1 settimana, 7 giorni, 168 ore

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Tutto è cominciato con una spia che ho finto di ignorare, una piccola luce rossa lampeggiante sul pavimento e un suono leggero ma insistente, un bip ripetuto senza sosta. Abbiamo trovato soluzioni alternative, parziali ma comunque dignitose, ma si sa che si impara ad accontentarsi. Poi però abbiamo ceduto e dopo qualche tentennamento abbiamo pensato di smetterla di fare gli struzzi, mettendo la testa sotto la sabbia, e abbiamo deciso di affrontare la questione. Non sapevamo che quella sarebbe stata una strada senza ritorno.

L’assenza mi ha colpito dritto nello stomaco. Quella voragine, seppur attesa e programmata, ha trascinato le mie ultime energie di una giornata iniziata troppo presto, con troppe ore passate in macchina, con troppa tensione accumulata.

Dal mattino dopo la mia mania di controllo di ogni situazione ha preso il sopravvento e ho cercato di imporre a me stessa un’organizzazione ferrea, per dimostrare ancora una volta che “non esiste buono o cattivo tempo, ma solo buono o cattivo equipaggiamento”. E quindi mi sono equipaggiata e ho immerso ogni sera le mani nell’acqua calda e insaponata, ho accatastato pentole, piatti e bicchieri su uno scolapiatti minuscolo e ho evitato ogni spreco di risorse, riutilizzando le forchette e i bicchieri, senza sprecare neanche un contenitore.

Intanto però sentivo dei cigolii, dei rumori come di ingranaggi che si muovono armonicamente, un lento scrosciare d’acqua.

Invece no. Domani è una settimana che viviamo senza lavastoviglie. I primi giorni mi sembrava di potercela fare, il figlio piccolo addirittura si è offerto di aiutare (“domani sera mamma li lavo io i piatti” “grazie Diego, ma posso farlo io” ho risposto, già immaginando il disastro di schiuma, acqua, piatti rotti e pentole rimaste sporche) e di fronte all’amica che mi ha chiesto se stessi usando i piatti di plastica ho sorriso e affermato convinta ” ma vaaa”. Poi, quando la sera sul divano mi è sembrato di sentire dei rumori in cucina, ho capito il senso profondo del concetto “arto fantasma”: la lavastoviglie non c’è, ma è come se io la sentissi ancora respirare, muoversi, produrre quel movimento regolare e confortante. La lavastoviglie non c’è e io sto diventando l’incubo telefonico della signorina dell’assistenza, che sento con regolarità da venerdì scorso. La lavastoviglie non c’è e io so che sarò disposta a rinunciare a tutto quando mi daranno l’appuntamento per riportarla a casa. La lavastoviglie non c’è e io ringrazio la mia buona stella che ha evitato di farmi organizzare pranzi o cene con amici in questi giorni di feste e weekend allungati. La lavastoviglie non c’è e ogni volta che guardo la porta del balcone tutto il mio ottimismo e la mia energia viene risucchiata in quel buco a fianco del lavandino. La lavastoviglie non c’è ancora e io sono una donna sull’orlo di una crisi di nervi (e ho quasi finito il detersivo per lavare i piatti).

 

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sogni di spazio

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Vorrei cercare gli orari dei treni, per Napoli ad esempio, perché ieri ho visto una fiction ambientata lì e mi è venuta voglia di tornarci. O dei voli per Praga, Vienna o Budapest, tutti posti  che ancora non ho visto e che vorrei visitare. O per Gerusalemme o Marrakech, immaginando di avere addirittura una settimana di tempo per visitarle, altrimenti non vale la pena. Oppure mi basterebbe cercare un ristorante per la cena e un film da vedere prima o dopo. Ma non lo faccio, perché ho senso della realtà, perché alla fine ci resto male quando mi rendo conto che i miei sogni di evasione si fermano sempre al portone di casa, sullo zerbino consumato su cui ogni giorno trascino i piedi.

Più che sogni di evasione sono sogni di spazio: per me, per quello di cui ho bisogno, per un po’ di aria nuova, per qualche centimetro quadrato di spazio insaturo in cui far nascere pensieri e progetti, per un po’ di irresponsabilità e di solitudine. Spazio senza obblighi, senza cene da preparare, borse degli sport, compiti da controllare, diari da firmare e matite a cui fare la punta. Spazio senza i racconti della giornata degli altri, senza gli incastri quotidiani di impegni non miei. Spazio per rileggere un racconto e cambiarlo, per passeggiare nella neve, per recuperare una lezione in palestra senza pensare quando questo crei meno problemi al precario equilibrio in cui ci muoviamo quotidianamente.

Continuo a chiuderli in un cassetto questi sogni, sperando che ci stiano. Che il rischio vero non è che si espandano a dismisura fino a far esplodere la cassettiera, ma che diventino polvere, qualcosa di impalpabile, praticamente non presente. E un giorno mi dimentichi di averli fatti.

il prima e il poi (l’io e il noi)

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Nota: il post è da leggere ascoltando una canzone di Gaber (a caso); se non sapete quale scegliere suggerisco questa “La parola io“.

Prima c’è il diritto, quello di livello alto, “costituzionale”, inalienabile, inappellabile, insuperabile (come il tonno).
Poi c’è la scelta di vivere in una comunità e di accettarne le regole di comportamento, le prassi, i principi morali.

Prima c’è la patria potestà, che poi si potrebbe anche dire “e qui comando io, e questa è casa mia”, con la non sottile differenza che il qui è un figlio e la casa è qualsiasi posto egli frequenti, dalla scuola al campo di basket, dall’oratorio al corso di inglese, dall’estate ragazzi al campo scout.
Poi c’è la scelta di delegare un pezzo della propria patria potestà ad altri (gli insegnanti, gli allenatori, gli animatori, i capi scout) perché in ogni ambito che nostro figlio frequenta ci sia qualcuno che definisce regole per un gruppo (e non solo per lui) con lo scopo di costruire insieme il bene comune.

Prima ci sono i principi, su cui non si può transigere, che non vanno mai messi in discussione, che pretendono guerre sante e nuove crociate per affermarli, oltre ogni ragionevolezza. Che parlano spesso di forma, quelli per cui “il fine giustifica i mezzi”.
Poi ci sono i valori, quelli che non dovrebbero essere negoziabili, quello che richiedono umanità ed empatia per essere affermati e diffusi, come un contagio positivo che ci lascia più umani e interi. Che parlano di contenuti, quelli per cui non puoi distinguere tra fini e mezzi, è un tutt’uno.

Prima ci sono io.
Poi ci siamo noi.

Per adesso siamo nel prima. Impantanati in questa libertà che possiamo anche tradurre con “facciamo il cazzo che ci pare”. Barricati dietro la patria potestà che diventa “tu a mio figlio non puoi dire niente, solo io lo posso educare”. Armati di principi (e questioni di principio) che ci impediscono di avere mani, mente e cuore libero per parlare e confrontarci sui valori, sulla senso di comunità e solidarietà, sulla costruzione e responsabilità verso il bene comune. Sull’io, prima persona singolare, che non ammette il plurale.

Forse arriveremo al poi (e al noi), ma stasera non vedo la strada.

il cibo rende felici (anche quello avanzato)

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Ieri, davanti alla scuola elementare, sento il dialogo tra padre e figlio che riporto fedelmente qui sotto.

Padre – Hai mangiato oggi? –
Il figlio risponde qualcosa che non sento bene, ma è una risposta incerta, di quelle che servono a prendere tempo accampando varie scuse.
Padre – Così non va bene, anche ieri non hai mangiato. Ieri sera ti abbiamo chiesto cosa volevi mangiare. Guarda che vado a ritirare il foglio in segreteria e torni a mangiare alla mensa scolastica –

Qui si apre la necessità dei sottotitoli per i lettori che non hanno figli alle scuole elementari o medie, che non abitano a Torino o provincia, che sono felicemente ignari circa la questione delle mense scolastiche.

Da quest’anno i bambini delle elementari e i ragazzi delle medie potranno non essere iscritti alla mensa scolastica fornita dal comune e portarsi il pasto da casa. Ancora non si capisce bene come potranno consumarlo, dove, come sarà conservato e di chi sarà la responsabilità di controllare che non ci siano scambi di alimenti. Le scuole, oltre a doversi occupare di supplenti non ancora nominati, cattedre vacanti e strutture scolastiche non sempre idonee, si stanno occupando di trovare una quadra tra il “diritto al pasto da casa” e il valore educativo della condivisione dello stesso pasto per bambini e ragazzi dai 6 ai 14 anni. I genitori si dividono in fazioni, tra chi indossa l’armatura per combattere la battaglia del panino, vissuta come un diritto inalienabile dell’uomo sancito dalla costituzione, dalle nazioni unite e forse anche dalla legge cosmica, chi per nulla al mondo farebbe rinunciare al figlio al momento educativo del pranzo in mensa, chi riconosce il momento educativo ma “a scuola non mi mangia niente, invece a casa mangia di tutto. Beh, certo a parte le verdure…” .

Io sono della seconda specie, anche un po’ estrema. Io sono di quelle che quando organizza il pigiama party con le amiche della figlia di mezzo fa valere la stessa regola che vige tutti i giorni a casa: per colazione si finiscono i biscotti aperti, se non li mangi vuol dire che non hai fame. Io sono della specie per cui quando al centro estivo in cui lavoravo un bambino ha buttato un’albicocca dopo aver dato un morso perché era un po’ aspra, l’ho raccolta dal cestino, l’ho lavata e gliel’ho ridata da finire.

Quando ho sentito l’edificante dialogo tra padre e figlio sono stata felice. Perché l’educazione non è una gara dei cento metri piani, ma una maratona. E se oggi cedi ai capricci del figlio e gli cucini ogni sera quello che vuole, al traguardo dei 42 km non ci arriverai. E non ci arriverà neanche lui.

Vado a mangiare gli avanzi di ieri sera, mentre Diego per la prima volta affronta il refettorio della scuola elementare, il vassoio da prendere, i compagni di fianco a cui sedersi, il cibo della mensa.
Buon appetito ragazzo, aspetto questa sera per sentire i tuoi racconti.

la libertà, non è star sopra un albero

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C’è una canzone di Gaber che per tanti anni, quelli dell’adolescenza e dell’impegno, è stata un mantra che ho ripetuto a tante assemblee studentesche: la libertà non è star sopra un albero.

Non disconosco queste parole e la passione con cui le ho pronunciate così spesso, invitando gli altri all’azione, anche quei compagni di classe che facevano del silenzio assenso la loro bandiera (e dell’assenza alle manifestazioni il loro modus operandi). Non disconosco l’invito all’azione quale spontaneo e naturale completamento di questo verso. Ma credo che siamo in tempi in cui serva anche dire che la libertà non è neanche scendere dall’albero e costruire con la forza il mondo “giusto” che abbiamo in mente.

Non è libertà reagire ai torti subiti a scuola, alle prese in giro, all’arroganza altrui, agli atti di bullismo prendendo una pistola e sparando a perfetti sconosciuti come in “Un giorno di ordinaria follia”.

Non è libertà decidere che i disabili non siano degni di abitare questo mondo e ucciderne 19, per liberare la terra da queste persone. Non è libertà lasciare una recensione indignata su tripadvisor perché nell’albergo in cui si soggiornava coi propri figli ci sono anche molti ragazzi disabili e sostenere che “non è un bello spettacolo per i miei figli”.

Non è libertà portare una bambola gonfiabile sul palco di un comizio pubblico e definirla la sosia della presidente della Camera. Non solo perché è offensivo nei confronti del presidente della Camera, ma perché è offensivo nei confronti di qualsiasi donna.

C’è la libertà di parola, c’è il diritto ad avere una propria opinione e poi c’è la realtà e la coscienza: che ti fanno capire che certi atti sono violenti e basta, senza alcuna giustificazione; che certe opinioni sono crimini e in passato hanno portato a genocidi di massa; che gli spettacoli indegni, per grandi e piccini, sono quelli in cui non si ha rispetto per le persone e la diversità, che fa paura o sembra inguardabile solo a chi ha il cervello troppo piccolo per ragionare sul mondo fuori da lui; che certe battute non sono battute, ma offese che devono far accapponare la pelle e indignare chiunque, di qualsiasi sesso o parte politica sia.

La libertà non è star sopra un albero. Ma non è neanche scendere e farsi giustizia da soli.

differenziare

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– Mamma, mi manca Diego –

Me lo ha detto Jacopo l’altra sera quando stava per andare a dormire, dopo essere stati a un concerto insieme tutti e 4, mentre il più piccolo della famiglia era in viaggio da solo. Me lo ha detto dopo una serata in cui siamo stati fuori fin dopo le 23,00 in piazza a sentir musica e ballare, senza troppe lamentele di nessuno (a parte qualcuna di Lucia che era stanca). Me lo ha detto dopo aver giocato con le amiche piccole e aver fatto il fratello grande di tutti, che prende sulle spalle gli altri per fargli scorgere il palco.

In tre giorni senza il fratello piccolo, i due grandi hanno riscoperto la loro complicità, hanno riso insieme, hanno fatto colazione da soli, hanno giocato a scacchi, hanno visto un film che parlava di apartheid, Mandela e rugby, hanno fatto 20 km in bici per andare tutti a vedere una mostra che raccontava di partigiani, resistenza, interrogatori e fucilazioni, sono passati per la strada senza paura (o controllando la loro paura), non si sono mai fermati di fronte alle salite (anche se le hanno completate a volte a fatica). Hanno condiviso anelli di totano fritti e patatine e adesso sono al parco vicino a casa, uno a giocare a basket con gli amici e l’altra a fare non so cosa. Da soli, perché ormai sono abbastanza grandi per stare anche da soli.

Tra poco il piccolo della famiglia tornerà a casa e facciamo a gara per chi ha più voglia di vederlo e riabbracciarlo e sentire i suoi racconti. Ma è stato bello differenziare le esperienze in questo weekend lungo, è stato riposante poter viaggiare un po’ più leggeri con due figli grandi che chiedono autonomia. È stato un momento carico di speranza e di prospettiva futura spiegare a Lucia il film di ieri sera (Invictus) o la mostra di oggi (L’ora della libertà).

Tra poco tornerà il piccolo, ma noi sappiamo che tra qualche anno i weekend come questi saranno la normalità. E un po’ io sono contenta.

un rito laico

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Sarà che sono cresciuta con un nonno che mi insegnava le canzoni dei partigiani e mi raccontava la storia dei fratelli Cervi e nella mia mente di bambina di 6 o 7 anni si materializzava la mamma che ancora preparava la tavola per tutti, anche per quei figli che non erano tornati a casa.

Sarà che per me la parola unità è sempre stata preceduta dall’articolo determinativo e scritto con la U maiuscola e che i quotidiani si compravano alle 7 del mattino e si piegavano in modo che stessero nella tasca della giacca con la testata ben visibile a tutti.

Sarà che per me vanno bene i ponti di primavera e le gite al mare o in montagna, le grigliate con gli amici e i pranzi insieme, ma il primo maggio se non sono al mio solito posto in strada a veder passare il corteo e la banda che suona Bella ciao o l’Internazionale, se non applaudo quando sfila l’Anpi o non compro la coccarda rossa sento che mi manca proprio qualcosa e che non è stata davvero festa.

Sarà che due delle serate che ricordo con maggior affetto e malinconia sono quella passata a casa dei nonni, con Flavio, mia sorella e mio cognato, a vedere piazzare bandierine rosse o azzurre su una cartina dell’Italia, oppure quella in piazza con Flavio e un’amica trovata lì (ma non per caso) ad aspettare che il nostro sindaco, rieletto senza bisogno di ballottaggio, uscisse da palazzo civico per bere un bicchiere di vino, mangiare i torcetti e stringere la mano uno a uno e poi dirci, da vero torinese, “‘nduma a deurme”.

Sarà per tutte queste cose e molte altre ancora, ma per me la domenica delle elezioni è comunque un giorno di festa. Esco di casa e vado a testa alta verso il mio seggio e mi rendo conto che involontariamente sorrido a chiunque incontri per strada: al vicino di casa che mi sta davanti mentre faccio la coda per votare, allo scrutatore, al vigile che controlla l’ingresso della scuola media di mio figlio. Ogni volta mi concentro quando sto per mettere quel segno sulla scheda, rileggo i nomi, rileggo la domanda, riguardo i simboli. E sono un po’ agitata: perché non voglio sbagliare, perché quel gesto che sembra banale e a volte inutile mi investe di responsabilità, di un ruolo che va oltre i miei interessi e il mio angolo di mondo.

La domenica delle elezioni è un rito laico a cui non posso mancare, qualcosa che ho nel sangue e nel cuore, nella testa e nel dna. Qualcosa con cui sono nata e a cui educo i miei figli. La convinzione che la vera libertà sia partecipare. Anche quando la domanda non mi convince, anche quando la scelta non mi soddisfa fino in fondo. Ma non posso non andare, mi mancherebbe qualcosa, mi mancherebbe (ancora di più) qualcuno che mi ha cresciuto a pane e politica, cioè occuparsi di ciò che appartiene alla dimensione della vita comune.