso di forma, quelli per cui “il fine giustifica i mezzi”.
Poi ci sono i valori, quelli che non dovrebbero essere negoziabili, quello che richiedono umanità ed empatia per essere affermati e diffusi, come un contagio positivo che ci lascia più umani e interi. Che parlano di contenuti, quelli per cui non puoi distinguere tra fini e mezzi, è un tutt’uno.

Prima ci sono io.
Poi ci siamo noi.

Per adesso siamo nel prima. Impantanati in questa libertà che possiamo anche tradurre con “facciamo il cazzo che ci pare”. Barricati dietro la patria potestà che diventa “tu a mio figlio non puoi dire niente, solo io lo posso educare”. Armati di principi (e questioni di principio) che ci impediscono di avere mani, mente e cuore libero per parlare e confrontarci sui valori, sulla senso di comunità e solidarietà, sulla costruzione e responsabilità verso il bene comune. Sull’io, prima persona singolare, che non ammette il plurale.

Forse arriveremo al poi (e al noi), ma stasera non vedo la strada.

il cibo rende felici (anche quello avanzato)

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Ieri, davanti alla scuola elementare, sento il dialogo tra padre e figlio che riporto fedelmente qui sotto.

Padre – Hai mangiato oggi? –
Il figlio risponde qualcosa che non sento bene, ma è una risposta incerta, di quelle che servono a prendere tempo accampando varie scuse.
Padre – Così non va bene, anche ieri non hai mangiato. Ieri sera ti abbiamo chiesto cosa volevi mangiare. Guarda che vado a ritirare il foglio in segreteria e torni a mangiare alla mensa scolastica –

Qui si apre la necessità dei sottotitoli per i lettori che non hanno figli alle scuole elementari o medie, che non abitano a Torino o provincia, che sono felicemente ignari circa la questione delle mense scolastiche.

Da quest’anno i bambini delle elementari e i ragazzi delle medie potranno non essere iscritti alla mensa scolastica fornita dal comune e portarsi il pasto da casa. Ancora non si capisce bene come potranno consumarlo, dove, come sarà conservato e di chi sarà la responsabilità di controllare che non ci siano scambi di alimenti. Le scuole, oltre a doversi occupare di supplenti non ancora nominati, cattedre vacanti e strutture scolastiche non sempre idonee, si stanno occupando di trovare una quadra tra il “diritto al pasto da casa” e il valore educativo della condivisione dello stesso pasto per bambini e ragazzi dai 6 ai 14 anni. I genitori si dividono in fazioni, tra chi indossa l’armatura per combattere la battaglia del panino, vissuta come un diritto inalienabile dell’uomo sancito dalla costituzione, dalle nazioni unite e forse anche dalla legge cosmica, chi per nulla al mondo farebbe rinunciare al figlio al momento educativo del pranzo in mensa, chi riconosce il momento educativo ma “a scuola non mi mangia niente, invece a casa mangia di tutto. Beh, certo a parte le verdure…” .

Io sono della seconda specie, anche un po’ estrema. Io sono di quelle che quando organizza il pigiama party con le amiche della figlia di mezzo fa valere la stessa regola che vige tutti i giorni a casa: per colazione si finiscono i biscotti aperti, se non li mangi vuol dire che non hai fame. Io sono della specie per cui quando al centro estivo in cui lavoravo un bambino ha buttato un’albicocca dopo aver dato un morso perché era un po’ aspra, l’ho raccolta dal cestino, l’ho lavata e gliel’ho ridata da finire.

Quando ho sentito l’edificante dialogo tra padre e figlio sono stata felice. Perché l’educazione non è una gara dei cento metri piani, ma una maratona. E se oggi cedi ai capricci del figlio e gli cucini ogni sera quello che vuole, al traguardo dei 42 km non ci arriverai. E non ci arriverà neanche lui.

Vado a mangiare gli avanzi di ieri sera, mentre Diego per la prima volta affronta il refettorio della scuola elementare, il vassoio da prendere, i compagni di fianco a cui sedersi, il cibo della mensa.
Buon appetito ragazzo, aspetto questa sera per sentire i tuoi racconti.