del dove e del come (ovvero della fine della rappresentanza)

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Se dovessi dire qual è il danno più grave di questi tempi che viviamo, ciò che sta minando la possibilità di risollevarsi e smetterla di nuotare nella pauta*, oggi direi che è l’incapacità completa di capire dove e come fare e dire le cose.

Non esistono più i luoghi deputati per certe comunicazioni, per alcuni argomenti, per determinate dinamiche: tutto viene riversato, o meglio vomitato, appena si può, ovunque ci si trovi. E di solito il luogo non è quello giusto. Ho tentato in ben due classi dei miei figli di far capire che le comunicazioni date sulla chat di gruppo di whatsapp, con date, scadenze, elenchi puntati non potevano essere lette con la dovuta attenzione proprio per le caratteristiche del mezzo, ma la risposta è stata sempre la stessa: non vediamo il problema.

E io ripenso ai miei corsi universitari, quando parlavamo di significante e significato, di contenitore e contenuto, di adeguatezza del mezzo. Tutte cazzate, esiste solo più il qui e ora, ognuno dice qualsiasi cosa utilizzando qualsiasi strumento, perché ciò che conta è la sua urgenza di esprimersi e chi se ne frega se il processo di comunicazione non va a buon fine, se il destinatario non capisce o capisce altro. È un problema suo.

Ma la cosa più grave è che in questo parlare sempre e ovunque, perdiamo il senso della rappresentanza. Perché se basta un accesso a un social qualsiasi per dire ogni cosa ed esprimere un’opinione su ogni argomento (perché ricordiamoci che uno vale uno, è la democrazia della rete), allora non servono più elezioni e organi di rappresentanza perché non rappresentano più nulla e non è lì, in quei luoghi fisici, che verranno prese le decisioni e portate avanti le linee di condotta di una scuola, di un’azienda, di una città o di una nazione. È roba vecchia, ormai le decisioni si prendono sulla chat di classe, nel cortile della scuola o in panetteria, su Twitter, sulla poltrona della D’Urso o di Fazio.

E chi pensa che la democrazia sia capire che dobbiamo saper delegare ad altri, liberamente scelti e democraticamente eletti, parte delle decisioni che ci riguardano è paragonabile all’homo heidelbergensis, gigante intelligente vissuto tra 600 mila e 100 mila anni fa ed estinto senza lasciare discendenza.

* servizio di traduzione per i non sabaudi: dicesi pauta la fanghiglia, la melma che ingloba le scarpe se ci metti un piede per errore, che rende difficile ogni movimento, che dovrebbe essere solo acqua e terra, ma in effetti puzza un po’ di cacca

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siam tutti qui sull’autobus

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– Scusi, lei è la mamma di Jacopo? –

– Si –

– E anche di Diego? Io li conosco perché gioco a basket –

– Sono anche la mamma di Lucia, ma lei non gioca s basket e quindi non la conosci… –

– No, lei non la conosco –

Chi mi identifica come madre dei miei figli maschi è un bambino di quinta elementare, piccoletto, col cappellino verde come tutti gli altri compagni con cui sta andando a fare un’attività al Sermig, per scoprire che nel mondo non nasciamo tutti uguali. Mi parla di basket, dell’allenatrice e poi mi presenta un suo compagno che sta proprio lì di fianco.

– Lui è arrivato lo scorso anno da noi, prima viveva in Brasile –

– A San Paolo – mi dice il compagno

– Poi è andato in Germania –

– No, in Giappone, perché io sono anche un po’ giapponese –

– Lui vorrebbe andare in Giappone – dice il baskettaro indicando un biondino, riccioli nascosti dal cappellino verde girato al contrario, apparecchio in bocca.

– Si, io vorrei andare in Giappone – conferma togliendosi l’apparecchio per parlare.

– Rimettiti l’apparecchio che se il tram frena e ti cade si rompe e sono sicura che i tuoi genitori non sarebbero felici – gli consiglio pensando a mia figlia un anno fa con l’apparecchio in mano su un tram strapieno.

Il viaggio prosegue, chiacchierando di come vengono a scuola, se a piedi o in macchina, di maestri samurai, di quale moneta si usi in Giappone, di lingue da imparare, di consigli della maestra. Quando mi guardo intorno vedo una signora elegante e truccata che tira su un bambino per aiutarlo a sedersi su un posto alto per lui, un uomo di 50 anni che ascolta le nostre chiacchiere e sorride, una ragazza che protegge dalle cadute le bambine che chiacchierano e giocano a stare in equilibrio.

Non sono più sul 4, sono sull’autobus di Bertoli, quello in cui la voglia di parlare diventa contagio, le voci dei bambini sono una musica, i loro pensieri detti ad alta voce sono aria fresca. “È nuovo in questo giorno l’autobus del mattino”.

non sarò mai sazia

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Ieri abbiamo spostato libri, buttato fiocchetti usati, pigne impolverate, carte che una volta avevan fatto parte di un mazzo tutto intero. Abbiamo sfogliato agende, riguardato fotografie sgualcite, letto diplomi, attestati e verbali di consigli d’istituto degli anni 80.

Abbiamo ritrovato bambole e biglietti di auguri, un compasso vecchio, occhiali rotondi, un tostapane con ancora la scatola e ho provato un cappotto bellissimo che metterò il prossimo inverno. Abbiamo svuotato bottiglie di liquori e grappa a metà e tenuto molti libri, senza ancora sapere dove finiranno.

Abbiamo iniziato a svuotare la casa dei miei nonni, togliendo da quei mobili tracce di vita e di passato. Abbiamo ritrovato cose che non ricordavamo più, che nonna aveva conservato, come la mia bomboniera della comunione o i biglietti dei confetti di parenti lontani. Abbiamo letto gli appunti di viaggio di nonno quando andava a Sanremo e i suoi scambi con il preside dell’Avogadro, quando era in consiglio di istituto come genitore.

Sono rientrata lì dentro dopo un mese e mezzo, quando ho salutato nonna per l’ultima volta, le ho messo il rossetto sulle labbra e dei fiori raccolti per strada tra le mani. Sono rientrata lì dentro e sono tornata indietro di 18 anni, quando con nonno avevamo dovuto trovare un modo nuovo di comunicare perché lui le parole non le sapeva più trovare.

Non è stato doloroso, è stato necessario, è stato un tempo solo mio, in cui ritrovare le parole di mio nonno fissate sulla carta, incredibilmente precise e “giuste” per uno che ha preso la licenza media quando era già in pensione. Ho ritrovato le gonne di nonna, appese al filo teso dentro l’armadio, i suoi cappotti e le sue camicette, le sue pentole di rame e i suoi piatti azzurri.

Ho nascosto una lettera, senza chiedere se potevo prenderla, senza sapere se ad altri interessasse averla. Perché ho bisogno di qualcosa di concreto, da tenere in mano, in cui nonno ci sia ancora, in cui la sua intelligenza e il suo acume riescano ancora ad illuminarmi. Prenderò una coperta la prossima volta che torno, perché l’abbraccio di nonna e la sua capacità di accogliere resti nella mia casa.

Non prenderò mai abbastanza da quella casa, non smetterò mai di pensare che nonno è andato via troppo in fretta e non l’abbiamo visto invecchiare, non mi passerà mai dalla mente la luce che illuminava gli occhi di nonna quando guardava i miei figli.

Non sarò mai sazia dei ricordi. Anche quando in quella casa vivrà qualcun’altro.

è di notte

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Vado avanti, ogni giorno, sorridendo dentro e fuori perché sto vivendo settimane stimolanti, ricche, intense. Mi sto sentendo competente e viva, piena di energia, di voglia di imparare, di superare i miei limiti.

Ma il mio inconscio mi presenta il conto. Di notte, con sogni così terribili da aver paura a ricordarne i dettagli, con immagini così tetre e cupe, da non riuscire a trasformarle in parole.

E in questi sogni c’è sempre una porta, dietro cui succede l’inimmaginabile, che cerca di nascondere quello che non si può dire. Cerca, perché io lo so cosa c’è lì dietro. L’ho visto e sono andata via, ho evitato di riaprire la porta.

Forse è il mostro di 7 minuti dopo la mezzanotte che viene a raccontarmi le storie che di giorno non potrei sopportare, perché mi toglierebbero le energie, la concentrazione, la voglia di fare. Deve essere lui, che non mi è venuto a trovare prima e adesso mi accompagna nel mio percorso, che non posso fare che da sola, per metabolizzare l’ultimo mese e mezzo.

Torna a trovarmi, mostro: ti farò entrare nei miei sogni ogni notte, finché non potremo aprirle tutte le porte. È difficile, ma è l’unica strada possibile.

voi avete dei problemi

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È evidente, non si può più fingere che non sia così. Posso cercare di non accorgermi di tante cose, posso cercare di “stareserenaserenella”, posso distrarmi a oltranza. Ma voi siete più bravi a farvi beccare. Anzi, non vi fate neanche beccare, siete talmente inconsapevoli della questione che tutto ciò vi sembra normale.

Ma voi, cari colleghi genitori, cari altri adulti che come me avete messo al mondo dei figli e vi siete assunti la responsabilità di farli crescere, avete dei problemi seri. Delle malattie inguaribili.

Perché altrimenti non mi spiego perché date a scuola a bambini di prima o seconda elementare un cellulare e dite anche candidamente alle maestre, che vi fanno notare che non è proprio opportuno, “perché siamo più tranquilli se possiamo chiamarlo”. Quindi il problema ce l’avete voi e vostro figlio a 6 anni deve avere un cellulare in classe? È evidente, avete una malattia, si può chiamare in molti modi: deficienza, insicurezza, incapacità di stare al proprio posto, infantilismo emotivo.

Così come deve essere sintomo di una malattia grave, probabilmente inguaribile, organizzare per ragazzi di prima superiore la raccolta di moduli che i rappresentanti dei ragazzi stessi devono portare in segreteria entro una certa data. Hanno problemi a leggere i vostri figli in prima liceo e non vedono la scadenza sul modulo? gli fate la cartella al mattino e gli preparate i vestiti? il latte lo prendono nella tazza o nel bicchiere col beccuccio? hanno il cellulare perché così a metà mattina potete ricordargli di andare a fare la pipì che oggi non hanno portato il cambio?

E per finire, sempre voi, genitori di liceali, spiegatemi quale disturbo vi porta a dover chiedere, nella chat di classe ad altri genitori, chi domani dei ragazzi andrà a scuola e chi farà sciopero? avete paura che vadano a scuola da soli o che scendano in piazza?

Io non lo so che problemi avete e sinceramente non mi interessa neanche tanto conoscerli, men che meno capirli. Se avete avuto un’infanzia insoddisfacente, un’adolescenza rovinata dai capelli cotonati degli anni 80, una giovinezza passata a sognare che il camper di Stranamore si fermasse sotto casa vostra (*), ho solo una cosa da dirvi: cazzi vostri. Smettetela di rovinare la vita di quei poveretti che si sono ritrovati a essere vostri figli. Hanno già il marchio genetico che li segnerà per sempre. E soprattutto, non pretendete che le vostre turbe diventino normali per altri: tenetele nascoste per sempre nel segreto dei vostri cuori e portatele nella tomba.

(*) io una compagna che in quinta liceo sognava che il camper di stranamore si fermasse sotto casa sua l’ho avuta davvero e a vederla oggi, alle feste di via a ballare il latino americano e ascoltare il neomelodico con camicia sbottonata e crocifisso d’oro che emerge dal pelo brizzolato del petto, capisco che certe “ambizioni” lasciano il segno per sempre

alla fine il tuo compleanno

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Ho attraversato questa settimana tutta di corsa, senza voltarmi indietro, senza fermarmi ai rifornimenti, senza farmi troppe domande, senza ascoltare troppo le accelerazioni del mio cuore.

Ho attraversato questa settimana come in una bolla, come quando si sta con la testa nell’acqua e i rumori intorno arrivano diversi, più attutiti e moltiplicati. L’ho percorsa così, consapevole che sarebbe finita col tuo compleanno e avrei voluto che fosse una giornata speciale, per te.

Avrei voluto scriverti una lettera, solo per te, per dirti che vederti crescere è un privilegio, che la tua sensibilità è un dono prezioso, la tua empatia mi accompagna in ogni momento, quelli belli e quelli difficili. Avrei voluto preparare tutto alla perfezione, pensarti di più, coccolarti di più, farti sentire tutto il mio amore per te, non solo fartelo intuire.

E tu sei stata felice oggi, anche se la mia lettera per te è rimasta nella mia testa, anche se tutto non era perfetto, anche se tra le cose pratiche da fare ti ho abbracciato poco, non ti ho quasi fotografato. Sei stata felice, libera come tu sai essere.

Sei stata te stessa, con la tua forza sbadata, il tuo istinto, la tua allegria mai scontata, la tua profondità che resta sempre molto intima, che fai scoprire a pochi.

Adesso sei lì che ti rigiri nel letto e non riesci a dormire, troppo agitata per questi 12 anni, con troppe emozioni in questa settimana di morte e di vita. Con tutta la tua energia concentrata nel diventare quella che vuoi diventare.

Buon compleanno amore mio, cuore limpido e sguardo in avanti. Il bello è appena iniziato.

allenatori alla vita

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“Lucia oggi è stata molto brava. Ha tenuto il suo ritmo e alla fine ha accelerato. Complimenti!”

Ci sono allenatori che ti stimolano a migliorare, aiutandoti a riconoscere le tue capacità, il valore del tuo sforzo, la tua progressione e il tuo percorso. E ci sono allenatori che ti umiliano, che non “sprecano tempo” con te, che in gara evidenziano quello che non hai saputo fare (“non la farai mai la ruota sulla trave”) anziché sottolineare il coraggio che hai messo nel provarci, anche se era possibile che tu non ce la facessi.

Ci sono allenatori che in gara non si fermano al risultato del singolo, ma costruiscono la squadra, mettono insieme i ragazzi anche in un sport individuale. E poi ci sono gli allenatori a cui il tuo risultato non basta mai, che alimentano la competizione tra compagni di squadra, senza un minimo di rispetto per l’impegno di ciascuno.

Ci sono allenatori che educano e accompagnano nella crescita gli atleti, che li spingono alla responsabilità e all’autonomia, che li vedono come persone sfaccettate. E poi ci sono allenatori per cui ogni agonista è solo una pedina in più per dimostrare il proprio valore, che li tengono legati a sé attraverso i ricatti e i sensi di colpa, che li lasciano indietro non appena i ragazzi contestano qualcosa.

Dopo anni di agonismo nella ginnastica artistica, Lucia è passata all’atletica e finalmente ha trovato un allenatore del primo tipo. Stiamo curando le ferite lasciate da chi c’è stato prima, da chi umiliava anziché educare. Ma non siamo soli a farlo. Dalla sua parte, Luci ha i suoi allenatori di atletica e la strada fatta insieme è sempre più ricca.