un cimitero

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Siamo andati a monte Pellegrino quest’estate e abbiamo visto un cimitero. Quello degli alberi, fichi d’india bruciati che si erano trasformati in mostri preistorici, coi loro copri contorti e grigi, materia ormai morta, inerme e dura come la pietra.

Abbiamo visto la macchia mediterranea che costeggia la riserva dello Zingaro ridotta a un tappeto grigio, cenere al posto della terra, qualche foglia mezza verde, la vita che prova a rinascere.

Ogni volta che andiamo in Liguria e passiamo dal colle di Nava vediamo alberi che sembrano croci, cadaveri anneriti in un paesaggio lunare, che ti secca dentro, prosciuga ogni speranza, ogni scommessa sul futuro.

Abbiamo sentito la fuliggine caderci addosso in una piscina sulle colline di Lucca, abbiamo ascoltato per tutta la notte le motoseghe dei vigili del fuoco tagliare alberi per proteggere la vigna e il b&b in cui dormivamo.

Abbiamo osservato i canadair e gli elicotteri gonfiarsi la pancia di acqua in quel mare in cui noi stavamo nuotando, abbiamo chiamato i vigili del fuoco una sera prima di andare a dormire, dopo aver scrutato a lungo il fumo che sembrava arrivare dalla collina dietro casa e non solo portato dal vento.

Vediamo il cielo intorno a noi annebbiato, troviamo tracce di cenere sulle lenzuola stese ad asciugare in balcone, sentiamo l’odore di bruciato aprendo la finestra. E vediamo alla tv e nelle foto di amici i boschi in cui siamo stati tante volte bruciare, le fiamme alzarsi verso il cielo, gli uomini continuare a bagnare quella terra per fermare l’incendio. La prossima volta che faremo quella strada, noi che viviamo in città ma così vicini alla montagna, troveremo le stesse tracce che abbiamo visto in altre regioni. Un cimitero di alberi, animali, fiori, vita. Un cimitero di speranza e di futuro. E sarà un dolore ancora più forte, perché quei boschi sono casa nostra.

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esseri semplici

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I figli sono esseri semplici, con un funzionamento ripetitivo e prevedibile, che dovrebbe rendere il compito di chi vive di fianco a loro scontato e a volte perfino noioso.

Se alle 14:01 vedi comparire sul display del cellulare il numero di quello che fa terza media sai già che il motivo potrà essere:
a. ha preso una nota o un brutto voto
b. ha invitato a casa 4 compagni di classe e ti avvisa che dovresti preparare la torta per merenda; arrivano tra mezz’ora, fai in modo che non sia troppo calda
c. deve portare il giorno dopo a scuola le fotografie degli avi fino alla 20esima generazione e si è fortuitamente dimenticato di dirlo quando 20 giorni fa l’ha saputo dalla professoressa di storia
d. dovrebbe già essere ad allenamento, ma ha appena iniziato a prepararsi la borsa e ha bisogno delle calze da basket (e ovviamente ti chiede dove sono prima di aprire l’armadio, altrimenti le avrebbe viste da solo)

Non fa presagire mai nulla di buono quel nome sul tuo cellulare, così come la frase “ascoltami fino in fondo” vorrà dire che potrai essere furiosa fin dalla seconda parola e che tutte quelle successive non faranno altro che aggiungere argomentazioni al sermone che stai preparando a mente.

Se gli dirai di svuotare il suo borsone da basket perché è inaccettabile che accumuli lì dentro le uniformi puzzolenti di una settimana, ciondolando svuoterà il suddetto borsone, ma non farà altrettanto con la sacca di ginnastica, in cui pantaloncini e maglietta si trasformano in origami originalissimi (e li scoprirà solo quando dovrà di nuovo fare ginnastica).

Se gli ricorderai prima di uscire di casa che dovrebbe farsi una doccia quando torna dalla lezione di orchestra, puoi essere certa che quando arriverai a casa lo troverai sul divano, spiaggiato come sempre, sporco come prima che tu uscissi. E con aria innocente e temporaneamente pentita ti dirà “me ne sono dimenticato”. Davvero? E io che pensavo che fosse mancata l’acqua in tutto il quartiere, che lo shampoo si fosse trasformato in maionese, che dallo scarico della doccia uscissero mostri marini. Ecco perché non avevi potuto farti la doccia come previsto.

Dovrei già saperle tutte queste cose, dovrei avere una vita tranquilla, priva di sorprese e arrabbiature. E invece ci casco sempre e penso che forse un giorno mi stupirà e mi chiamerà semplicemente per sapere come è andata la mia mattinata, per chiedermi se è meglio stendere la biancheria in casa o nel balcone visto che la lavatrice ha finito di lavare e lui è a casa. Mi illudo che quell’essere semplice possa diventare complesso e articolato, con possibilità di evoluzione che al momento non riesco neanche a immaginare.

nota: nella foto un essere semplice

quella che sono

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– Mamma, ho un regalo per te – mi dice Diego ieri sera mentre sto parlando al telefono e lui era già a dormire. Corre verso la cartella e mi porta un pezzo di carta in cui è stato ritagliato un cuore. E poi torna a dormire. Questa mattina gli chiedo se l’ha fatto lui e mi dice
– No, l’ho trovato per terra, credo l’abbia tagliato Marta. Ma io l’ho visto e volevo regalarlo a te –

Al mattino si alza e prima ancora di aprire gli occhi, mi dice “mamma tu sei bella”, senza vedere la mia faccia addormentata, le occhiaie che non si sono cancellate nonostante il sonno.

Lunedì mi arrabbio con una persona e discuto pesantemente davanti a Jacopo; poi esco di casa e prendo la bici per fare un giro e sfogarmi. Mi arriva un suo messaggio “non preoccuparti mamma, tutto si risolverà, riusciremo a superare i diverbi e le difficoltà. Abbiamo solo bisogno di andare a raccogliere le olive insieme”.

Lunedì sento al telefono un’amica che sta vivendo una prova difficile e mi dice quello che ho pensato tante volte quando qualcosa di troppo grosso mi capitava
– Come faccio a dirlo ai bambini? –

Oggi ho rivisto un video, interviste a genitori di ragazze e ragazzi omosessuali che raccontano quando i loro figli hanno fatto coming out. E mi vengono le lacrime (anche questa volta) a sentire tutto questo amore, semplice, totale, incondizionato.

Perché quando hai dei figli, loro diventano la misura di tutto. Della tua bellezza, che per essere riconosciuta non ha bisogno della vista, basta l’amore viscerale che corre continuamente, inarrestabile tra te e loro e ritorno. Della tua rabbia, che si smonta di fronte a un ragazzo che diventa grande e quando lo abbracci senti che puoi iniziare ad affidarti anche tu a lui, puoi iniziare ad appoggiare alcune delle tue fatiche sulle sue spalle, almeno per un attimo. Del tuo dolore, che cerca di farsi piccolo piccolo nel tuo cuore e nella tua testa per permetterti di accogliere il loro, di contenerlo e proteggerlo. Della tua felicità, che dipende dalla loro e dalla possibilità che hanno di essere quello che sono fino in fondo, senza finzioni, senza vergogne, solo verità e amore.

Quando hai dei figli, non sei più la stessa, mai più. Anche quando sei da sola, anche quando fai qualcosa che non riguarda direttamente loro. Perché sei tu che sei diventata un’altra, è la tua anima che si è aperta e ha generato un’altra persona e non potrai mai più tornare indietro. Fortunatamente.

lontano da me

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Istruzioni per questo post: da leggere ascoltando Lontano da me, di Niccolò Fabi.

Ho bisogno di una vacanza. Dalla mia vita.

Dalle visite in ospedale e dai dottori, programmate o meno, quelle che devi infilare nel resto degli impegni e quelle che scompaginano tutti gli impegni, proprio la sera che avevi già preparato la cena e immaginavi di dover solo scaldare la purea. E invece la cena diventa la cioccolata calda della macchinetta in una sala d’aspetto.

Dagli accompagnamenti agli sport dei figli, dagli accappatoi della piscina da stendere, uniformi di basket da lavare, abbigliamento da atletica da mettere nella borsa, pensando che durante il riscaldamento fa freddino e serve la maglia a maniche lunghe, ma poi arriva il caldo e allora è meglio essere in pantaloncini corti.

Dalle riunioni di scuola, dalle elezioni dei rappresentanti di classe, dai resoconti delle riunione scritti in una lingua piuttosto distante dall’italiano corrente, dalle verifiche del gruppo di consiglio di circolo che interessano solo a quelli che da verificare hanno poco, dalle chat di classe.

Dai lavori che sono sempre urgenti e tutti ti chiedono “quando mi dai le proposte?”, prima ancora di averti dato i materiali su cui lavorare. Dagli impegni che piombano senza un minimo di programmazione nelle mie giornate che non riescono a diventare regolari.

Dalle dimenticanze degli altri in cui vengo coinvolta grazie a un sapiente uso della prima persona plurale del pronome personale: “ci siamo dimenticati la clavietta”, “non abbiamo portato i 5 euro per il corso di pittura”, “non abbiamo finito di leggere il libro della biblioteca”. E quando faccio notare che son tutte cose che riguardano la vita dell’altro che compone il “noi”, la risposta è sempre la stessa: “potevi ricordarmelo”, accezione in cui il verbo potere è molto molto molto più vicino al verbo dovere di quanto ci si possa immaginare.

Dalle persone di cui occuparmi, dalle ferite da curare, mie e degli altri, dalla vicinanza e dalle attenzioni da distribuire.

Ho bisogno di una vacanza. Ho bisogno di svegliarmi al rifugio Troncea e passare la mattina a guardare le mucche mangiare tranquille sul prato di fronte e le foglie degli alberi cambiare colore. Ho bisogno di essere svegliata dal chiasso delle gazze tra gli ulivi di Cipressa e di conoscere le olive una per una prima di raccoglierle.

girone infernale (quello dei disidratati)

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Ci sono posti inospitali, anticamere dell’inferno che noi genitori frequentiamo solo per amore. Troppo amore, inspiegabile e cieco sentimento che ha un retaggio di istinto animale.

Ad esempio la piscina il giovedì pomeriggio. È il 28 settembre e c’è la stessa temperatura che c’era alla Valle dei templi ad Agrigento il 17 agosto. Tuo figlio ha inaugurato la serie di lamentele e lacrime che speravi di non vedere nella stagione 2017/2018 e adesso lui sguazza felice nell’acqua fresca, mentre tu ti disidrati su una panchina, ascoltando le chiacchiere sul ciclo doloroso delle due amiche sedute di fianco a te. Hai talmente caldo che a nulla serve avere gonna, sandali estivi e maglietta a maniche corte. Per toglierti adesso la fede dovrebbero mozzarti l’anulare con una mannaia.

Eppure continui a dire ai ragazzi che in piscina si deve andare, che finché non sapranno nuotare bene saranno iscritti a un corso di perfezionamento e che in fondo non è così tremendo venire in piscina.

In fondo si può fare. In fondo arriva presto la seconda parte dell’anno, in cui il mio lavoro mi porterà lontano dalla terrazza panoramica sulle corsie e in piscina, ad accompagnare i nipoti, ci verranno le nonne.

giù il gettone, sù le mani

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– Ti capita di sentirti triste all’improvviso? di avere degli sbalzi di umore? –

– No, è sempre antipatica lei –

– Zitto Yogi, non sto parlando con te –

Ho portato i ragazzi dalla pediatra per il solito controllo annuale e il dialogo riportato sopra è quello tra la dottoressa, che stava parlando a Lucia, e Jacopo che quando bisogna dire una parola buona nei riguardi dei suoi fratelli è sempre pronto.

Lucia ha 10 anni e mezzo e nelle ultime settimane, ogni volta che la guardo mi stupisco di quanto sia diventata grande, quanto il suo corpo si stia trasformando e diventi quello di una ragazza, non più quello della bambina che è stata. La vedo crescere in centimetri e chili e penso che sia tutto qui. Nel senso che il resto, i capricci, le offese che la fanno piangere, i modi poco gentili e le ribellioni, sono parte del suo carattere, qualcosa a cui in questi 10 anni mi sono abituata, accettandoli di più a volte, meno altre.

Poi ieri pomeriggio una persona che l’ha accolta a 6 anni in una palestra di ginnastica artistica le regala un libro e una dedica e lei, mentre leggo e parafraso l’Amleto per farle capire il senso di quel regalo, si mette a piangere seduta sul sedile di fianco al mio in macchina. Ci abbracciamo, asciughiamo le lacrime, sorridiamo e ridiamo un po’ e il momento dopo torna il sereno.

Poi a cena parliamo del corso di inglese in orario extra scolastico e lei mi dice che vuole farlo. Le faccio notare che mi aveva detto il contrario e che forse potrebbe anche evitare quell’impegno per quest’anno e lei si mette a piangere, perché ha cambiato idea e ci tiene al corso. Perché è un’entusiasta e se andassero a scuola a proporle il corso di danze tradizionali del sud pacifico lei vorrebbe iscriversi (e poi lo seguirebbe con disciplina, impegno, allegria). Ride anche lei, forse al pensiero del gonnellino di foglie di palma intrecciato, e ricominciamo la cena.

Questa mattina stiamo per uscire di casa per andare a scuola e mi chiede di poter mettere un cappello, perché ha freddo alle orecchie. Ieri suo fratello aveva i pantaloncini corti e lei oggi uscirebbe col cappello di pile (perché so che sceglierebbe quello). Le rispondo che non è ancora il momento di mettere il cappello e che non bisogna esagerare e lei si siede sul divano offesa e per la strada quando allungo la mano verso di lei che è tre passi dietro di me, mi guarda mezza offesa e mezza divertita e rifiuta la mia mano, salvo poi aggrapparsi e corrermi di fianco.

Siamo saliti sulla giostra e anche questa tappa con Lucia sarà caratterizzata da luci e ombre, entusiasmi e deliri di onnipotenza, dalle sue gioie e dalle sue rabbie senza confini. Dalla sua energia, generatrice e distruttrice, a seconda dei momenti. Siamo saliti sulla giostra e ci saranno momenti in cui vorrei scendere e avrò la nausea. E invece staremo lì insieme a farci frullare dalle montagne russe.

un’altra estate

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Ieri, tornando in macchina da una festa fuori città.

– Mamma, metti quella canzone che cantavamo tutti insieme in vacanza due anni fa –
– Poi metti quella che partiva da sola all’Argentario ogni volta che accendevamo la macchina –
– Adesso metti quella di quel gruppo che ti ha fatto conoscere papà e poi è piaciuto anche a te, quelli di cui abbiamo sentito il concerto. Ti ricordi quel ragazzo che ballava davanti a noi? –

E abbiamo sentito “non farti cadere le braccia”, “hasta siempre” e canzoni sparse degli Statuto. E le abbiamo cantate tutti insieme, in coro, inventando un po’ le parole se non le ricordavamo.

Ecco quello che mi manca di questa estate che sembra non esserci stata: cantare in macchina, allegri, spensierati, sereni e con tutta la vita davanti. Cantare e non pensare a nulla, spegnere il cellulare di notte e non avere un brivido ogni volta che suona. Essere in un posto solo, tutta intera, non con la testa e il cuore da un’altra parte. Goderci insieme il tempo e pensare che nulla ci aspettava a casa, se non le piante da bagnare e i pupazzi da riabbracciare. Ecco perché vorrei un’altra estate, per andare a un concerto, godermi un pranzo in spiaggia, sentirmi nel posto giusto al momento giusto.